IRON MAIDEN: il nuovo “The Final Frontier” traccia per traccia!

Pubblicato il 13/07/2010

IRON MAIDEN: “THE FINAL FRONTIER” TRACCIA PER TRACCIA!

Articolo a cura di Gennaro ‘Dj Jen’ Dileo

 

01. Satellite 15….The Final Frontier
02. El Dorado
03. Mother Of Mercy
04. Coming Home
05. The Alchemist
06. Isle Of Avalon
07. Starblind
08. The Talisman
09. The Man Who Would Be King
10. When The Wild Wind Blows

Durata: 01:16:35

Prodotto da Kevin “Caveman” Shirley
Registrato nei Compass Point Studios e successivamente nei The Cave Studios, nei quali è avvenuto anche il missaggio
Artwork a cura di Melvyn Grant

Data di pubblicazione: 16 agosto 2010
Sito ufficiale
MySpace
Etichetta: EMI 

Un paio di settimane fa è arrivato in Redazione un gradito invito della EMI a presentarci nei suoi uffici di Corso Sempione a Milano, per dare un ascolto al nuovo disco degli Iron Maiden. Ogni uscita della band britannica è sempre un grande evento per i fan, pronti a scoprire le nuove evoluzioni (o involuzioni) del sound che li ha resi celebri fino ai giorni nostri. La durata complessiva di "The Final Frontier" sfiora gli 80 minuti e, con un solo ascolto a disposizione, è stato sinceramente impossibile esprimere un’opinione obiettiva e definitiva sulla qualità delle canzoni. Siete comunque curiosi delle nostre impressioni? Allora seguiteci nel nostro track-by-track…

01. SATELLITE 15….THE FINAL FRONTIER (8:40)

"Satellite 15" è sostanzialmente un’intro nella quale le percussioni e le chitarre svolgono discretamente il compito di accrescere progressivamente la tensione, sulla quale si erge la voce narrante di Dickinson che fa da proscenio a "The Final Frontier", basata su un guitar riff di impatto dall’andamento ‘rockeggiante’ (!) e che ricorda vagamente il mood diretto presente in alcuni episodi di "No Prayer For The Dying".

2) EL DORADO (6:49)

Estratto come primo singolo, "El Dorado" racchiude tutte le tradizionali caratteristiche del Maiden sound, anche se ad un primo ascolto ci è parso privo del giusto mordente e poco ispirato a livello di songwriting, complice anche un ritornello non perfettamente ispirato.

3) MOTHER OF MERCY (5:20)

Riteniamo che "Mother Of Mercy" sia uno degli episodi più riusciti del disco e se fosse stato scelto come singolo avrebbe raccolto maggiori consensi. Si tratta di un mid-tempo strutturato sul classico riffing a là Maiden, graziato da un buon guitar solo ed un ritornello che rimane in testa. Possibile highlight dei prossimi concerti.

4) COMING HOME (5:52)

Ci troviamo di fronte ad una semi-ballad ben interpetata da Dickinson, che a cinquant’anni suonati dimostra di avere ancora le corde vocali in forma. Buono il crescendo all’altezza del ritornello, baciato da un ottimo guitar solo più vicino al classic rock (ci è apparso per qualche secondo lo spettro di Hendrix) che all’heavy metal tout-court.

5) THE ALCHEMIST (4:29)

Finalmente i Nostri tornano a sfoderare i propri artigli con questo vigoroso up-tempo, abbandonando solo temporaneamente le velleità rock per cimentarsi nel genere che sanno fare meglio: l’heavy metal. Le ritmiche serrate ben si sposano con il cantato di Bruce, il quale con il passare degli anni ha parzialmente perso in potenza, ma guadagnato in intensità ed espressività, proprio come un buon vino rosso.

6) ISLE OF AVALON (9:06)

Ritornano prepotentemente a galla le velleità progressive di Harris e soci che, in dieci minuti scarsi, mescolano differenti umori elettro-acustici e numerosi cambi di tempo che faranno felici coloro che hanno amato gli ultimi tre dischi degli Iron, ma che disorienteranno chiunque apprezzi lo stile più selvaggio e immediato.

7) STARBLIND (7:48)

La sbandata progressiva della song precedente viene ribadita in "Starblind", lungo ed intricato episodio che viene stemperato da frequenti cambi di tempo riportanti alla luce certe idee realizzate da alcune vecchie band inglesi dei Seventies. Per carità, il tutto viene eseguito con stile e precisione, ma inizia a venire a galla un certo mestiere, nonchè una certa noia.

8) THE TALISMAN (9:03)

Giostrata su un giro introduttivo di chitarra acustica forse un po’ troppo prolisso, "The Talisman" prende quota effettivamente al minuto 2.24, mutando la forma e l’aspetto in una ‘galoppata’ piuttosto riuscita nella quale Dickinson torna a fare la parte del leone ed il resto della band a schiacciare il pedale dell’acceleratore.

9) THE MAN WHO WOULD BE KING (8:28)

Un titolo così epico prelude naturalmente ad un’altra lunga traccia nella quale inizialmente compaiono timidi tappeti di tastiera che tentano di creare una certa atmosfera, sfociante poi in una prevedibile ripartenza, fortunatamente spezzata da un break atipico davvero interessante.

10) WHEN THE WILD WIND BLOWS (10:59)

L’ultimo brano di questo lungo album rappresenta la somma e la sostanza delle idee fino ad ora esposte. Inizialmente, l’andamento di "When The Wild Wind Blows" è tenue, quasi impercettibile, per poi virare, in maniera fin troppo prevedibile, verso un sound più robusto. Abbiamo l’impressione che i nostri siano diventati una progressive band a tutti gli effetti e non ci è chiaro se abbiano raggiunto una nuova forma di maturità artistica o esaurito definitivamente le idee. In sede di recensione sarà nostra cura approfondire alcuni dettagli che dopo una sola fruizione sono per forza da capire meglio.

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