IRON MAIDEN: “The Book of Souls” traccia per traccia

Pubblicato il 14/08/2015

A cura di Dario Cattaneo

Il 4 settembre 2015 è una data che aspettano in tanti nel mondo dell’heavy metal: esce il nuovo album degli Iron Maiden. Sedicesimo suggello di una carriera che li ha consacrati più volte come la più grande heavy metal band del mondo, “The Book Of Souls” è sicuramente l’album più atteso della prossima stagione, e davvero tante sono le orecchie che muoiono dalla voglia di immergersi in queste quasi due ore di musica. Noi di Metalitalia.com siamo riusciti a sentire l’album per intero in uno studio della Warner, col sole d’agosto a tramontare placido su una calda giornata meneghina. Ecco quindi a voi una prima descrizione di tutte le canzoni che riempiono entrambe le parti di questo atteso doppio CD…

iron maiden - the book of souls - 2015

IRON MAIDEN – “The Book Of Souls”
Etichetta: Parlophone Records
Data di pubblicazione: 4 settembre 2015
www.ironmaiden.com

01. IF ETERNITY SHOULD FAIL (8:28)
In un disco l’opener ha sempre un ruolo importante, quindi alta era la curiosità verso questo pezzo. Certamente i quasi nove minuti dichiarati facevano pensare a qualcosa di radicalmente diverso dalle tre dirette opener che abbiamo trovato nei primi album post reunion, cioè “The Wickerman”, “Wildest Dreams” e “Different World”. L’impressione dopo l’ascolto è però di trovarci a metà strada: il tiro non è certo quello delle canzoni appena citate, ma il risultato finale non è minimamente prolisso o tedioso come ci si poteva aspettare. Niente tamburi infiniti come su “Satellite 55”, l’intro dello scorso album, e niente arpeggi ad oltranza, ma un buon anthem heavy metal con un ritornello molto bello e un comparto strumentale decisamente fisico e presente. Il modello da cui ispirarsi è grosso modo quello di una “Brighter Than A Thousand Suns”, ma questo brano è meno prolisso e in generale risulta fruibile nonostante i nove minuti. Quello che davvero spiazza è la parte narrata in chiusura, sullo sfondo di curiosi effetti eco. Il pezzo è insomma gradevole, ma non ci dà indicazioni né rassicurazioni sul resto dell’album…

02. SPEED OF LIGHT (5:01)
Il pezzo che ci saremmo aspettati in partenza lo troviamo qui, in seconda posizione. Durata contenuta, velocità da opener, solidità dovuta all’esperienza e chitarre decisamente Iron Maiden. Che dire d’altro? Beh, decisamente che si tratta di una bella canzone, orecchiabile e con una forte impronta live per arricchire una scaletta che l’introduzione dei pezzi da “The Final Frontier” aveva appesantito forse un po’ troppo. Sinceramente, tuttavia, non ce la sentiamo di gridare al miracolo per un brano del tutto simile ad altri su altri dischi magari pure più belli. Le strofe qui infatti non convincono come su una “The Wickerman” e in generale il tiro è inferiore a quello che ci saremmo aspettati. Il nostro unico ascolto a questa canzone la qualifica come un brano a due facce: da una parte fa felici i fan che si sono seccati della prolissità degli ultimi due album, dall’altra potrà magari venire considerato un brano poco sincero e un tantino ruffiano.

03. THE GREAT UNKNOWN (6:37)
Se il primo brano di “Book of Souls” ci ha parlato di una intenzione di sperimentare ancora viva negli Iron Maiden, già col secondo brano abbiamo invece assistito ad un tentativo di riproporre qualcosa che stia su binari più canonici. Tutto sommato, “The Great Unknown” non abbandona questa filosofia, ma lo fa in maniera forse più convincente rispetto al brano precedente. Composta da Smith e Harris, questa canzone è infatti tradizionalmente Iron Maiden, ovviamente nella formazione post reunion. Il brano non è lunghissimo e può ricordare più o meno la struttura di una “No More Lies”, con un arpeggio di basso iniziale ad aprire il sipario su un roccioso mid tempo dal riff piuttosto deciso, che evolve poi in una più aperta base che sostiene un ritornello dai ritmi più elevati. La canzone attraversa una interessante parte strumentale, richiama il ritornello un paio di volte e poi chiude con l’arpeggio iniziale. Un brano classico, ma sicuramente ben composto.

04. THE RED AND THE BLACK (13:33)
Ci dispiace dirlo, ma “The Red And The Black”, secondo pezzo più lungo del lotto, è quello che dopo questo primo ascolto ci ha lasciato più dubbi che sorrisi. Ci dispiace perché è l’unico pezzo firmato solo da Harris, e ci dispiace perché, posto a questo livello dell’album, rischia di far apparire “The Book Of Souls” come più scadente di quanto sia in realtà. Dopo un brano interessante, uno più traballante e un episodio decisamente canonico, ci saremmo aspettati una bomba alla “Dance Of Death”, ma questo polpettone di tredici minuti non sembra poterlo diventare, nemmeno con altri ascolti. Aperto da un intro con basso picchiato e chitarre molto cupe, il brano evolve poi su un riff inaspettato ma interessante. Il cantato è dinamico, di qualità, ma dopo intervengono degli ‘ooooh oooooh’ che non avremmo messo a metà canzone. Il pezzo poi continua a cambiare, rimbalzando su soluzioni che prese singolarmente sono anche molto buone, ma che, viste assiem,e ci danno un certo effetto ‘collage’ un po’ spiacevole. Possiamo solo sperare che la musica cresca con il tempo, visto che la mancanza di una struttura più definita ce l’ha resa in questa sede un po’ difficile da digerire.

05. WHEN THE RIVER RUNS DEEP (5:52)
Dopo “The Red And The Black” accogliamo con gioia questo pezzo più standard… ma con qualche sorpresa. La canzone attacca con un riff ma poi lo cambia subito, proponendone un altro su ritmi un po’ differenti. Il tiro rimane buono e i bpm sono in linea con gli album più vecchi degli Iron Maiden, anche se la struttura qui rimane più progressive e nervosetta. La relativamente corta durata però permette al brano di non perdersi e diventare un’accozzaglia di riff diversi, così da mantenere una sua identità che, a conti fatti, ci piace. Il pezzo non ci lascia particolari segni, se non il senso di soddisfazione per una song che decisamente funziona. Non possiamo tuttavia non segnalarvi un assolo davvero simile come tonalità ed esecuzione a quello centrale di “Aces High”. Bei tempi davvero…

06. THE BOOK OF SOULS (10:27)
Senza più sapere cosa aspettarci, ci dirigiamo alla chiusura del primo disco incontrando inaspettatamente un bella pietra preziosa, una canzone sicuramente interessante sotto diversi aspetti. È infatti un intro vagamente ‘far west’ ad aprirci il brano; scelta che cattura subito l’attenzione. Che sta succedendo? Nonostante sonorità così inedite per gli Iron Maiden, il ricordo di una certa “To Tame A Land” ci viene in mente, più che altro per la struttura e l’afflato epico che per altro, e ci rendiamo conto che la fortuna di questo brano si reggerà non tanto sull’impatto o sull’orecchiabilità quanto sulle atmosfere dipinte dagli strumenti. La canzone mostra un lento crescendo, inserendo elementi e arricchendo il suono fino al punto centrale, dove un’accelerazione piuttosto sensibile guida il brano verso la lunga sezione strumentale e solistica. La cavalcata che ne consegue ci coinvolge del tutto e così il brano non perde l’attenzione dell’ascoltatore che aveva attratto con le atmosfere inedite. È di nuovo l’arpeggio western a chiudere la song, ma nelle orecchie risuonano ancora compatte tutte le altre sezioni che abbiamo attraversato in questi dieci minuti. Una canzone che, a nostro avviso, dà un segnale importante: è possibile far convivere la penna complicata di Harris e un lungo minutaggio con uno sviluppo interessante e accattivante. Bravi.

07. DEATH OR GLORY (5:13)
Il disco due si apre con uno dei brani più sparati e diretti, nella miglior tradizione dei vecchi album degli Iron Maiden. La batteria di Nicko picchia di brutto, il basso è vorticoso e il vibe creato dalle chitarre conquista dal primo minuto, col risultato di vincere il nostro favore quasi immediatamente. L’attacco finalmente è solo frontale, senza alcun cedimento e alcun cambio di ritmo o tonalità, e questa linearità permette a Bruce di esprimersi su massimi livelli, con una prestazione degna della sua nota ugola d’oro. A parte una piccola sezione un po’ dispersiva nel pre-solo, promuoviamo tutto di questo brano. Senza dubbio l’avremmo proposto come opener del CD 1.

08. SHADOWS OF THE VALLEY (7:32)
Il finale buono del CD 1 e l’esaltante inizio di questo secondo disco ci trovano di buon umore, quindi gradiamo questa cavalcata tutto sommato classica che può ricordare la bella “The Reincarnation Of Benjamin Breeg”. Riff piacevole, con chitarre in prima linea, voce in crescendo e classico ritmo in cavalcata del periodo centrale: saranno anche i classici Iron senza particolari novità, ma il pezzo lo apprezziamo lo stesso. Il ritornello è carino, così come interessanti e ben eseguiti rimangono sia la sezione antecedente gli assoli che la parte solistica, e quindi non troviamo oggettivamente un solo punto debole in tutta la struttura. A conti fatti, rimane il pezzo che ci è piaciuto di più di tutto l’album, nonché l’unico che abbiamo avuto la possibilità di ascoltare due volte (su nostra richiesta).

09. TEARS OF A CLOWN (4:59)
A conti fatti, visto il titolo, ci eravamo fatti un’idea diversa… Invece il brano non è una triste e lugubre ballad strappalacrima, ma piuttosto un crudo anthem heavy con un riff piuttosto asimmetrico e una sinuosa linea di basso che abbiamo molto apprezzato. Le linee vocali, nonostante la spigolosità della parte strumentale, rimangono aperte e orecchiabili, con particolare attenzione al solito bel ritornello. Un brano decisamente inaspettato e che va sicuramente approfondito, ma che ci ha dato l’impressione di essere quello più distante al classico Iron-sound. Se questa sperimentazione ha avuto buoni risultati o no ci riserviamo di dirvelo quando l’avremmo ascoltata altre volte…

10. THE MAN OF SORROWS (6:28)
Nonostante il titolo quasi scippato dal solista di Dickinson “Accident Of Birth”, il brano non è firmato dal cantante  in alcuna sua parte. Sono Murray e Harris gli autori di questa quasi-ballad, che però curiosamente come sonorità ci ricorda proprio il Dickinson solista. C’è da dire che il brano evolve però in fretta, staccandosi dopo due minuti da quei cliché stabiliti sullo scorso album da “Coming Home” e aggiungendo un po’ di pepe, fino a trasformarsi in una heavy song a tutti gli effetti. Un po’ di trasformismo, quindi, in una canzone di nuovo magari non stellare, ma sicuramente piacevole e soprattutto non noiosa o annegata dentro decine di cambi di sonorità. Il livello di ascolto del disco è migliorato sensibilmente su questa seconda parte: di cedimenti infatti non ce ne sono ancora stati.

11. EMPIRE OF THE CLOUDS (18:01)
Ammettiamolo: chi di voi non cova in segreto il pensiero, una volta comprato il disco, di iniziare l’ascolto proprio da questo brano? Se ci sono poche mani alzate siete dei birichini, perché quei diciotto minuti segnati di fianco al titolo non possono passare inosservati. Diciotto minuti. Che sono? I Dream Theater? No, gli Iron Maiden, per fortuna, ma gli Iron in una veste nuova e ardita, che tenteremo di spiegarvi in queste righe. Il brano infatti si apre già dai primi minuti in maniera un po’ atipica. C’è il basso iniziale, c’è l’arpeggio di chitarra, ma ci sono anche il pianoforte e un synth molto importante. La canzone è anch’essa un crescendo, ma un crescendo lento che segue le varie fasi della trama che narra di questo impero costruito sopra le nuvole. Una prima sezione strumentale ci arriva tra capo e collo quando non ce la saremmo aspettata e manda avanti il brano su binari familiari agli Iron dell’ultimo periodo, fino a che, su un bel riff, la canzone non sembra incartarsi e collassare su sè stessa. Dalle ceneri di quella prima parte nasce quindi una seconda sezione più epica ed eroica, dal sapore in vero molto prog, ma che non dimentica la sue radici heavy. Questo brano, così fuori standard, per sopravvivere cambia spesso e ci propone una vasta pletora di sonorità e soluzioni; soluzioni che, a differenza di “The Red And The Black”, risultano ben costruite e amalgamate. Il pezzo diventa poi sempre più esplosivo, con vocals mano a mano più urgenti e ardite, fino a che la storia si conclude e la musica torna quella dell’inizio. I minuti sono passati, ma la sensazione finale è quella di un viaggio, non di noia o di stordimento come succedeva con molti (troppi?) brani di “The Final Frontier”. Con grande stupore, ci troviamo ad approvare in toto questo rischioso esperimento: in questo caso la classe e la maestria col pentagramma hanno vinto sul fattore tedio, donandoci un episodio che non ci aspettavamo e che proietta gli Iron Maiden verso dimensioni che non avevano in effetti mai calcato.

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