JUDAS PRIEST: il nuovo “Firepower” traccia per traccia!

Pubblicato il 19/02/2018

A cura di Roberto Guerra

Ebbene sì, stiamo quasi per giungere a uno degli appuntamenti più attesi da ogni fan dell’heavy metal mondiale di questo inizio 2018! Parliamo ovviamente dell’uscita sul mercato del diciannovesimo album in studio dei leggendari Judas Priest i quali, a quasi cinquant’anni dalla formazione e nonostante certe dichiarazioni di scioglimento andate poi disattese, sembrano non volerne proprio sapere di far tacere i loro cannoni metallici e ancora evidentemente ricchi di colpi da sparare; anche se la recente notizia riguardante il morbo di Parkinson del chitarrista Glenn Tipton e la sua conseguente decisione di non prendere parte al tour non ha certo generato reazioni entusiaste da parte dei fan, che speriamo possano trovare di che gioire almeno ascoltando questo nuovo album. Il predecessore “Redeemer of Souls” al momento dell’uscita venne accolto con un po’ di freddezza, trattandosi in fin dei conti di un lavoro più che discreto e con alcuni pezzi ben riusciti, ma afflitto comunque da delle problematiche abbastanza evidenti soprattutto a livello di potenza sonora e di songwriting, identificabile nell’autocitazionismo quasi eccessivo riscontrabile in alcuni pezzi, così come in alcuni richiami a band venute ben dopo di loro. C’è quindi molta curiosità in vista dell’uscita dell’album nuovo, e per questo abbiamo pensato di fornirvi un piccolo sunto di ciò che si andrà ad ascoltare tra qualche settimana. Vi facciamo notare come prima cosa la scelta audace di proporre un lavoro piuttosto lungo, composto da ben quattordici tracce, il che può essere un’arma a doppio taglio non indifferente. Detto questo vi auguriamo buona lettura, e vogliamo tranquillizzare gli irriducibili fan della band di Birmingham, che durante l’ascolto avranno comunque dei buoni spunti per essere relativamente entusiasti… ma di questo parleremo meglio in fase di recensione.

JUDAS PRIEST

Rob Halford – voci
Glenn Tipton – chitarre
Richie Faulkner – chitarre
Ian Hill – basso
Scott Travis – batteria

FIREPOWER

Data di uscita: 09/03/2018
Etichetta: Epic Records

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01. Firepower (03:27)
Molti di voi avranno già ascoltato la opener, nonché title-track, dell’album in questione, essendo disponibile da qualche giorno online. Noi ci sentiamo di ribadire quella che è stata l’idea comune di molti ascoltatori anche all’uscita del precedente “Redeemer of Souls”: se si parla della opener i Priest non sbagliano mai! Questo brano trasuda adrenalina e carica da ogni singola nota, con un riff non particolarmente originale ma dannatamente efficiente e esaltante, un assolo essenziale e tamarro, un ritornello che entra in testa al primo ascolto e una sezione ritmica che stimolerebbe l’headbanging anche a qualcuno col torcicollo. Si notano i ricorrenti richiami al periodo di “Ram It Down” e “Painkiller”, utilizzati in questo caso in modo più che soddisfacente e in grado di riportare gran parte degli estimatori indietro di un po’ di anni. Ottima anche la produzione che si capisce bene essere curata da due maestri dell’old-school e del moderno come Tom Allom e Andy Sneap. Buona la partenza.

02. Lightning Strike (03:29)
Primo estratto ufficiale dell’album, questo secondo pezzo non ha più bisogno di molte presentazioni. Parliamo di un brano dall’incedere non particolarmente veloce e che ricorda alcune glorie del passato come ad esempio “Hell Patrol”, così come buona parte della tracklist del resto. A livello compositivo siamo su livelli più che buoni e la voce di Rob Halford riesce indubbiamente a valorizzare il prodotto insieme a un riff di chitarra principale semplice ma azzeccato. Quella sorta di senso di déjà-vu, in questo caso piuttosto evidente, può sì fare la gioia di alcuni, ma anche eventualmente far storcere il naso ad altri; d’altronde però c’è da dire che stiamo parlando di un album dei Judas Priest, da cui ci aspettiamo di sentire del sano e fottuto heavy metal senza particolari fronzoli, e da questo punto di vista per il momento ci riteniamo soddisfatti.

03. Evil Never Dies (04:23)
Un titolo molto semplice per un brano tra i migliori del pacchetto, a parere di chi vi scrive ovviamente: un riff e delle soluzioni che ricordano quasi alcune proposte thrash metal, un ritornello di matrice tendenzialmente hard rock e un incedere generale che stimolerebbe quasi il pogo ad alcuni ascoltatori un po’ più esuberanti, così come l’assolo di chitarra ci ha fatto venir voglia di fare air guitar già al primo ascolto. Se vi piace l’heavy metal fatto come si deve, questo brano vi lascerà piacevolmente soddisfatti.

04. Never the Heroes (04:23)
Stessa identica durata della traccia precedente per un pezzo decisamente meno adrenalinico, in cui si nota un discreto utilizzo del basso e di alcuni arpeggi di chitarra abbastanza ispirati, abbinati a una sezione ritmica piuttosto rocciosa e a un ritornello molto orecchiabile dove Halford risulta perfettamente riconoscibile pressoché da qualunque estimatore anche tra i più scettici, come quelli che prima ancora di aver sentito l’album lo stanno già dando per spacciato in rete per via della sua età e della fatica che giustamente tende un po’ a fare in sede live.

05. Necromancer (03:33)
Il ritmo accelera nuovamente e l’headbanging torna a farsi impellente anche se, sempre a parere di chi vi scrive, in questo pezzo di percepisce una certa banalità nel guitar work e nelle parti cantate, con un refrain decisamente prevedibile e delle parti di chitarra leggermente meno ispirate rispetto ai pezzi precedenti. Per carità il brano c’è e si lascia ascoltare, ma non ci sentiamo affatto di annoverarlo tra i migliori dell’album.

06. Children Of The Sun (04:00)
Di nuovo un brano un po’ più lento del predecessore che però, come quest’ultimo, non ci ha convinti particolarmente nella sua interezza, anche se ci sono un paio di idee che potremmo quasi definire sorprendenti, come ad esempio un bridge acustico in cui Rob riesce ancora quasi a incantarci con la sua interpretazione stimolante e ricca di quella classe che abbiamo imparato ad amare ormai diverso tempo fa, speriamo in sede live di poter cambiare idea su questa traccia, sempre se i nostri decideranno di proporla.

07. Guardians (01:06)
Qui più che di un brano si parla di una sorta di intro o di intermezzo, che spezza un po’ la monotonia e ci fa quasi entrare in modalità riflessiva per un minuto, grazie alle noti struggenti di un pianoforte e a una chitarra elettrica che si fa man mano più presente fino a giungere a una conclusione che si collega direttamente con la traccia successiva.

08. Rising From Ruins (05:23)
Uno scoppio di batteria avvia un midtempo dal sapore evocativo e a tratti toccante riuscendo, come da titolo, a farci immaginare i nostri beniamini che si ergono fieri destandosi dalle rovine dove qualcuno li aveva già posti, pensando che una band con cinquant’anni di carriera non fosse più in grado di emozionare come invece, a quanto pare, certe proposte moderne sarebbero capaci di fare. Suggeriamo a chiunque la pensi così di dare un ascolto a questo pezzo così emozionante e ben scritto, uno dei momenti più artisticamente alti del disco.

09. Flame Thrower (04:34)
Un titolo decisamente ignorante per un brano heavy metal duro, adrenalinico e privo di chissà quali soluzioni difficili, e sentendo il risultato possiamo dire che nessuno ne ha bisogno finché si usa la semplicità in modo così sopraffino. Speriamo decisamente che Rob e soci decidano di proporci questa colata di metallo martellante dal vivo in modo da farci esaltare e scapocciare più che mai insieme agli altri estimatori presenti. Diciamocelo, a volte di un brano così semplice e diretto c’è davvero bisogno.

10. Spectre (04:24)
Altro pezzo cadenzato dall’incedere mediamente lento e, nel contempo, martellante. L’elemento principale che lo caratterizza è senza dubbio una sorta di ‘spettralità’ (come suggerisce anche il titolo, che non si riferisce alla famosa organizzazione nemica di James Bond) che permea l’intero comparto melodico, rendendo relativamente suggestiva una traccia che almeno inizialmente può provocare uno sbadiglio o due.

11. Traitors Gate (05:34)
Un’introduzione piuttosto lenta per un altro brano un bel po’ derivativo, ma dotato di una grinta notevole e di una discreta capacità di coinvolgimento. In particolare la componente ritmica solida e relativamente adrenalinica; inoltre non si può non fare una menzione particolare al ritornello, di una rabbia e di una cattiveria piuttosto rara per un pezzo dei Judas Priest, con un Halford più furioso che mai nell’interpretazione.

12. No Surrender (02:54)
Un titolo certamente inflazionato, ma comunque sacro per tutti coloro che, all’interno della musica, cercano anche una sorta di incentivo per proseguire nella propria vita e nelle proprie missioni malgrado le difficoltà. Il brano stesso trasuda combattività e convinzione da ogni nota, trasmettendo quindi in meno di tre minuti una carica non indifferente. Da notare in questo brano, e non solo, diverse somiglianze a livello musicale con i recenti lavori dei tedeschi Helloween.

13. Lone Wolf (05:09)
Siamo quasi alla fine. In questo pezzo, soprattutto nella parte iniziale, spiccano ovviamente la voce di Rob e un comparto sonoro che ricorda quasi alcuni lavori dei Pantera; compreso l’assolo, che riesce quasi a risultare una sorta di versione più anni ’80 di quelli proposti dalla iconica band americana. Un paragone così può far storcere il naso ad alcuni ascoltatori non particolarmente affezionati a Dimebag e soci ma, si sa, all’ascolto un pezzo può trasmettere delle sensazioni anche differenti in base all’orecchio di chi si presta.

14. Sea Of Red (05:51)
Giungiamo alla conclusione con il brano più lungo dell’intero disco. Abbiamo ancora un inizio quasi da ballad, con una parte cantata suggestiva che a un certo punto si esaurisce temporaneamente lasciando proseguire gli strumenti. Successivamente subentrano la batteria e i suoni distorti, pur senza accelerare il ritmo e rimanendo anche qui in un contesto evocativo, cadenzato e non votato all’adrenalina o alla velocità. La ciliegina sulla torta di questo brano sono senza dubbio una sorta di cori utilizzati per l’occasione, arricchendo ulteriormente il sound prima di concludere definitivamente un album piuttosto lungo e forse un pochino prolisso, ma anche in grado di emozionare parecchio in alcuni momenti. Tuttavia riteniamo di avervi già anticipato un po’ troppo e vi invitiamo a essere pazienti, che la recensione effettiva non tarderà ad arrivare sulle nostre pagine.

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