JUDAS PRIEST: “Redeemer Of Souls” traccia per traccia!

Pubblicato il 04/07/2014

A cura di Dario Cattaneo

Dobbiamo dire che i Judas Priest non si sono resi le cose facili nel far accettare ai fan il qui presente nuovo lavoro, il diciasettesimo in ormai quaranta anni di attività. Nel 2008 rilasciano infatti un album controverso come “Nostradamus”, al quale fanno seguire invece un tour denso di vecchi successi, dal sapore nostalgico. Subito dopo, nel 2010, l’annuncio di un ultimo tour mondiale, intitolato opportunamente ‘Epitaph’, accompagnato dallo shock dell’abbandono di K.K. Downing. Dopo la coda di polemiche per l’abbandono dello storico chitarrista e il suo rimpiazzo con il giovane Ritchie Faulkner, arriva la ritrattazione sul fatto che si trattasse di un ultimo tour, seguito subito dopo dall’annuncio di questo nuovo album. Insomma, una gran confusione che poco predispone i fan, sballottati dalle notizie discordanti, all’accetazione di un nuovo lavoro che, ad essere cattivi, puzza un po’ di operazione commerciale. L’ascolto effettuato presso la sede della Sony, su un potente impianto stereo della major, ci fuga il dubbio appena esposto, ma ci presenta comunque alcuni limiti che rendono “Redeemer Of  Souls” un album valido ma non privo di difetti. Forse più interessante nei passaggi che non per forza inseguono il sound del passato, l’album non si fa però mancare la possibilità di colpire l’ascoltatore con brani che mostrano ancora un buon gusto compositivo e una grande passione per la musica metal. Freschi di un unico ascolto a “Redeemer Of  Souls”, vi forniamo un track-by-track, con le nostre primissime impressioni sull’operato dei ‘metal gods’ per eccellenza…    

judas priest - redeemer of souls - 2014

JUDAS PRIEST

Rob Halford − voce
Glenn Tipton − chitarra
Ritchie Faulkner − chitarra
Ian Hill − basso
Scott Travis − batteria

REDEEMER OF SOULS

Etichetta: Sony
Data di pubblicazione: 15 Luglio 2014
http://www.judaspriest.com

 1.DRAGONAUT
Come pezzo introduttivo, dobbiamo ammettere che è stato scelto bene. Ci aspettavamo qualcosa di impatto, magari non devastante come la celebre “Painkiller”, ma in effetti questa “Dragonaut” compie il suo lavoro in apertura ad un album che, come abbiamo già sostenuto, lascerà comunque diversi fan scontenti. Però, una ventata dei vecchi Judas qui la cogliamo… il riff iniziale è nel più puro stile della band britannica,  il cantato è già più aggressivo che su altri pezzi, e si adagia un po’ stranamente solo sul ritornello. Tutto sommato, però, si tratta di un inizio molto ortodosso, ed era quello che ci aspettavamo da questo disco.

2. REDEEMER OF SOULS
La title-track è stata la prima ad uscire dagli uffici della Sony, pubblicata sul nostro portale oramai un mesetto fa. Come si è potuto sentire, siamo in presenza di un brano cadenzato, perfettamente inquadrabile nell’ambito del metal classico così come andava negli Anni ’90,  scontato quanto si vuole ma comunque arricchito di buone soluzioni a livello chitarristico. Se qui non è certo Halford a brillare, risultando invero un po’ trattenuto, Tipton e il suo compare Faulkner non ci deludono, mantenendo un sound roccioso. In corrispondenza  del mid-8, a centro canzone, troviamo una inattesa variazione che ci introduce la sezione solista, bene appoggiata su un partitura ritmica interessante. Ancora una volta un pezzo non malvagio, ma che avremmo gradito di più con un piglio diverso dietro al microfono…

3. HALLS OF VALHALLA
Una vena un po’ più epica viene introdotta in questo brano, ma (per fortuna o no decidetelo voi) non si tratta dell’epicità di “Nostradamus”. Anzi, il riff iniziale cerca di riprendere l’urgenza della già citata “Painkiller”, complice uno Scott Travis decisamente ‘sul pezzo’ dietro i suoi tamburi. Il brano, nonostante la leggera aura di epicità che dicevamo, è comunque diretto e senza fronzoli, ma si rivela leggermente più dinamico e veloce dei primi due. A convincerci di più è comunque sempre la parte degli assoli, che ci mostrano come Tipton  non risenta dell’invecchiamento che invece ha appannato un po’ la performance di Halford.

4. SWORD OF DAMOCLES
Se fino ad adesso siamo rimasti ancorati a sonorità decisamente ortodosse, questo brano ci introduce un primo elemento di distacco. Non stiamo affatto dicendo di essere su territori diversi dal heavy classico che la band ha contribuito a creare, e nemmeno stiamo parlando di sonorità veramente inattese, ma la costruzione della canzone riporta comunque qualcosa di peculiare. L’inizio fa infatti pensare ad una possibile cavalcata, ma poi ci si assesta su un altro mid-tempo. Il cantato è maligno, compensando con l’interpretazione l’apparente mancanza di grinta registrata su “Redeemer Of Souls”, e la seconda strofa presenta melodie diverse dalla prima, presendandoci un crescendo interrotto dall’arpeggiato break centrale. Come si diceva, sempre metal classico… però la canzone risulta piacevolmente atipica.

5. MARCH OF THE DAMNED
Anche qui siamo al cospetto di un brano di cui si è già ampiamente parlato sul portale. La ‘marcia’ in questione è un altro brano classicamente heavy, meno epico e più marziale, caratterizzato dal solito riffone introduttivo e una batteria cadenzata ma arricchita da interessanti scambi. Ancora una volta incappiamo però nel ‘problema Halford’, con una prestazione ancora un po’ spenta… che non abbia la forza di ripetersi nelle prove di un tempo è comprensibile, ma nel corso dell’album abbiamo registrato momenti dove il barbuto singer tenta di coprire questa mancanza con una interpretazione più variata. Ancora una volta non ci deludono però gli assoli e la variazione ritmica prima dell’ultimo bridge.

6. DOWN IN FLAMES
L’album vive in questo momento di un alternanza tra pezzi più tradizionali e brani dall’approccio un po’ diverso… “Down In Flames” rappresenta la seconda categoria, presentarsi con un riff dalle radici più rock che heavy, e un andamento più dinamico seppure non velocissimo. Halford sembra trovarsi più a suo agio, e arricchisce un brano ancora una volta un po’ atipico, che ci mostra la vecchia musica dei Nostri negli Anni ’80 modificata però da più di un ventennio di sonorità più attuali.


7. HELL & BACK
Il pezzo ci inganna con un inizio da ballad… quasi una power ballad, in verità. Ma è solo un’impressione, in quanto subito dopo il riff arpeggiato iniziale ci allontaniamo in fretta da quell’ambito, entrando nuovamente nei territori di un altro corposo mid-tempo. Ancora una volta i ritmi di batteria si fanno marziali, e un riff più tagliente e meno pesante squarcia il quadrato tempo di base. La canzone continua poi ad evolvere, guadagnando tono e corpo… fino ad un tambureggiante finale veloce, che inietta un po’ di adrenalina sui tempi a volte un po’ trattenuti del disco.

8. COLD BLOODED
Un’altra canzone peculiare, introdotta da un intro abbastanza dissonante, affidata agli intrecci tra le due chitarre. Il riff si dilusice in un liquidi riff ricco di effetti, sotto il quale il tempo base è sottolineato da un accompagnamento in palm-muting. L’epicità che abbiamo trovato in alcune canzoni di “Redeemer Of Souls” viene iniettata in seguito, quando il brano si trasforma in un più veloce e picchiato up-tempo heavy. L’approccio è interessante, ma non ci convincono un paio di passaggi, tra cui il confusionario e caotico break prima degli assoli, veramente troppo rumorista. Il brano è inoltre poco memorizzabile e ci stranisce a causa della mancanza di un vero e proprio ritornello. Nonostante non trovi i nostri gusti, “Cold Blooded” ci presenta una band ancora decisa a provare qualcosa di diverso.

9. METALIZER
Coloro che cercavano  velocità, adrenalina e potenza possono skippare fino a questo pezzo, godendosi inaspettatamente dei Judas più ruvidi. Un po’ troppo, forse, visto che in corrispondenza delle strofe ci si siede un po’ e considerato anche che il costrutto generale viene sacrificato in favore appunto di un approccio più sporco e ‘metal’. Però, la bordata iniziale è interessante, con un Travis in grande spolvero, e quindi la canzone non mancherà di far felice qualche fan più oltranzista. Dal canto nostro, continuano a preferire i brani dall’approccio più atipico.

10. CROSSFIRE
Di nuovo il riffing si riempie di hard & blues, per un brano che stavolta di più si allontana dai tranquilli lidi dell’heavy classico. Più rock che metal, “Crossfire” è però un brano che ci convince, fin da subito. Forse più adatto alla carriera di Ozzy che a quella dei Judas, fino alla prima strofa l’andamento inaspettato ci cattura, senza lasciarci andare nemmeno quando, tutto sommato, i ritmi e il sound si fanno più ‘normali’. Anche se un ascolto è poco per dirlo, questo pezzo ha acceso senza difficoltà l’attenzione.

11. SECRETS OF THE DEAD
I Priest hanno ormai abbandonato l’approccio ortodosso e classico che avevano i primi brani e proseguono in acque sempre più inaspettate, mostrandoci tutto sommato una apprezzabile libertà da quelle che potevano essere le catene del voler per forza riproporre un disco pieno di “Breaking The Law” e “Hell Bent For Leather” senza poterselo più permettere. Il brano in questione è invece cupo, introdotto sempre da un lugubre arpeggio. La pesantezza del brano è tangibile sul ritmo rallentato e tende a stemperarsi solo in corrispondenza dei bridge e dei ritornelli. Anche gli assoli qui sono strani, passati attraverso filtri che ne alterano il suono.

12. BATTLE CRY
Un grande pezzo appena prima delle chiusura, ed è strano dirlo visto che qui somigliamo di più agli ultimi Hammerfall piuttosto che ai Judas più recenti. L’attacco iniziale ci richiama il break di “Steel Meet Steel” della band svedese e, una volto conclusosi, viene mantenuto l’approccio power, la velocità e l’epicità del brano. Qui Halford si prende il suo riscatto, con una prestazione vocale assolutamente azzeccata. Il break centrale varia la canzone e ne esalta la qualità, e non possiamo che dirci felici di questo penultimo brano, che ci regala un piccolo gioiellino che speriamo piacerà a molti.

13. BEGINNING OF THE END
La ballad, che innumerevoli arpeggi iniziali ci hanno fatto presagire per dodici pezzi, arriva solo adesso, in chiusura dell’album. E’ sempre un arpeggio a fare da base, ma qui la batteria è assente, e non comparirà fino al ritornello. L’atmosfera è misteriosa, sospesa e Travis entra delicato, usando il woodblock e le bacchette piuttosto che il rullante. Il secondo ritornello carica il suono, e ci da un attimo di  sospensione, dopo il quale ci aspetteremmo la partenza degli assoli. Una lunga parte centrale cantata prende invece il sopravvento, spostando lo spazio per la creatività di Tipton più in fondo nel brano. Una canzone sinceramente strana, quasi più nelle corde degli Alice In Chains che dei Judas Priest, ma che comunque si fa apprezzare per le proprie peculiarità più degli scialbi pezzi che inseguono un fuggevole passato.

24 commenti
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