KILLSWITCH ENGAGE: “Disarm The Descent” traccia per traccia!

Pubblicato il 15/03/2013

A cura di Maurizio “MorrizZ” Borghi

Sono letteralmente anni che i fan dei “primi” Killswitch Engage hanno desiderato questo momento: prima in maniera sommessa, appena dopo la separazione, poi in maniera manifesta e a gran voce dalla notizia che annunciava il riavvicinamento di Jesse Leach ai suoi vecchi compagni di squadra. Perchè nessuno, nemmeno i fan del simpatico Howard Jones, ha mai dimenticato Jesse, la voce che ha reso famosi i re indiscussi del metalcore e che ha siglato le prime indimenticabili hit della band. E’ anche vero che 10 anni di assenza sono tantissimi, abbastanza da rendere molto difficile il rientro in una formazione che ha percorso davvero tanta strada, rimanendo sempre in vetta al dilagante movimento metalcore dei quali sono stati fondatori. Abbiamo avuto il privilegio di ascoltare “Disarm The Descent” in anteprima, e in questo traccia per traccia vogliamo raccontarvelo testualmente, dandovi un’idea di quello che vi spetta in questa attesissima uscita…

 

killswitch engage - disarm the descent - 2013

KILLSWITCH ENGAGE
Jesse Leach – Voce
Adam Dutkiewicz – chitarra solista, cori
Joel Stroetzel – chitarra ritmica
Mike D’Antonio – basso
Justin Foley – batteria

DISARM THE DESCENT
Data d’uscita: 2 aprile 2013
Etichetta: Roadrunner Records Records
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1. THE HELL IN ME
Nell’opener la band spinge fortissimo verso il proprio lato estremo: l’inizio è sconcertante per brutalità e velocità, tanto da far dubitare della direzione dell’intera traccia. Un’apertura alla melodia arriva solo ed esclusivamente nel ritornello, per metà sorretto dal riff velocissimo che apre la canzone, per la seconda metà cadenzato e groovy. La seconda ripetizione apre a una sorta di prolungamento del ritornello, con sdoppiamento delle vocals (ovviamente clean/scream), che dopo una breve accelerata fa trionfare la linea melodica del chorus, decisamente ispirata e vincente.

2. BEYOND THE FLAMES
Si entra in territori più congeniali ai KSE grazie una cavalcata chitarristica abbastanza lineare, con un ritornello che dialoga su più livelli (corale e melodico, solo melodico, scream) e diversi cambi di tempo. Jesse Leach non ha perso il gusto già sfoggiato in passato, dobbiamo ammettere che le sue linee vocali spazzano via facilmente l’esercito di imitatori che la band ha allattato in maniera diretta (con le produzioni di Adam D.) e indiretta.

3. NEW AWAKENING
Il terzo brano si presenta con due punti vincenti. Il primo è un riff thrash convulso e devoto allo shredding, il secondo un chorus violentissimo, posseduto dal lato più propriamente hardcore della formazione, quasi scippato agli Hatebreed. Il ritornello è fortemente anthemico e scommettiamo farà faville in sede live. Dutkievicz fa la parte del leone con raddoppi, growl sporadici e tocchi di classe a ripetizione. La ¾ farà la felicità degli amanti del mosh, progettata appositamente per scatenare l’inferno e alzare i pugni al cielo. Prima di chiudere, quasi a pisciare trionfalmente sul territorio, ecco arrivare un assolo di chitarra, breve ma gustoso. Bravo Adam, e grazie.

4. IN DUE TIME
Questa la conoscete perfettamente, vero? Ve la facciamo riascoltare di nuovo.

5. A TRIBUTE TO THE FALLEN
Titolo solenne per un brano molto fiero, abbastanza lineare, da manuale del metalcore. Il tiro è sempre abbastanza sostenuto, ma dai registri sui quali si esprime, non conformi allo stile di Jesse Leach, sembra quasi di trovarsi davanti a un pezzo composto da Howard Jones. Ancora un ottimo e scintillante guitar work fa scivolare il pezzo nelle braccia di un sognante finale con organo.

6. THE TURNING POINT
Quale sarà la svolta di cui parla il titolo? In attesa di leggere il testo vi anticipiamo che sicuramente non si tratta di un nuovo stile di fare musica. Siamo davanti al primo mid tempo del disco, molto metallico e urlato… escludendo ovviamente un ritornello che grida speranza. Lo svolgimento prende ritmo e brio, guadagnando in melodia con diverse linee vocali che si sovrappongono.

7. ALL THAT WE HAVE
La furia dell’inizio sembra replicare la prima traccia, in un incedere death/thrash da headbang forsennato che ci fa tornare al periodo immediatamente successivo ad Overcast e Aftershock, quel mitico self titled su Ferret Records che fece la fortuna dei Killswitch. Il ritornello cantato spezza molto quello che è in generale uno dei pezzi più estremi della raccolta, molto denso e pesantemente in contrasto coi Killswitch Engage degli ultimi dieci anni.

8. YOU DON’T BLEED FOR ME
Ecco una classica “cavalcata” nello stile del gruppo, che nulla aggiunge e nulla toglie a quanto composto in passato. Ricompare infatti il momento riflessivo, semiacustico, con uno spoken word che introduce la sfuriata drammatica pregna di intensità e distorsioni. E’ solo passata questa fase che il ritornello assume il giusto tono di tragicità e teatralità.

9. THE CALL
Cambi di tempo, growl, urla, giro a cavallo ed ecco un ritornello diverso, melodico e sorretto da shred velocissimi, e quando diciamo veloci parliamo di velocità Dragonforce. Si tira il fiato un attimo con grande melodia e poi si riparte, più veloce della luce, verso il tunnel carpale… e il finale di questo proiettile della durata inferiore a tre minuti. In generale i KSE hanno schiacciato parecchio sull’acceleratore in questo album, ma mai e poi mai hanno volato in questa maniera!

10. NO END IN SIGHT
Ancora dramma, con un inizio lento e uno sfogo inatteso. Un brano giocato sui cambi di umore e di ritmo, calcati all’estremo soprattutto a livello vocale. In tutta sincerità dobbiamo ammettere che il breakdown e il finale, lenti e trascinati per smuovere le acque e differenziarsi dagli altri brani, zoppicano un pochetto, rendendola a nostro parere una delle tracce più deboli della raccolta.

11. ALWAYS
Non è una cover dei Bon Jovi, anche se un altro brano degli strappamutande del New Jersey l’avremmo ascoltato volentieri in salsa metalcore. “Always” è un lento che finalmente concede a Jesse Leach di esprimersi appieno, in chiavi vicine a quanto ascoltato nei Seemless e, recentemente, nello sfortunato progetto Times Of Grace. Non aspettatevi comunque un pezzo facilotto o pop, nonostante il testo smielato: in quattro minuti e mezzo c’è tanta intensità.

12. TIME WILL REMAIN
Un finale movimentato riassume un po’ lo stile di tutto “Disarm The Descent”, ed è messo con coscienza a corollario dell’opera. Zero rischi, tanto mestiere ma anche tanta maestria e stile da pionieri, condito da una sana pigiata sull’acceleratore che farà felici tutti i tifosi di Jesse e dei “primi” KSE.

 

killswitch engage - band - 2013

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