Intro a cura di Gennaro "Dj Jen" Dileo
Track by track a cura di Maurizio "Morrizz" Borghi

Uber-time
Oildale (Leave Me Alone)
Pop A Pill
Fear Is A Place To Live
Move On
Lead The Parade
Let The Guilt Go
The Past
Never Around
Are You Ready To Live?
Holding All These Lies
Prodotto da Ross Robinson
Registrato tra aprile e novembre 2009 a Los Angeles
Data di pubblicazione: 13 luglio 2010
Etichetta: Roadrunner Records
Introduzione:
"Korn III – Remember Who You Are" è un dichiarato ed orgoglioso ritorno alle origini della storica nu metal band di Bakersfield, volto a recuperare una buona quantità di fans perduta sia dopo la dipartita dello storico chitarrista Head, che dal nuovo percorso musicale intrapreso a partire dall’album "See You On The Other Side". L’impressione globale che abbiamo avuto durante il pre ascolto è di un lavoro fortemente interlocutorio che tenta in tutti i mezzi di recuperare il mood pesante e ossessivo di "Korn" e "Life Is A Peachy" fallendo in più fronti. Principalmente, la causa va addebitata ad una produzione troppo pulita che stempera gli assalti chitarristici di Munky, l’assenza totale della seconda ascia (non tutti possono vantare la classe e la potenza di Zakk Wylde o Dimebag Darrell) e per un songwriting che appare troppo costruito e poco spontaneo. La rabbia degli esordi è latitante, compensata in qualche modo dall’indubbio mestiere accumulato negli anni. Ora la cronaca passa a Maurizio "Morrizz" Borghi…
1) “Uber-time” (1:28)
Un’intro anonima con chitarre in sottofondo e sussurri poco comprensibili di Jonathan Davis introducono all’ascolto di questo ritorno alle origini. Probabilmente nella versione definitiva ci saranno un numero di tracce vuote pari a quello della canzoni di "KoRn" e "Life Is Peachy".
2) “Oildale (Leave Me Alone)” (4:43)
Il primo singolo dell’album è oramai noto a tutti coloro che attendono il ritorno della band di Bakersfield. Fondato sul basso slappato di Fieldy il pezzo riprende le coordinate classiche della formazione, col dualismo vocale di Davis (cantato emotivo/ritornello urlato), e i testi che rievocano drammi adolescenziali ("Why don’t you just leave me alone?"). Si gioca su terreni sicuri, come ci si poteva aspettare da un disco dichiaratamente votato al recupero di vecchie sonorità. Almeno il riff anche se ripetitivo è orecchiabile, e il ritornello, che ci ricorda il materiale di Devin Townsend da solista, risulta piacevole.
3) “Pop a Pill” (3:59)
Un arpeggio acustico si evolve in un riff mostruoso à la "Blind", per poi lasciare spazio ancora una volta ad una linea di basso molto corposa. Sembra di essere davanti ad una seconda "Oildale" per certi versi, solo più veloce. Il finale ospita nuovamente una parte intima e sofferta che esplode nello sfogo di Davis. Viene a galla, dopo solo due tracce, l’enorme assenza della seconda chitarra di Head, un vuoto che, colpevolmente, non viene per nulla saturato.
4) “Fear is a Place to Live” (3:09)
Nella quarta traccia i Korn ripescano il funk degli esordi e le ritmiche in levare di "Got The Life", citando contemporaneamente anche le celeberrima "Here To Stay". Il pezzo rimane in ogni caso decisamente heavy, mentre emergono le linee vocali molto ricercate di Davis, che dimostra di aver seriamente imparato ad usare la sua voce. Allo stesso momento questa "evoluzione" stride fortemente con la produzione di Robinson, che cerca di essere più ruvida possibile, mantenendo l’eccellente drumming di Luzier in primissimo piano.
5) “Move On” (3:48)
Non spostandosi troppo dalle tracce precedenti, questa "Move On" punta alla pesantezza con un riff groovy e lento, anche se tutto svanisce al primo verso, quando un Davis impostatissimo comincia a piagnucolare sui piatti di Luzier. Un ritornello molto arioso stempera ancor di più l’impressione iniziale. La formazione non esce dai binari e propone la solita sfuriata sui 3/4, soluzione prevedibile che comincia a far storcere il naso, non tanto per la ripetitività (prevedibile in un disco dichiaratamente nostalgico) quanto per mancanza di qualità e sostanza.
6) “Lead the Parade” (4:25)
Feedback di chitarra come inizio, strofa che incalza "in battere", un riff che ha le potenzialità di esplodere ma viene inspiegabilmente ucciso sul nascere, seguiti da un bridge e da un ritornello che paiono messi insieme a caso. Un brano che vuole essere claustrofobico ma che non ha una direzione ne un’identità. La produzione pare vuota, e Jonathan Davis a recitare la parte di sè stesso nei pianti isterici degli esordi semplicemente non è credibile. Comincia il crollo di un disco che già dall’inizio non partiva da vette elevate.
7) “Let the Guilt Go” (3:57)
L’unico segno che può far distinguere questa canzone dalle precedenti è il beat disco che fa da tappeto a una serie di riff riciclati da "Follow The Leader" con il suono "analogico" di Robinson ("niente Pro-Tools!" giura la band), stacchi già sentiti e giochetti vocali oramai insipidi. Quasi a rafforzare la nostra idea, Davis ripete ossessivamente "Let the Guilt Go", in un mantra che echeggia nel preoccupante vuoto di ispirazione di una band verso cui si nutrivano ancora delle aspettative.
8) “The Past" (5:05)
Una canzone spettrale con un riff quasi ficcante, la cui potenzialità svanisce miseramente in un ritornello senz’animo. Sebbene abbia causato qualche (tiepido) entusiasmo tra i colleghi presenti alla listening session non possiamo che bollarla come un perfetto esempio di filler.
9) “Never Around” (5:29)
La situazione precipita con la nona traccia del disco: un Davis sotto i riflettori ci guida in quella che dovrebbe essere una rilettura della sconvolgente "Daddy", ma che si rivelerà presto paragonabile agli scandalosi remake made in USA dei classici dell’horror giapponese. Con le finte risate spiritate il cantante, allo stato attuale, perde qualsiasi tipo di credibilità rimasta, stuprando letteralmente il sè stesso di allora nel disperato tentativo di tornare a splendere. Il brano risulta diluito fino all’esasperazione sul finale, risultando nel complesso del tutto imbarazzante.
10) “Are You Ready to Live?” (3:59)
Anche questa canzone ha già raggiunto la rete nella sua versione non definitiva, ma non vi stupirà sapere che il risultato finale è praticamente identico, e consiste (indovinate un po’?) nel solito amalgama di disco beat, slappate generiche e chitarra ultra-effettata. Potrà forse entusiasmare gli ascoltatori meno esigenti presa singolarmente, ma chiunque, nell’ascolto continuato del disco, la troverà incredibilmente difficile da digerire.
11) “Holding All These Lies” (4:38)
Lo scherzo finale: un brano che sale, sale, sale per poi sfociare… nel nulla. Assieme ad un Davis che vuole emergere a tutti i costi come se fosse nel suo disco solista, abbiamo anche un triste tentativo di assolo e un ritornello semi-epico. L’unico sollievo è sapere che l’ascolto è finito, e possiamo goderci l’aperitivo gentilmente offerto dal team Roadrunner Italia.

