A cura di Maurizio ‘morrizz’ Borghi
Quattro lunghi anni hanno assetato di nuova musica i fan dei Lamb Of God. Dopo il ben accolto “Omen” – pubblicato post-pandemia per rilanciare il solito imponente ciclo di tour in cui la band ha anche festeggiato il ventennale di “Ashes of the Wake” – il dodicesimo disco della band di Richmond arriva metodicamente, dopo un breve periodo di pausa.
Intitolato “Into Oblivion” e accompagnato da un’inedita veste grafica (nuovo logo e copertina astratta) l’album sembra mirare ad una nuova partenza, ma si dimostra presto infarcito di momenti familiari, scritti con la solita incredibile perizia e profondità, inframezzati da qualche esperimento ben riuscito.
Come ci ha raccontato lo stesso Art Cruz, batterista della band – la cui intervista sarà disponibile prossimamente su queste pagine – siamo davanti ad un lavoro molto vario e consapevole, con una scaletta ben congegnata fatta da brani ognuno con la propria identità, con suoni e produzioni differenti (il progetto è infatti registrato in diversi studi), tanto da assomigliare quasi a un ‘greatest hits’, anche se naturalmente si tratta di materiale inedito.
Un disco, quindi, scritto con un approccio spontaneo da una band che si è guadagnata i vertici della scena, e che non ha più nulla da dimostrare: ve lo raccontiamo nel nostro track-by-track.
Buona lettura!
LAMB OF GOD
Randy Blythe – voce
Mark Morton — chitarra
Willie Adler — chitarra ritmica
John Campbell — basso
Art Cruz — batteria
INTO OBLIVION
Data di uscita: 13/03/2026
Etichetta: Century Media Records/Epic
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01. Into Oblivion (03:34)
Il brano di apertura e la title-track del disco è una vera e propria banger firmata LOG, che si può affiancare ai classici del gruppo e rimanda direttamente al periodo “Sacrament”: con atmosfera solenne e riff taglienti e sincopati, questa midtempo esplode in sezioni veloci, in un crescendo familiare verso il ritornello.
Randy Blythe alterna growl profondi, scream e parti più declamate nel parlare di un mondo immerso in conflitti, tradimenti e menzogne, dove l’umanità fugge verso l’oblio, con soppressione e aggressione che culminano in un’infezione totale della realtà.
02. Parasocial Christ (03:21)
Un brano thrash dalla forte componente critica verso teconologie e social media, più veloce e rabbioso della prima traccia, caratterizzato da riffing serrato, aperture al groove e un ritornello memorabile: musicalmente è tra i pezzi più aggressivi e moderni del lotto, con un’energia che rimanda direttamente alla sede live.
Il finale è leggermente manieristico e richiama il materiale più celebrato del gruppo.
Presenta anche il testo più interessante del disco probabilmente, che si scaglia contro l’attention economy (ovvero un sistema in cui l’economia e le strategie di marketing ruotano tutte intorno al mantenimento e lo sfruttamento dell’attenzione umana, quasi come fosse una valuta di scambio, a fronte del flusso massivo e crescente di informazioni e stimoli da cui si è progressivamente sommersi), le relazioni parasociali tossiche (ossessione unilaterale verso influencer, celebrità o figure online), il clickbait e il modo in cui le persone sacrificano tempo e autostima per una validazione evanescente.
Il titolo in sé è geniale e provocatorio, fonde critica sociale moderna con l’ironia blasfema tipica di Randy Blythe: il ‘Cristo Parasociale’ è un falso messia digitale che si ‘prega’ con like e scroll.
03. Sepsis (03:38)
Il basso ruvido in evidenza segna un incedere lento, pesante e oscuro, in cui si respira un’atmosfera malata ed opprimente. Presto il brano esplode in maniera intensa e claustrofobica, per arenarsi e sfumare in un lungo breakdown dissonante e ripetitivo: è il primo tentativo reale di uscire dal seminato cambiando le strutture già esplorate ed assimilate, allargando lo spettro sonoro senza alterare i connotati del gruppo.
Descrive un’apocalisse metaforica con “Madre Morte” che si diffonde come una malattia (sepsi), criticando la conformità, la cospirazione e il populismo; parla di terrore, follia e ribellione contro un sistema corrotto, con immagini di morte, enfatizzando la vendetta e la fine di un impero malato.
04. The Killing Floor (04:16)
Una traccia dall’incedere schiacciante, costruita su riff thrash ed arpeggi ipnotici, con un ritornello in cui il frontman utilizza il suo classico repertorio vocale: Blythe resta solo e parla all’ascoltatore appena prima del breakdown molto particolare, con staccato riff e dal suono meccanico, quasi la chitarra fosse passata momentaneamente a Dino Cazares. Il testo è focalizzato su temi di violenza e disgregazione sociale. Un brano in cui si possono riconoscere facilmente i Lamb Of God più classici, ma con qualche twist sfizioso.
05. El Vacio (04:17)
L’inizio di questo brano si apre con arpeggi privi di distorsione con voci sussurrate e melodiche che includono parti in spagnolo, aggiungendo una diversa texture vocale e un’atmosfera unica.
L’esplosione e l’immancabile ruggito sono forse telefonati, ma si prosegue su coordinate decisamente melodiche per il background musicale dei LOG, su toni in cui Blythe riesce ad esprimersi in maniera naturale, rendendolo un esperimento molto ben riuscito, soprattutto riguardo ai tentativi precedenti di incorporare il cantato. Si notano echi di Alice In Chains nel modo in cui sono strutturate le tonalità delle backing vocals.
06. St. Catherine’s Wheel (04:05)
La traccia numero sei farà la gioia di chi adora il riffing di Adler e Morton: “St. Catherine’s Wheel” è infatti un brano dall’atmosfera inesorabile, con un lavoro di chitarra intricato, tecnico, complesso ed esaltante, compreso il breve assolo. Anche Art Cruz da il meglio di sé in una prova precisa ma anche debordante, che prova come la sua energia più viva e meno meccanica rispetto all’ex Chris Adler sia ora completamente immersa nel DNA del gruppo.
Il testo usa la metafora dello strumento di tortura (la ruota appunto) per descrivere una società in declino, con bugie, idolatria patologica e tensione crescente.
07. Blunt Force Blues (04:11)
Un pezzo thrash crudo, dritto e dal pugno pesante, con un ritornello scandito ed anthemico. Il breakdown anticipato dalla sirena e dalla sezione spoken word è sicuramente qualcosa di cui i LOG cominciano ad abusare, ma immaginiamo che i fan del gruppo non disprezzeranno un ‘more of the same’ se la qualità è elevata, come in questo caso.
La punteggiatura della batteria di Cruz e le sezioni di doppio pedale impreziosiscono il tutto. Il testo evoca immagini di morte, violenza urbana e decadenza, con una dea che osserva uomini condannati.
08. Bully (04:13)
Il tipico riffing incalzante della band presenta delle varianti ipnotiche e stranianti nell’ottava traccia “Bully”, un midtempo molto aggressivo che affronta temi di intimidazione e abuso di potere: il brano alterna parti cadenzate di lettura faticosa per partiture chitarristiche complicate ad aperture dove le urla di Blyhte e le raffiche di batteria colpiscono l’ascoltatore in maniera diretta ed efficace.
Ci vuole qualche ascolto per questa ottava traccia, che è sicuramente uno degli episodi meno assimilabili del disco ma rappresenta anche una singolarità sicuramente interessante.
09. A Thousand Years (03:53)
Sembra di tornare sulle coordinate di “El Vacio”, invece “A Thousand Years” gioca principalmente sulla prestazione calcata ed evocativa di Blythe, particolarmente sopra le righe nel recitare la parte di un angelo nero immortale che osserva l’umanità per secoli, alimentandosi di caos, guerre e distruzione.
Raramente la band si è mossa su questi livelli di teatralità, lasciando che gli strumenti (escluso un Art Cruz che sembra divertirsi particolarmente) si limitino ad un semplice accompagnamento.
L’ultima delle tracce anomale che guidano il flusso umorale del disco, facilitando l’ascolto in blocco dalla prima all’ultima canzone.
10. Devise/Destroy (03:49)
La traccia conclusiva è un’esplosione lineare, facilmente assimilabile e piena di energia, con un assolo breve ma interessante. Il testo è una critica alla natura autodistruttiva dell’essere umano, la cui ossessione per se stesso viene definita come un “antidoto alla serenità“. Il titolo stesso suggerisce un ciclo continuo di creazione finalizzata unicamente alla distruzione.
Forse non una chiusura particolarmente epica o elaborata, ma in grado di avere un proprio senso nell’economia di un disco dal minutaggio abbastanza contenuto, ma molto curato in ogni singolo elemento, così da aumentare la propensione ad un nuovo ascolto.


