LAMB OF GOD: “Wrath” traccia per traccia!!!

Pubblicato il 11/01/2009

TRACK-BY-TRACK

A cura di Maurizio all my friends are DixieBorghi

 
Formatisi quando il metal si piegava intossicato di fronte alla disperazione grunge, firmando per una major quando le stesse si affacciavano all’inizio della fine, i Lamb Of God hanno fieramente alzato il dito medio alla conformità, e con attitudine, etica al lavoro, sacrificio e fierezza arriveranno, nel febbraio 2009, a tagliare il traguardo del loro sesto album in studio. Il quintetto da Ritchmond “motherfucking” Virginia non è più il gruppo di dixie che nessuno ha mai considerato nel vecchio continente, e nemmeno una pietra preziosa allo stato grezzo (“Sacrament” è riuscito a svelare anche il potenziale “commerciale” del gruppo): acclamati come “i nuovi Pantera” i Lamb Of God sono pronti a ripartire per immensi tour mondiali, confermandosi come una delle formazioni più impegnate e produttive in circolazione. Prodotto da Josh Wilbur e registrato a New York, Virginia e New Hampshire, “Wrath” unisce ancora una volta il groove dei Pantera e il thrash degli Slayer con l’attitudine punk che contraddistingue il frontman Randy Blythe. Dopo averlo ascoltato non possiamo che prevedere per loro un futuro radioso…

Metalitalia.com
con la preziosa collaborazione di Roadrunner Records Italia ha avuto l’opportunità di ascoltare “Wrath“, ed è fiero di presentarvi, in anteprima mondiale, questo track-by-track esclusivo, che siamo sicuri vi metterà ulteriore acquolina in bocca.

The Passing (1:58)
Si apre con un arpeggio acustico, per poi crescere ed evolversi in una strumentale drammatica e classica. L’arpeggio si reinserisce come commento sul riffing atmosferico in questa intro, uno stile inusuale per i Lamb Of God.

In Your Words (5:25)
Il riff stoppato su un tappeto di batteria insolitamente “dritto” è da headbang e si ripete ossessivamente nel più classico stile del gruppo. Colpisce la voce di Randy, in pitch elevato e aperta ad atmosfera e melodia, ostentazione di una ricerca della varietà canora che vuole spingersi oltre al growl animalesco a cui ci ha sempre abituati, o, può anche essere, un’influenza dei plurilodati e supportatissimi Gojira. Pure il finale punta, come il ritornello, a melodie chitarristiche atmosferiche. Un brano lungo, strutturato e inedito come forma nella discografia della formazione. Strana apertura.

Set To Fail (3:46)
L’attacco è più diretto e violento, e il growl di Blythe torna su coordinate classiche, con riff e screaming che ricordano l’Anselmo dell’era Vulgar Display Of Power. “Set To Fail” presenta un grande break a metà del pezzo, con un crescendo esplosivo che culmina in un assolo travolgente. Torna a farsi sentire la pesante influenza dei Cowboys From Hell insomma, che tanti fans ha fatto guadagnare alla formazione col precedente “Sacrament”.

Contractor (3:22)
Lo conoscete già, aggiungiamo che è probabilmente il brano più violento ed animalesco del disco. Un assalto frontale personale, ferino, veloce, senza scampo sia nel riffing serrato sia nel ritornello rafforzato dai cori, sia nei rallentamento ultragroovy della tre quarti. Un pestaggio breve ed efferato che causerà vittime su vittime dal vivo, sicuramente uno dei prossimi cavalli di battaglia della formazione.

Fake Messiah (4:33)
Si continua con la iperviolenza: il brano parte su un riff che diviene presto asimmetrico e spasmodico, in controtempo con il growl. Il ritornello, introdotto da “So far away from the truth”, urla “Fake Messiah”. La variazione parte con un parlato e introduce un assolo lento sopra un drumming dispari, e fino alla fine si continuerà a giocare con ritmiche difficili e solos convulsi, accentati dai piatti di Adler come nella migliore tradizione della formazione.

Grace (3:55)
Altro segmento acustico: questa volta un intreccio virtuoso e drammatico delle due chitarre porta però a un riff potentissimo ed elaborato, ad introdurre una strofa adrenalinica, una serie di accellerazioni e rallentamenti esaltanti. Il break permette al riff di svilupparsi ulteriormente sulle potenti triplette di Adler, seguite da un assolo epico e da una ripresa è devastante. Entrambe le asce emergono protagoniste, in una performance che presumibilmente verrà ripresa e commentata da tutte le riviste specializzate nel settore chitarristico.

Broken Hands (3:53)
Dopo un’intro più melodica e sinistra ecco arrivare una strofa cadenzatissima, e il ritornello che riprende il riff iniziale con cori potentissimi a più voci e urla strazianti. La variazione è una mitragliata violenta e urbana: è nell’hardcore che vanno ricercate le interessanti contaminazioni di questo brano, in chiusura a dir poco irresistibile. Un altro brano che si stacca parzialmente dal classico stile della formazione di Ritchmond, pur mantenendo le qualità peculiari dei Lamb Of God.

Dead Seeds (3:41)
Con un riff Simile al finale di “Redneck” si battezza e si protrae fino al finale l’ottava traccia. Introdotta dalla parlata grave e oscura di Blythe potrebbe tranquillamente essere tratta dal precedente “Sacrament”, riprendendo sia il drumming virtuoso che il suono cromato, fiero, potente e groovy… “pure american metal” insomma. E chi se ne lamenta?

Everything To Nothing
(3:50)
Accellerata thrash da headbang sfrenato, senza perdersi in fronzoli. “Everyting Turns to nothing” urla il frontman, riprendendo il titolo della canzone. Ovviamente i Lamb Of God inseriscono un riff corrispondente al loro marchio di fabbrica nel ritornello, che nella variazione si intamarrisce pesantemente e sorregge un bell’assolo Slayeriano. Il finale è dedicato esclusivamente allo sviluppo del riff. Energia da vendere.

Choke Sermon (3:21)
Si fa un po’ il verso a “Laid To Rest” nell riff principale della traccia dieci, e anche lo sviluppo della canzone riporta alla mente il capolavoro di “Ashes Of The Wake”, ma è più il marchio di fabbrica dei Lamb Of God che un ripetersi sterile dei numeri migliori nel repertorio. Grande drumming e grande ed elaborato assolo sulla tre quarti. Pure nel brano più canonico di “The Wrath” riusciamo ad assistere all’ennesima dimostrazione di potenza e classe.

Reclamation  (7:05)
Onde del mare che si infrangono, chiacchericcio da spiaggia, ed ecco partire ancora una coppia di acustiche, stavolta in una atmosfera cupa e tesa, interrotte da un riffone lento cadenzato e spaccatesta. Un accenno del riff acustico dell’inizio e riecco la violenza che culmina in un ritornello convulso, con Randy che torna ad urla dilatate che cercano atmosfera e le chitarre che creano quasi una sirena di allarme. Gioca sui chiaroscuri questa undicesima traccia, ed è nuovamente uno sviluppo inedito. La variazione è classicissima e nel crescendo genera un caos controllato. Il finale riprende l’inizio con acustiche e onde, chiudendo il brano e il disco…

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