Le Introspettive di Metalitalia.com – NECRODEATH

Pubblicato il 21/02/2018

I Necrodeath torneranno il 9 marzo con il nuovo album “The Age of Dead Christ”. Per prepararci alla pubblicazione di questo ennesimo capitolo della saga degli storici black-thrasher italiani, ancora una volta rilasciato su Scarlet Records, ripercorriamo la loro discografia con il batterista Peso e il cantante Flegias.

Dopo avere ospitato i Cripple Bastards, la nostra nuova rubrica “Le Introspettive” – nella quale i gruppi vengono chiamati ad ordinare i loro album dal meno al più riuscito fra commenti e aneddoti – ritorna col botto!

12. TON(E)S OF HATE (Scarlet Records, 2003)
Flegias: “Ton(e)s of Hate” ha la sfiga di essere uscito dopo due album spacca-denti come “Mater of All Evil” e “Black as Pitch” e paga anche il prezzo di aver mollato gli svedesi Underground Studios per una ancora non proprio pronta produzione italiana. Non che non suonasse bene, anzi, ma il paragone era impietoso… in Svezia avevano un’altra marcia per questi lavori, non c’è un cazzo da fare, almeno in quegli anni. Tuttavia, Peso e soprattutto Claudio non avevano alcuna intenzione di risalire al ‘gelo’, dalla ‘dittatura’ di Pelle, colui che aveva prodotto i due lavori precedenti. Un altro errore, secondo me, è stato fatto nella scaletta dei brani che compongono il disco: abbiamo voluto iniziare spiazzando tutti con un giro di basso. Se avessimo iniziato con un brano come “Perseverance Pays” (senza il riff di chitarra introduttivo) o con “The Mark of Dr. Z” avrebbe avuto tutto un altro impatto. D’altronde non volevamo ripeterci e sarebbe stato noioso e stupido fare un album fotocopia dei due precedenti, per questo rivendico il suo valore storico e ne vado comunque fiero. Anche perché all’interno ci sono pezzi come “Last Ton(e)s of Hate”, nostro grande cavallo di battaglia, “Bloodstain Pattern” con il suo ritornello fighissimo, la super sexy “Queen of Desire” e la mia preferita “Evidence from Beyond”. Altro errore è la copertina da me prodotta e mi assumo tutte le responsabilità. Questo lo dico perché me lo hanno fatto notare in molti e devo arrendermi all’evidenza, ma a me piace ancora molto. Forse perché mi sono fatto un bel culo a realizzarla: all’epoca non si disponeva ancora dei mezzi moderni e per ricreare quell’ambiente siamo scesi io e tutta la troupe con tanto di generatore, luci, cazzi e mazzi in un cunicolo sotterraneo, strisciando nella terra fino a raggiungere delle grotte naturali di tufo che un mio amico mi aveva segnalato proprio sotto casa sua. Forse perché l’effetto ‘fisheye’ non è il risultato di post-produzione ma di sperimentazione fotografica (avevo legato non so in quale modo due obiettivi uno sull’altro), forse perché stavo esorcizzando i miei incubi di bambino scagliando quella furia cieca contro quelle bambole che tanto mi terrorizzavano nella casa dei miei nonni (ho usato proprio quella!)”.

11. OLD SKULL (Midnight Management, 2010)
Flegias: E’ un album di cover, un omaggio che abbiamo voluto fare a chi ci ha permesso di fare quello che facciamo oggi. E’ stato anche un regalo che abbiamo voluto fare a noi stessi e ai fan più stretti. Non potendolo quindi collocare propriamente nella nostra discografia, lo abbiamo messo penultimo. Il fatto che non sia proprio all’ultimo posto è perché ci siamo veramente diverti a farlo. Suonare i brani che più ti hanno influenzato l’adolescenza è stata un’esperienza fantastica, anche se commercialmente era improponibile, infatti lo abbiamo autoprodotto avvalendoci solo della distribuzione Scarlet. Le cover meglio riuscite sono sicuramente “Black Magic” degli Slayer, “Paranoid” dei Black Sabbath e “Ace of Spades” dei Motorhead. Quelle un po’ meno (ma solo perché mi aspettavo dalla mia interpretazione qualcosa di più) sono “Raise the Dead” e “Bloodlust”, rispettivamente dei Bathory e dei Venom. Discorso a sè meritano “Pleasure to Kill” dei Kreator e “Am I Evil” dei Diamond Head; la prima perché alla fine sembrano veramente i Kreator a suonarla, ma con un turbo nel culo, la seconda perché era talmente fuori dalla mia portata vocale che l’ho tenuta per ultima procurandomi la totale perdita della voce e l’influenza per una settimana intera. Una chicca per i fan Necrodeath è data dalla doppia versione di “Mater Tenebrarum”, ovvero quella originale del 1985 e quella registrata per l’occasione dalla attuale line-up. Anche qui la grafica ha voluto omaggiarci con una auto citazione riproponendo la cover del demo tape “The Shining Pentagram” in versione foto anziché disegnata.

10. DRACULEA (Scarlet Records, 2007)
Peso: “In quel periodo eravamo rimasti solo Flegias, John ed io; Pier, che ci aveva aiutati per il tour di “100% Hell”, era l’unico con cui volevo lavorare, ma lui era troppo impegnato con i Labyrinth per entrare stabilmente con noi. Gli chiesi dunque di darmi una mano a comporre un nuovo album come turnista; un’altra faticaccia come quella di “100% Hell” non avevo intenzione di farla. Pier accettò volentieri e cosi iniziò in pratica una nuova era dei Necrodeath, visto come si sono poi evolute le cose nel tempo. “Draculea”, un concept impostato sulla vita di Vlad Tepes, una volta uscito sul mercato è stato piuttosto criticato, probabilmente perchè avevamo volutamente abbassato il tiro; non volevamo fare il solito schiacciasassi dall’inizio alla fine, volevamo un qualcosa di introspettivo, ipnotico e lento, ma non a tutti questa scelta è piaciuta, soprattuto ai fan della prima era”.

9. PHYLOGENESIS (Scarlet Records, 2009)
Flegias: “A mio avviso il disco più sottovalutato della nostra carriera. Complice forse una produzione leggermente sottotono rispetto alle altre o forse perché l’abbiamo fatto uscire in un periodo d’intasamento discografico (anche nostro). Ho avuto l’impressione che non sia stato ben recepito. Eppure all’interno ci sono brani che ritengo molto belli, strutturati con perizia maniacale e di grande impatto. Non riesco a trovare una canzone all’interno di questo lavoro che non mi piaccia. Ricordo anche che quando proponevamo “The Theory” dal vivo era una bella badilata in faccia e il pubblico si esaltava non poco. Per me non era facilissimo cantarla perché aveva diversi stacchi dove la voce la faceva da padrona, eppure mi procurava grandi soddisfazioni eseguirla. Anche la copertina era molto bella, fatta da un grafico molto bravo: riproponeva il soggetto di “Into the Macabre” sotto una veste grafica moderna. Forse proprio per questo non ha colpito… troppo simile a tanti bei lavori che escono quotidianamente e si è distinta poco dalla massa. Una copertina come “The Age of Dead Christ” invece nella sua semplicità non può non colpirti, piaccia o meno”.

8. THE 7 DEADLY SINS (Scarlet Records, 2014)
Flegias: “Un’altra vera mazzata di disco a livello di violenza. Si colloca solo all’ottavo posto perché abbiamo voluto far largo uso del cantato in italiano (oltre ovviamente all’inglese e all’immancabile latino) e questo l’ha reso stilisticamente parlando un album quasi hardcore e quindi distante dal nostro trademark black/thrash. Pazzesco come un gruppo, nonostante suoni più o meno sempre lo stesso stile, possa variare connotati spostando solo delle ‘virgole’. Non che questo ci sia dispiaciuto, anzi… sono un grande fan dell’hardcore, specialmente quello italiano dei Raw Power, Negazione, Nerorgasmo e via dicendo, tanto che alla fine abbiamo anche giocato a livello di immagine, facendo delle foto in stile quasi punk, ovvero all’interno di un club, lo sfondo pieno di scritte e manifesti e all’interno del disco un collage di foto live nel più classico stile hardcore. Mi è piaciuto particolarmente lavorare a questo concept sui sette vizi capitali; ognuno di noi ha scritto i testi dei brani che più si avvicinano alle proprie inclinazioni peccaminose. E’ stato anche particolarmente divertente realizzare la copertina, erano anni che una mia amica pornostar mi chiedeva di fare qualche lavoro con i Necrodeath, e quale occasione migliore per farle rappresentare i sette peccati capitali? Anche nel trailer di uscita dell’album l’ho coinvolta insieme a una sua collega e quel lavoretto m’inorgoglisce particolarmente tutt’oggi. Brani come “Lust” o “Wrath” ogni tanto li suoniamo anche dal vivo, segno che è stato un album più che ottimo”.

7. IDIOSYNCRASY (Scarlet Records, 2011)
Peso: Era giunto il momento di provare a fare un esperimento che già da tempo mi frullava in testa (“At War With Satan” docet!): un brano unico di 40 minuti! Ci sono voluti due anni per realizzarlo, l’esatto contrario del nuovo “The Age…”, dove tutti abbiamo optato per una politica del ‘buona la prima’, con “Idiosyncrasy” siamo diventati matti. Da una parte c’era la consapevolezza di rendere tutto uniforme e di riprendere il tema principale come una sorta di ritornello, ma dall’altra c’era l’esigenza di continuare a cambiare ed evolversi all’interno di quei 40 minuti, come la miglior scuola del rock progressive insegna. Le pre-produzioni avanzavano lentamente, anzi a volte tornavano indietro. Insieme a “100% Hell” è l’album dove ho perso più notti per capire da che parte dirottare il tutto. Mai più un lavoro del genere, ma a livello di sound è il mio preferito; le chitarre di Pier sono pazzesche e anche il suono della batteria è fantastico! Devo dire che Giuseppe Orlando si è veramente superato e a mio gusto è la miglior produzione della nostra discografia; nonostante ciò fu l’ultimo lavoro fatto con Giuseppe, in quanto da lì in poi è partita l’era dell’autoproduzione – di cui ne vado molto fiero – grazie al nostro Pier che ha aperto la ormai mia seconda casa: i Musicart Studios, che oltre ad essere anche una scuola di musica, è ufficialmente il quartier generale dei Necrodeath!”.

6. 100% HELL (Scarlet Records, 2006)
Peso: “Nonostante le critiche subite in “Ton(e)s of Hate” per una produzione non così potente come le precedenti svedesi (a mio avviso il problema erano i brani, non la produzione), mi impuntai fortemente per ritornare a Roma presso gli Outer Sound Studios di Giuseppe Orlando, dove finalmente riuscivo a sentire un suono di batteria come lo avevo sempre desiderato. Ma il vero problema di quel periodo non era in realtà il sound o la produzione in generale: Claudio non era più nella band! La persona con cui avevo composto insieme tutte le canzoni precedenti dei Necrodeath ci aveva lasciato. Dopo un primo momento di disorientamento totale, mi sono messo sotto con il mio basso, che tra l’altro suono piuttosto male, a comporre un riff dietro l’altro; per un anno intero non ho fatto altro nel mio tempo libero. In pratica la batteria non la toccavo quasi più, si può dire. Dopo aver raggiunto il minutaggio giusto per la realizzazione del primo album senza Claudio e con il supporto di Flegias nei testi, abbiamo chiamato un giovane talentuoso (Andy) che ha imparato alla perfezione tutti i brani per registrarli. Tuttavia, al momento di partire successivamente per il tour europeo con i Marduk, Andy si è tirato indietro. Fortunatamente il problema si è risolto con una telefonata al mio amico Pier, in quei tempi in forza ai Labyrinth, che in quei 20 giorni era libero da impegni e che in una giornata ha imparato la scaletta live che dovevamo eseguire, salvandoci così il culo all’ultimo momento. In quel tour anche John si è alternato nel ruolo di bassista con GL, in quanto non poteva seguire la band per tutto quel periodo; diciamo insomma che quella tournee è stata molto importante ai fini di quello che poi è diventata la formazione attuale. “100% Hell” rimane a mio parere un bel disco, molto thrash e poco black evidentemente, ma con tante belle idee che con molta fatica sono riuscito a realizzare!”.

5. BLACK AS PITCH (Scarlet Records, 2001)
Peso: “Nel 2001 ritornammo in Svezia per registrare un nuovo album con Pelle Saether, colui che aveva curato la produzione di “Mater Of All Evil”, il nostro comeback album del 1999. Il lavoro compositivo ricalcava le orme del predecessore e anche qui i miei piatti e tamburi venivano soffocati a mio avviso dalle chitarre prorompenti che non lasciavano alcun respiro. Ma questo era un marchio di fabbrica della scuola svedese che piaceva molto al produttore, per cui me ne son fatto una ragione col tempo. Pezzi come “Red as Blood”, “Process of Violation”, “Church Black Book” o la sempre troppo sottovalutata “Mortal Consequences”, le ritengo pietre miliari della nostra discografia, ma nelle tre settimane in studio si venne a creare una certa tensione, in particolare nella fase di mixaggio, dove lo stress raggiunse il suo apice quando Flegias decise di farsi una doccia, provocando un cortocicuito totale facendoci rischiare il peggio. Fu la fine delle nostre trasferte in Svezia, ma riuscimmo comunque a tornare a casa con un gran bel disco!”.

4. MATER OF ALL EVIL (Scarlet Records, 1999)
Flegias: “Il disco che segna il mio ingresso nella line-up e per questo motivo uno dei miei favoriti, non fosse altro che per quello stupendo periodo che ho vissuto insieme ai ragazzi; il viaggio in Svezia per registrare negli Underground Studios, i successivi festival del calibro del Gods of Metal, del No Mercy (tanto per citarne alcuni), e tutta l’attenzione che i media ci rivolgevano in quel periodo che ha segnato il ritorno alla grande dei Necrodeath. Ricordo il duro lavoro affrontato in studio di registrazione sotto l’attento occhio (e orecchio) di Pelle Saether, il nostro produttore. Era la prima volta che mi cimentavo in una registrazione vocale seria, ma non ero per nulla intimorito, visto che mi contraddistingueva quel classico menefreghismo ed esuberanza classica del neotrentenne, ma ho avuto l’umiltà e la saggezza di ascoltare tutti i consigli di chi ne sapeva più di me e lasciar da parte qualsiasi egocentrismo. Dopo il duro lavoro di registrazione abbiamo lasciato a Pelle fare il suo lavoro di missaggio e appena ci consegnò il master in mano, lo ascoltammo e ci guardammo increduli dopo il primo ascolto esclamando: “…che cazzo abbiamo fatto?”. Era una botta allucinante, un vero pugno nello stomaco di inaudita violenza. Un aneddoto poco importante, ma che può strappare un sorriso, è legato al ricordo della copertina. Volevo occuparmene io (stavo incominciando a smanettare con il programma Photoshop, una delle prime versioni) e fornii alla Scarlet tutto il booklet con una definizione tale da risultare abbastanza piccola persino per un francobollo. Per questo motivo è venuta con questo effetto tutto offuscato… hanno dovuto ‘spalmare’ tutti i pixel enormi una volta portato a dimensione del CD”.

3. THE AGE OF DEAD CHRIST (Scarlet Records, 2018)
Flegias: “Terzo posto per l’ultimo nascituro in casa Necrodeath, solo perché i primi due album sono intoccabili per valore artistico e storico. L’esaltazione in noi è ancora tangibile e non vediamo l’ora possa essere ascoltato da tutti. Quest’album farà la gioia dei die-hard fan, visto che abbiamo voluto ricreare il metodo compositivo e lo stile di registrazione che ha segnato i primi due album, ovviamente adattati alla consapevolezza e alle conoscenze di oggi, rendendolo sì un disco old-school, ma con un suono estremamente accattivante (cosa che è mancata nei primi due lavori). Avevamo intenzione di tornare sui nostri passi e ricreare quella magia che scaturiva negli anni ’80. Ci siamo chiusi in sala prove e abbiamo incominciato a jammare sulla base di vecchi riff di chitarra rimasti nel cassetto nel corso degli ultimi due anni. Lo scheletro di “The Age…” si è formato così in solo pomeriggio e le evoluzioni stilistiche o gli arrangiamenti sono stati pressoché nulli visto che volevamo mantenere integro quel ‘grezzume’ che era scaturito in quel giorno. I primi feedback dagli addetti ai lavori non stanno tardando ad arrivare e sembra che abbiamo fatto centro. Brani come “The Whore of Salem”, “The Master of Mayhem” e ovviamente il singolo “The Triumph of Pain” sono tutti ottimi candidati per diventare i nostri prossimi cavalli di battaglia”.

2. FRAGMENTS OF INSANITY (Metal Master Records, 1989)
Peso: “”Fragments of Insanity” uscì due anni dopo il nostro debutto “Into The Macabre”. Alla composizione musicale si era unito anche Ingo con la seconda chitarra, che fino a prima si era occupato solo dei testi. Con due chitarre effettive riuscivamo ad essere più completi sotto certi punti di vista e le influenze dettate dagli Slayer e dai Sepultura dell’epoca si fecero sentire prepotentemente a discapito dell’alone black con cui eravamo partiti. La registrazione, avvenuta stavolta a Milano, non mi ha mai entusiasmato: se da una parte acquisimmo punti in nitidezza, dall’altra ne perdemmo in potenza rispetto al predecessore. “Fragments…” comunque rimane un disco incredibile per i tempi che furono che stranamente spopolò prima in Indonesia e dopo in Europa”.

1. INTO THE MACABRE (Nightmare Productions, 1987)
Peso: “Quando sei così giovane e componi un qualcosa che deve ancora esplodere veramente, non ti rendi conto di quello che stai scrivendo, ti fai guidare dall’istinto e vai, e così Claudio ed io abbiamo iniziato a comporre tutto ciò che è rimasto immortalato su “Into The Macabre”, senza la consapevolezza che forse stavamo realizzando un capolavoro, non tanto a livello esecutivo, in quanto eravamo molto acerbi nel suonare, bensì compositivo, avanti nei tempi e dirompente in ogni solco! Questo disco ha girato in tutto il mondo e a tutt’oggi rimane il nostro best-seller. Fu registrato a Mulinetti (GE) sotto la guida di Aldo De Scalzi”.

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