LEPROUS: il nuovo album “Pitfalls” traccia per traccia!

Pubblicato il 30/09/2019

A cura di Giovanni Mascherpa

Solo due anni fa, con “Malina”, i Leprous avevano operato una drastica mutazione ‘genetica’, asciugando il suono esplosivo che li aveva resi noti, tramite le peripezie di “Coal” e “The Congregation”, per spostarsi su composizioni più asciutte, ombrose e raffinate. Il 2019 segna l’approdo al sesto album per i progster norvegesi e, ancor più che con il suo già illustre predecessore, i cinque stravolgono l’impianto strumentale e vocale, per regalarci un disco destinato a far parlare di sé a lungo. Già con “Malina” era diventato pure difficile tenerli dentro l’alveo del prog metal, come è ormai assodato che i Nostri abbiano scavalcato le soglie dell’underground. Il salto nel mainstream non si è finora compiuto, però la band pare in viaggio verso questa meta. Non per calcolo commerciale, quanto per una sensibilità artistica che li ha portati lontani da dove erano partiti. Per tempi di lavorazione (settantacinque giorni spesi nei Ghostward Studios di Stoccolma), personale esterno coinvolto, cura del dettaglio, siamo dalle parti delle grandi rock band, quelle che schierano un arsenale di collaboratori munitissimo per giungere al proprio obiettivo. Uno dei punti cardine di “Malina”, ovvero la riuscita emulsione di sinfonie moderne in strutture progressive, in “Pitfalls” diventa ancora più determinante e vede il massiccio coinvolgimento del violinista Chris Baum e del violoncellista Raphael Weinroth-Browne, mentre una corale di Belgrado spiega le sue forze in “The Sky Is Red”, una  delle canzoni più articolate e sperimentali mai prodotte dai Leprous. Affidato nuovamente il ruolo di produttore a David Castillo (fondamentale il suo apporto, come in “The Congregation” e “Malina”), a stuzzicare congetture è il mix affidato a Adam Noble, noto soprattutto per la collaborazione coi Placebo. In effetti un certo taglio pop e la levigata nitidezza delle melodie possono guardare a un’interpretazione meno radicata nel metal di quanto non fosse in precedenza, anche nel confronto con “Malina” stesso. Detto così, si potrebbe pensare a una semplificazione forte del discorso. Invece, quello che abbiamo tra le mani è un album quanto mai profondo e da scoprire volta per volta, incentrato nelle liriche sul doloroso periodo di ansia e depressione vissuto di recente dal mastermind Einar Solberg che, non ce ne vogliano gli altri membri del gruppo, ha acquisito una centralità ancora più conclamata lungo l’intero corso del disco. Per quanto ascoltato finora, ci azzardiamo a pronosticare per “Pitfalls” un apprezzamento diffuso, perché al di là di quanto si possa essere a favore o contro gli ultimi cambiamenti in casa Leprous, la scrittura e l’interpretazione dei singoli musicisti appaiono su livelli eccellenti. Riservandoci, col sedimentare delle impressioni, parziali rettifiche e un commento più esaustivo in sede di recensione, entriamo quindi nei dettagli di ciò che “Pitfalls” contiene, attraverso una descrizione sommaria delle singole tracce.

Einar Solberg– voce,tastiere
Tor Oddmund Suhrke –
chitarra
Baard Kolstad–
batteria
Simen Børven –
basso
Robin Ognedal –
chitarra

PITFALLS
Data di uscita: 25 ottobre 2019
Casa discografica: InsideOut
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01.BELOW (05:53)

Primo singolo di “Pitfalls”, conferma che ai Leprous avere opener soffuse e introspettive piaccia da matti. I synth fanno le fusa in un’apertura tenue, scalfita appena dalla voce che sa di sconfitta di Solberg. La canzone si dipana lenta, sofferta, intrappolata in umori dark, con gli archi che rispondono a chitarra e basso creando un clima cupo ed elegante. Opener minimale, come accaduto con “Bonneville” per “Malina”. Solo che in quel caso il pezzo andava ad aprirsi e metallizzarsi, qui si richiude su se stesso dopo brevi impennate. Il refrain cresce moderatamente d’intensità, intristito, i lamenti dei cori ne enfatizzano la drammaticità. Ma è la linea d’archi a rimanere impressa, mentre Solberg usa le sue caratteristiche tonalità alte solo nel ritornello. Le chitarre tendono a stare in disparte all’inizio, danno agli archi pieno potere, ingrossandosi a fiammate con lo scorrere del pezzo. I botta e risposta fra violino/violoncello e le chitarre elettriche danno l’idea di ascoltare una piccola sinfonia, sensazione destinata a consolidarsi col proseguo del disco.

02.I LOSE HOPE (04:44)

Il dondolio del basso in apertura introduce un altro tema chiave, l’ovattata corposità di questo strumento e la sua centralità ritmica nelle tracce più groovy, come “I Lose Hope” appunto. Il ticchettio percussivo occulta in parte il saliscendi di archi e lo scivoloso tappeto di synth, mentre Solberg si setta in suadenti tonalità lamentose. Il brano avanza piuttosto lineare per due terzi di durata, il singer sperimenta a piacimento avvalendosi di pochi seconde linee vocali di sostegno. L’intermittente picchiettare dei sintetizzatori alza moderatamente la tensione, che non va mai a rompersi completamente, riconducendo infine al desolato refrain. Prima del finale, l’elettronica spezza l’incedere e permea di cerebralismo l’atmosfera. Questa diviene densa e straniante, una sottolineatura dell’affannato periodo vissuto di recente da Solberg.

03.OBSERVE THE TRAIN (05:08)

Se già nella doppietta iniziale non avevano spinto sull’acceleratore, i Leprous sprigionano una soffusa ballata una volta arrivati a un terzo della tracklist. Una nenia dolcissima, distillata con una manciata di note una più incantevole dell’altra. Solberg sembra estrarre a fatica dei suoni dalle corde vocali, così sommesso, intristito e nostalgico. Ci vediamo a stare lì, da soli in chissà quale luogo, a guardare questo treno passare e portare con sé persone le cui vite non conosciamo: ogni strumento viaggia a bassi regimi, anche se cogliamo la finezza di ogni partitura, un mormorare sonnacchioso che culla e consola. Pochi tocchi sulle corde di chitarra e una combinazione di synth tanto semplice quanto efficace proteggono la fragilità insita nella voce. Piccole variazioni vocali, con la fugace comparsa di polifonie, l’infittirsi delle tastiere e qualche colpo sui tamburi fanno crescere appena l’intensità, regalandoci una toccante escursione in sonorità angeliche.

04.BY MY THRONE (05:45)

Un riff alternative si schiude in fretta a un gommoso tappeto elettronico, pavimentazione mobile per le escursioni sinuose degli archi e l’intrecciarsi di cantilene vocali, con le seconde voci a controbattere soavi ai gorgheggi di quella principale. Le percussioni insistono su un pattern coinvolgente ma mai troppo spinto, le chitarre arretrano fin quasi a scomparire. Il basso invece batte e ribatte un ritmo ipnotico e tiepidamente stordente, fermo sulle sue posizioni, intanto che gli archi avvampano di aperture catartiche. Il mood darkeggiante si compiace di farsi accarezzare da levigatezza pop, synthpop e leggiadria sinfonica si alternano a dettare la linea guida, in un contesto che unisce magistralmente melodie accattivanti e arrangiamenti di eccellente fattura.

05.ALLEVIATE (03:42)

Secondo singolo dell’album, “Alleviate” ne ha tutte le caratteristiche, ovviamente filtrate dalla sensibilità tipica dei Leprous. Si parte da una gelatinosa combinazione di sintetizzatori, trademark ormai chiaro del disco, prima che Solberg inizi a mormorare e scandire turbato un testo che, lo si percepisce dal tono, arriva direttamente dal tormentato vissuto personale del singer. Più volte il pezzo sembra sul punto di esplodere, per ritrarsi come in posizione di difesa, traducendo le incertezze e i patemi del cantante. Gli strumenti si esprimono in modi particolarmente tenui, sintetizzatori e archi si intersecano facendosi spazio nel tambureggiare sempre più composito della batteria, fino alla deflagrazione chitarristica che sa di risalita e rinascita, con gli archi e le voci a plaudire fastose, prima del raccoglimento di chiusura. Simbolo di cosa possano combinare di grandioso i Leprous, pur rinunciando del tutto o quasi alle loro virtù progressive.

06.AT THE BOTTOM (07:21)

Qua si vola altissimo. Questo è il prog che non ha nulla del prog come lo si intende normalmente, non nel senso di un certo tipo di suono, quanto di un portamento, una propensione a spingersi da qualche parte dove nessuno è mai andato o quasi. Il lirismo di Solberg si inerpica verso punte di struggimento ancor più prelibate che nelle tracce precedenti, passando dalla quiete carica di attesa del minuto e mezzo iniziale al primo momento veramente heavy di “Pitfalls”. Le chitarre possono ancora essere livide e minacciose, solo che in quest’album assumono raramente tale forma ; difatti, la canzone scivola appena dopo verso un elaborato fraseggiare di elettronica tenebrosa. La nuova cascata di chitarre introduce a una seconda parte ancor più maestosa, che vede tornare in vita per qualche istante i Leprous colossali del passato, quindi propone un’aria di violoncello che vibra di una bellezza così grandiosa da non concedere respiro.  La chiusura è travolgente e lascia dietro di sé la sensazione di aver ascoltato qualcosa di speciale, anche per gli standard dei Leprous…

07.DISTANT BELLS (07:23)

La band a questo punto non si tiene più e bissa lo splendore di “At The Bottom” alzando nuovamente il tiro. Possiamo dividere il brano in due segmenti splendidamente collegati. Il primo parte come una ballata pianistica, un’unica nota scava nell’animo, torbida e amara; la voce di Solberg è quella di un Nick Cave che gioca con tonalità più alte del crooner australiano, la disperata malinconia pare la stessa. La tensione emotiva, come accade ripetutamente in “Pitfalls”, pare doversi spezzare di colpo, invece arrivano istanti di pura delicatezza, fra un pianoforte cristallino, il fibrillare degli archi e le note lunghissime e ondulanti del pantheon vocale. Un ricamo sinfonico assimilabile a quello della traccia precedente fa da incipit alla seconda parte, introdotta dall’improvvisa concitazione dei synth, preambolo ai fuochi d’artificio dell’ultimo minuto e mezzo. I Leprous allora colpiscono al cuore, le urla di Solberg si alzano vigorose e i cori martellano in un’ascesi irrefrenabile. Altro brano semplicemente mostruoso.

08.FOREIGNER (03:52)

Entriamo subito nel vivo con un incipit sci-fi e una linea vocale calda e ammiccante di Solberg, spostandoci su canoni ben diversi dalle due ramificate composizioni precedenti. “Foreigner” potrebbe diventare il terzo singolo di “Pitfalls”, trascinata dalle pulsazioni briose di basso e batteria e strofe immediatamente memorizzabili. Il tocco pop si fa evidente come mai nel resto della tracklist, il chorus emerge limpido, forte di una luminosità che non prevede stavolta alcuna contraddizione. Uno stacco elettronico conturbante apre a una seconda parte leggermente più concitata e in costante ascesa. Pennellate corali e arrangiamenti sinfonici gonfiano di pathos la musica, lo stacco groove puntellato di elettronica che appare in coda è quasi ballabile, chiaro esempio dell’attuale potenziale commerciale del quintetto.

09.THE SKY IS RED (11:22)

Il gusto per tracciati sonori avventurosi e in florida trasformazione è una costante fin dai demo, per i Leprous. È un filo rosso che collega ogni uscita discografica, non importa che nel frattempo lo stile sia mutato, la voglia di espandere le proprie idee in strutture aperte e camaleontiche porta inevitabilmente ad avere almeno una traccia di vaste vedute in ogni album. “The Sky Is Red” si muove in quelle zone d’ombra piene di lussureggiante malinconia che il gruppo ha eletto a suo mood principe. L’avvio vive di un tappeto di tastiere esilissimo, un ruminare regolare del basso e vocals cristalline, abbastanza vicine a quelle più alte ed enfatiche di “Malina”. Si passa poi a suoni languidi, alternati ad altri filmici e tentatori, che avvicinano a quell’idea di musica classica contemporanea introdotta con successo nel full-length di due anni fa. A metà si cede il passo a distensioni stranamente affini a un prog rock datato – si senta anche l’assolo centrale, una rarità per i Leprous – che fungono da preambolo per il crescendo corale della porzione conclusiva. Un’elusiva linea di sintetizzatori introduce a un finale opulento, operistico, segnato da una forza emozionale gigantesca: cori, elettronica, chitarre e un basso abnorme danno vita a un composto pesantissimo, un’ode inquietante che si stempera solo nei barlumi conclusivi. Un addio a effetto, per un album che non potrà essere affrontato con tanta leggerezza…

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