LEPROUS: il nuovo “Malina” traccia per traccia!

Pubblicato il 03/08/2017

A cura di Giovanni Mascherpa

Arriva quasi per tutte le formazioni di una certa levatura, conosciute e celebrate per una proposta articolata, profonda, ben distintiva, il tempo di fare i conti con se stessi e optare per un cambiamento netto. Non per forza ci si deve spingere a cesure traumatiche come quelle dei Metallica a suo tempo, ma se si frequentano stilemi avveniristici e colti, come il caso in esame dei Leprous, è apprezzabile che entrati in una determinata fase di carriera si provi a uscire da canoni riconosciuti. Affinché non diventino una gabbia e tramutino un percorso esaltante in una mesta, seppur in apparenza brillante, rievocazione di note abitudini. Non che dai primordi di “Aeolia” fino al successo di “The Congregation” si siano ripetuti, gli amici di Ihsahn, solo che erano ormai diventati celebri per attributi abbastanza chiari, quali le vocals alte e insistite del leader Einar Solberg, spesso raddoppiate da altrettanto angeliche seconde voci, le altisonanti tastiere, le poliritmie esasperate, il senso di grandeur, il rapido trasformare e crescere dei pezzi in cattedrali prog barocche ricolme di arrangiamenti stupefacenti. Un’evoluzione, quella compiuta dai primi passi fino all’altro ieri – “The Congregation” risale solo al 2015 – che i Leprous, per quanto dichiarato da loro stessi nelle note di presentazione di “Malina”, pensavano tutto sommato di poter portare ancora avanti. Invece, quando hanno cominciato a scrivere nuova musica e provarla assieme, si sono accorti che stavano imboccando un’altra direzione. Non si sono guardati alle spalle, sono andati avanti. La frase “oggi i Leprous possono essere definibili più un gruppo rock che metal” da loro stessi proferita ha provocato diffuse aritmie negli appassionati del combo. In effetti, una tale dichiarazione ben descrive quanto è avvenuto MA non nel senso che la maggior parte delle persone ha inteso. In breve, è avvenuto un netto sfrondamento in tutti i ‘settori’ della musica, ora più agile e masticabile al di fuori del contesto prog; scemata in parte la complessità ritmica, diminuite compressione e distorsione delle chitarre, diluite le incursioni vocali su note alte e altissime e la loro persistenza su di esse, lo spazio lasciato libero non è stato riempito. Li riconoscerete ancora, di quello non preoccupatevi, ma dovrete fare i conti con nuovi lati della loro personalità. Nelle righe che seguono, ve li andiamo a descrivere e commentare.

Einar Solberg– voce,tastiere
Tor Oddmund Suhrke – chitarra
Baard Kolstad–batteria
Simen Børven –basso
Robin Ognedal –chitarra

MALINA
Data di uscita: 25 agosto 2017
Casa discografica: InsideOut
Sito Ufficiale
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01.BONNEVILLE (05:28)

Potremmo definirla l’anti-opener per antonomasia. Nessuno poteva aspettarsi una partenza di questo tipo. Non oggi, in un’epoca in cui la ricerca dell’impatto immediato è diventata un’ossessione patologica. I Leprous compiono un percorso diametralmente opposto, anche per i loro stessi standard. “Bonneville” parte così placida, così quieta, che quasi non ci si crede. Un motivo di tastiere semplice e uno scuotimento minimo dei piatti precedono l’entrata in scena della voce di Solberg, che sussurra modulando graziosamente la sua voce angelica. Compare un velo di synth, le chitarre dietro le quinte fino a metà brano, quando un riff molto scuro inizia a martellare e si vivacizza anche il lavoro sui tamburi. Il tipico lirismo malinconico del gruppo esplode, avvicinandosi ai modi interpretativi del passato, ma senza quella foga di aggiungere dettagli e nuotare nell’abbondanza come avveniva fino a “The Congregation”. Gran pezzo, applausi sinceri per il coraggio di aprire in maniera così inaspettata.

02.STUCK (06:48)

Seconda anticipazione e, probabilmente, uno dei momenti più problematici per chi è meno disposto al cambiamento. Il motivo? Beh, il riff portante praticamente alternative rock è la cosa più leggera che sia mai venuta in mente ai geniacci norvegesi. Andando oltre a questo aspetto, “Stuck” presenta scenari fascinosi, si libra radiosa mettendo in primo piano vocalizzi maiuscoli e di facile lettura, nasce e muore più volte quasi flirtando con il pop più concettuale, sospinta dai botta e risposta di basso e sintetizzatori, quindi si placa in una caduta come di piuma nel vuoto. Il respiro sinfonico degli ultimi minuti è una delizia, che comprensibilmente va assimilata per gradi e non piacerà a tutti, ma mette in risalto un estro compositivo sempre eccellente.

03.FROM THE FLAME (03:51)

Traccia ‘esplorativa’, la prima messa a disposizione per saggiare le reazioni dei fan e capire quali fossero gli umori sul nuovo disco. Per durata, struttura e arrangiamenti, “From The Flame” si avvicina più di qualsiasi altra canzone di “Malina” al concetto di singolo. Il chorus prende all’amo facilmente ed è il punto focale di una composizione molto scorrevole, cui non difettano comunque singoli passaggi di alto coefficiente creativo. Pensiamo solo all’intermittenza di synth in apertura e a introduzione del ritornello, o al pulsare incrociato di basso e batteria quando sorreggono la prima strofa. Accattivante e piacevolmente rilassante il dialogo post-rock circa a metà, il suono attutito della batteria calza a pennello a un album che nella compostezza della produzione e nella distorsione poco invadente ha due saldi punti fermi.

04.CAPTIVE (03:43)

Rintracciamo sincopi e strappi andati leggermente in disuso. Senza raggiungere la vistosa luminescenza degli album precedenti, le tastiere risalgono in presenza scenica e la batteria aumenta numero e variabilità dei colpi. Notiamo, arrivati a questo punto, come la forza e la presenza delle seconde voci sia diminuita notevolmente, andando nella stessa direzione minimale che coinvolge gli strumenti. Nonostante l’affievolimento degli elementi più heavy, “Captive” dimostra quanto impeto e imprevedibilità covino ancora nell’animo dei Leprous e possano portare ad andamenti travolgenti. Sopraffino il passaggio da synth robotici a un tenue fibrillare scavalcata la metà, quando la voce di Solberg s’innalza a protagonista assoluta e fa ripartire il vortice emozionale.

05.ILLUMINATE (04:21)

Non che prima non accadesse proprio, ma quando si sente un incipit del genere, un saltellio di sintetizzatori quasi canticchiabile, non si può non trasecolare per la sensibilità da rock band a tutto tondo raggiunta dai cinque. Invece di cambiare registro a piè sospinto, rendendo le canzoni grandiosi affreschi progressive, adesso ci si concentra su schemi sì cerebrali, ma che vengono reiterati più volte e consentono di non perdersi anche a chi non ha abitudine a certi standard sonori. Singolare come, all’asciugamento del suono, non sia conseguita una radicale deviazione nelle atmosfere: una tristezza pomposa, gloriosa, continua a farsi strada, solo ci arriva al cuore più diretta, come il grido ‘illuminate’ scandito da Solberg e che rappresenta uno degli apici emotivi di tutto l’album.

06.LEASHES (04:09)

Ballad. Lentone. Comunque vogliate chiamarlo, “Leashes” è, almeno all’inizio, una roba simile. Solo, ha addosso le stimmate dei Leprous. La voce indulge più del solito nelle note basse, le increspature di suono restano mansuete, anche se le chitarre sono ben presenti. Punteggiature di tastiera e arpeggiati prendono per mano e ci conducono in una radura ombrosa, dove si prende cura di noi un fresco alitare di violini, che porta al crescendo finale. Lineare, arrangiata con grande sensibilità, avvincente: possono togliere tutto quello che vogliono, questi ragazzi, finché quel che lasciano è così ben architettato.

07.MIRAGE (06:48)

La più vicina al materiale di “The Congregation” e “Coal”. In materia di elettronica, è ormai chiaro che Solberg ne sa eccome, ecco allora che ci regala un altro tappeto di synth pregevole, che dona una patina tecnologica molto elegante. Primi due minuti controllati e introduttivi, giocati su chiaroscuri e un climax che, quando arriva a rottura, spalanca le porte a una ridda di stacchi e fasci di luce esaltanti, uno più incalzante dell’altro. Sul basso si posano le tastiere, la voce ci gira attorno, scompare e riappare, quasi specchiandosi nelle suggestioni sci-fi venutesi a formare. I cori in risalto verso la chiusura strizzano l’occhio al mai nascosto amore per Devin Townsend, nume ispiratore che apprezzerà sicuramente la progressione pazzerella dell’ultimo minuto.

08.MALINA (06:15)

Quale somma sinfonia! La titletrack si candida a manifesto di eclettismo, introducendoci a un ultimo terzo di tracklist abbastanza dilatato, dove la sperimentazione la fa da padrone. Difficile trovare degli agganci in campo metal per quello che sentiamo: con le chitarre assenti, citazioni classiche rielaborate ed elettronica d’ambiente stendono il tappeto rosso a vocalizzi setosi, che ammaliano appena compaiono e portano, inevitabilmente, alla commozione. Le rullate di tamburi sembrano provenire anch’esse da un retaggio di musica sinfonica, la sofferenza intrisa nella voce si apre poco per volta a metriche più libere e vigorose. Note lunghe, come il singer ci ha abituato, nettamente più crepuscolari e introverse di quanto succedeva di norma. La ripetizione ciclica delle ultime strofe, ne siamo convinti, diventerà una piacevole ossessione per la frangia di metallari dal cuore sensibile.

09.COMA (03:55)

Brano scatenato, in virtù di una doppia cassa debordante e cromaticamente virtuosa, che quasi da sola dà sprazzi di energia vitale funambolica. Gli va dietro alla grande Solberg, proiettando nelle liriche sentimento e tecnica in ugual misura. Le arie sinfoniche indulgono in una vivacità un po’ nascosta nelle tracce precedenti, alternandosi ai suoni spaziali nell’espandere la gamma sensoriale disponibile. Nessuna parentesi atmosferica in questo caso, nel chorus il cantante cambia tonalità e dal rattrappimento si slancia verso note potenti. Oasi di sicurezza se proprio dovete cercare impatto a presa rapida in “Malina”.

10.THE WEIGHT OF DISASTER (06:00)

Si fa leva sui dettagli, scivolando per buona parte della durata su fasi strumentali flebili, basso e tastiere intrecciate in fili sottili a contenimento di una prova vocale intensissima. La prima parte giace in una tetraggine perfetta, che tocca il suo culmine in una manciata di secondi così lugubri che sembra riecheggiare un cantico di morte. Da quel momento, il pezzo guadagna brio, un pizzico di groove dà la spinta verso strofe potenti, sfocianti in un chorus maestoso nella migliore tradizione del progressive moderno. Melodie liquide si scompongono fra le ritmiche, in un effetto di rifrazione e contrasto intelligente che lascia senza fiato.

11.THE LAST MILESTONE (07:30)

Il capolavoro di “Malina” arriva qui. Musica classica moderna la definiremmo; chi scrive non ha abbastanza conoscenza della materia per spingersi oltre nell’indicare collegamenti e citazioni, può solo restare ammirato di fronte a un dialogare d’archi e voce che, qualsiasi siano i propri ascolti e preferenze, si pone a noi con la cupa solennità della musica importante, seria, quella scritta per rimanere nelle orecchie e nel cuore. Il flusso sonoro si gonfia e richiude, lentamente, il gorgheggiare di Solberg si erge nostalgico, sembra dare un enorme, accorato, addio a qualcuno o qualcosa. Non c’è batteria, non c’è chitarra alcuna, nessun segnale dei suoni digitali che hanno infarcito il disco fino a un attimo prima: voce e archi, giusto un sospetto di synth a volte in sottofondo. Nient’altro. In questo caso, basta e avanza.

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