LIQUID TENSION EXPERIMENT: il nuovo “LTE3” traccia per traccia!

Pubblicato il 01/03/2021

A cura di Carlo Paleari

Sono più di vent’anni che a Mike Portnoy, John Petrucci, Tony Levin e Jordan Rudess viene chiesto di dare un seguito ai due album dei Liquid Tension Experiment. Il quartetto ha rappresentato per un certo periodo il non plus ultra del progressive metal più tecnico ed intricato. Formazione capace di polarizzare come poche altre, tra coloro che consideravano i quattro delle divinità, e chi invece si trovava indifferente di fronte ad una proposta ritenuta fin eccessivamente fredda e fine a se stessa, è innegabile come con i loro primi due album i Liquidi Tension Experiment abbiano firmato due lavori capaci di lasciare il segno. Saranno capaci i quattro di mantenere gli stessi livelli di qualità nonostante la lunga inattività? Avranno ritrovato la giusta intesa, considerando anche la separazione tra Mike Portnoy e i suoi ex compagni di band? In attesa di una recensione più approfondita, abbiamo ascoltato “Liquid Tension Experiment 3” in anteprima.

Tony Levin – basso, chapman stick
John Petrucci – chitarra
Mike Portnoy – batteria
Jordan Rudess – tastiere

LIQUID TENSION EXPERIMENT 3
Data di uscita: 16 Aprile 2021
Etichetta: Inside Out
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01. HYPERSONIC (08:25)
Il brano che apre il ritorno dei Liquid Tension Experiment è un vero e proprio manifesto, una dichiarazione d’intenti. Sembra quasi che i quattro, che hanno tutti superato abbondantemente la cinquantina (con Tony Levin addirittura sopra i settanta!), abbiano voluto mettere le cose in chiaro. “Sono passati vent’anni ma non siamo invecchiati di un giorno, ascoltate qua”, sembrano voler dire con “Hypersonic”, otto minuti sparati a mille, vorticosi, intricati e super-tecnici. Inizialmente Petrucci viaggia dritto, tracciando la linea su cui gli altri tre si divertono ad intrecciarsi in una dimostrazione di abilità continua. Di tanto in tanto il chitarrista si sgancia e si lancia in una delle sue evoluzioni supersoniche, appoggiandosi alle architetture ritmiche dei due compagni, con Rudess a sostenerlo con le sue tastiere, ma spesso anche con il suono caldo dell’hammond. Superati i primi tre minuti senza tregua, il brano rallenta con un’apertura più ariosa e distensiva, in cui la band fa da contorno ad un momento solista di Petrucci che potrebbe appartenere tranquillamente ad una delle diverse ballad firmate Dream Theater. Un ultimo scambio di assoli tra Petrucci e Rudess e poi tocca a Tony Levin firmare una ritmica groovy e sincopata che lascia spazio ad una passerella finale, in cui i quattro spingono ancora al massimo sull’acceleratore.

02. BEATING THE ODDS (06:08)
L’attacco di “Beating The Odds”, invece, è nettamente più lineare e giocoso: Petrucci apre con un riff dal sapore hard rock, mentre Rudess sceglie sonorità dai colori accesi e sintetizzatori anni Ottanta.  Dopo il delirio ipertrofico iniziale, questo cambio di impostazione funziona e l’approccio melodico del brano risulta convincente. La sezione centrale del brano è ancora dedicata ad uno scambio di assoli tra Petrucci e Rudess, con la sezione ritmica che progressivamente va a spingere, incalzando i due, che non si fanno certo pregare nel voler dare sfoggio della loro bravura tecnica. Raggiunto il culmine, la discesa si fa più morbida e maestosa, con tastiere più avvolgenti e la chitarra solista a prendersi la scena in uno sfumato che lentamente si allontana e scompare.

03. LIQUID EVOLUTION (03:25)
Anche “Liquid Evolution” si presenta come un gioco ad incastri, ma questa volta non in un duellare di assoli, quanto piuttosto come gli ingranaggi di un complicato orologio. Le tastiere di Rudess sono le uniche a concedersi qualche svolazzo nella prima parte, con una scelta di suoni che hanno qualcosa dell’estremo oriente. Tocca poi ancora a Petrucci, ma le atmosfere del brano rimangono distese, liquide, come suggerito dal titolo, per un momento di quiete prima di riprendere la corsa contro il tempo.

04. THE PASSAGE OF TIME (07:32)
La prima in ordine temporale tra le composizioni scritte per il nuovo album è proprio “The Passage Of Time”. Ascoltandola la cosa non stupisce: il brano raccoglie tutte quelle coordinate sonore che i fan della band hanno imparato ad apprezzare nei primi due acclamati lavori dei Liquid Tension Experiment. Meno sorprendente di altri episodi, “The Passage Of Time” si assesta su coordinate abbastanza classiche, in cui ognuno dei musicisti si cimenta in qualcosa di familiare. Petrucci, in particolar modo, sembra riprendere in maniera più marcata linee melodiche e spunti provenienti dalla sua ormai vasta discografia: si sentono rimandi a lavori robusti come “Systematic Chaos” dei Dream Theater e alla sua più recente prova solista, che ha visto il chitarrista riavvicinarsi a Mike Portnoy, gettando le basi che hanno portato oggi alla reunion dei Liquid Tension Experiment.

05. CHRIS & KEVIN’S AMAZING JOURNEY (06:45)
Se il precedente brano ci era sembrato fin troppo standardizzato per una band progressive, decisamente meno prevedibile è “Chris & Kevin’s Amazing Journey”, composizione avanguardista, molto più vicina alla filosofia sonora dei King Crimson che non a quella dei Dream Theater. Si tratta di un duetto tra Tony Levin e Mike Portnoy. Il protagonista assoluto è il primo, che per l’occasione si mette a lavorare di archetto, sfregandolo sul contrabbasso elettrico tra distorsioni e dissonanze psichedeliche. Portnoy, da parte sua, lo accompagna prima con anarchici scoppi di percussioni, poi con una ritmica più regolare e quadrata, che lascia spazio allo straordinario bassista, permettendogli di disegnare pennellate elettriche, spesse e pastose.

06. RHAPSODY IN BLUE (13:11)
Sebbene la band fosse già solita suonare dal vivo una reinterpretazione di “Rhapsody In Blue” di George Gershwin, solo aggi abbiamo la possibilità di ascoltarla in una veste in studio ufficiale. La ‘rapsodia in blu’ è una composizione del 1924, divenuta una delle più celebri della musica del Novecento per la sua capacità di unire il mondo della musica classica a quello del jazz. Scritta inizialmente per due pianoforti, la rapsodia è stata poi arrangiata nella sua versione più nota per pianoforte e orchestra jazz, diventando una delle opere più iconiche della musica statunitense. I Liquid Tension Experiment ne costruiscono una versione sotto anfetamine, metallica e intricata, recuperando quello spirito fusion che ben si sposa con la loro musica. Non certo i primi a voler reinterpretare una composizione classica con una band rock/metal (pensiamo ad esempio a “Pictures At An Exhibition” di Musorgskij rifatta dagli ELP), i quattro virtuosi si divertono a riadattare partiture e strumenti: dove prima trovavamo un clarinetto abbiamo ora il chapman stick di Levin, al pianoforte si sostituisce spesso la chitarra solista di Petrucci, mentre l’orchestra sintetica di Rudess riproduce i momenti più corali ed enfatici. Inutile ed impensabile l’idea di fare paragoni con l’opera originale, l’esperimento resta comunque interessante e ricco di spunti.

07. SHADES OF HOPE (04:44)
Dopo il duetto Levin/Portony, tocca all’altra metà della band bilanciare nuovamente gli equilibri. Petrucci e Rudess firmano una composizione malinconica e delicata: il chitarrista disegna linee melodiche pulite, nette e minimali, dando importanza al tocco e all’interpretazione piuttosto che alla pura esibizione tecnica. Dall’altra parte Rudess abbandona le sue tastiere in favore di un misurato accompagnamento di pianoforte. Un bel momento che ci ha riportato subito alla mente un brano come “State Of Grace” dal primo album dei Liquid Tension Experiment, riproposta successivamente anche nel live album “And Evening With John Petrucci & Jordan Rudess”.

08. KEY TO THE IMAGINATION (13:14)
Dopo la riproposizione di “Rhapsody In Blue”, tocca a “Key To Imagination” raggiungere la durata massima tra le otto composizioni dell’album. Mike Portnoy nel descriverla la accosta alle grandi suite dei Dream Theater, come “Six Degrees Of Inner Turbulence” o “Octavarium”. Pur essendo più contenuta nella durata, di sicuro questa nuova opera è quella più vicina alla scrittura dei Dream Theater. L’attacco è solare, melodico, andando a riprendere quelle atmosfere positive che abbiamo già assaporato in “Beating The Odds”, con Petrucci e Rudess a dare spazio anche a chitarre acustiche e pianoforte. Naturalmente un brano dei Liquid Tension Experiment non si esaurisce in poche battute e anche questa volta la prova dei quattro musicisti va a stratificarsi, aggiungendo sempre elementi, cambi di tempo, maggiore velocità, passaggi semi-improvvisati ed un continuo dialogo tra gli strumenti, che si rincorrono, duellano e si ricongiungono. Tutta la parte centrale della suite vede Jordan Rudess e John Petrucci scambiarsi assoli, supportati da una sezione ritmica chirurgica. Qualche prolissità di troppo, un evidente autocompiacimento, ma in fondo anche questo è parte integrante del DNA della formazione progressive. La chiusura, invece, si fa maestosa e corale, con melodie aperte e luminose che sembrano quasi voler celebrare in maniera trionfale il ritorno sulle scene dei Liquid Tension Experiment

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