LORDS OF CHAOS: le nostre riflessioni sul film

Pubblicato il 02/04/2019

A cura di Giuseppe Caterino, Chiara Franchi, Bianca Secchieri
Introduzione di Chiara Franchi

E’ passato ormai un po’ di tempo dall’uscita del discusso film su “Lords Of Chaos” e, col tempo, è passata anche la foga di dire a tutti i costi la propria su questa chiacchieratissima pellicola. Chi vi scrive pensa che sarebbe stato forse ancora più interessante far uscire questo articolo nel 2020, per capire se il polverone intorno a “Lords Of Chaos” ha davvero avuto ragione di essere, ma mettiamola così: un mesetto per pensarci è un buon compromesso tra la prevenzione dell’inattualità e il bisogno di elaborare un’opinione fuori dal frastuono di recensioni che sono piovute da ogni dove nelle scorse settimane.
Più che una recensione, però, a noi redattori interessava condividere con i nostri lettori una riflessione sull’operazione in sé, perché è questo, in fondo, che rende davvero controverso “Lords Of Chaos”, molto più degli aspetti meramente tecnici o di alcuni espedienti narrativi. La domanda da cui parte questo articolo, dunque, non è solo “Vale la pena di vedere ‘Lords of Chaos?” o “‘Lords of Chaos’ è o non è un bel film?” ma “Perché fare un film su ‘Lords of Chaos’?” e “Posto che uno scopo esista, è stato raggiunto?”.
Tenendo conto che il difficile rapporto tra il black metal e il mercato, l’immagine e la visibilità è anche uno dei temi imprescindibili del film, crediamo valesse la pena ragionarci su. Premettiamo che sebbene avessimo steso autonomamente le nostre tre analisi, il risultato delle nostre riflessioni è stato abbastanza concorde.
Ciò su cui si potrebbe ancora ragionare, partendo dalle stesse domande, è cosa è rimasto (o cosa dovrebbe rimanere) dell’eredità di Euronymous e di quegli eventi.

ATTENZIONE: gli articoli contengono spoiler.

 

Giuseppe Caterino

D’odio o amore, i commenti che hanno preceduto “Lords Of Chaos” mostrano quanto l’immaginario norvegese faccia battere ancora il nero cuore di molti. Le opinioni aprioristiche lette su internet lasciano intendere un trasporto a volte forse eccessivo, spesso senza visione dell’opera, ma è innegabile che il film di Åkerlund rappresenti, almeno per il nostro settore, quale che sia il giudizio, l’evento cinematografico dell’anno. La trama e l’ispirazione sono note, a meno che non si sia digiuni di metal in generale. La domanda è allora: a chi si rivolge questo film? Sebbene tratti di (black) metal, infatti, “Lords Of Chaos” non è una pellicola per metallari, bensì per un pubblico eterogeneo che si troverà a domandarsi il perché di moltissime cose (quel non detto che noi conosciamo senza bisogno di spiegazioni e che copre anche qualche buco). E’ un film dai colori saturi e frenetico, con un effetto videoclip e delle hipsterie non da poco e qualche insopportabile morale (un momento su tutti, Euronymous che si taglia i capelli ‘redento’, ma dai), ma l’unica cosa davvero imperdonabile è la sottovalutazione dell’impatto della musica che Mayhem e compagnia stavano creando e sdoganando.
Quella descritta è una storia di alcuni metal fan generici che buttano la loro ribellione giovanile nella musica estrema lasciandosi prendere la mano con atti criminogeni tra un concerto e l’altro. Al pubblico ‘esterno’, di chi fosse Euronymous non può fregare granché, e saremo solo noi a rimpiangere eventualmente una corretta filologia. Sembrano esserci solo Mayhem e Burzum, in Norvegia, e non si percepisce a fondo la portata del fenomeno, che a posteriori, oggi, tiene ancora in piedi la baracca della musica di Satana. Un’occasione sprecata (lo è davvero, comunque?), perché oltre all’aspetto spettacolare della faccenda lo spettatore medio avrebbe forse potuto vedere un po’ più in là.
Tuttavia, non si è mai parlato di LOC come di rigoroso documentario sul black metal, quindi di che ci lamentiamo? Le scene ‘storiche’ sono ricreate in maniera pazzesca, entriamo in un Helvete in piena attività, ci sono i gruppi, l’atmosfera, i dischi e i personaggi, ci sono dettagli da intenditori, c’è il set del suicidio di Dead, che con il suo orrore ci fa piombare nella terribile copertina di “Dawn Of The Black Hearts”, e molte storie leggendarie prendono vita davanti ai nostri occhi (l’intervista a Burzum è in tal senso esilarante). Vediamo Varg che fa la famosa foto con mazza e che passa il tempo vestito come il nerd che è, che idolatra, segue, supera e infine disprezza il suo mentore fino a diventarne nemesi. Il film ci mostra questi ieratici e misantropi artisti per quello che sono quando non in scena o intervistati: dei ragazzi che passavano le serate a bere birra  ascoltando musica e facendo gli scemi in giro, e anche quando bruciano una chiesa cantando “Am I Evil” sentiamo una certa affinità: chi non si rivede, chi non ha mai pensato (pensato e basta, qui la differenza) a fare a sedici anni qualche atto clamoroso a per poi vantarsene con gli amici? E questo riporta sulla terra l’intera faccenda, con un Euronymous ventenne e un po’ fanfarone a cui stanno sfuggendo le cose di mano, tra queste ‘la creazione’ del suo futuro assassino. Varg è forse il personaggio caratterizzato in maniera più strana. La resa così diversa dal vero Conte sembra quasi fatta per punzecchiare il Burzum reale, che è quello che ne esce peggio (contrariamente al libro), stereotipato come un cattivo da 007, pazzo, geniale, malvagio, opposto di Øystein, che parla e basta più che agire, reclama meriti e vive evoluzioni anche in relazione a Dead, che alla fine risulta personaggio cardine, spartiacque del prima-e-dopo della vita di Aarseth. Secondo noi Pelle è trattato in maniera esemplare, la scena della sua morte è atroce ma magistrale, come lo struggente omicidio di Euronymous, che pur con  tutto il moralismo che lo circonda, ci ha emozionato non poco.
Insomma, al netto di alcune doverose osservazioni, “Lords Of Chaos” ci è piaciuto, sempre ricordando che di film nato per essere venduto si tratta; in ogni caso i fatti di cronaca ci sono e sono riportati fedelmente. Poteva andare malissimo, e invece va abbastanza bene così.

Chiara Franchi

A che pro fare un film su “Lords Of Chaos”? A che pro trascinare per anni la gestazione di un progetto sempre a un passo dall’aborto, disconosciuto da chiunque sia stato coinvolto nei fatti narrati e tratto da un libro sul quale, a quasi due decadi dall’uscita, non si è ancora deliberato se sia o meno carta straccia? Siamo onesti: sicuramente non per parlare di black metal. Primo, perché per quanto “Lords Of Chaos” rimarrà un film che quasi solo chi sa cosa sia il black metal andrà a vedere, ha l’ambizione di essere un film destinato anche ad un altro pubblico. Secondo, perché questa ambizione richiede che la vicenda non sia presa eccessivamente sul serio – e il black metal fa una fatica bestia, a non prendersi sul serio.
“Lords Of Chaos”, a nostro parere, va inteso semplicemente come un film sulla fragilità di alcuni ventenni annoiati nella Norvegia bene degli anni Novanta, succubi del proprio vuoto interiore fino a lasciarsene sbranare. Un po’ come se qualcuno facesse un film sulle Bestie di Satana o su Erika e Omar, per capirci. In una prospettiva come questa, il rischio (calcolato) è che la musica rimanga marginale, relegata al ruolo di elemento aggregante per un manipolo di giovanissimi assuefatti al benessere e alle coccole di mamma e papà. Anche perché, verosimilmente, non è così facile spiegare un prodotto contraddittorio come il black metal a un pubblico come quello al quale il film è destinato, per lo meno non con questo genere di film.
Se preso con questo spirito, “Lords Of Chaos” risulta un film tutto sommato passabile. Sì, è vero, la sceneggiatura a tratti è demenziale, non manca qualche cliché e per quanto l’esigenza narrativa chiami, una risposta come il taglio di capelli di Euronymous/Culkin perplime un po’. Ma siamo onesti. Raramente, nella narrazione di questi eventi, ci si è fatti un’idea così concreta di che aria tirasse all’Hellvete. Di più: il film riesce abbastanza bene nell’unico punto che dà senso di esistere al libro da cui è tratto, ovvero la demistificazione di una vicenda di per sé miserabile, che il tempo e i fan hanno spesso sublimata e romanticizzata a sproposito. A questo proposito, chi vi scrive si interroga sull’opportunità di chiedersi se la trasposizione di Varg Vikernes gli renda giustizia o meno.
Piuttosto, si potrebbe rimproverare ad Åkerlund di aver fatto passare i Mayhem come qualcosa di appena più rilevante di una garage band e, soprattutto, di aver perso alcune buone occasioni per scavare un po’ più a fondo le origini del disagio dei protagonisti. Ma a conti fatti, questo non è un documentario. È fiction. E in quanto fiction, richiede delle scelte di regia. Del resto, ad inalberarsi per le inesattezze filologiche del film (che per altro vanta alcune scene ricostruite in modo davvero pregevole) saranno soprattutto gli stessi che si sarebbero inalberati anche se Euronymous fosse risorto dalla tomba per interpretare un cammeo.

Bianca Secchieri

Non è cosa semplice scrivere di un film-evento come “Lords Of Chaos”, che ha iniziato ad attirare odio e curiosità morbosa già dai primi annunci, ben prima dell’uscita di un solo trailer. Già questo è di per sé indice dell’impatto che – nel bene e nel male – la pellicola sta avendo sul cosiddetto universo del metal, quello cioè di chi mastica la materia (o finge di farlo sui social media).
L’iniziale approccio al film è stato di sospetto, per diversi ovvi motivi: il libro sul quale si basa è altamente criticabile (e criticato) e la produzione è legata al marchio Vice, generatore di hipsterate. Se aggiungiamo che la cosiddetta ‘approvazione della scena black metal’ che il regista Jonas Åkerlund dice di aver cercato non è esattamente stata unanime (per usare un eufemismo) giungiamo ad una premessa non proprio incoraggiante, però il film andava visto, su questo non ci sono mai stati dubbi.
Il vero elemento da tenere in considerazione durante la visione è semplice ma non scontato: si tratta di finzione filmica, scevra da pretese documentaristiche. Le vicende narrate sono liberamente ispirate all’omonimo libro, dal quale Åkerlund pesca, rielabora, omette. E onestamente, una volta preso “Lords Of Chaos” per quello che è – finzione, appunto – i lati positivi non mancano. La ricostruzione degli ambienti, dai colori all’abbigliamento è estremamente curata e fedele a foto e filmati dell’epoca, e il taglio ironico che emerge in molti punti della pellicola lo rende godibilissimo, a parte un calo nell’ultima mezz’ora circa, in cui la narrazione si fa più debole. Se parliamo di credibilità dei personaggi occorre invece fare qualche distinguo, perché se l’interpretazione che Rory Culkin dà di Euronymous tende a convincere, non si può dire lo stesso di Emory Cohen nei panni di Vikernes, tendenzialmente sopra le righe per tutto il film. Emblematica la figura di Hellhammer, raccontato come il bevitore di birra festaiolo che si dilegua ogni qual volta i due nemici-amici accennano a commettere reati. La figura di Dead – che aleggia anche dopo la sua morte – è trattata con coerenza quasi didascalica (se escludiamo che i rapporti con Øystein non erano esattamente rose e fiori come è nel film). Per quanto riguarda la criticatissima figura di Anne-Marit, la probabilmente mai esistita fidanzata di Aarseth, è soprattutto attraverso di lei che si delinea la maggiore complessità di Euronymous – protagonista e voce narrante – rispetto a chiunque altro. La ragazza è l’ancora di salvezza che il protagonista cerca di afferrare senza avere il tempo per farlo (e in più regala un paio di topless). Esistita o no, è soprattutto Anne-Marit a mostrarci un Aarseth capace di una profondità di pensiero che gli altri personaggi non possiedono, limitati a stupidi ragazzini con una morale quantomeno controversa, incapaci di distinguere la realtà dai testi delle canzoni e dai film horror.
Il regista – già batterista dei Bathory, che ha esordito nel mondo dei videoclip con i Candlemass per poi fare il salto e passare nello star system americano – afferma che con questa pellicola voleva raggiungere un pubblico più vasto di quello metal, impresa non difficile dato che la storia, da un punto di vista cinematografico, è oggettivamente una bomba.
Ci sarebbe molto altro da dire, ma arriviamo al dunque: liberandosi dai vincoli mentali legati all’idea di intoccabilità di ciò che è stato resta un film più che discreto, che non risparmia nulla della violenza che si è consumata e vanta il merito di togliere dal piedistallo i protagonisti dell’Inner Circle per ricondurli alla dimensione umana di adolescenti talentuosi quanto problematici, restando forse troppo in superficie. Centodiciotto minuti di intrattenimento, niente più, niente meno.

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