MACHINE HEAD: il nuovo “Catharsis” traccia per traccia!

Pubblicato il 26/12/2017

A cura di Maurizio “morrizz” Borghi

C’è sempre stato un elevatissimo livello di attesa di fronte ad un nuovo lavoro in studio dei Machine Head, una band che si è sempre presa tutto il tempo necessario per la realizzazione del nuovo disco e che ha abituato il proprio pubblico a svolte importanti, che hanno spaccato in due l’opinione di pubblico ed addetti ai lavori. Quando è cominciata a circolare la voce che il prossimo lavoro in studio sarebbe stato molto melodico, più votato a groove e melodia che a velocità ed aggressività, la curiosità è salita alle stelle. Davvero Robb Flynn, leader maximo e ultimo membro fondatore del gruppo, ha avuto il coraggio di ritornare sui mai rinnegati passi del periodo “The Burning Red” – “Supercharger”? Dopo tutto questo tempo, tutta la fatica per recuperare credibilità verso il pubblico ‘metal’ e dopo tutto ciò che è costato alla formazione? Il singolo “Is There Anybody Out There?”, rilasciato a giugno 2016, faceva intravedere una certa semplificazione. Abbiamo ascoltato “Catharsis”, registrato agli  Sharkbite Studios di Oakland con il produttore Zack Ohren (All Sall Perish, Suffocation), e possiamo dirvi che è sicuramente un disco che farà discutere.

MACHINE HEAD
Robb Flynn – voci, chitarre
Phil Demmel – chitarre, voci
Jared MacEachern – basso, voci
Dave McClain – batteria

CATHARSIS
Data di uscita: 26 gennaio 2018
Etichetta: Nuclear Blast
Sito Ufficiale
Facebook

1. VOLATILE (4:39)
“Catharsis” si apre col riff semplice e scarno di “Volatile”, che prima di finire il secondo giro viene soverchiato da un conciso: “Fuck The World, Go!”. Una batteria drittissima e minimale accompagna la strofa, in cui il cantante, incazzato, si toglie qualche sasso dalla scarpa. Prima di terminare il minuto sembra di ascoltare un pezzo di “Supercharger”, almeno fin quando arrivano le chitarre gemelle a sorreggere il ritornello, per metà melodico per metà giocato sulla ripetizione del titolo tra voce principale e backing vocals. Repentinamente torna a galla il periodo Demmel, a dimostrazione che non si tratta di uno sterile tuffo nel passato. Il gioco si ripete identico fino a un gustoso breakdown di classica matrice Machine Head (“Break it, smash it, burn it to the ground!” grida Flynn), che lascia spazio ad un articolato assolo.

2. CATHARSIS (6:11)
La title-track è già stata rilasciata come singolo ufficiale ed è nota a tutti. Un brano che, a differenza della traccia numero 3, può essere eletta a rappresentare l’intero album.

3. BEYOND THE PALE (4:31)
Il primo brano reso disponibile di “Catharsis”. La ‘riff-police’ ha già multato Flynn per il riff copiato a “Love” degli Strapping Young Lad, Devin Townsend ha evitato qualsiasi faida e il linciaggio mediatico è già scemato…

4. CALIFORNIA BLEEDING (4:12)
Niente Stooges né Amen, questo è un altro pezzo che sembra uscito da “Supercharger”: semplice, punkeggiante, molto orientato alla dimensione ‘live’ e relativamente corto, soprattutto rispetto a quanto ci avevano abituato i Machine Head nel passato recente. Lo screaming Flynn è sempre molto sporco, ma il breve contraltare di backing nel ritornello, in falsetto, ci fa quasi dubitare si tratti dei Machine Head. Appena dopo la metà del minutaggio c’è spazio per una pausa dove si sente solo basso e batteria, un assolo rock e una chiusura senza troppe sorprese.

5. TRIPLE BEAM (4:41)
Possiamo dire N-U M-E-T-A-L? Ecco. Dritti al 1999, giacca di Jerry Calà ne “I Fichissimi” e capello biondo platino. I chitarroni sono ultra groove e Robb Flynn lo fa davvero, si mette a rappare. In una maniera simile allo spoken word (per fortuna evitando di fare il passo più lungo della gamba) racconta del passato di spacciatore sul sottofondo di basso, batteria e qualche liquida nota di chitarra, che si trasforma in un violento ritornello sulle coordinate strettamente ‘nu’. C’è anche una variazione super melodica nel mezzo ad anticipare il break. Niente contaminazioni o diversivi, “Triple Beam” è un integrale salto nel passato, l’unico episodio in una lunga track list. Non sarà però l’unico pezzo a far discutere animatamente…

6. KALEIDOSCOPE (4:04)
Il brano parte in maniera provocatoria: un battimano e la voce urlata di Flynn, raggiunta poi dal resto della band per un brano abbastanza sparato ed heavy che dal punk thrash metal si adagia su un ritornello molto epico, le cui coordinate melodiche sono sottolineate da poche note di tastiera stile Bring Me The Horizon, una soluzione mai prevalente ma che andrà a ripresentarsi in diverse sezioni del brano. Lo svolgimento è tutto tranne che imprevedibile, ma le coordinate restano quelle del DNA del gruppo, con un’iniezione orchestrale a movimentare la situazione sulla tre quarti, quando il motivo principale diventa carico ed esasperato.

7. BASTARDS (5:04)
Emersa a novembre 2106 in un video dalla sala prove dei Machine Head, “Bastards” è la vera e propria novità del disco. Parte come ballad folk semiacustica e diventa progressivamente carica e corale nelle parole di un padre che deve giustificare al figlio l’esistenza del male, di Trump presidente degli Stati Uniti, del terrorismo e dello stato attuale del mondo predicando pensiero libero, unità e forza d’animo. Dal terzo minuto il “No, no, no, no, no” diventa urlato come tutta l’ultima strofa, mentre la rimanente ripetizione del ritornello è densa di emozioni e sussurrata.

8. HOPE BEGETS HOPE (4:30)
Si continua con un cantato molto melodico nella strofa della traccia 8, lenta e riflessiva si muove su un arpeggio e viene travolta dal ritornello più incazzato, che nello screaming non rinuncia alla melodia e trova completamento nell’imponente riff portante. L’assolo molto lungo e complesso assieme alle soluzioni utilizzate riporta alla mente i brani di “Unto The Locust”, pur essendo complessivamente allineato agli altri nel concept di semplificazione, accessibilità e melodia.

9. SCREAMING AT THE SUN (3:55)
Anche se si presentano subito vocalizzi che strizzano l’occhio agli Alice In Chains, “Screaming At The Sun” è fondata in pieno territorio groove, quel groove di una pesantezza à la “The More Things Change”, poggiato su un riff monolitico, su chitarre-mitragliatrice e movimentato da un terremotante Dave Mc Clain. Il contrasto col ritornello alternative è ben congegnato e, anche se potrà risultare leggermente ripetitivo, l’esperimento regge.

10. BEHIND A MASK (4:07)
A tre quarti del percorso arriva la ballad vera e propria, completamente acustica e molto sentita dal cantante. Flynn si esprime in registri completamente puliti e naturali, tralasciando il lato più sporco del proprio timbro, anche quando per un attimo si alzano i toni. Accanto l’intera band, che lo affianca dando anche un essenziale supporto vocale.

11. HEAVY LIES THE CROWN (8:49)
L’inizio sommesso, teatrale ed orchestrale, pare suggerire che siamo davanti a una piccola rock opera, anche se ci accorgeremo che gli archi torneranno solo brevemente nel finale il risultato non è troppo distante. Il primo riff entra trionfante dopo i tre minuti, mentre nel cuore del quinto si ingrana la marcia e il brano si evolve coerentemente in puro modern thrash stile Machine Head. Siamo ovviamente in territori tra “Through The Ashes…” e “Unto The Locust”, in uno svolgimento tutt’altro che sintetico ma comunque dinamico e non troppo dispersivo, che vuol sottolineare le capacità di scrittura e musicali della formazione.

12. PSYCHOTIC (05:02)
Facile prevedere come verrà affrontata vocalmente una canzone chiamata “Psychotic”, di fatti Flynn carica all’eccesso una strofa molto cadenzata/rappata. Il brano è groove, ma se all’inizio pare scarno nella seconda parte viene arricchito da soluzioni strumentali diverse, nervose, violente ed interessanti, tipo un bel colpo di pistola.

13. GRIND YOU DOWN (04:07)
Stesso approccio vocale della precedente per Flynn, ma stavolta le chitarre sono movimentate, rampanti e urgenti da subito. Il pre-chorus è schiacciato da un growl molto invadente – probabilmente opera del bassista Jared MacEachern – che fa contrasto con un breve ritornello molto melodico ed acuto. Il break è metallico ed ispirato, ma all’ennesima ripetizione il ritornello si dimostra un po’ forzato. Un finale violento cerca di rimettere tutte le cose a posto.

14. RAZORBLADE SMILE (4:00)
Si parte con un McCain infuocato che distrugge la batteria, tipo “Painkiller”, per un pezzo scatenato con un riff molto tecnico, di quelli da sempre nel DNA di Robb Flynn. Un brano che corre veloce ed ignorante, anche un po’ punk, con un inframezzo cadenzato che non fa che rendere più godibile il breve assolo e la ripresa. Corna al cielo ed headbang sfrenato sul finale per quello che probabilmente è il pezzo più strettamente heavy metal della raccolta.

15. EULOGY (6:34)
Sembra una semplice outro voce e chitarra, ma capiremo si tratta dell’intera riproposizione di “Bastards” in toni molto cupi e rallentati. Voce e chitarra sono trascinate e pesantemente effettate, qualche beat industriale di accompagnamento e nient’altro, in una sorta di remix che stravolge i toni della traccia originale.

 

0 commenti
I commenti esprimono il punto di vista e le opinioni del proprio autore e non quelle dei membri dello staff di Metalitalia.com e dei moderatori eccetto i commenti inseriti dagli stessi. L'utente concorda di non inviare messaggi abusivi, osceni, diffamatori, di odio, minatori, sessuali o che possano in altro modo violare qualunque legge applicabile. Inserendo messaggi di questo tipo l'utente verrà immediatamente e permanentemente escluso. L'utente concorda che i moderatori di Metalitalia.com hanno il diritto di rimuovere, modificare, o chiudere argomenti qualora si ritenga necessario. La Redazione di Metalitalia.com invita ad un uso costruttivo dei commenti.