A cura di Maurizio Borghi
Settimo album. Settembre ventiSette in tutto il mondo. Uno dei dischi più attesi di questo 2011 è di sicuro “Unto The Locust”, che ha il compito di rispettare le elevatissime aspettative che gli ascoltatori hanno nei confronti dei Machine Head, dopo quel piccolo gioiello di “The Blackening”. Come apparirà trasparente dal primo ascolto, e come facciamo intuire dalle righe di quest’analisi traccia per traccia, la metal band di Oakland si è rifiutata di sedersi sugli allori, proponendo un’evoluzione sonora che si spinge fuori dalla propria zona di comfort per rischiare, nuovamente, e per stupire, come solo i grandi sanno fare. Prodotto e mixato dal frontman Robb Flynn, registrato nei Jingletown Studios di proprietà dei Green Day, “Unto The Locust” fa già parlare di se, ma scatenerà il dibattito solo quando assalirà le orecchie di tutti. In attesa del nostro giudizio ufficiale, che arriverà con la recensione, fatevi un’idea di ciò che vi aspetta…
1. “I Am Hell (Sonata In C#)
I: Sangre Sani (Blood Saint)
II: I Am Hell
III: Ashes to the Sky”
2. “Be Still and Know”
3. “Locust”
4. “This Is the End”
5. “The Darkness Within”
6. “Pearls Before the Swine”
7. “Who We Are”
Durata: 00:48:47
Data di pubblicazione: 27/09/2011
Etichetta/Distribuzione: Roadrunner Records/Warner
I AM HELL – 08:25
Una “sonata” di 8 minuti potrà sembrare arrogante in apertura, ma a ben vedere un incipit maestoso, per i Machine Head, è tradizione ben radicata: “Davidian”, “Imperium”, “Clenching The Fists Of Dissent” lo testimoniano.
“I) Sangre Sani”
Le parole latine sono ripetute in un mantra liturgico dalla voce di Flynn in multistrato, in intreccio a un motivo sempre cantato a cappella.
“II) I Am Hell”
Il motivo si tramuta in un riff lento e molto heavy, e il mantra si imbestialisce in “I Am Hell”, ripetuto in voce ferina. Il pezzo vero e proprio incalza senza interruzioni, ed è senza mezza misure un thrash velocissimo e incazzato, soprattutto nella sezione ritmica incalzante e nelle vocals aggressive e fuori controllo, che sembrano deragliare da un momento all’altro dai binari del brano: un vero e proprio attacco frontale. Il riff diventa melodico e si stratifica in una pioggia di note nel ritornello, che per la prima volta vede Flynn salire col pitch, utilizzando note più alte nel suo caratteritico “screaming con un pizzico di melodia” in un chorus molto epico. Alla seconda ripetizione il riff si ripropone in tutta la sua violenza per lasciar spazio a doppio assolo ispirato, per poi deflagrare nel riff iniziale.
“III) Ashes To The Sky”
Chitarre acustiche segnano uno stacco inaspettato, che si elettrifica e dona luce maggiore al riff del ritornello, per concludere con uno sviluppo pesantissimo che sfuma nel silenzio.
BE STILL AND KNOW – 05:43
La seconda traccia dell’album ci fa capire come i Machine Head abbiano preso seriamente la cover di “Hallowed By Thy Name” degli Iron Maiden: l’inizio infatti è puramente ispirato alla leggendaria Vergine Di Ferro, tanto nel riff in tapping quanto nel commento della batteria. Ovviamente la strofa è in puro stile MH, groovy e incazzato, forse anche con qualche nota di acritudine in più nella voce di Flynn. E’ di nuovo il ritornello a stupire: il pre-chorus riprende il riff maideniano, e il coro epicissimo lascia a bocca aperta e a braccia alzate, sconfinando nel power/epic in una sing along totalmente inedito per la formazione. Da qui il gioco a mischiare le parti classic metal ad improvvise accelerazioni thrash e decelerazioni groove, con grande naturalezza e ispirazione dobbiamo ammettere. Uno dei migliori esempi della libertà stilistica che si sono presi i Machine Head, e della inesauribile ispirazione che li mantiene ai vertici della scena metal. Non vediamo l’ora di ascoltarlo e cantarlo dal vivo!
LOCUST – 07:36
L’unico brano noto al momento della stesura di questo articolo, non nasconde particolari sorprese. Considerata pezzo dell’opera intera “Locust”, abile ripresa dei momenti più ruffiani di “The Blackening”, è un apripista che non sconvolgerà gli ascoltatori e non li preparerà alle sorprese di “Unto The Locust”, pur rimanendo un brano articolato che vive di bei momenti, soprattutto nei fraseggi musicali dei quattro protagonisti. Ascoltandolo più volte si dimostra contagioso e lontano dall’essere banale. Per rinfrescarvi la memoria ecco il lyric video:
Si torna alla furia, alla velocità, ai tecnicismi di “I Am Hell”, in una pioggia di note impressionante, un riffing speed thrash e un terremotante Dave McClain a salire in cattedra, dettando costantemente i ritmi di una cavalcata pericolosissima e devastante. Nel cuore della canzone è presente un interludio più lento e riflessivo, che gioca a far salire la tensione in un assolo lungo e articolato, tanto da riportare i ritmi alla cieca rabbia che caratterizza il pezzo. Phil Demmel spalleggia Flynn anche come cantante, andando a pennellare con note molto alte il pre-chorus e la la pausa centrale, in una delle ennesime note di colore dell’album. Un esempio perfetto dell’evoluzione dello stile tecnico e chitarristico della band, che trasale il genere specifico in maniera brillante ed esaltante.
DARKNESS WITHIN – 06:27
Sicuramente il pezzo più emotivo dell’album, “Darkness Within” comincia con un faro puntato su Robb Flynn, che con la sola chitarra acustica descrive in maniera sentita e passionale, ma con fare incalzante, la propria relazione con la musica. Il brano, come prevedibile, cresce costantemente, e con l’aiuto del resto della band si trasforma nel solito, brillante esercizio in epicità e potenza che ha caratterizzato “The Blackening” e che si radica splendidamente in questo nuovo capitolo discografico. Di sicuro non piacerà a tutti coloro che non hanno accettato l’inserimento di melodie vocali nel songwriting della band, facendo storcere il naso anche a chi è contrario a prescindere alle avventure stilistiche che la formazione di Oakland ha deciso di intraprendere ultimamente.
PEARLS BEFORE THE SWINE – 07:19
Un brano multiforme dall’identità complessa: una moltitudine di riff metallici sono tenuti insieme dalla ritmica di Flynn, in un pezzo roccioso che vive di diverse sfaccettature, dimostrandosi sensibilmente meno accessibile rispetto alle altre tracce dell’album. Non manca il cambio umorale, sottolineato da una linea melodica sopraffina nella voce del frontman, che in ogni caso galleggia su un tappeto sonoro sempre assolutamente heavy. Lo stesso destino è scritto per l’assolo, che porta il pezzo a un finale sfumato. Il riff/breakdown in chiusura è semplicemente mastodontico.
WHO WE ARE – 07:06
In un impeto finale di audacia si concretizza quello che nessuno avrebbe mai immaginato, e probabilmente anche quello che nessuno avrebbe mai voluto sentire in un album dei Machine Head: ad aprire il settimo e ultimo pezzo di “Unto The Locust” è davvero un coro di bambini! Qualcuno non li perdonerà nemmeno venendo a conoscenza dell’identità degli infanti – ovvero i figli di Flynn, Demmel e dell’ingegnere del suono Juan Urteaga – sta di fatto che le barriere duramente ricostruite dopo il tonfo nu-metal sono ormai ricadute rovinosamente, infrangendosi in mille pezzi. “Who We Are”, nel suo sound anomalo, magniloquente ai limiti della forzatura, sa anche essere aderente agli standard della band, e sa anche essere un ottimo brano che celebra le influenze classic metal del gruppo, andando ovviamente a strafare a volte, soprattutto quando sentiamo Flynn intonare “Into Glory We Will Ride”, posseduto dallo spettro di Joey Di Maio. Il brano migliore dell’album, e contemporaneamente quello peggiore (dipende dai punti di vista), quel che è certo è che la linea vocale principale, ripetuta alla nausea, si radicherà a lungo nella testa dei tutti gli ascoltatori. Potenzialmente un altro asso nel live set del gruppo, che suggella la voglia di fare e sperimentare, scavalcando le barriere groove/thrash metal per incursioni nel metal più classico.

