MAYHEM: il nuovo album “Daemon” traccia per traccia!

Pubblicato il 03/10/2019

A cura di Simone Vavalà

Sono passati cinque anni abbondanti dal loro ultimo e controverso disco in studio, occupati nell’Universo Mayhem da diversi recuperi del loro catalogo più oscuro e introvabile (i francamente opinabili live album con Dead pubblicati da Peaceville), ma soprattutto da un ritorno alle radici dall’eco notevole; parliamo delle ‘nozze d’argento’ celebrate con il loro disco di debutto e, a dirla tutta, con le origini del black metal stesso, grazie alle numerose date in cui hanno riproposto per intero “De Mysteriis Dom Sathanas”. Avendo assistito a diversi show del tour, ammettiamo di aver visto una crescita: nella resa dei brani, nell’atmosfera, nella coesione ma soprattutto nella malignità sprigionata dalla band, e la sensazione nell’ascoltare questo nuovo album è che questa esperienza sia servita tantissimo. “Daemon” abbandona infatti le derive più psicotiche e industrial che facevano capolino da anni nel sound dei Mayhem, riporta la scrittura dei brani a una dimensione molto più scarna ed essenziale, e restituisce la piena scena alla teatralità vocale di Attila, con l’aggiunta dell’evidente lavoro di squadra dietro la composizione dei brani. La line-up è del resto costante da sette anni, e confermare la formazione avrà pur significato qualcosa in termini di intesa e fiducia reciproca. Dal punto di vista della registrazione, i membri della band hanno lavorato in studi differenti, passando però per il mixing dalle mani dell’ormai fidato Tore Stjerna, presso i cui Necromorbus Studios hanno altresì registrato le parti vocali e di batteria. Il risultato, racchiuso in una splendida copertina ad opera del ‘nostro’ Daniele Valeriani, ve lo anticipiamo nel seguito.
N.B. Le bonus track che abbiamo potuto ascoltare (“Everlasting Dying Flame” e “Black Glass Communion”) saranno presenti nella versione limitata in CD e nel doppio vinile; in quest’ultima versione sono inoltre previste tre ulteriori tracce aggiuntive, rispettivamente cover di Death, Death Strike e Morbid. Confermiamo la buona qualità anche di questi due brani, decisamente allineati sul resto dell’album, ma ci pareva corretto limitarci a commentare quanto sarà a disposizione di tutti nella versione base del disco.

Necrobutcher– basso
Hellhammer – batteria
Attila – voce
Teloch – chitarra
Ghul – chitarra

DAEMON
Data di uscita: 25 Ottobre 2019
Etichetta: Century Media
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01. THE DYING FALSE KING (03:45)
L’atmosfera in cui veniamo calati da subito è quella di un vento infernale, evocato dalle chitarre forsennate e da una batteria che sfiora per velocità la drum machine, su cui subito Attila attacca con una delle sue linee vocali più maligne. Dopo nemmeno un minuto, però, “The Dying False King” si trasfigura  in uno slow tempo oscuro, per ripartire poi su ritmiche nuovamente serrate, ma più ragionate. Immaginate i Mayhem che scoprono una fascinazione per il black metal sinfonico, e complice una teatralità vocale che non sentivamo da tanti anni, il risultato è decisamente spiazzante ed esaltante, sia perché inatteso, sia per qualità e intensità.

02. AGENDA IGNIS (04:34)
Qui si passa a un più canonico midtempo, che rinverdisce sempre più i fasti del passato: le accelerazioni improvvise, non solo ritmiche ma anche delle due chitarre, sembrano dirci che i maestri sono tornati, perché le cadenze sono quelle dei primi passi della band, così come i ghirigori folli che qua e là escono dall’ugola di un Attila in stato di grazia; e soprattutto, il senso di malvagità che emerge anche nei due bridge: lentissimi, sulfurei, semplicemente infernali.

03. BAD BLOOD (04:58)
Questo è il brano dove si compie la sintesi tra le due anime più apprezzabili e caratteristiche dei Mayhem; da un lato una cadenza tetragona propria delle pulsioni industrial esplose con “Esoteric Warfare”, dall’altra la capacità di costruire riff che si stagliano nel cervello al primo ascolto, con dei crescendo che hanno un’origine urlata in maniera evidente: lo spettro di Euronymous sembra essere stato evocato, forse inevitabilmente dopo quasi due anni in giro per il mondo a suonare il suo capolavoro e testamento; eppure l’intersezione tra una scrittura classica e un suono moderno dà assoluta freschezza al brano. Sul finale, un assolo di chitarra estremamente melodico ridesta ulteriormente l’attenzione, prima di incrociarsi e sfumare sotto l’ennesima sfuriata dell’accoppiata tra voce e batteria.

04. MALUM (05:05)
Prendete l’iconica intro di “Freezing Moon”, le follie vocali inventate da Attila venticinque anni fa e i trascinanti riff di “Pagan Fears”; date questi elementi in mano a una band matura e che pare non aver (più?) paura di confrontarsi con un passato pesante, e otterrete uno dei brani più esaltanti mai scritti dai Mayhem. Dietro la semplicità e l’apparente autocitazionismo iniziale, “Malum” mette ancora una volta sugli scudi il folle ungherese al microfono, che qui declama un testo in latino che dà i brividi anche solo nella sua cadenza – e curiosamente scritto da Hellhammer. “Daemon” non era, nelle intenzioni della band, “De Mysteriis Dom Sathanas” parte seconda; ma nel risultato, già al quarto brano, sembra l’album con cui i Mayhem mostrano di poter reinventare il black metal norvegese dopo avergli dato i natali.

05. FALSIFIED AND HATED (05:48)
Dopo i gorgoglii infernali in avvio, parte uno dei brani più cadenzati e primordiali dell’intero album; un uptempo puro, retto da un riff furioso e da una ritmica serrata in cui la voce di Attila viene raddoppiata alla fine di ogni strofa da una seconda linea gutturale, aumentando il senso disturbante complessivo. O almeno così sembra; arriva infatti presto un intermezzo sulfureo e lentissimo, dopo il quale il brano riparte da un punto di vista della velocità, ma trasfigurato dall’introduzione di campane tubolari (uno dei preziosi inserimenti di campioni sintetici che impreziosiscono qua e là l’album) e da una linea vocale sempre più belluina, a cui si adatta anche Hellhammer, che mette in primo piano l’uso dei piatti. Sul finale i sample di tastiere si moltiplicano, donando un’aura ‘horror metal’ efficace.

06. AEON DAEMONIUM (06:03)
Inizia la seconda metà del disco, e nelle intenzioni della band c’era probabilmente il desiderio di rendere ancora più esplicito l’ammiccamento al passato, con una traccia che nel primo minuto evoca fumi infernali e riporta alla mente i bending aperti di chitarra delle origini; il tutto contrapposto a una batteria marziale più vicina al periodo di “Wolf’s Lair Abyss”. I binari su cui il brano si attesta sono poi quelli di un midtempo travolgente che conferma invece l’originalità compositiva complessiva e a cui è difficile resistere: le chitarre hanno un suono retrò e volutamente offuscato, la sezione ritmica è una fucilata oscura e la voce di Attila alterna cadenze da invocazioni sataniche e grida disperate; la figura in nero evocata cinquant’anni fa in “Black Sabbath” pare aver ghermito un’altra vittima, in un brano crepuscolare e da brividi.

07. WORTHLESS ABOMINATIONS DESTROYED (03:48)
Il primo antipasto offerto ai fan è stata questa “Worthless Abominations Destroyed”, presente su Youtube da oltre un mese, e scelta probabilmente per non lasciare adito a dubbi. Difficilmente questo breve e tumultuoso brano può lasciare indifferenti, e nell’economia complessiva dell’album funziona ancora meglio che nell’ascolto estemporaneo. La produzione è forse quella più ‘moderna’ presente nel lotto, ma i riff di chitarra che si alternano, specie per chi ha visto con sospetto “Esoteric Warfare”, sono un’ennesima dichiarazione di intenti: ossessivi, classicissimi, in perfetto contrappunto con le aspre declamazioni di Attila, che sul finale chiama a raccolta i demoni dell’inferno. Interessante notare come – e non è l’unico esempio sul disco – siano proprio Attila ed Hellhammer, gli unici ad aver registrato le proprie parti nello stesso studio, a incrociarsi e alternarsi nella guida del brano, a riprova di un lavoro molto organico, in cui tutti gli strumenti sono ‘voci cariche di pathos e furia espressiva.

 

08. DAEMON SPAWN (06:02)
Un’altra pseudo-titletrack dopo “Aeon Daemonium” e un’altro tuffo nel passato, sebbene su corde opposte. “Daemon Spawn” è il suono di un’orda di non morti che escono dalle loro fosse, un brano lento e morboso in cui le chitarre non aumentano mai di velocità rispetto a un avvio quasi doom, e dove è ancor una volta il folle cantante a trasfigurare in ottica black il suono.  Non si riesce a dire quanti personaggi sofferenti e desiderosi di sangue Attila interpreti in questo brano, alternando nuovamente i suoi espressivi gorgoglii e brevi momenti sferzanti come rasoiate, ove arrivano ad assisterlo anche gli altri membri della band. Un breve passaggio del basso tumultuoso di Necrobutcher lascia spazio senza soluzione di continuità a un finale sempre più caotico, atroce e affascinante.

09. OF WORMS AND RUINS (03:48)
Il secondo singolo estratto da “Daemon” è invece fresco fresco di uscita (almeno online) e ha la peculiarità di essere il primo brano composto per la band da Ghul. Come ci ha raccontato via telefono Attila (leggerete di più nella nostra intervista di prossima pubblicazione), il lavoro è stato decisamente collettivo, a questo giro, e il risultato si sente; “Of Worms And Ruins” non dà assolutamente l’idea di un esperimento a sé stante: si può certo riconoscere una mano diversa, ma estremamente omogenea e in linea con la proposta della band. Come nel caso del precedente estratto, abbiamo di fronte una traccia breve, diretta, quasi death nell’approccio sonoro e soprattutto vocale, con Attila che ci fa rimpiangere gli anni d’oro dei Deicide trasfigurando al meglio i rantoli di Glenn Benton sopra un tappeto di chitarre al fulmicotone. La produzione ultra compressa aumenta la distanza dal black metal norvegese, riportando parimenti alla mente i lavori dei capostipiti del genere di sponda svedese, Marduk su tutti. Quando però la chitarra di Ghul si stacca dal raddoppio delle asce, ritorna il marchio di fabbrica dei Mayhem, con una scala melodica di gran gusto ripresa più volte nel brano.

10. INVOKE THE OATH (05:33)
Ritorna sugli scudi la blasfemia cimiteriale, avviata con chitarre apertissime e un vampiresco Attila, prima dell’ingresso di uno dei riff più belli e oscuri mai composti dalla band. L’incedere è oltremodo epico, voce, chitarre e batteria si alternano nel ruolo di strumento primario costruendo una cavalcata che puzza di campo di battaglia e acqua santa infetta, sangue ed esorcismi insieme. L’invocazione del titolo è perfettamente rappresentata, e i brevi stop’n’go che fanno capolino segnano il passo del nostro respiro, a tratti strozzato da un brano veramente soffocante e da brividi; che ha il suo punto di forza nel mostrare come la pulizia della produzione odierna non sia necessariamente in contrasto con i mondi che Necrobutcher e soci (vari) hanno voluto descriverci fin dal 1987.

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