MESHUGGAH – “Immutable” studio report!

Pubblicato il 21/02/2022

A cura di Edoardo De Nardi

Dopo sei anni di calma apparente i riflettori si accendono nuovamente sul nome mastodontico dei Meshuggah, band dalla popolarità andata sempre crescendo negli anni e culminata con il successo del precedente “The Violent Sleep Of Reason”, lavoro enorme che ha maturato persino una nomina per gli svedesi ai rinomati Grammy Awards. Il combo quindi si era fermato in un momento di grazia che sembra essere stato interrotto bruscamente tanto da alcuni avvicendamenti interni – come la momentanea dipartita del chitarrista e storico compositore Fredrik Thordendal – quanto dagli apocalittici fattori esterni che hanno flagellato tutto il mondo nei due anni appena trascorsi. Tomas Haake e compagni hanno spesso sottolineato infatti come il protrarsi della situazione estrema e paralizzante causata dalla pandemia abbia rallentato di molto il processo di scrittura e registrazione del nuovo materiale, spingendo gli svedesi ad adottare soluzioni alternative al loro solito modus operandi, rivelatesi fortunatamente come delle carte vincenti e dei motivi di innovazione nelle dinamiche e nella realizzazione del nuovo album.
Ecco quindi che arriviamo ad “Immutable”, nuovo ed entusiasmante capitolo discografico nella carriera di un gruppo che ha commesso davvero pochi passi falsi e che ha sempre basato il proprio lavoro su una tensione continua e costante tra un sound riconoscibile, personale e standardizzato e una ricerca sonora mai quieta, capace di spingere i limiti della band sempre un passo oltre. Sin dal titolo, infatti, sembra si voglia porre l’accento su una sorta di immobilismo stilistico che ha del provocante, considerato che ci troviamo senza dubbio di fronte al disco più contaminato e sperimentale mai rilasciato dalla band! L’apporto terremotante delle chitarre rimane certo un elemento inamovibile, così come il labirintico senso di perdizione scatenato dalle note dei Meshuggah, ma niente di quanto fatto in passato può avvicinarsi alle derive ‘post-‘ ed estreme che assumono alcuni episodi di questo full-length, sinonimo di una maturazione soprattutto concettuale, rimarcata svariate volte dallo stesso Haake durante la presentazione del disco in questo studio report. Non siamo più al cospetto di talentuosi ragazzi che cercano di puntare tutto sulla pesantezza e sull’eccentricità della propria musica, quanto di fronte a cinque esperti musicisti impegnati oggi ad aggiungere emozione, classe e pathos ai propri tessuti musicali: molti potrebbero addirittura rimanere sconcertati di fronte all’apparente linearità di alcune delle nuove canzoni, ma già dopo un primo ascolto è impossibile non notare l’enorme sforzo realizzato dai Meshuggah nel proporre oggi un sound rimasto immutabile appunto, ma figlio di un’esperienza ed una profondità mai così sviluppate, come andiamo a raccontarvi meglio nel gustoso speciale che segue..

MESHUGGAH

Jens Kidman – voce
Fredrik Thordendal – chitarra
Tomas Haake – batteria
Mårten Hagström – chitarra
Dick Lövgren – basso

IMMUTABLE

Data di uscita: 01/04/2022
Etichetta: Atomic Fire Records

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1. Broken Cog (5:35)
Bastano pochi secondi per sussultare di fronte alle prime note di “Broken Cog” ed il suo incedere elegante, elusivo, ammantato della giusta aurea di mistero per poter introdurre al meglio un lavoro complessivo che andrà ad assestarsi oltre l’ora abbondante di durata, segnalandosi così come l’opera più lunga mai realizzata dai Meshuggah. La band si prende il suo tempo per stringere le spire a dovere, lasciando l’ingresso della voce quale elemento aggiuntivo solamente da metà pezzo, prima di lanciarsi in un caratteristico solo stralunato dalle strutture però più comprensibili. Siamo di fronte ad un uso più fine di certe dinamiche ambient in questa canzone, lasciando quasi in secondo piano la pesantezza degli strumenti distorti.

2. The Abysmal Eye (4:55)
Pesantezza che non tarda a prevalere però già dal secondo assalto, una sfuriata in doppio pedale che spezza finalmente la tensione iniziale in una canzone dal sapore classico per il gruppo, ma con qualche accortezza in più: le atmosfere plumbee delle chitarre tornano a farsi sentire con oculata misura sopra un riff in levare perfetto per le metriche quadrate della voce, mentre c’è spazio per partiture più personali ed ‘umanizzate’ alla batteria di Haake. Un altro solo vorticoso ed ostinato conduce quindi alla parte finale della canzone, con un riff dalle pause sbilenche classico per la band, ma comunque efficace.

3. Light The Shortening Fuse (4:28)
Seguendo un ritmo quasi ciclico rispetto alla canzone precedente, si continua a pestare duro anche nella canzone successiva, dominata inizialmente dalle sincopi del riffing ed in seguito da un sentimento di oscura urgenza alimentato dalla chitarra solista. La strofa quindi si distende su soluzioni inaspettatamente melodiche rispetto ai canoni della band, prima di sprigionare un groove terrificante grazie al ritornello ultracatchy concepito per l’occasione. Questi elementi, così come alcune cadenze più intuitive delle canzoni precedenti, segneranno presto il passo nell’intera concezione di “Immutable” e nella sua volontà di mantenere sempre alta l’attenzione dell’ascoltatore, ma puntando magari su schizzi di melodia ed armonizzazioni, piuttosto che sulla sola forza bruta, per quanto evoluta, a cui avevano abituato fino ad oggi. Anche lo stacco epico che stravolge l’atmosfera generale del pezzo reclama la sua personale dose di unicità, introducendo al riff minaccioso che chiude le danze insieme agli schianti tremendi sui tom della batteria.

4. Phantoms (4:53)
Invischiati ormai fino al collo nei paludosi scenari di “Immutable”, si assiste alla prima vera scossa del disco, in un concentrato eccentrico che fa dell’insolito il suo marchio di fabbrica. Gli accenti acuti che assumono i riff hanno un che di assurdo, così come lo sviluppo ancora più stridente della strofa ed i suoi risvolti poco ortodossi, pronti a sprigionarsi in partiture su e giù sul manico ed in uno stacco semplicemente da rotta di collo. Anche in questo caso, la corazza immutabile dei Meshuggah subisce in realtà al suo interno notevoli elementi di sperimentazione, che spingono sia verso soluzioni meno cervellotiche che verso momenti allucinati come quelli che chiudono “Phantoms”, baciata da un bel soundscape su cui raddoppia il carico un riff molto pesante, schiacciando l’ascoltatore fino al termine di questo riuscito elemento di variazione.

5. Ligature Marks (5:13)
Si arriva quindi ad un brano particolarmente sentito da parte della band, almeno a giudicare dal grande interesse riservatogli da Haake durante il nostro studio report. Effettivamente ci troviamo di fronte ad uno dei momenti cruciali di questo lavoro, capace nei suoi cinque minuti di esprimere al meglio il concetto di ‘immutabilità multiforme’ a cui stiamo assistendo ormai da cinque canzoni. Il riff medio-lento che regge la canzone nei suoi primi momenti, ad esempio, risulta non convenzionale, per quanto spezzato metricamente nei soliti algoritmi nevrotici incisi ormai nel DNA di questo gruppo, mentre il lavoro solistico continua a sperimentare secondo dinamiche più pacate, oscure e maligne. Raramente è capitato di sentire note così nitide e nette come quelle che accompagnano il riff del ritornello, a scapito delle folli elucubrazioni sul manico della passata discografia, ed anche l’opprimente periodicità con cui si manifestano alcune frasi melodiche sempre più insistenti si sposa alla perfezione con le feroci prestazioni vocali di Kidman, in un tripudio di petulanza ed ossessività. Questo quindi si configura come un brano perfetto per godere appieno della differenziazione voluta dagli svedesi anche in materia di produzione: mai come oggi la band suona naturale ed organica, genuina, legata ad una concezione esecutiva non eccessivamente ritoccata, o peggio ancora de-umanizzata. Si preferisce piuttosto semplificare qualche passaggio, schiarire qualche assolo, e lasciare che fluisca un feeling con gli strumenti di natura molto istintiva e contestuale.

6. God He Sees In Mirrors (5:28)
Si torna ad equilibrare il tiro rispetto al passato con una canzone che andrà a configurarsi come la più direttamente legata ai recenti trascorsi di “The Violent Sleep Of Reason”. L’inizio infatti potrebbe tranquillamente provenire dal disco precedente, così come un uso della melodia più rarefatto, contorto, poco comprensibile. Anche il solo è un classico, con un finale ed uno stile quasi autistico praticamente inimitabile da qualunque altro musicista al mondo, capace di scuotere le carte e presentando un riff devastante in grado di spaccare anche le pietre, pronto a culminare in un caos senza pietà sempre più oppressivo, destinato ad infrangersi sopra un enigmatico accordo in pulito che introdurrà alla vera e propria rivoluzione copernicana attuata dai Meshuggah nel loro brano successivo. Pur rimanendo il più solido punto di passaggio con la vecchia discografia, “God He Sees In Mirrors” reclama il suo diritto di appartenere al nuovo album grazie soprattutto all’interessante lavoro della batteria, mai come oggi così indipendente e libera rispetto ai severi accenti dettati dalle chitarre e dal basso, e capace di dinamiche che aumentano non poco lo spettro espressivo di Tomas rispetto al suo strumento e agli altri.

7. They Move Below (9:35)
Ci accingiamo ad ascoltare quello che si configura come il brano più lungo pubblicato dalla band in questo disco, ed è solo la prima delle peculiarità presentate da questo pezzo: i calmi arpeggi di basso, e poi le quiete chitarre che vi si intrecciano intorno, non sono in qualsiasi modo ascrivibili a quanto mai sentito dai Meshuggah in passato. Non solo rapidi accenni melodici, questa volta, ma vere e proprie progressioni melodiche capaci di farsi più complesse e fitte con lo scorrere del tempo, lasciando che lo stupore iniziale lasci il passo ad una curiosità sempre crescente. Anche stavolta, è il lavoro solistico a caratterizzare successivamente il placido andazzo fino a qui elaborato, andando a spezzare l’armonia generale prima con semplici note disturbanti ed in seguito aggiungendo distorsione e carattere al suo incedere. Il brano si presenta come una strumentale, escludendo il cantato e lasciando tutta la scena alle inattese capacità di costruire e disfare della chitarra, dei suoi continui ritorni sempre più vigorosi e sinistri. Rimane in ogni caso il brano più accessibile di questo percorso, senza per questo sminuire l’enorme operato di musicisti capaci di non sdoganare casualmente nell’ignoto, ma di citare alcune ancestrali reminiscenze sludge e post-metal in un brano complessivamente vincente. Anche il finale, con le sue note aperte ed il suo carattere cosmico, spalanca le porte dell’infinito in una conclusione perfetta per questo esperimento insolito.

8. Kaleidoskope (4:07)
La successiva “Kaleidoskope” sembra riprendere il mood aggressivo di alcune canzoni passate, ricordando sulle prime le perverse articolazioni di “Catch 33” e giocando i suoi tiri migliori sulle note, o sulle loro assenze, secondo stoppati dal suono particolare e molto organico, quasi ‘jammato’ piuttosto che registrato meccanicamente in ‘freddi’ studi di registrazione. Gran parte delle sezioni ritmiche e chitarristiche, nonché l’intera performance vocale, sono stati registrati dai vari componenti in home studio personali realizzati secondo i migliori canoni in termini di qualità, permettendo quindi un più libero approccio non solo al mondo dei suoni e delle scelte stilistiche, ma anche al tempo da poter dedicare ad ogni singola parte del lavoro. Questa maggiore cura generale viene orgogliosamente rivendicata da Tomas Haake soprattutto nel pregevole lavoro svolto alla voce da Jens Kidman: lontano dallo stress e dalle tempistiche strette imposti dai grandi studi di registrazione, il cantante ha potuto elaborare e registrare le sue marziali linee vocali con la necessaria lungimiranza, ed aggiungendo una sorta di collante naturale al già più fluido sound di “Immutable”. Lo testimonia egregiamente questo pezzo, senza però concedere pietà prima con un solo fulminante, e poi continuando a macinare a rotta di collo fino ad un vertiginoso rallentamento che sfida di netto la forza di gravità. Si tratta del brano più diretto fino ad ora, una sferzata necessaria per mantenere alto il tiro del disco.

9. Black Cathedral (2:00)
Se “They Move Below” mostra il fianco più emotivo e sofferto dei cinque di Västerbotten, “Black Cathedral” ne incarna sin dal titolo il lato più oscuro ed estremo. Non ci sono dubbi nel poter definire totalmente black metal lo spirito, l’esecuzione e l’intenzione della chitarra in questo breve intermezzo senza precedenti, rifacendosi a conterranee scene musicali lontane anni luce dal sound futuristico messo in piedi dai Meshuggah in oltre trent’anni di carriera. Il plettrato alternato ostinato ed aperto dell’inizio sa mutarsi poi in un fraseggio dissonante più vicino ai Portal, per citare un paragone, e rimane in effetti inspiegabile la scelta di non accompagnare il tutto con il basso, la batteria e la voce, evolvendo questo estemporaneo momento in un episodio coerente con la narrativa musicale affrontata fino ad ora. Rimane insomma un sentimento incompiuto, probabilmente voluto in questo particolare punto, che apre uno spaccato interessante circa un possibile coinvolgimento degli svedesi in trame meno ‘moderne’ e più dritte del metal estremo.

10. I Am That Thirst (4:40)
Il sentimento straniante della traccia precedente permane poi anche nella successiva, dotata ancora di un riconoscibile sapore death metal sia nel riffing che nel solo, cancellando così una netta separazione tra le due ed aumentando la fluidità in questo generale inasprimento dei suoni abilmente concepito e realizzato. La strofa, tesa, si scioglie in un’apertura algida, eccentrica, elegante quasi, ma al contempo ferocemente aggressiva. E’ ancora l’accresciuta musicalità ‘ordinaria’ del gruppo a mettersi sugli scudi, iniziando ormai a mostrare una coerenza ed un’efficacia sul lungo termine molto positiva, sempre naturalmente inserendo il tutto nel complicato caos che fa da base al loro sviluppo. Un altro riff energico, a singole note scandite, sembra ricordare alcune derive doom più stonate, e tutto il finale del brano in realtà suona piuttosto inedito se confrontato alle ostinate ricerche ritmiche dei dischi precedenti.

11. The Faultless (4:48)
Ecco un altro esempio che conferma la predilezione verso durate medie, con scambi di riff e di tempi piuttosto veloci ed incalzanti. Anche una minore ossessività di fondo è palpabile ormai a questo punto dell’ascolto, quasi come se la pesantezza del suonato risaltasse, piuttosto che sminuire, secondo percorsi più comprensibili. La band mantiene naturalmente l’innata capacità di spezzare i tempi con un gusto e delle tempistiche che li mantiene sempre ai vertici della loro iper-inflazionata schiera di cloni, aggiungendo quei dettagli e quelle accortezze che riconferma con orgoglio il loro grado di unicità. Le melodie di contorno intervengono anche qui con approcci meno destabilizzanti, più mirati ad accompagnare i cambi di umore delle canzoni ed i giochi di eco della voce, sibilante tra le casse di ascolto ed avvolgente espediente dal sapore analogico. Parte un intrigante gioco di dissonanze quindi, su cui le linee vocali diminuiscono la distorsione ed adottano un carattere declamatorio per niente disprezzabile. Una nuova scelta vincente, a cui si accompagna quella dei suggestivi arpeggi dalle armonie aberranti e l’ossessivo utilizzo di una stessa, singola nota per oltre un minuto, in un tripudio beffardo di semplicità che se ne frega di come dovrebbe suonare un gruppo come questo, nella più piena libertà espressiva.

12. Armies Of The Preposterous (5:15)
Giunti quasi al termine di questo lungo e frastagliato percorso, assistiamo nuovamente ad una canzone che ricorda qualcos’altro sentito in questa stessa sessione: le sfuriate di doppia cassa in apertura infatti non posso che riportare di getto a “The Abysmal Eye”, non a caso secondo episodio di questa scaletta! Seconda e penultima traccia mostrano quindi elementi di continuità e ritorno, mostrando ancora l’enorme accuratezza dei dettagli e il severo studio riservato dalla band alla forma finale di “Immutable” inteso nel suo complesso, piuttosto che nelle sue singole parti. L’atmosfera generale si fa presto claustrofobica, mentre il suonato assume un andamento stringente, convulso, grazie ad un suggestivo utilizzo di riff sospesi e silenzi a seguire che continuano a rendere appetibile il finale dispiegamento dell’album. La batteria torna infine padrona della scena, grazie ad un drumming in primo piano che si fa apprezzare per la sua apparente facilità nello sciorinare i soliti tempi da algebra impazzita, mentre rimane in sottofondo un sostrato ambient che decide stavolta di lasciare le luci della ribalta alla controparte metal, con ottima cognizione di causa.

13. Past Tense (5:46)
Come abbiamo visto, sono molte le sfaccettature mostrate dai Meshuggah in questa nuova opera: alcune escono consolidate da qui, altre snellite rispetto al passato, altre ancora mostrate con questa sfacciata sperimentalità solamente oggi. Rimane bizzarro, ad ogni modo, assistere ad un inizio in pulito come quello dell’ultima canzone, “Past Tense”. Il brano infatti andrà a svilupparsi su una serie di accordi solenni, quasi epici, capaci di evocare un toccante sentimento di decadenza e malvagità in un solo attimo. Il lavoro dei due chitarristi finisce rapidamente per sdoppiarsi secondo percorsi differenti, cosicché mentre una mantiene alto il phatos con degli arpeggi, l’altra inizia prima mestamente, poi con sempre più potenza a dialogare con l’oscurità. È un crescendo intensissimo, a cui partecipano tutti i membri di questo incredibile ensemble musicale, in una progressione a salire tanto maestosa quanto triste ed emotiva. “Immutable” quindi giunge al suo epitaffio circondato dal suono etereo di arpeggi ricchi di effetto preoccupati e profondi, capaci di evocare un habitat irreale, surreale anzi, nascosti in un’ambientazione a metà strada tra sogno ed incubo da mettere i brividi. I Meshuggah del 2022 sono ormai una band immutabile, una creatura mitologica dall’endoscheletro robusto e collaudato, saldamente ancorato ad elementi immancabili, imprescindibili per il loro sound; rimane tuttavia forte, irresistibile per loro, lo stimolo all’innovazione, al cambiamento, alla mancanza di prevedibilità e alla sete di sperimentazione che li porta oggi, a quasi cinquanta anni di età e al decimo studio album, a portare alla luce un elaborato tessuto sonoro capace ancora di inventare, scioccare e trasfigurare a proprio piacimento.

 

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