MESMERIZE: “Paintropy” traccia per traccia in anteprima italiana!

Pubblicato il 04/02/2013

A cura di Dario Cattaneo

“Il termine ‘paintropy’ rappresenta i concetti di ‘pain’ (dolore) e ‘entropy’, entropia, e vuole indicare uno stato mentale di caos doloroso, originato dall’accumularsi di esperienze e pensieri negativi. Questo stato può sfociare in una totale inerzia o, al contrario, in una furiosa trasformazione…”:  in questo modo i Mesmerize, band del milanese attiva nella scena tricolore sin dalla metà degli Anni ’90, ci spiegano il titolo della propria quarta uscita discografica (quinta se contiamo il doppio mini CD “Vultures Paradise”). Titolo quanto mai profetico, considerato quanto abbiamo appena potuto sentire in una serata di preascolto in anteprima italiana per Metalitalia.com presso gli studi privati della band. I concetti di ‘trasformazione’ e ‘furia’ sono infatti ben impressi nell’impasto musicale dell’album, che ci mostra una band diversa da come ce la ricordavamo. Il lucido e inossidabile metallo di “Stainless” sembra aver lasciato di posto a qualcosa di più cupo e maligno, una sorta di trasformazione appunto, che porta il sound affilato e tagliente del disco precedente a quello cupo e rabbioso di questa nuova uscita. Senza perdere altro tempo in parole ci tuffiamo nel bel mezzo di “Paintropy”, curiosi di vedere dove ci porterà l’ascolto di un album così emotivamente sofferto e controverso…    

MESMERIZE

Folco Orlandini − voce
Piero Paradivino − chitarra
Luca Belbruno − chitarra
Andrea Tito − basso
Andrea Garavaglia − batteria

PAINTROPY
Etichetta: Punishment 18 Records
Data di pubblicazione: 2o Aprile 2013
http://www.mesmerize.it

1. IT HAPPENED TOMORROW
In un disco che ci parla prepotentemente di evoluzione e mutamento, almeno dal punto di vista musicale, l’opener “It Happened Tomorrow” rappresenta per contro il chiaro ponte con il passato. Strappato da session compositive temporalmente immediatamente successive alla release di “Stainless” nel 2005, il brano ci presenta una band appunto a cavallo di un’evoluzione, con il tiro, la velocità e le melodie della precedente uscite ma con già importanti avvisi della più pesante direzione musicale intrapresa in questo “Paintropy”. Classica opener, esplosiva e diretta, risulta perfetta per la riproduzione dal vivo e scommettiamo nel suo ruolo di apripista anche nei concerti. Il pezzo è un proclama di garanzia: ci mostra una band in palla e per niente invecchiata o arrugginita, con magari qualcosa anche di nuovo da dire, che deve rivelarsi nelle tracce successive. 

2. 2.0.3.6.
Quando ci aspetteremmo un pezzo più lento, o quanto meno un pesante mid tempo, i Mesmerize ci sorprendono con un altro furioso brano in doppia cassa, sullo stile dell’opener. Le caratteristiche che ritroviamo sono più o meno le stesse: riffing thrashy serrato, batteria furiosa e una linea di basso spesso in evidenza, pronte però a ‘stemperarsi’ in una base più canonica quando è Orlandini a prendere il comando del pezzo con linee melodiche di buona presa. Anche se, come dicevamo, tiro ed intenzioni in questo pezzo ricalcano quelle della traccia precedente, si cominciano ad avvertire segnali di un certo cambiamento, visibili nel riff portante della strofa, tumultuoso ed elaborato e lontano anni luce dalle veloci ma basiche progressioni ritmiche del power europeo. Con dunque l’ombra minacciosa dell’heavy made in USA che si affaccia sul disco, il brano finisce abbastanza repentinamente, senza darci indizi su cosa seguirà dopo la pesante doppietta iniziale di pezzi dall’alto impatto. Il brano è liricamente ispirato da un evento distruttivo quanto il sound proposto: la possibilità che nel 2036 l’asteroide Apophis colpisca la terra, distruggendola…

3. A DESPERATE WAY OUT
La terza traccia rappresenta uno dei primi punti cardine del disco, insieme alla title-track e a “One Door Away”. In particolare “A Desperate Way Out” si rivela importante perché ci introduce in una dimensione abbastanza nuova per i Mesmerize, un modo più complesso e ricco di approcciarsi all’heavy classico che nei vecchi dischi era stato esplorato solo parzialmente. Arrangiamenti e rifiniture fanno un grande lavoro nel mantenere la tensione del pezzo alta in tutti i suoi quasi sei minuti, e fanno da base con il potente suono delle chitarre a melodie meno immediate, che, facendo fede al titolo, sembrano cercare una ‘disperata via d’uscita’ dal travolgente tessuto strumentale. Il pezzo colpisce l’attenzione subito per la sua diversità dai primi due e, nonostante risulti meno duro rispetto ai due pezzi precedenti, non per questo perde di impatto o di pesantezza. Anzi, è l’aspetto drammatico e nervoso qui a spiccare, sul mero impatto delle ritmiche.

4. MONKEY IN SUNDAY BEST
Da questo primo ascolto “Monkey In Sunday Best” è uno dei pezzi che esce più vincente. Incentrato sull’attuale situazione evolutiva della razza umana, con un pessimismo davvero marcato che sembra permeare tutto l’album, il pezzo sembra chiedersi se in effetti l’uomo non sia ancora una scimmia, che tenta disperatamente di stare dietro ad un’evoluzione tecnologica oramai  più veloce di noi. ‘Cannot fight the animal, cannot kill the animal’ declama il cantante Orlandini in uno stile sicuramente più duro e variegato rispetto quanto sentito in passato, e in questo pezzo ci rendiamo conto pienamente di quanto diverso, sia come suoni, che come pentagramma, risulti “Paintropy” rispetto ai lavori che lo hanno preceduto. Come dicevamo, il pezzo rimane in testa dal primo ascolto, soprattutto per la varietà delle linee vocali, veramente ottime, e per la cura che sembra essere stata data ad ogni passaggio. Un brano un po’ avulso dal contesto, forse, ma proprio per questo è entrato subito nei nostri favori.

5. MIDNIGHT OIL
Intro strumentale che presenta forse l’unico vero ‘break’ dai ritmi spinti e dalla pesantezza ritmica (intesa in senso buono) che dureranno comunque fino alla fine dell’album stesso. Su questo pezzo, composto dal chitarrista Belbruno, apprezziamo, oltre alle liquide aperture melodiche in arpeggio di quest’ultimo, soprattutto il lavoro del drummer Garavaglia dietro la regia. Il brano mostra infatti una produzione curata e scintillante, che evita lo schiacciamento in alto delle classiche frequenze del power cercando invece di ispessire le basse tonali per dare corpo alle chitarre. Il risultato è definito ‘notturno’ dalla band stessa, e ci troviamo d’accordo con questa definizione. Dopo quasi due minuti il brano si interrompe, sfociando senza soluzione di continuità nella successiva “Within Without”.

6. WITHIN WITHOUT
L’insonnia è il tema portante di questo brano che si pone come uno dei più orecchiabili e accessibili del disco. La velocità rimane comunque relativamente alta anche in questo pezzo, e così le ritmiche mantengono il loro approccio nervoso e variegato, ma qui il ‘collante’, che come sempre si rivelano le melodie vocali, risulta prevalere sul tessuto ritmico, colorando il pezzo con sfumature appunto più adatte a chi non cerca solo l’impatto sonoro. Seppure con le dovute differenze a livello di produzione e di fraseggio, ci troviamo inconsciamente su terreni più familiari, che ci fanno apprezzare il pezzo al di là della sua struttura forse un po’ banale se paragonata ai pezzi più costruiti sentiti in precedenza. Da segnalare il bel ritornello, di sicura presa, che ci fa identificare in questo brano un altro valido candidato per il palco.

7. ONE DOOR AWAY
Il momento di maggior accessibilità prosegue con un altro pezzo in cui sono le melodie e la ricerca della soluzione sonora inaspettata a prevalere sul semplice impatto. Ancora una volta sono le melodie a colpirci, risultando orecchiabili in tutti i momenti della canzone, in contrapposizione ai pezzi iniziali nei quali trovavamo spesso strofe dall’andamento nervoso e spezzato, condite di effetti e filtri, seguite poi da ritornelli più ‘aperti’. Anche “One Door Away” ha il pregio di farsi ascoltare con molto piacere, e segna un secondo punto cardine dell’album, questa volta per l’aspetto, decisamente importante, della scelta dei suoni per i vari strumenti. Il sound moderno e robusto, pieno sulle tonalità più basse, a cui accennavamo prima è qui sicuramente ben rappresentato, in un brano che a nostro parere sembra essere una sorta di ritratto della vecchia band, dipinto però con colori più lucidi e squillanti.

8. PAINTROPY
La traccia più dura dell’album segue, in netta contrapposizione, quella in qualche modo considerabile come la più accessibile. Sbuca imperioso un sorprendente growl di Orlandini, in contrappunto alle violentissime linee del ritornello, e il tutto si appoggia su una base ritmica che possiamo tranquillamente definire thrash. Si mantiene anche in questo pezzo la caratteristica di cercare di stemperare l’aggressività eccessiva delle strofe con alcune aperture melodiche in prossimità di bridge e ritornelli, ma di fatto la canzone rimane comunque la più dura dell’intero album, mostrandoci una band che non ci saremmo sinceramente aspettati. Anche se le canzoni precedenti ci preparavano in qualche modo a questo assalto sonoro, ancora troviamo stranianti il risultato finale e alcune delle soluzioni adottate:  apprezzare appieno il pezzo richiederà ascolti più attenti e ripetuti rispetto a quello effettuato in studio, quindi ci riserviamo di mantenere un punto di domanda su questo brano così particolare.

9. SHADOWS AT THE EDGE OF PERCEPTION
Oramai, dopo la sorpresa della title.track, l’album sembra avere esaurito le carte più sorprendenti. Alle ultime quattro canzoni resta il compito di consolidare quanto espresso nella prima metà del lavoro, riprendendo le fila degli elementi esplicitati nei primi pezzi e riforgiandoli assieme per creare una degna conclusione al disco. Il primo momento ad intraprendere questo oneroso cammino è “Shadows At the Edge Of Perception”, che riesce perfettamente nel compito. I suoni sono ancora ‘gonfi’ e moderni, il riffing è ancora aggressivo e cangiante, la linea di basso costruttiva e appoggiata sui tempi veloci di una batteria apparentemente incapace di esaurire le energie, con la voce a dare il suo indispensabile contributo nella definizione della personalità del brano. Vincente in questo momento è la band tutta, perché si mostra coesa e convinta delle sperimentazioni a livello sonoro e compositivo mostrate finora.

10. MRS. JUDAS
Onestamente, poco ci è rimato dell’ascolto di questa traccia. Ancora una volta l’aggressività strumentale e delle liriche sono ben riconoscibili, ma il risultato finale risulta un po’ troppo impastato con le idee già sentite nei brani suoi compagni: la monotonia è una trappola spesso in agguato su album heavy/power che mostrano un certo sbilanciamento verso l’aggressività, e in qualche modo questo brano pare esserci cascato. Un solo ascolto, ammettiamo, non è mai indicativo della bontà effettiva di un pezzo, ma è altresì indice affidabile di una buona presa immediata, cosa che, per esempio, “Monkey On Sunday Best” aveva, mentre qui manca. Rimandata la canzone all’esame finale completo, ci dirigiamo verso la conclusione di questo album chiedendoci se la sua fine sarà all’insegna del nuovo sound o se cercherà di chiudere il cerchio con un possibile ponte con il più classico stile degli album passati.

11. YOU KNOW I KNOW
I Mesmerize di “Paintropy” non riescono ad abbassare il metronomo nemmeno sui ‘lenti’… tale infatti era nato questo pezzo, riarrangiato poi però di nuovo come una piccola Ferrari. Gli elementi sono quelli che ritroviamo negli ultimi pezzi, salvo che in questo caso il ritornello è riuscito ad entrarci in testa con maggiore facilità rispetto alla traccia precedente. Ci rimane l’impressione che il brano possa avere ancora altro da dire, motivo per il quale rimandiamo anche in questo caso il nostro giudizio definitivo… quello che però qui non manca è una ritrovata facilità d’ascolto, che fa sì che il pezzo passi lasciando un segno più tangibile nella nostra memoria.

12. MASTERPLAN
“Masterplan” chiude il trittico finale di canzoni che scopriamo risultare liricamente collegate a livello concettuale. Dopo aver trattato di aspettative tradite e promesse non mantenute (“Mrs Judas”) e del pesante argomento delle bugie e dei loro danni (“You Know I Know”), troviamo come ultimo argomento le persone calcolatrici e con pochi scrupoli che si incontrano durante il cammino della vita, e di come quindi anche questo tipo di interazione sociale possa portare alla condizione emotiva del titolo, ‘Paintropy’, ovvero uno stato di confusione doloroso dal quale è difficile identificare una via d’uscita. Anche musicalmente la canzone riporta le coordinate di questa seconda parte di album, che risulta in definitiva più compatta rispetto alla prima, ma con meno ‘colpi di genio’, se escludiamo dal computo la bella “Shadow At The Edge Of Perception”.

13. PROMISES (Cranberries Cover)
Anche se il nome Cranberries occhieggia ammiccante nel titolo potete anche scordarvi l’eterea voce della O’Riordan e il suono acido delle loro chitarre: questa rock song è stata reinterpretata dai Nostri in chiave power/thrash, e risulta quindi assolutamente diversa dall’originale. La cosa che forse sorprende del risultato è che l’approccio sicuramente più melodico dell’originale viene mantenuto a livello vocale, appoggiandosi solo su una base strumentalmente più dura. A pensarci bene è proprio l’approccio che abbiamo descritto fino ad adesso, quello cioè di un album in cui il nervosismo, l’angoscia, la rabbia e la cupezza emergono chiaramente a livello strumentale e ancora di più a livello lirico e nel cantato delle strofe; ma la personalità passata della band, e una tendenza a trovare comunque la soluzione che colpisca l’orecchio del pubblico con una certa immediatezza, continua ad essere presente, trovando nei bridge o nei chorus l’occasione per ripresentarsi, strappando puntualmente applausi ed attenzione.

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