METAL & GAMES: Doom Eternal

Pubblicato il 07/09/2021

A cura di Roberto Guerra

Ritorna dopo troppo tempo quella che è probabilmente la nostra rubrica più nerd in assoluto,  quella che mira ad enfatizzare i numerosi punti di incontro che sussistono tra due dei mondi più discussi, ovvero quello del metal e quello dei videogiochi. Per l’occasione abbiamo scelto di modificare parzialmente le carte in tavola, abbandonando le atmosfere medievaleggianti dei primi due episodi in favore di qualcosa di estremamente più futuristico e sanguinolento, arricchendo nel contempo il fulcro dell’articolo con un lungo passo indietro verso gli albori di una delle saghe più rappresentative dei media videoludici, nata peraltro ben prima che quest’ultimo diventasse quella immensa macchina da soldi e successo che conosciamo oggi. Riteniamo infatti che siano ben poche le persone a non essersi mai imbattute, almeno una volta o per sbaglio, in quello che è uno dei capostipiti del genere ‘first person shooter'( nonché una delle saghe più metallare mai comparse sugli scaffali dei negozi), dal suo esordio nell’ormai lontano 1993,  fino al recentissimo “Doom Eternal” con relative espansioni, sul quale ci focalizzeremo maggiormente. Proprio quest’ultima uscita svolge il ruolo di summa di tutto il valore che questa apprezzata serie ha saputo mantenere nel corso degli anni, seppur con qualche interruzione qui e là. Quindi, mettetevi comodi, sfoderate la vostra scorta di birre ghiacciate e seguiteci in questo viaggio a base di piombo, demoni e brutale ignoranza a palate! Buona lettura!

ASCESA, CADUTA E RINASCITA DI UN MITO

Prima di entrare nello specifico del capitolo più recente e curato di “Doom”, è bene in questo caso fare una breve retrospettiva, dal momento che stiamo parlando di un vero e proprio mito per chiunque si definisca videogiocatore, in quanto buona parte del media videoludico non sarebbe ciò che è oggi senza il contributo dei ragazzi di Id Software dagli anni ’90 ad oggi; senza contare che l’elemento che più ci interessa in questa sede, ovvero quello metal, risulta ben distinguibile sin dalla prima incarnazione del brand ad opera di John Carmack, ideatore del motore grafico Doom Engine, John Romero, noto metallaro, e compagnia bella.

Il primo capitolo di “Doom” nacque a seguito del successo dell’ancora più seminale “Wolfenstein 3D” (ad oggi etichettato come il primo vero sparatutto in prima persona) e in misura minore del bidimensionale “Commander Keen”, combinando numerose idee nate anche grazie all’influenza di prodotti d’intrattenimento come il film “Aliens – Scontro Finale” o il gioco di ruolo “Dungeons & Dragons”. Si deve proprio a essi infatti la scelta di basare il neonato titolo sullo scontro tra demoni e tecnologia bellica futuristica, con alla base una sorta di bizzarro confronto tra le forze del bene e quelle del male, qui rispettivamente rappresentate dal cosiddetto ‘Doomguy’ e dalle numerose amenità che costui si ritroverà a fare a pezzi con la sola forza del proprio arsenale devastante. Il tutto con la micidiale colonna sonora di genere heavy metal ad opera del compositore Bobby Prince ad enfatizzare i numerosi smembramenti su cui l’intero gameplay si basa, ispirata dalle produzioni di Metallica, Motorhead, Slayer e chi più ne ha più ne metta.

Considerando l’enorme successo che ebbe il prodotto su pressoché ogni supporto su cui era possibile giocarlo, tra cui Ms-Dos e Microsoft Windows, era prevedibile che la Id Software avrebbe immesso sul mercato un seguito in tempi brevi, cosa che infatti fece con “Doom II: Hell On Earth”, le cui ottime vendite nei negozi spronarono gli sviluppatori a creare una versione commerciale anche del primo capitolo, venduto originariamente solo tramite posta. Tuttavia, presto del brutale sparatutto in prima persona si sarebbero perse momentaneamente le tracce, e per l’esattezza dopo la release dell’esclusiva Nintendo “Doom 64” sviluppata da Midway Games per la omonima console con la sola supervisione della casa originale. Fortunatamente, a riportare sulla bocca dei giocatori il già iconico brand ci pensò nel 2004 quello che è rimasto fino a pochi anni fa l’episodio più noto, apprezzato e commercialmente di successo, ovvero quel “Doom 3” uscito su Xbox e PC con l’intento di far conoscere la saga a più videogiocatori possibile, anche grazie ad un maggiore focus sulla trama e una componente cinematografica decisamente più marcata.


Purtroppo però, se si escludono l’espansione “Resurrection Of Evil” e riedizioni varie, quella fu l’ultima occasione in cui fu possibile avere a che fare col marine ammazzademoni e i suoi agghiaccianti nemici; almeno finché, parecchi anni dopo, iniziarono a serpeggiare nel sottobosco voci riguardo un possibile nuovo capitolo del brand, adeguatamente modernizzato e pensato sia per un pubblico più giovane, sia per quegli estimatori irriducibili che da oltre un decennio aspettavano di poter tornare a imbracciare bocche da fuoco di varia natura nei panni del Doomguy. Costui si sarebbe infatti ridestato col nuovo appellativo di Doom Slayer nel reboot di “Doom” ultimato nel 2016, sempre dalle sapienti mani di Id Software e pubblicato dalla nota casa di produzione Bethesda sulle principali piattaforme in commercio. Anche se inizialmente ci fu un po’ di scetticismo al pensiero che dietro al progetto non ci fossero più i medesimi volti degli originali, l’incredibile qualità generale sfoggiata dal titolo fu sufficiente a mettere letteralmente in riga ogni possibile detrattore: uno sparatutto vecchia scuola e contemporaneo allo stesso tempo, divertente, impegnativo e brutale come non mai, con in più alla base una trama sì piuttosto ignorante, ma comunque più dettagliata di quanto fosse inizialmente lecito aspettarsi, a patto di essere abbastanza curiosi da volerla scoprire. Inoltre, chi come noi vive di videogiochi e musica non poteva che gioire notando che l’animo metal del brand era vivo e vegeto, sia nello stile e nelle tematiche trattate, sia in quella ruggente colonna sonora che non ci abbandona mai per tutto l’arco del gioco.

Come si suol dire, la storia spesso si ripete, e come accadde in origine anche in questo caso l’enorme successo di critica e pubblico spronò immediatamente gli sviluppatori e i publisher a mettersi al lavoro su un seguito in grado di bissare potenzialmente quanto fatto dal predecessore, ma riteniamo che nessuno potesse immaginare quanto micidiale e devastante sarebbe mai potuto diventare il suddetto seguito, intitolato “Doom Eternal”, una volta divenuto disponibile. Peraltro in concomitanza con lo scoppio dell’epidemia legata al Covid-19, il cui contributo non indifferente al media videoludico non ha certo bisogno di argomentazioni, come si può evincere dai dati di vendita di giochi e console, necessari per sopravvivere al lockdown senza perdere letteralmente la testa, a parere di chi vi scrive.

IL GIOCO

“Contro tutto il male che l’inferno può evocare, tutta la crudeltà che l’umanità può produrre, abbiamo deciso che manderemo soltanto te. Falli a pezzi finché non sarà finita”. Così recita la frase di apertura del titolo su cui abbiamo deciso di incentrare questo speciale legato al gaming.
Abbiamo scelto di basarci principalmente sull’ultimo nato in casa Id Software dal momento che si tratta del capitolo più curato e noto al pubblico odierno, peraltro ancora sulla bocca di moltissimi giocatori grazie all’aggiornamento per console di nuova generazione, oltre ovviamente all’ottima espansione “The Ancient Gods”, vero simbolo del supporto post-lancio ricevuto dal gioco.

La formula alla base di “Doom Eternal” è apparentemente sempre la stessa, ovvero un prelibato cocktail a base di armi da fuoco, demoni, esecuzioni brutali e sangue a non finire, ma in questo caso con un alone epico e mitologico molto più marcato rispetto al passato, tant’è che con un po’ di curiosità si può serenamente scoprire che attorno al titolo è stata costruita una lore molto più profonda e sfaccettata di quanto fosse possibile immaginare in precedenza, con antefatti non così prevedibili e persino collegamenti inaspettati con i primi capitoli di “Doom”. Chiariamoci, la base rimane comunque pregna di quell’ignoranza tanto cara a tutti gli affezionati al brand, ma mentiremmo se non ammettessimo di essere rimasti più volte colpiti dalla quantità di scoperte, colpi di scena e svolte di trama in cui è possibile imbattersi, soprattutto all’interno del dlc “The Ancient Gods” diviso in due parti e ambientato subito dopo la fine del gioco base. Senza tener conto dei numerosi richiami ai miti biblici e alle visioni religiose.

Senza voler fare spoiler di sorta, ci limitiamo a dirvi che la missione cardine del Doom Slayer è sempre quella di farsi strada tra orde di demoni e creature ancestrali corrotte, spinto dalla volontà di portare a termine un compito la cui entità si potrebbe osservare da più angolazioni, in quanto non è mai del tutto chiaro quale sia il vero obbiettivo del nostro silenzioso e furente protagonista: da una parte si deduce la determinazione a porre fine all’invasione demoniaca scatenatasi nel mondo umano, ma dall’altra vi sono anche parecchi rimandi a qualcosa di ben più antico, che assumerà chiarezza solo col progredire della storia. In effetti, volendo scovare un difetto, la narrazione da un certo punto in avanti tende a buttare troppa carne sul fuoco, al punto tale da risultare leggermente confusionaria e/o spigolosa nel suo mostrare le carte in tavola. In questo modo, la volontà di fare chiarezza su eventi e personaggi si scontra con un quantitativo di informazioni decisamente troppo denso; anche se, con un po’ di fantasia, si potrebbe etichettare ciò come una caratteristica volta ad enfatizzare ancora di più la possanza dello Slayer e degli avvenimenti a lui collegati, senza quel bisogno di prendersi troppo sul serio o di fare riflettere in merito a chissà quali concetti altisonanti. Alla fine si tratta di pura e deliziosa epicità fisica, fiammeggiante e muscolare, con in più quell’alone divino ed esoterico in perenne lotta con la tecnologia a rendere il tutto parzialmente più colto.

A livello di gameplay c’è poco da dire, trattandosi della massima espressione ad oggi dello sparatutto in prima persona basato puramente sull’azione e sulla velocità di esecuzione, con ben poco spazio lasciato alla tattica nel senso più tradizionale del termine: bisogna correre e saltare in ambienti dalle strutture variabili, sterminando orde su orde di creature grottesche provenienti da un bestiario mai così vario, inclusi i potenti boss che non sfigurerebbero all’interno di un booklet di qualche band di metal estremo, imparando col tempo ad utilizzare le giuste combinazioni di attacchi e armi. Queste andranno per forza di cose alternate e potenziate con cura per ottenere il massimo risultato, senza dimenticare di tenere d’occhio l’indicatore delle munizioni, dell’armatura e della salute, che andremo a rimpinguare tramite le spettacolari uccisioni corpo a corpo dei nemici già precedentemente indeboliti a suon di piombo e colpi di energia.

A tutto questo si aggiunge anche un più che discreto sistema di esplorazione delle splendide aree di gioco, realizzate tramite il rivoluzionario motore grafico Id Tech 7 – la cui gestione di poligoni e texture dovrebbe letteralmente fare scuola – i cui anfratti nasconderanno spesso e volentieri segreti e collezionabili di varia natura. Tra queste troviamo città in preda al caos, antiche civiltà in rovina, laboratori tecnologici, luoghi di parvenza cosmica e, ovviamente, quell’Inferno composto da una suggestiva accozzaglia di sangue, fuoco, costruzioni inquietanti e ossa di bestie dalle proporzioni titaniche. In buona sostanza, un quadro degno della copertina di una death metal band a vostra scelta; e a tal proposito, vogliamo parlare del comparto sonoro? Una vera e proprio forgia infernale da cui provengono clangori metallici, esplosioni, rumori viscerali e tanto, tantissimo acciaio musicale rovente, inserito col preciso scopo di accompagnare ogni singola carneficina di cui saremo artefici nel corso del gioco.

VIOLENZA, CHE PASSIONE! 

A tal proposito, è tempo di parlare dei numerosi punti di contatto che sussistono tra “Doom Eternal” e la nostra musica preferita. Chiariamoci, rispetto al precedente capitolo di questa rubrica, dedicato all’apprezzatissima saga di “Dark Souls”, in questo caso siamo in presenza di collegamenti molto più basilari e materiali, rispetto a quelli decisamente più di carattere filosofico su cui ci siamo concentrati parlando dei titoli sviluppati da From Software: volendo essere brevi, diciamo che giocando a “Doom Eternal” risulta pressoché impossibile non ricevere una scarica di metallo rovente durante ogni singola sessione, anche perché il titolo stesso fa di tutto per trasmettere il proprio animo metallaro fin dentro le viscere. Mettiamo un attimo da parte la colonna sonora e partiamo dal contesto, in quanto risulta difficile non trovare delle analogie tra le varie ambientazioni in cui ci ritroveremo a fare strage di mostri e l’immaginario rappresentativo tipico dei nostri album del cuore: come detto anche nel paragrafo precedente, se ad esempio prendete in analisi le sezioni ambientate all’inferno, non diteci che non vi vengono in mente gli scenari rappresentati in album come “9” dei Mercyful Fate o “Dead Man’s Path” dei più estremi Malevolent Creation, per non parlare di “Blood In, Blood Out” degli Exodus, il cui artwork pare uscito direttamente dai concept art del gioco in questione. E non dimentichiamoci delle band italiane, dato che soprattutto nel death metal di raffigurazioni accostabili ce ne sono davvero tante, come ci insegnano i vari Hideous Divinity, Hour Of Penance eccetera.


Anche i personaggi non sfigurerebbero come potenziali simboli di qualche line-up bisognosa di un vessillo ficcante e d’effetto: il Doom Slayer a suo modo pare quasi una versione futuristica della celebre mascotte dei Manowar, soprattutto nel momento in cui impugna il crogiolo, ovvero una sorta di arma da corpo a corpo simile ad una spada di energia; oppure, volendo trovare un esempio più coerente, a chi mastica un po’ di heavy metal old school potrebbe venire in mente “Master Control” dei Liege Lord. Spostandoci invece dalla parte dei nemici, riteniamo che chiunque vorrebbe vedere il boss ‘Icon Of Sin’ su una copertina dei Job For A Cowboy o, ancora meglio, dei nostri amati Slayer a seguito di un’improbabile reunion (lasciateci sognare). Tra l’altro saremmo curiosi di sapere se l’omonima band brasiliana, il cui esordio prodotto dalla nostrana Frontiers Records ha visto la luce poco tempo fa, si sia ispirata proprio alla suddetta creatura immaginaria per scegliere il proprio nome. Inoltre, il fondamentale accostamento tra bestialità abominevoli e inserti tecnologici e/o meccanici ci ha più volte riportato alla mente quella grande formazione che erano i britannici Biomechanical.
Al di là dell’immagine, l’incedere stesso di questo brutale videogioco ci ha trasmesso delle sensazioni equiparabili a quelle che proviamo normalmente mentre ascoltiamo un qualsiasi disco speed, thrash o death metal con l’acceleratore spinto al massimo; anzi, la velocità è una delle chiavi della vittoria nel momento in cui ci si getta nella mischia con in mano una qualsiasi delle nostre armi, col conseguente risultato di stimolare delle vere e proprie impennate di adrenalina nel sangue, degne di uno dei pezzi più violenti dei Death o degli Onslaught, giusto per citarne due. Ma la vera chicca ci viene proposta direttamente dal gioco stesso, in quanto durante uno dei capitoli finali è possibile imbattersi in un ologramma che solleva le braccia al cielo mentre urla la frase “Lemmy è Dio!”. Un easter egg che lascia ben poco spazio all’immaginazione, in quanto si tratta palesemente di un omaggio al compianto e leggendario leader dei Motorhead, la cui scomparsa pesa ancora come un macigno sul cuore di tutti noi, e ci riempie di entusiasmo il fatto che i ragazzi di Id Software abbiano voluto inserire una menzione simile all’interno del loro titolo di punta. Probabilmente molti giocatori non avranno assolutamente idea di che cosa si tratti, ma se siete dei rocker come noi, queste sono le sorprese che ci spingono ad affermare con ulteriore convinzione di essere in presenza di un autentico capolavoro di arte videoludica.

Chiudiamo paradossalmente parlando proprio della colonna sonora, in quanto questa merita una menzione del tutto indipendente dal resto, non soltanto perché il buon compositore Mick Gordon ha dato ancora una volta il meglio di sé – e trattandosi di un professionista attivo da circa un ventennio nel campo delle colonne sonore videoludiche di genere simil-metal non c’è certo da stupirsi – ma perché per l’occasione egli ha voluto fare davvero le cose in grande, lanciando quello che lui ha definito come un richiamo per dei ‘metal screamers’. A questo hanno risposto entità del calibro di James Rivera degli Helstar, Tony Campos degli Static-X, Sven De Caluwé degli Aborted e Nature Ganganbaigal dei Tengger Cavalry, quest’ultimo purtroppo deceduto proprio durante le registrazioni della colonna sonora. Il risultato di tutto questo lavoro non poteva che essere una soundtrack da urlo, ricca di spunti per fomentare e perfettamente idonea a rappresentare l’azione a schermo; nonché godibilissima anche per una fruizione slegata dalle fasi di gioco, in quanto sfidiamo qualsiasi estimatore di musica aggressiva a non trovare ben più che piacevole l’ascolto, anche senza essere degli estimatori di “Doom Eternal” o dei videogiochi in generale.
Vogliamo congedarci da voi lettori proprio proponendovi qui sotto la ormai ben nota “The Only Thing They Fear Is You”, che a nostro parere incarna perfettamente l’essenza delle devastanti composizioni che fungeranno da stimolanti per la vostra sete di sangue, qualora foste interessati a calarvi nuovamente o per la prima volta nei panni del Doom Slayer, possibilmente in attesa del prossimo capitolo della nostra rubrica Metal & Games.

Alla prossima dunque e prestate sempre attenzione in caso di gite sospette su Marte, poiché potreste imbattervi in un portale per l’inferno senza essere adeguatamente preparati per l’evenienza.

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