METAL & MOVIES – Cinque film con protagonista l’heavy metal!

Pubblicato il 15/03/2021

Articolo a cura di Giuseppe Caterino

Da sempre l’heavy metal si è contraddistinto per una sua versatilità che ha travalicato l’aspetto meramente musicale, coinvolgendo gli ascoltatori in quel qualcosa ‘di più’, inglobando un proprio stile iconografico, una ufficialità vera e propria nel vestire e nell’essere, e anche per quanto riguarda i diversi media che lo hanno preso in esame, è sempre stato capace di adattarsi alle diverse occasioni. Siano libri, fumetti, videogiochi o – come in questo caso, film – il nostro genere musicale preferito ha sempre trovato una propria ragion d’essere. In questo nuovo format prenderemo dunque in esame cinque diverse pellicole che hanno come tema principale proprio il nostro amato metallo, magari affrontandolo con diverse ottiche e punti di vista. Vediamo come diversi registi hanno usato, in momenti storici anche molto distanti e rivolgendosi prettamente all’intrattenimento anche trasversale – a differenza dei dischi, magari, certamente più settoriali – le proprie voci su vicende diverse e che, esattamente come nella musica, possono diramarsi in infiniti sottogeneri, trasfigurando e rendendo viva e magari irriconoscibile la materia agli stessi occhi di chi l’ha creata. Abbiamo scelto dei titoli abbastanza iconici nel genere, trattandoli con le ‘nostre’ mani, quindi scrivendo certamente ‘da metallari’, più che da critici (cosa che peraltro non siamo), guardandoli perciò con gli occhi di fruitori finali senza particolari nozioni tecniche: molto più semplicemente, trovandoci idealmente, tutti assieme sul divano, birra in mano, metallo alla tv. Abbiamo cercato di evitare gli spoiler (sebbene ci appelliamo al dogma per il quale dopo due settimane dall’uscita di un’opera lo spoiler non è più tale) ma ovviamente la lettura conterrà dettagli delle pellicole. E, come nelle migliori visioni comunitarie, anche se virtualmente, vi invitiamo a ‘restare’ per il classico dibattito post-visione nei commenti! Buona visione.


MORTE A 33 GIRI
Titolo originale: Trick Or Treat
Regia: Charles Martin Smith
Genere: Horror
Paese e anno di uscita: USA, 1986
Durata: 98 minuti

Forse uno dei titoli più noti nella formazione di molti metallari, “Morte A 33 Giri” è un film letteralmente d’epoca; quando è uscito, il metal stava partorendo alcuni dei suoi più grandi capolavori, e gli avvenimenti sono ritratti col punto di vista di un metallaro della prima guardia. Insomma, gli anni ’80 di “Trick Or Treat” non sono rivisitazioni dall’occhio nostalgico, ma descrizione vera e propria, figlia del suo tempo. Ma più che un film descrittivo di un periodo, questo è un prodotto d’intrattenimento, un horror movie che non vuole essere né più né meno che la versione visiva di un disco metal cattivo e volgare, di quelli da tenere distanti dagli occhi dei nostri genitori quando eravamo ragazzi. Impossibile, a modo suo, non riconoscersi in Ragman, il giovane protagonista, se si è stati metalhead in età scolare: una certa sensazione di emarginazione (a volte velata da un certo orgoglio), l’idea di sentirsi tagliati fuori dal resto del mondo, gli sguardi interrogativi e a volte sarcastici dei coetanei ‘normali’, il vestiario, la famiglia quanto meno dubbiosa sui gusti musicali, e, naturalmente, una passione viscerale per la musica (nel film vediamo girare vinili di un certo peso, tra Megadeth, Possessed, Exciter, Judas Priest) che travalica l’ascolto e diventa stile di vita. Le giornate tipo di questo giovane un po’ sfigato, bullizzato all’inverosimile, sono mediate dall’ascolto della musica di Sammi Curr, archetipo della rockstar maledetta degli anni ’80, un buon mix tra Alice Cooper, Dio, Blackie Lawless e Ozzy (e non per niente il Madman stesso farà un cameo nel film nel ruolo del prete che mette in guardia dalle seduzioni della musica di Satana!). Sammi è l’icona del male, il rocker contestato nei dibattiti in tv, i suoi atteggiamenti inaccettabili sono un vessillo per i movimenti anti-rock, e un bel giorno ha la buona idea di morire in un incendio, cosa che Eddie ‘Ragman’ non prende certo benissimo. Il suo amico e Dj Nuke (un Gene Simmons svogliatissmo che non voleva nemmeno partecipare al film) però gli dà allora una pre-incisione di Curr registrata prima di morire, e attraverso questa il cantante parla con Ragman dal mondo dei morti grazie alla più classica delle mosse rock, ovvero l’ascolto del vinile al contrario. Eddie riceve dunque delle precise istruzioni su come vendicarsi dei bulli che lo tormentano (se di semplice bullismo può trattarsi, visti anche ‘scherzi’ come quello in piscina), con alcuni picchi memorabili tra cui la scena nel laboratorio scolastico. Quando Eddie decide di rifiutarsi di dare addosso all’unica ragazza che gli dà un po’ di attenzioni, l’alterco che ne genera riporta in vita Sammi Curr, che ben decide di crear scompiglio nella comunità a suon di chitarre che lanciano saette e gustosissimi omicidi. La scena del concerto alla festa scolastica è meravigliosa, arrogante, cafona quanto basta, francamente divertentissima, ma non mancano altri momenti indimenticabili (la scena della ragazza del bullo che viene ‘sedotta’ da un demone ha ancora oggi il suo perché).In mezzo, una buona dose di ammazzamenti, nudità, comitati per la salvaguardia della morale e ovviamente incandescente metallo, a partire dalla colonna sonora dei Fastway di ‘Fast’ Eddie Clark e Pete Way degli UFO, che contribuisce a fotografare, come dicevamo, un’intera era: hair metal potente e catchy, perfetto crocevia tra l’estremismo del metallaro classic e una fruizione cinematografica che impone uno spettro abbastanza ampio. Certo, il film preso in quanto tale, togliendo la fascinazione metal e rivisto trent’anni dopo, ha delle carenze, sembra invecchiato maluccio e probabilmente un non metallaro non potrebbe mai apprezzare alcuni piccoli sottotesti. Ma pur con questi suoi difetti, “Morte A 33 Giri” rappresenta un passaggio da non perdere se si hanno meno di vent’anni (la prima delle tante volte che lo si rivedrà) ma anche se si vuole tornare a respirare l’aria dell’adolescenza; quell’aria fatta di capelli lunghi, professori intenti a decifrare le nostre t-shirt, chiodo tutto l’anno e un generale senso di stranezza e onnipotenza. Un film che, dicevamo, non può mancare nella formazione base del metallaro, che ci restituisce gli anni ’80 (americani, perlomeno) esattamente come erano e non come lo vediamo nelle serie di Netflix, e che con tutti i suoi difetti non ci farà mai cambiare canale nei suoi pur sporadici passaggi in televisione.


THIS IS SPINAL TAP

Titolo originale: This Is Spinal Tap
Regia: Rob Reiner
Genere: Mocukentary, Commedia
Paese e anno di uscita: USA, 1984
Durata: 82 minuti

Il documentario che segue i seminali Spinal Tap (da scrivere quando possibile con la umlaut sulla n!) nel loro tour in Nord America è uno dei lavori di maggior pregio del regista Marty DiBergi, che ha saputo restituirci in maniera esemplare le qualità umane e musicali della band inglese, non senza un certo pathos e un profilo umano dei musicisti. Eccetto forse che nessuno dei personaggi summenzionati esiste, e né Marty DiBergi (in realtà il vero regista del film, Rob Reiner) né gli Spinal Tap avevano, prima di questo caposaldo della commedia metallara, pubblicato il loro rumorosissimo heavy metal. Forse uno dei primi esempi di mockumentary, “This Is Spinal Tap” è un’opera divertente, che decide di fare il verso a tutto il mondo del rock (e dello showbiz in generale) dell’epoca nel quale è uscito, raccontando, non senza una certa intelligenza e citazioni più o meno colte, le nevrosi, i tic e i cliché del genere.
La trama è semplice: un regista di spot pubblicitari va in un locale che non esiste più, come tiene a precisare, e vede la band che per lui ridefinisce il concetto di rock and roll, i metallari inglesi Spinal Tap (già noti come i The Originals e successivamente come i The New Originals) e decide, folgorato, di seguirli nel loro tour americano per documentarne le gesta. Il tour è un fiasco disastroso però: i biglietti venduti sono pochi, i negozi si rifiutano di vendere il loro album “Smell The Glove”, giudicato sessista nei contenuti e nella copertina (ne segue una discussione esemplare), i concerti vengono spostati in posti sempre più contenuti e sempre meno entusiasmanti, come ad esempio una base aeronautica militare. In tutto questo, incomprensioni, mogli sfascia-band, manager licenziati, meet & greet senza fan. Il film si basa su di un soggetto appena accennato, e praticamente tutto il girato è improvvisato dagli attori, i quali conoscevano giusto il tema delle discussioni, in modo da catturare il più possibile reazioni originali, e va a citare in maniera indiretta, ma chiarissima, decine di band e avvenimenti. Judas Priest, The Who, Queen, Iron Maiden, Ozzy, Black Sabbath, Twisted Sisters, Aerosmith, sono tantissimi quelli che si sono sentiti chiamati in causa (Ozzy e Dee Snider hanno candidamente dichiarato di essersi rivisti nella scena in cui la band si perde nel percorso tra backstage e palco). Le scene diventate cult sono innumerevoli: dagli amplificatori che arrivano a 11 e dimostrano dunque che gli Spinal Tap sono la band più rumorosa del pianeta, alla pletora di batteristi morti e poi sostituiti in circostanze misteriose, tra cui l’autocombustione, incidenti di giardinaggio, soffocamento per vomito altrui. Impossibile non ridere alla domanda all’attuale batterista, che gli chiede se non tema per la propria vita. O, ancora, la questione relativa a Stonehenge, con la costruzione della scenografia da palco più bassa degli elfi che vi ballano attorno, scena che trasuda Black Sabbath da tutti i pori. In tutto questo, le canzoni sono originali e gli attori suonano i loro strumenti, le gag, tutte piuttosto composte e non ‘caciarone’, si susseguono per tutto il film, e ovviamente lo spettatore appassionato di heavy o di musica rock in generale potrà apprezzare le piccole chicche disseminate per tutto il film. Le origini della band con la scena Flower Power, il rapporto quasi bromance di Nigel e David, il giro continuo di personaggi che attornia la band in tour, che fa pensare ai rapporti non duraturi che si creano in una vita on the road, tutto è al posto giusto, e l’ora e venti di durata fila via che è un piacere. Un film divenuto culto anche tra i non metallari (ad esempio, chi scrive gli Spinal Tap li ha visti per la prima volta nei Simpson), e che a più di trent’anni dalla sua uscita non ha perso un’unghia della sua arguzia.


METALHEAD

Titolo originale: Málmhaus
Regia: Ragnar Bragason
Genere: Drammatico
Paese e anno di uscita: Islanda, 2013
Durata: 97 minuti

Passato un po’ in sordina pur avendo visto qualche premio in patria, questo film dell’islandese Ragnar Bragason può essere visto (oggi e in un certo qual senso) quasi come una involontaria preparazione a “Lords Of Chaos”, con una visione distaccata e meno glamour di tutto quell’ambiente che verrà poi descritto nel film di Jonas Åkerlund, ma che condivide vicende di metallari nordici, caratterizzati anche abbastanza bene e sempre, presumiamo, piuttosto bizzarri agli occhi del potenziale grande pubblico. E sebbene la storia di “Lords of Chaos” sia reale (pur con tutti i puntini sulle i che si vogliono mettere), la storia di “Metalhead” risulta, seppur frutto di finzione, a modo suo decisamente più realistica, viva e universale. Si parla di Hera, una bambina che ha visto il fratello morire in un bizzarro incidente (un inizio pellicola potentissimo, va detto) e che nella sua personale elaborazione del lutto decide di seguirne le orme e i gusti musicali, ereditandone chiodo, chitarra elettrica e collezione di dischi. La vicenda si sposta a una decina d’anni dopo, quando Hera (Thora Bjorg Helga) è una ventiduenne metallara oltranzista, che non trova il suo posto nel mondo, isolata nel suo paesino islandese, che beve, non ha rapporti con la gente ‘normale’, fa danni ed è perennemente fuori posto. Nella sua vita irromperanno tanto un prete, che dopo qualche esitazione fa breccia nella sua fortezza grazie alla comune passione per il metal (le mostra orgoglioso un tatuaggio di “Killers”) quanto la scoperta, grazie alle notizie in tv, di un nuovo fenomeno che sta prendendo piede in Norvegia, di nome black metal: chiese bruciate, giovani che suonano una musica negativa e preoccupante, nomi come Mayhem, Darkthrone che iniziano a farsi strada. Una folgorazione, per Hera, che da quel giorno si mette il corpsepaint anche in casa, registra un demo black che spedisce in giro per posta e diventa ancora più ‘trve’. Il racconto prosegue tra delusioni amorose, una chiesa bruciata, una fuga con solo fucile e walkman, e un gruppo di metallari norvegesi che le si presenta a casa per proporle di entrare nella loro label e poi restare a suonare con lei, fino ad un concerto black metal presso la sala parrocchiale del paese.
Il dramma esistenziale di Hera è ben sviluppato durante il corso del film, e il suo senso di solitudine persino amplficato dalla gestione che il regista ha di uno degli attori non accreditati nel cast, ovvero il paesaggio stesso. La terra islandese è descritta esattamente come ce la immaginiamo: aspra, ampia, desolata, vuota. La scena nella casupola per cacciatori trasuda gelo e solitudine, e ci viene proprio da pensare a quelli che sono i paesaggi evocati da molti gruppi black islandesi. Non volendo, il silenzio, il vuoto delle terre, diventano un coadiuvante essenziale per gli umori della protagonista, emergendo con voce fragorosa anche fuori dallo schermo, e settando alla perfezione il mood della pellicola, accentuato ancor di più dal fatto che la scena si svolge in un piccolo paese, una piccola comunità nella quale i genitori di Hera cercano risposte da una chiesa nella quale non si sentono del tutto coinvolti, dove tutti si conoscono ma sempre con una certa superficialità. La paura, in questi film, è sempre che il metal venga visto come fuga di ribellione adolescenziale, passaggio formativo e che una volta divenuti adulti e ‘maturi’ si può – anzi, si deve – abbandonare (“Lords Of Chaos” docet, nel suo più grande demerito), e per un breve tratto ciò avviene; ma proprio quando temiamo il peggio, il momento di sblocco e il ritorno a una sorta di felicità della protagonista e dei suoi familiari supera questo impasse, trascende dalla musica ascoltata, e anzi l’effetto della sua passione risulta quasi benefico, sotto le note di “Symphony Of Destruction” dei Megadeth. Il film ha un’ottima colonna sonora e alcune scene davvero buone (il rogo della chiesa viene visto quasi con compassione, così come l’imbarazzo che proviamo nel pogo in discoteca-‘oratorio’, per quanto patetico, che in qualche modo genuinamente ricalca il senso di disagio di Hera), e sebbene si perda un po’ in alcuni momenti corali ha dalla sua un apparato filologico rigoroso: il gruppo venuto dalla Norvegia sembra proprio ricordare i Mayhem, i dischi e le immagini che vediamo sono al passo coi tempi del racconto (1992-93, anche se non viene mai dichiarato lo capiamo), la musica suonata ha senso e non sfrutta artifici cinematografici per suonare più cool, e anche la scena del concerto all’oratorio – sebbene finisca verso un certo hipsterismo myrkuriano, ci perdoneranno i fan – ha una indiscutibile potenza espressiva. Certamente valevole di una riscoperta.


HEAVY METAL IN BAGHDAD

Titolo originale: Heavy Metal in Baghdad
Regia: Suroosh Alvi e Eddy Moretti
Genere: Documentario
Paese e anno di uscita: USA – Canada, 2013
Durata: 84 minuti

C’è chi l’heavy metal lo suona, chi lo adotta come stile vita, e chi invece ci vive proprio dentro, letteralmente, come ci dice il bassista degli Acrassicauda: qui viviamo dentro l’heavy metal, tra missili che ti distruggono la sala prove e il pensiero di poter venire uccisi solo andando a fare la spesa; altro che sesso droga e rock and roll. “Heavy Metal in Baghdad” è un documentario di Vice che segue le gesta della prima e, almeno al tempo, unica band heavy metal in Iraq, gli Acrassicauda (nome, latino, di uno scorpione nero tipico del paese). La troupe si interessò del gruppo prima ancora della caduta di Saddam Hussein, nel 2003, per poi tornare a vedere come stavano le cose nella ben più pericolosa situazione del 2005/2006 (gli autori stessi indossano giubbotti antiproiettile e sono scortati da guardie armate), letteralmente per andare a vedere se i ragazzi erano ancora vivi. Quello che vediamo è difficile da mandare giù; oltre alle varie difficoltà di suonare heavy metal, si passa dall’obbligo di suonare una canzone con testo dedicato a Saddam, durante il regime, al divieto implicito di farsi crescere i capelli o di fare headbanging (cosa che ricorderebbe il modo di pregare degli ebrei) o, ancora, di indossare magliette di gruppi, moda questa assimilabile alle più deprecabili usanze occidentali. E in questo è significativo il commento di uno dei musicisti, che indossa una maglietta degli Slipknot mentre lo racconta: il rischio di venire ucciso andando a fare la spesa è comunque alto allo stesso modo, tanto vale rischiarsela vestiti come si vuole. Durante il racconto vediamo un concerto, organizzato con Vice, avvenuto in un hotel in Baghdad, suonato attaccati al generatore, con interruzioni di corrente, difficoltà organizzative gestite dai militari, e una scena piccola ma arrembante di fan festanti e poganti. Durante la visione vedremo la band costretta a fuggire in Siria, dove riusciamo ad assistere sia uno stralcio di concerto (e fa un certo che vedere l’emozione dei presenti a sentire dal vivo una cover di “Fade To Black” come se fossero veramente i Metallica a suonare in quella specie di sottoscala) che alle terribili difficoltà nelle quali si trovano a vivere, e alla fine del documentario i titoli di coda ci informano che si sono visti costretti a vendere gli strumenti per poter sopravvivere. Nel corso degli anni, dopo il documentario abbiamo poi letto che i ragazzi sono riusciti a emigrare in America (sembra sempre con una mano da parte di Vice), ottenere la cittadinanza e persino a pubblicare un album (“Gilgamesh”, del 2013). Va detto che la popolarità ottenuta con l’uscita del documentario ha messo la band in grave rischio, con minacce di morte da parte degli estremisti che li accusavano, oltre che della sempreverde accusa di satanismo, di veicolare i valori americani, e che Vice si è attivata anche per questo nel supportare l’ottenimento delle visa per gli USA.
“Heavy Metal In Baghdad” è un bel pugno nello stomaco, e sebbene la musica il suo significato siano il vero fulcro della discussione, i momenti più intensi sono quelli in cui si parla della vita di tutti i giorni, della difficoltà nell’essere giovani, avere la vita davanti, e non poterne usufruire, anzi, tenere in considerazione l’eventualità di venire sparati a caso, solo uscendo di casa (cosa effettivamente successa ai membri della band, come raccontano alle telecamere). In tal senso è significativa la scena a bordo piscina dell’hotel, in cui vediamo nello sfondo delle persone fare il bagno e nel frattempo sentiamo colpi di mitragliatrice. Gli autori sono piuttosto bravi a bilanciare momenti dedicati agli Acrassicauda come musicisti quanto come esseri umani in una situazione difficile (che noi vediamo coi nostri occhi), creando così un senso di effettiva emozione nell’immedesimarsi nelle privazioni cui sono sottoposti – e forse ancor più in questo strano periodo delle nostre vite in pandemia. Il valore del gruppo in sé, musicalmente, passa in secondo piano, e alla fine del film vorremmo soltanto essere stati a darci spallate con alcuni di quei fan, disposti all’arresto pur di presentarsi ad un concerto di una poco-più-che cover band con la maglietta degli Slayer. Se non è vivere heavy metal questo, non sappiamo davvero cosa possa esserlo. Visione consigliata.


ROCK STAR
Titolo originale: Rock Star
Regia: Stephen Herek 
Genere: Commedia, Drammatico
Paese e anno di uscita: USA, 2001
Durata: 105 minuti

Il mondo heavy metal ha fatto le sue capatine anche all’interno del cinema più generalista, con risultati alterni ma spesso e volentieri – ahiloro – con un’ottica francamente superficiale che fa da filo conduttore, quando è Hollywood a prendere in mano la cosa. Quando non si tratta di commedia, infatti, quello che ci ritroviamo è solitamente una specie di pippone moralista sulla vacuità del mondo del rock (coi musicisti che sono quasi sempre hair metal heroes), con il giovane di buone speranze corrotto da un mondo tutto sesso droga e rockandroll, la redenzione con taglio dei capelli e il ritorno a una vita semplice ma piena di valori. Anche “Rock Star” non si smarca dal filone, ma tutto sommato si lascia guardare per qualche momento azzeccato, una buona colonna sonora, e qualche presenza che ogni buon metallaro dovrebbe salutare con gaiezza, ma soprattutto per l’ispirazione che fa da sfondo al film. La storia parla infatti di un giovane cantante, interpretato da Mark Whalberg, completamente in fissa per una band chiamata “Steel Dragon”, e della quale ha una tribute band. Quando gli Steel Dragon, quelli veri, licenziano il loro cantante (per vari motivi, tra cui, durante un litigio, si parla anche della dichiarata omosessualità del singer) e hanno modo di visionare un video della band di Chris, invitano il ragazzo, il quale dopo un veloce provino si trova dunque ad affrontare tour mondiali come cantante della sua band preferita. Suona familiare? Lo sarà ancora di più se aggiungiamo che il film doveva chiamarsi inizialmente “Metal God”. Infatti il film trae la propria ispirazione dalla storia di Tim “Ripper” Owens, e gli Steel Dragon non sono altro che una versione filmica dei Judas Priest! Ovviamente tra le varie vicissitudini il film percorre una sua strada non per forza aderente alla realtà, e ‘Izzy’ entra subito nel cuore dei fan, perdendosi però molto velocemente all’interno delle spirali di dissoluzione tipiche del cliché rock and roll, scoprendo ovviamente quanto non sia tutto oro quello che luccica e rischiando anche di perdere, oltre a sanità mentale, fegato e anni di vita, la sua innamoratissima ragazza-manager (Jennifer Aniston, realistico canone di ragazza-tipo che nell’immaginario comune è spesso appresso ai metallari), fino a redimersi e diventare una specie di Kurt Cobain, tornando a Seattle per cantare grunge nei pub. Siamo di fronte ad un film che alterna commedia e dramma all’acqua di rose, ma veniamo a quelli che sono i punti d’interesse per noi cuori borchiati. A parte il riferimento ai Preti di Giuda, che furono anche contattati per collaborare alla pellicola ma abbandonarono il progetto dopo divergenze con la produzione – tra cui spicca George Clooney – troviamo in realtà della musica piuttosto interessante, visto che il film è ambientato negli anni ’80: dai Motley Crue passando per Kiss, Ac/Dc, Def Leppard, Rainbow, anche le canzoni ‘originali’ degli Steel Dragon, pur ricalcando gli stilemi tipici del metal da classifica, riescono a risultare almeno apprezzabili, a cui hanno collaborato Twiggy Ramirez e Zakk Wilde, quest’ultimo chitarrista della band nel film, assieme a Jason Bonham alla batteria e Jeff Pilson dei Dokken al basso, che si distinguono anche come attori accettabili. Da segnalare anche due comparsate da parte di Michael Starr (L.A. Guns, Steel Panther) e Myles Kennedy. All’epoca di uscita del film Rob Halford non era ancora rientrato nei Priest, e fa abbastanza sorridere il tipo di carriera che il suo alter ego cinematografico finisce per intraprendere, ma siamo piuttosto contenti che nella realtà le cose siano andate come sono andate.
A parte un’intensità piuttosto flebile e un’atmosfera così così, il film si fa guardare per una serata senza grosse pretese, e può essere tranquillamente apprezzato anche da amici/partner non metal-oriented, ai quali imporre un po’ di musica dura a mo’ di cavallo di Troia, e sebbene si faccia dimenticare abbastanza velocemente, risulta una discreta divagazione sul tema metal ‘da stadio’.

 

0 commenti
I commenti esprimono il punto di vista e le opinioni del proprio autore e non quelle dei membri dello staff di Metalitalia.com e dei moderatori eccetto i commenti inseriti dagli stessi. L'utente concorda di non inviare messaggi abusivi, osceni, diffamatori, di odio, minatori, sessuali o che possano in altro modo violare qualunque legge applicabile. Inserendo messaggi di questo tipo l'utente verrà immediatamente e permanentemente escluso. L'utente concorda che i moderatori di Metalitalia.com hanno il diritto di rimuovere, modificare, o chiudere argomenti qualora si ritenga necessario. La Redazione di Metalitalia.com invita ad un uso costruttivo dei commenti.