METALITALIA.COM ON THE ROAD

Pubblicato il 14/09/2007

INTRODUZIONE

 
Ebbene sì, questa volta non ci facciamo problemi a dirlo: un po’ – ma solo un pochettino – ci siamo superati! La vostra intrepida Redazione, dopo aver presenziato a tutti i più importanti festival dello Stivale, in una stagione mai così ricca di appuntamenti, ha lasciato le patrie terre e, in un agosto mai torrido ma anche non troppo piovoso, si è dedicata alla conquista del Continente Metallico. Wacken e Summer Breeze in Germania, Brutal Assault in Repubblica Ceca: questi i nostri obiettivi, mirati, colpiti e affondati! Non vogliamo, in questa piccola introduzione al Vostro Speciale Definitivo, tirarla troppo per le lunghe: nelle copiose pagine seguenti troverete dei dettagliatissimi report sugli importanti festival citati, con tanto di splendide foto e attente opinioni sulle performance delle innumerevoli band impegnate. L’unico nostro consiglio è quello di prendervi tempo per leggere tutto, in quanto il materiale è davvero molto e la passione trasmessa pure! Non resta da fare, quindi, che augurarvi una buona lettura ed una stoica pazienza…

La Redazione di Metalitalia.com

WACKEN OPEN AIR 2007 – PARTE 1

Report a cura di Alessandro Corno e Claudio Giuliani
Il Wacken Open Air, oltre ad essere il più grande festival metal mondiale, è ormai diventato un mito sia per coloro che non ci sono mai andati che per quelli che ormai non possono più far a meno di essere presenti. L’edizione 2007 è stata sicuramente la più imponente sia in termini di afflusso, con circa 60000 paganti e sold-out, che in termini di organizzazione. Incredibile se si pensa che alla prima edizione, datata 1990, erano presenti solo 800 anime. Un festival che non è stato fermato nemmeno da giorni e giorni di pioggia torrenziale durante i preparativi, con conseguente fango simil-sabbie mobili che ha costretto gli addetti ai lavori a rimuovere lo strato superiore di terreno e ricoprire l’enorme arena con paglia e truciolato… un lavoro a dir poco impressionante. Tutto questo (e anche molto altro) per permettere lo svolgimento in piena regola di un festival che raduna gente da tutti i cinque continenti. Dopo un viaggio estenuante di 1200 km, nonostante l’accesso a noi garantito nell’area campeggio riservata alla stampa, ce ne siamo fregati bellamente e abbiamo deciso di accamparci tra il pubblico, insieme ad amici e gente più o meno alcolizzata da subito alle prese con grigliate e birra a fiumi. Il bello di questo evento sta infatti anche nella vita che si fa in campeggio e nell’atmosfera che si respira nel condividere gli spazi con gente di altre nazioni, in un clima di discreto rispetto e sicurezza. C’è chi si porta divani da casa, chi monta tende e strutture a dir poco fantasiose, chi si porta strumenti, amplificatori e generatori, chi si massacra le orecchie con stereo sparati a tutto volume, chi si traveste nelle maniere più impensabili…insomma, di tutto e di più. Non mancano docce calde a pagamento e servizi igienici per quanto possibile puliti, sportelli bancomat, un’imponente birreria, decine di venditori di carne alla griglia, panini, hot dog, kebab e quant’altro. Notevole è anche il numero di negozi di abbigliamento, accessori, e merchandising vario presenti nel cosiddetto Metal Market, un vero mercato per metallari. Per chi cerca CD e DVD a basso prezzo è stato come sempre riservato un tendone con ingresso a pagamento dove trovare ogni genere di uscita e di di rarità. Una cornice ideale quindi per quattro giorni all’insegna del metallo e quanto più possibile lontani dalle regole della civiltà. Nell’area concerto come al solito erano presenti i due classici palchi principali, denominati True Metal Stage e Black Stage, forse un po’ più piccoli rispetto a qualche anno fa e piazzati al centro di una grande spianata. Tra i due palchi era presente un grande schermo installato con lo scopo di garantire a tutti una buona visione degli show. Novità di quest’anno, una seconda area a destra della prima che ha ospitato il più piccolo Party Stage mentre il fangosissimo Wet Stage è stato allestito ancora una volta sotto un grosso tendone. Come sempre presente anche uno spazio per il meet and greet con le band. All’esterno dell’arena è stato piazzato anche un megaschermo sul quale sono state proiettate, a mo’ di cinema, immagini relative alle scorse edizioni del festival e a ciò che succede nel paesino prima e dopo il concerto. Come ogni anno, per assistere al maggior numero possibile di esibizioni, ci siamo spostati continuamente da un palco all’altro e questa volta è stata una vera e propria impresa, visto il fango e la quantità di fan che si accalcavano già dalle prime ore del pomeriggio. Musicalmente parlando si è trattato forse di uno dei Wacken Open Air meglio riusciti sia in termini di suoni che di esibizioni. Ogni gruppo ha infatti dato il meglio o quasi di sé e risulta difficile indicare quale sia stata la performance migliore. Il successo popolare dei Blind Guardian, gli spettacoli pirotecnici degli In Flames, i Rage accompagnati dalla Lingua Mortis Orchestra, la precisione chirurgica degli Iced Earth, i concerti-evento di Destruction e Sodom, le reunion di Sacred Reich, Immortal e Possessed… e potremmo andare avanti citando ogni singola esibizione. Insomma, le fatiche sono state ampiamente ripagate e le uniche preoccupazioni, che sorgono alla fine di tutto, sono relative al fatto che il Wacken Open Air sembri essere ormai diventato anche un’enorme macchina da soldi e abbia in parte perso la propensione verso l’underground che lo caratterizzava. L’anno prossimo toccherà addirittura agli Iron Maiden…



Un ringraziamento particolare a www.metaltix.com.

WOA FIREFIGHTERS

Spetta sempre a loro aprire il Wacken Open Air, e così eccoli qui anche quest’anno. I pompieri del paese, o meglio, l’orchestra dei pompieri, tutti attempati pensionati, sono stati autori di un grande show. E’ così che sulle note dei canti popolari tedeschi si assiste a del crowd surfing, a dell’headbanging sfrenato, tutto mentre si tracannano boccali giganteschi di birra. Va detto che la “band” accusa gli anni, notevoli le pause fra una canzone e l’altra. Spettacolare il sassofonista che mentre suona fa il segno delle corna con la mano. Metallaro ad honorem.

MAMBO KURT

E’ finalmente sera, la folla ha gremito il Wet Stage e lui sale sul palco. Mambo Kurt fa faville con la sua pianola. La gente va in visibilio dimenandosi sulla “Angel Of Death” più dolce di sempre, oppure su “I Was Made For Loving You” dei Kiss. Cavallo di battaglia è sicuramente “Paradise City” dei Guns che Mambo esegue a memoria facendo il segno delle corna praticamente sempre. Simpatico e irriverente, da vedere almeno una volta. Mitico Mambo Kurt.

ROSE TATTOO

Al grido di “Hi there, here we are again!” salgono sul palco gli australiani Rose Tattoo, colpevoli solo di essere nati nella stessa terra degli AC/DC. Il loro rock and roll è assolutamente godibile, e la voce di Angry Anderson è incredibilmente la stessa dopo anni e anni di concerti. Tra i pezzi ricordiamo “Black Eyed Bruiser”, opener dellíultimo album “Blood Brothers” dal quale Ë stata eseguita anche la bellissima e tosta “Man About Town”. Momento clou del concerto líesecuzione di “Nice Boys”, tratta dal mitico “Assault & Battery”, targato 1981. Che altro dire? “Nice boys don’t play rock and roll!!!!”.

SODOM

I Sodom tornano al Wacken dopo diversi anni, dopo aver promesso uno show speciale in sede di presentazione del concerto. Sul palco, a fare compagnia al terzetto, si sono alternati i membri storici del gruppo. E’ così che per un Grave Violator in leggero imbarazzo a suonare la chitarra nei Sodom dopo così tanto tempo, va sottolineata la prova entusiasta dell’altro chitarrista Frank Blackfire, in ottima forma. La scaletta quindi è stata incentrata su pezzi vecchi, i Sodom sono partiti con quattro canzoni dal loro ultimo, autointitolato album, per poi suonare alcuni pezzi che non suonavano da anni in compagnia degli ex membri. Jammata finale con tutti sul palco. Idea simpatica per festeggiare il venticinquesimo anniversario della band.
SETLIST:
Blood on your Lips
Wanted Dead
City of God
Bibles and Guns
Burst Command ‘Til War
Obsessed by Cruelty
Christ Passion
Magic Dragon
Tarred and Feathered
The Crippler
Get What you Deserve
Abuse
Scum
Frozen Screams
Warlike Conspiracy
Genocide
Lords of Depravity
Sodomy and Lust
Ausgebombt
The Saw is the Law
Outbreak of Evil
Bombenhagel

TYR

Sono circa le 20 quando davanti all’entrata del tendone che ospita Wet Stage si accalca una quantità di persone oltre le previsioni. Appare quasi un’impresa riuscire a farsi largo tra la folla evitando le pozze di fango ed è subito evidente che il posto riservato ai faroesi Tyr è decisamente sottostimato. La band è infatti una delle migliori realtà epic-folk metal uscite negli ultimi anni ed è comprensibile che ci sia un notevole interesse nel verificare se i quattro nordici ci sappiano fare anche in sede live. La band attacca alla grande con “The Edge” e dopo qualche piccola imprecisione inizia a carburare alla grande. Il cantante-chitarrista Heri sfoggia una buona disinvoltura sia come frontman che nella riproposizione di linee vocali tutt’altro che scontate. Il concerto scorre liscio passando per “Regin Smidur” e “Lord Of Lies”, accolte con applausi da un pubblico decisamente soddisfatto. Da evidenziare la stupenda ed evocativa “Ragnarok” dall’ultimo omonimo album, suonata alla perfezione da una band assolutamente professionale. I 45 minuti a loro disposizione scorrono via veloci e si chiude con “Ramund Hin Hunge”, un successo visto il numero di fan che cantano a memoria il pezzo. Concerto breve ma intenso che ha confermato le ottime qualità dei Tyr. Speriamo solo che la prossima volta vengano a loro riservati un palco ed un minutaggio adeguati.

SETLIST:
The Edge
Regin Smidur
Lord Of Lies
Hail To The Hammer
Ragnarok
Wings Of Time
Ramund Hin Hunge

SAXON

Eccoci agli headliner della prima serata. Biff, Quinn e soci sono una vera e propria garanzia e, nonostante l’età, sono sempre in grado di distinguersi dalla massa per professionalità e resa live. Un megaschermo piazzato sul fondo del palco e la celeberrima aquila d’acciaio sono gli unici elementi coreografici di un concerto che parte in quarta con “Heavy Metal Thunder”, seguita da “Let Me Feel Your Power”, presente sull’ultimo album “The Inner Sanctum”, dal quale verranno estratte anche “If I Was You” la stupenda “Red Star Falling”, “Atila The Hun”, l’anthemica “Ashes To Ashes” e la rockeggiante “I’ve Got To Rock (To Stay Alive)”. La band è come sempre puntuale e compatta e solo Biff , con sciarpa al collo, appare un pochino più sporco del solito ma certo non si risparmia sia sugli alti che sulle parti più atmosferiche come la mitica “Crusader”. Nel corso della performance vengono riproposti tutti i classici del gruppo, tra cui “Motorcycle Man”, “20000 ft”, “Dogs Of War”, “Denim And Leather” e l’immortale “Princess Of The Night”. Il numerosissimo pubblico ovviamente non può che applaudire e apprezza anche brani più recenti quali “Witchfinder General” o “To Hell And Back Again” che sarà presente sull’imminente DVD. Durante “747 (Strangers In The Night)”, fa capolino Tobias Sammet degli Edguy e duetta con Biff, strappando non pochi applausi dalla platea. Dopo un breve guitar solo di Doug Scarratt il concerto si chiude con l’accoppiata “Wheels of Steel”/ “Strong Arm Of The Law”, durante le quali il frontman si diverte a far cantare il pubblico, suddividendolo in “crazy bastards” e “crazy metalhead…bastards”. Le urla e gli apprezzamenti salutano una buona esibizione, l’ennesima prova che i maestri sono ancora in grado di insegnare.
SETLIST:
Heavy Metal Thunder
Let Me Feel Your Power
Dogs Of War
If I Was You
747 (Strangers In The Night)
To Hell And Back Again
Motorcycle Man
Red Star Falling
Witchfinder General
Solid Ball Of Rock
2000 ft.
The Bands Played On
Princess Of The Night
I’ve Got To Rock (To Stay Alive)
Atila The Hun
Denim And Leather
Ashes To Ashes
Crusader
Guitar Solo
Wheels Of Steel
Strong Arm Of The Law

OVERKILL

Party Stage: è circa mezzanotte di questa prima e intensa giornata. Il terzo palco del Wacken è gremito all’inverosimile. Nessuna meraviglia: suonano gli Overkill, dei mostri sacri del thrash metal mondiale. A tanta gente (chi scrive compreso) è venuto in mente che quel palco andasse stretto agli americani del New Jersey. Gli Overkill salgono sul palco e subito partono le note devastanti di “Necroshine”. Delirio e headbanging. A ruota si ascoltano “In Union We Stand” con il coro cantato a squarciagola da tutti, la mitica “Wrecking Crew”, “Fuck You”, con la gente a gridare “I don’t care what you say Fuck You Fuck you!”, e anche “Old School”, unica traccia estratta dall’ultimo album “Relix IV”. Sono state eseguite anche due canzoni dall’imminente album “Immortalis” in uscita quest’anno. Una di queste, “Skull and Bones”, è stata una mazzata assurda, thrash metal sostenuto per una canzone dai tanti cambi di tempo che promette sfracelli. Niente altro da dire, guardare il fisico statuario di Bobby “Blitz” Ellsworth immerso nel fumo del palco, e ascoltare la sua voce, granitica e potente come sempre, è stato uno dei migliori momenti del Wacken 2007. Fra le prime cinque band dell’intero festival, senza alcun dubbio.

AMORPHIS

Ore 11,50 del venerdì, gli Amorphis dovrebbero iniziare tra una decina di minuti. Peccato che poco distante dal True Metal Stage stia andando a fuoco una vasta area del tappeto di paglia, posato durante la notte dagli addetti per fronteggiare il fango. La situazione è abbastanza seria e pericolosa ma l’intervento dei pompieri scongiura il peggio e il rogo viene domato nell’arco di mezz’ora. Il concerto degli Amorphis viene rimandato al pomeriggio… Poco più tardi eccoci qui la seconda volta davanti al palco. Si inizia con “Leaves Scar” da “Eclipse”, album dal quale verranno suonati diversi pezzi, e si procede con “The Smoke”. Tomi Joutsen si conferma un ottimo e carismatico cantante, in grado di alternare al meglio growl e voce pulita. I pezzi convincono il pubblico, che non risparmia applausi ed incita il gruppo a più riprese, anche se gli apprezzamenti piovono soprattutto con i pezzi più datati come “Sign From The North Side”, “My Kantele” e “Black Winter Day”. Pochi pezzi ma una setlist intensa permettono alla band uscire di scena da vincenti e non resta che ben sperare nel nuovo e atteso album “Silent Waters”.

NAPALM DEATH

Mentre la gente ancora osserva i pompieri (quelli veri, non i musicisti) intenti a domare gli ultimi focolai, ecco i quattro di Birmingham salire sul palco a fare casino. Scaletta identica a quella del tour di “Smear Campaign”, velocità folli, riffoni assurdi e basso di Shane Embury a costruire il solido muro del suono della band. Si susseguono quindi senza grandi pause i classici della band, “Suffer The Children”, “Unchallenged Hate”, “From Enslavement To Obliteration Control”, “Scum” e anche la velocissima “You Suffer” che dura un secondo appena. Dal periodo di fine anni ’90 della band, quello sperimentale, viene eseguita solamente “Breed To Breathe” il cui giro di basso di Shane Embury fa girare vorticosamente la testa. Il finale è tutto per “Smear Campaign”. Senza pausa vengono eseguite “Persona Non Grata” seguita da “Smear Campaign”. Ma non è finita, c’è ancora un minutino e allora come non eseguire il classico “Nazi Punk Fuck Off” dei Dead Kennedys. I Napalm Death sono una band che oramai dal vivo si produce in concerti sempre precisi, veloci, efferati. Il pit, durante un loro concerto, è quanto di più distruttivo si possa immaginare. I cambi di tempo repentini, i riff velocissimi e quelli lenti ma potentissimi, sono quanto di meglio per scatenare un pogo dissennato. Casinari come al solito.

THERION

Grande cambio di scenografia per i Therion. Gli addetti al palco montano due specie di ringhiere con due piccoli palchi. Sale sul palco la band, da una parte si sistemano le due cantanti femminili, Lori Lewis e Katarina Lilja, e dall’altra i due cantanti maschili. Le premesse del concerto, ad opera dello stesso leader della band, prevedevano l’ultimo show dei Therion con Mats Leven alla voce. Invece a sistemarsi nell’altro piccolo palchetto sono il poliedrico Snowy Shaw (già batterista con King Diamond ma che aveva cantato sull’ultimo album dei Therion) e il nuovo cantante Tomas Vikstrom, ex Candlemass dell’era “Chapter VI”. Autentiche ovazioni quando vengono suonate “The Rise Of Sodom And Gomorrah”, estratta da “Vovin” e “To Mega Therion” da “Theli”. Nella scaletta trovano posto anche “Blood Of Kingu”, “Seven Secrets Of The Sphinx” e “Lemuria”. Dispiace che non sia Mats Leven a cantare le canzoni da lui stesso registrate in studio, le songs specie dell’ultimo album, “Gothic Kabbalah” avrebbero avuto un altro impatto con lui alla voce. Niente pezzi vecchi e purtroppo neanche la nuova “Adulruna Rediviva” tagliata in seguito al mancato arrangiamento in sede di prove. La band è ormai rodata a concerti di alto livello, ma traspare nei visi dei musicisti l’elettricità per una cosi vasta e sterminata platea.

POSSESSED

Fa caldo ma la gente affolla il black stage. C’è una grande band che fra poco inizierà a suonare, gli americani Possessed. In realtà non sono veramente tutti i Possessed, ma solamente Jeff Becerra, storico singer ora sulla sedia a rotelle, accompagnato dalla line up dei “Sadistic Intent”, una delle band che ha suonato sul tributo alla band californiana. Il cantante è eccezionale, nulla lo ha fermato e anche nel backstage è stato di una disponibilità enorme. Si dimena anche sulla sedia a rotelle. La band apre con “The Exorcist”, storico pezzo díapertura di “Seven Churches” ed è subito thrash/death metal. Si prosegue poi con altri pezzi che hanno fatto la storia del death metal, ovvero “Tributlation”, “The Heretic”, “Evil Warriors” e “Beyond The Gates”. I suoni non sono chiari e cristallini, ma molto cupi e impastati, praticamente proprio come sugli album della band. Un pezzo di storia all’opera.

GRAVE DIGGER

A causa di un disguido arriviamo in ritardo sotto il True Metal Stage e purtroppo lo show dei Grave Digger è già iniziato da un pezzo. Peccato, perché la band appare in forma e il clima che si respira è quello giusto, con un numeroso pubblico che non nasconde il proprio attaccamento al gruppo. Chris è il solito animale da palco e sulle note di “The Last Supper” incita e fa cantare la folla. Segue “Morgane Lefay”, un brano molto amato in Germania e che strappa molti consensi. A ruota la devastante “Scotland United” che, come al solito, scatena un body surfing impressionante. I quattro “ragazzi” proseguono spediti come treni con “The Grave Digger” con un Manni sicuramente in grado di offrire qualcosa in più sui pezzi dell’era post-Lulis. Gran finale tra gli applausi con “Rebellion” (cantata da TUTTI) e la storica “Heavy Metal Breakdown”… maledetto il ritardo che ci ha fatto perdere la parte iniziale del concerto!

FALCONER

Nemmeno il tempo di respirare e dopo i Grave Digger è il turno dei Falconer, anche se la cosa comporta un’epica trasmigrazione (anche se sarebbe meglio parlare di “transumanza”) verso il Party Stage. Il gruppo è reduce dalla pubblicazione del nuovo e buono “Northwind” e soprattutto dal rientro in formazione di Mathias Blad, cantante con un background come attore di musical e dalla timbrica particolare che è da sempre uno dei punti di forza della band. Ed è proprio il brizzolato e barbuto singer l’elemento che incuriosisce, anche in sede live. Mathias appare infatti sì in forma, ma statico e poco a suo agio come cantante di un gruppo metal. Questo suo timido modo di porsi costituisce comunque una peculiarità dell’esibizione dei Falconer, contrastando non poco con l’atteggiamento della rumorosa e infangata folla astante. La setlist è ovviamente incentrata sull’ultimo disco e pezzi come “Spirit Of The Hawk”, “Northwind” o la bellissima “Catch The Shadows” colpiscono dritti nel segno, grazie ad una buona prestazione della ciurma guidata dal chitarrista e leader Stefan Weinerhall. Nel frattempo il pubblico davanti al Party Stage si fa insolitamente numeroso e scoppiano ovazioni quando Mathias annuncia “Upon The Grave Of Guilt” e “Mindtraveller” entrambe presenti sull’omonimo disco d’esordio. Il finale con “The Clarion Call” vede la band uscire di scena tra saluti ed applausi. In definitiva, un concerto musicalmente soddisfacente e che ha risentito forse dell’assenza di un minimo di scenografia.

TURBONEGRO

I norvegesi sono una band abbastanza fuori dagli standard del metallo estremo. Ci si attende quindi uno show pieno di divertimento e cosi è. Lo si capisce appena si sentono le prime note dell’album “Retox” e la band fa il suo ingresso sul palco. Il cantante si fa largo sul palco con la sua mole immensa coperto di stracci che si rifanno alla bandiera degli stati uniti. La sua pancia è enorme. Si parte subito con l’uptempo “We’re Gonna Drop The Atom Bomb”, prima traccia estratta dal loro nuovo lavoro “Retox”, molto bello. I testi sono sempre gli stessi, sesso sesso e ancora sesso con sottili doppisensi che generano tanta ilarità. Si susseguono quindi “Welcome To The Garbage Dump”, “No I’m Alpha Male” e poi le classiche “The Age of Pamparius” (applauditissima), “All My Friends Are Dead”, una delle canzoni migliori della loro discografia così come “Wasted Again” entrambe estratte da “Party Animals”. La chiusura è affidata a “I Got Erection”, invocata a gran voce dal pubblico, ovviamente grande protagonista nel coro. Concerto bellissimo e che ha permesso di staccare dal metal della giornata.

ENSLAVED

E’ pomeriggio inoltrato, ci si avvia al tramonto e il Party Stage comincia a popolarsi oltremodo. C’è gran casino per accedervi e si capisce che sul palco sta arrivando una band “seria”. Sono gli Enslaved, i norvegesi che dal 1993 sono passati dal viking metal ad un metal melodico e psichedelico, a salire sul palco per estasiare i presenti con un ora della loro musica. Grutle Kjellson è ispirato, galvanizzato dalla folla accorsa in gran numero. Il leader di sempre della band insieme al gemello (musicalmente parlando) Ivar, presenta ad una ad una “Fusion Of Sense And Earth”, estratta dall’ultimo Ruun e di gran lunga la song più movimentata della setlist, “As Fire Swept Clean The Earth” e “Isa”. Prima del gran finale viene eseguita “Ruun”, con un coro di voce pulita assolutamente da brivido prima di ascoltare “Return to Yggdrasil”, estratta da “Isa”. L’ultima fatica della band è l’immensa e bellissima “Slaget I Skogen Bortenfor”, estratta dal mini cd split con i conterranei Emperor. Era il 1993. Gli Enslaved da allora di strada ne hanno fatta, ad oggi sono una bellissima realtà del panorama metal, cosi come bellissimo è stato il concerto.

WACKEN OPEN AIR 2007 – PARTE 2

BLIND GUARDIAN

Dopo la scadente prestazione di Hansi Kursch al nostrano Gods Of Metal, era sortaqualche più che lecita preoccupazione riguardo alle future apparizioni live deiBlind Guardian. Sono passati solo due mesi da quel concerto e fatichiamo a credereche questa sera le cose possano andare tanto diversamente. Mancano pochi minutiall’inizio dello show dei veri headliner del W.O.A. 2007, ed il numero di metaleadaccalcati davanti al True Metal Stage è a dir poco impressionante e si faticanon poco a guadagnare una posizione favorevole. L’intro “War Of Wrath”, un boatodi acclamazione e via con “Into The Storm”. La band gira alla grande ma quelloche conta è che Hansi è in forma (oro colato rispetto al Gods), e poco importase qualche difficoltà sugli alti è sempre presente o se abbassa di tono qualchestrofa, lui è così e si sa. Si prosegue con una tripletta micidiale composta da“Born In A Mourning Hall”, “Nightfall” e “The Script For My Requiem”, ed è moltoemozionante sentire svariate decine di migliaia di persone cantare a memoria iritornelli, applaudire e lanciarsi in un pericoloso (vista la stazza media deitedeschi) body surfing. La scenografia non è delle più imponenti e sul fondo delpalco la musica viene accompagnata dalla proiezione di immagini. Al contrarioil suono è impeccabile, potente e nitido. I brani più nuovi, articolati e menodiretti come “Fly” o “Otherland” vengono sapientemente alternati a bombe quali“Valhalla” o “Welcome To Dying”, scelta che si dimostra vincente nel mantenerecostantemente alta la tensione tra il pubblico. Il tempo scorre ed è presto ilturno di “The Bard Song (In The Forest)”, come al solito cantata da tutti gliastanti. Dopo questo breve momento di quiete si torna a correre con pezzi tipo“Time Stands Still (At The Iron Hill)” o “Punishment Divine”, con conseguenteheadbanging di massa. Sul palco vengono accese diverse torce e parte “Lord OfThe Rings”, sicuramente uno dei momenti più toccanti del concerto, che si chiudecon “Mirror Mirror”. In definitiva, questa volta i Blind non hanno certo delusoed hanno dimostrato che il posto da headliner in madre patria era del tutto meritato.

SETLIST:
War Of Wrath
Into The Storm
Born In A Mourning Hall
Nightfall
The Script For My Requiem
Fly
Valhalla
Otherland
Welcome To Dying
Traveller In Time
The Bard Song (In The Forest)
Bright Eyes
Time Stands Still (At The Iron Hill)
Imaginations From The Other Side
Punishment Divine
Lord Of The Rings
This Will Never End
Mirror Mirror
 

 
 

SAHG

Mentre i loro conterranei Dimmu Borgir fanno il pienone nel palco principale,sul palco piccolo del Wet Stage salgono i Sahg, creatura fresca del panorama metalnorvegese dedita a uno stoner doom. Nelle sue fila troviamo il blackster KingOv Hell, dei Gorgoroth (rientrato in band recentemente almeno in sede live) efa un po’ impressione vederlo senza trucco dimenarsi sul palco abbastanza allegramente.La proposta dei nostri è eccellente. In pratica tutto l’album di debutto, "I",viene suonato. Si parte con "Repent" che inizia morbidamente, per poi scaldarsicon le tracce pi? sostenute come "Soul Exile" e "The Alchemist". Il nuovo albumdi questa band è in uscita e promette faville, una realtà diversa da una terrache ci ha da sempre abituato bene a livello musicale. Seguiteli perchè farannostrada di sicuro.
 

 
 

 
 

ICED EARTH

E’ mezza notte e mezza e dopo una giornata fisicamente devastante è il turnodegli Iced Earth, attesissimi soprattutto da chi ancora non ha avuto modo di vederlicon alla voce l’ex-Judas priest Tim Owens. L’inizio con la tripletta “BurningTimes"/"Declaration Day"/"Violate", eseguite senza pause e tra fiammate verdi,è folgorante, sebbene la chitarra di Troy Seelie manifesti qualche problema tecnico.Si prosegue con un “Vengeance Is Mine” e Owens dimostra le sue doti di gran cantante,riuscendo nel difficilissimo compito di non sfigurare sui vecchi pezzi anche se,ovviamente, impressiona soprattutto sulle canzoni intagliate per la sua ugolacome la nuovissima “Ten Thousand Strong”. Trattasi del nuovo singolo, una canzonedall’impatto live davvero notevole, qui accompagnata da fiamme ed effetti pirotecnici.I fan rispondono alla grande, anche se sono evidenti i segni di stanchezza presentisui loro volti. “The Hunter”, suonata impeccabilmente (gli anni passano ma Schaffermacina sempre riff precisi al millisecondo), ci porta a “Stormrider”, con Schafferche prende temporaneamente posto dietro al microfono. La nuova lineup, con BrentSmedley alla batteria e Dennis Hayes al basso, sembra funzionare alla grande.Viene proposta anche “A Charge To Keep” un altro pezzo che sarà presente dall’imminentenuovo disco, un mid tempo di discreta fattura che sembra trovare i favori delpubblico. Giusto il tempo per “My Own Savior”, seguita poi dall’intera trilogiafinale di “Something Wicked This Way Comes”, contornata da effetti pirotecniciche ne aumentano a dismisura l’impatto. Il finale è affidato ad “Iced Earth” edalla platea si levano applausi di approvazione per una prestazione di gran spessoree che ci costringe a prenotare il biglietto per l’imminente tour autunnale.

SETLIST:
Burning Times
Declaration Day
Violate
Vengeance IS Mine
Ten Thousand Strong
The Hunter
Stormrider
A Charge To Keep
My Own Savior
Prophecy
Birth Of The Wicked
The Coming Curse
Iced Earth
 

 
 
 

 
 

FASTWAY

I Fastway, la band di Fast Eddie Clark. Si quello dei Motorhead. E allora perun attimo lasciamo perdere tutte le band che stanno facendo caciara sugli altripalchi e tuffiamoci in questo viaggio nei seventies, dove líhard rock di stampozeppeliniano la faceva da padrone. Eddie Clark è superlativo, ispirato, e i suoiassoli si sposano con la bellissima voce del cantante. A tratti sembra di ascoltaregli Zeppelin che suonano un po’ più veloce. Un ottimo concerto che ha consentitoalle orecchie di riposare un po’ e di ammirare un vecchio chitarrista sempre attualee ispirato.
 

 
 

 
 

SAMAEL

Alle due di notte sono gli svizzeri a chiudere la giornata dinanzi a qualchemigliaio di spettatori. "Solar Soul", opener dell’omonimo album, fa subito lacomparsa e dimostra anche in sede live di essere una canzone che non sfigura alcospetto del repertorio della band, così come per "Son Of Earth", altra canzoneche ben figura estratta dal precedente album della band. Dal nuovo album è stataeseguita anche "Slavocracy". I classici della band come "Rain", "The One Who CameBefore", "My Saviour" e "Baphomet’s Throne" si susseguono fra la compiacenza delpubblico che assiste compatto nonostante l’ora tarda e nonostante sul palco principalestiano suonando i tedeschi Die Apokalyptischen Reiter che godono di un seguitosterminato in patria. Ma la particolarità della band, cosi come la particolaritàdell’alternanza strumentale di Xy che passa dalle percussioni alle tastiere semprecon ottimi risultati ha un grande appeal sul pubblico. Nonostante i suoni freddiche hanno in studio, i Samael dal vivo dimostrano sempre di essere un ottima bandche ha fatto la storia del metal misto con l’elettronica. Anche per oggi le lucidei palchi si spengono e a noi non resta che gettarci nel marasma del Beergarden.
 

SACRED REICH

Insieme agli Overkill sono i portabandiera qui a Wacken del thrash metal madein USA. Il loro show è devastante, anche sotto un caldo cocente. Gli anni in piùnon hanno intaccato il valore della band. Riunitisi questíanno dopo 7 anni diinattività, la band di Phoenix devasta letteralmente il pit sulle note di "Indipendent","One Nation" e "The American Way" introdotta dal classico "No Truth, no justice:the american way!". Propongono anche "War Pigs" dei Black Sabbath, prima del finalecon la mitica "Surf Nicaragua". In grande forma. Thrash metal allo stato puro,fra le migliori band del festival.
 

 
 

STRATOVARIUS

E’ passato ormai diverso tempo da quando gli Stratovarius rischiarono di sciogliersi,salvo poi ritornare quasi completamente sui loro passi e sfornare l’omonimo album.L’apparizione dello scorso anno al Gods Of Metal aveva messo in evidenza una bandappannata e decisamente meno affiatata rispetto ai fasti del passato. Una buonasorpresa quindi constatare con questo show che il gruppo ha quasi completamenterecuperato la forma che lo contraddistingueva. La scenografia è ridotta ai minimitermini, con un solo un telone appeso sul fondo del palco. Si parte con la classica“Hunting High And Low”, doppiata da “Speed Of Light” e l’immancabile “Paradise”.Tolkki non è sempre precisissimo ma appare più coinvolto e forse anche meno appesantitorispetto al recente passato. Kotipelto canta alla grande, anche se qualche piccoladifficoltà la incontra sui pezzi più impegnativi come “Father Time”. L’apice delconcerto viene raggiunto con la lunga e stupenda “Visions (Southern Cross)”, altermine della quale non possono che piovere applausi. Per chi si stesse chiedendocosa i quattro finnici stiano preparando per la prossima release ecco l’inedita“Last Night On Earth” un bel pezzo, il classico singolo alla Stratovarius, unmid tempo melodico e molto orecchiabile. Il tempo è tiranno e Jens Johansson introduce“Black Diamond”, che segna la fine di un concerto positivo e che, a parte unasetlist un po’ scontata, lascia ben sperare per il futuro degli Stratovarius.

SETLIST:
Intro
Hunting High And Low
Speed Of Light
Distant Skyes
Million Light Years Away
Father Time
Visions (Southern Cross)
Last Night On Earth
Eagleheart
Black Diamond
 

 
 

 
 

RAGE

C’è grande attesa per il concerto dei Rage, band attivissima sia dal punto divista discografico che live, ma in questo caso non si tratta certo del solitoshow. Alle 17 circa del pomeriggio inizia a disporsi sul True Metal Stage tuttala Lingua Mortis Orchestra e, terminati i preparativi, irrompono Peavy, VictorSmolski ed il nuovo batterista Andre Hilgers, posizionato sulla destra dello stage.Attaccano con la cadenzata “From The Cradle To The Grave” da “XIII” e, dopo qualchepiccolo aggiustamento qua e là, il muro sonoro che inizia ad uscire dalle amplificazioniè a dir poco impressionante. Anche l’impatto visivo dato dalla schiera di strumentistipresenti sul palco è decisamente notevole (soprattutto le violiniste…). Si proseguecon la versione orchestrale di “Alive But Dead” e con “French Bourree”, una bonustrackdi “Soundchaser”. Gli elementi dell’orchestra si fondono alla perfezione con ilmagistrale lavoro di chitarra di Victor, anche impegnato nel coordinare l’alternanzatra parti orchestrali e non. La voce ruvida di Peavy non perde un colpo e dopouna tranquilla “Black In Mind” è il turno di “Sent By The Devil”, pezzo che, dopouna partenza lenta ed orchestrale, esplode nella sua classica forma heavy e tirata,per poi ritornare su tempi moderati con il ritorno del supporto dell’orchestra.L’ottima “Turn The Page” ci porta all’intera “Suite Lingua Mortis” dall’ultimoalbum “Speak Of The Dead” e si corre veloci verso il finale con “Higher Than TheSky” e con i saluti ed il congedo di tutta l’orchestra. Tutto sembra finito eanche guardando l’orologio pare che l’ora e mezza di show sia terminata ma i treritornano sul palco per ricordare a tutti che i Rage sono innanzitutto una heavymetal band. Via quindi ad una sparatissima “Refuge” che segna la fine definitivadell’esibizione tra gli applausi della numerosissima folla. Sicuramente una dellemigliori esibizioni di tutto il festival, peccato solo che non si sia svolta dinotte, con il supporto dell’imponente impianto luci del True Metal Stage.

SETLIST:
Intro
From The Cradle To The Grave
Alive But Dead
French Bourree
Black In Mind
Sent By The Devil
Turn The Page
Morituri Te Salutant
Prelude Of Souls
Innocent
Depression
No Regrets
Confusion
Black
Beauty
Higher Than The Sky
Refuge
 

 
 

 
 

 
 

DESTRUCTION

Il concerto commemorativo del venticinquesimo anno di attività dei Destructionè stato annunciato come qualcosa di veramente speciale, un best of-show con tantodi ospiti illustri e vecchi membri della band. Grandi aspettative quindi che inizianoa materializzarsi già dalla prima canzone, “The Butcher Strikes Back”. L’inizioè devastante, grazie ad un suono da subito ottimale e flash bomb a contornareil thrash metal d’assalto della corazzata guidata dal mastodontico Schmier. Avanticon le mazzate grazie alla mitica “Curse The Gods” e a “Nailed To The Cross”,quest’ultima eseguita tra fiammate e urla di un pubblico assolutamente appagato.Mike scarica sulla folla riff assassini a non finire e Schmier è come sempre ingran forma. Con la successiva “Mad Butcher” il pubblico si infiamma sul serioe sul palco sale anche il macellaio pazzo in persona, con tanto di mannaia, carneda fare a pezzi e gettare sul pubblico e le sue fide “pleasure slaves” (due zocc…,ragazze poco vestite e molto truccate). E’ il turno di “The Alliance Of Hellhoundz”e per l’occasione assieme alla band cantano Peavy Wagner (Rage), Tom Angelripper(Sodom), Bobby “Blitz” Ellsworth, Oddleif Stensland (Communic) e alla chitarracompare l’ex membro Harry Wilkens. Alla fine di un’esplosiva “Soul Collector”Schmier scorge una bandiera italiana e spara un “Porco xxx!!!” seguito da un “BelaItaliaaa!”. Lo show scorre veloce passando per perle quali “Death Trap” o “LifeWithout Sense”. Le sorprese non sono finite: vengono tolti i teli da due batterieai lati di quella di Marc e dietro ad esse prendono posizione gli ex batteristidel gruppo Oliver “Olly” Kaiser e Sven Vormann. Impressionante l’esecuzione di“Antichrist” e “Reject Emotions” con tre batterie. Con “Total Desaster” ecco ricomparireHarry Wilkens e questa volta anche Thomas "Tommy" Sandmann , il primo batteristadei Destruction, qui però presente in veste di cantante. Il finale è un macello:tutti i vecchi membri sul palco con tre batterie, due chitarre, due cantanti,il macellaio pazzo e le sue ragazze per una “Bestial Invasion” da infarto. Unconcerto memorabile quindi e che in più frangenti ha assunto i connotati di unavera e propria festa.

SETLIST:
The Butcher Strikes Back
Curse The Gods
Nailed To The Cross
Mad Butcher
The Alliance Of Hellhoundz
Soul Collector
Death Trap
Unconscious Ruins
Life Without Sense
Antichrist
Reject Emotions
Thrash ‘Til Death
Total Desaster
Eternal Ban
Bestial Invasion
 

 
 

 
 

IMMORTAL

Ci sono reunion e reunion. Metalitalia.com ha avuto modo di vederli all’operagià nell’edizione di questíanno dell’Inferno Festival, e la loro prova fu pessima.A Wacken sono andati leggermente meglio, ma per chi li ha visti nei tempi d’oroè difficile entusiasmarsi di fronte a quanto hanno offerto a Wacken. L’attesaera tanta, ma l’esibizione del terzetto norvegese non è stata all’altezza. L’iniziodel concerto però è stato da brividi. Sta per tramontare, tardi di sera, il solenon c’è quasi più e Abbath, con la sua bellissima voce, mira il sole con il braccioed esclama "Hi, we’re Immortal, and the sun no longer raises". E via le note diquesta canzone fantastica dallo storico album "Pure Holocaust" dal quale seguepoco dopo anche "Unsilent Storm In The North Abyss". Meglio nelle canzoni estratteda "At The Heart Of Winter", come "Withstand The Fall Of Time", male in quelleda "Battles In The North" come la title track, storpiata e mozzata e "Blashyrk"che oramai gli Immortal non sono capaci a suonare decentemnte. Finisce così unconcerto abbastanza deludente. Ora si aspetta il nuovo album, ma dal vivo intantodevono fare onore alla fama che li precede, senza alcun dubbio.
 

 
 

 
 

STORMWARRIOR

Gli Stormwarrior hanno la grande fortuna di essere finiti sotto l’ala protettricedi Kai Hansen, l’inventore del power metal. Oggi i quattro ragazzi si apprestanoa ricoprire addirittura il ruolo da headliner del Party Stage, una posizione ditutto rispetto per un gruppo al secondo disco. Ma, come già detto, non è tuttafarina del loro sacco perché questa sera c’è grande attesa soprattutto per l’annunciatapartecipazione di Kai. L’inizio dello show è dedicato alla discografia degli Stormwarrior,gruppo che appare da subito compatto anche se approssimativo dal punto di vistadella precisione e della tecnica. Thunder Axe, alias Lars Ramcke, si impegna almassimo nonostante la sua voce non sia niente di che (come su disco) e pezzi come“Signe Of The Warlorde”, “Thunderer” o “Heavy Metal Fire” fanno la loro sporcafigura, grazie anche ad un imponente utilizzo di effetti pirotecnici. Ma dallafolla si leva un boato quando la band attacca con “Ride The Sky” e Kai Hansencompare dal fondo del palco. Da lì in poi è tutta una festa, una sorta di revivaldei giorni di “Walls Of Jericho”. Kai canta e si muove come un forsennato e ilsorriso stampato sulle facce dei presenti la dice lunga. “Murderer”, ”PhantomsOf Death”, “Victim Of Fate”, “Judas” e “Heavy Metal Is The Law”, un concerto senzadubbio singolare per i moltissimi amanti del power metal presenti. C’è anche tempoper la mitica “I Want Out”, tra urla e body surfing. La band e un Kai Hansen parecchiodivertito e sorridente salutano e si dileguano tra gli applausi di un pubblicosoddisfatto.

MUNICIPAL WASTE

C’è tanta curiosità da parte di chi scrive per seguire l’esibizione dei MunicipalWaste, di cui giravano tante voci positive sul loro impatto live. Il wet stageè gremito all’inverosimile e chi non ama le sonorità power in atto sui palchiprincipali del festival può venire ad ascoltare la band. Il palco, cosi come lafolla assiepata, trasuda underground. Il palco grande non avrebbe permesso illoro così corpulento show. Infatti sul piccolo stage bagnato è stato possibilefar salire i fan per far loro bere la birra col tubo fino a sfinirli, oppure scatenaredei circle pit devastanti ma anche organizzare il "Wall Of Death", ossia quandola folla si schiera di fronte a mo’ di due muri contrapposti che poi si scontranodevastandosi. Tony Foresta è singer carismatico e tiene il palco divinamente,presentando le canzoni, facendo sentire i fan parte viva del concerto, il tuttosulle note della musica dei nostri, a volte thrash metal, spesso hardcore chedal vivo si riduce a pura adrenalina. Difficile stare fermi, viene spontaneo buttarsinella mischia e lasciarsi coinvolgere dall’orda di caciara che si crea duranteun loro show. Sicuramente dal vivo hanno una marcia in più, la folla ha graditoe la band ha convinto. Casino allo stato puro.
 

 
 

IN FLAMES

I cinque ragazzi di Goteborg di strada ne hanno fatta e sono cambiati parecchioda quel “Lunar Strain” uscito ormai tredici anni fa. Oggi, dopo una sterzata versosonorità moderne, molto orecchiabili e di presa, sono qui a godere della popolaritàguadagnata. La gente si è infatti assiepata numerosissima davanti al True MetalStage e gli indugi vengono spezzati dalla nuova “Leeches”. Anders Friden, conil suo ormai solito look “no global”, salta da una parte all’altra del palco metrestupisce vedere un brizzolato Bjorn Gelotte con capelli corti. Si prosegue con“Crawl Through Knives” e, anche se la band è impeccabile, il pubblico appare stranamentepoco reattivo. Ad ogni modo gli applausi non mancano certo, anche perché AndersFriden si conferma un frontman di assoluto livello, capace di intrattenere lafolla con il suo sarcasmo ed una punta di autocelebrazione. Il concerto è tuttoun susseguirsi di hit come “Pinball Map” e “Trigger” , contornate da fiammatee botti a non finire. La scaletta è incentrata sugli ultimi dischi anche se nonmanca qualche episodio del passato come “Graveland” ed “Episode 666”. E’ peròa concerto inoltrato, con “System”, che la folla inizia ad agitarsi sul serio.La grande scritta “In Flames” sul fondo del palco si illumina e dopo “Egonomic”,con Friden che scorda simpaticamente la chitarra di Gelotte, il cantante dichiarail suo amore per gli Scorpions e quindi ecco il lento “Come Clarity”, ed è impressionantevedere in tutta la sterminata platea il luccicare degli accendini. Come da copione,“Only For The Weak” fa saltare le decine di migliaia di anime presenti e ci siavvia verso la fine dell’esibizione. Chiusura dedicata quindi all’accoppiata “TakeThis Life” (con Friden comprensibilmente in debito d’ossigeno) e “My Sweet Shadow”con tanto di fuochi d’artificio ad illuminare il cielo. Un concerto sicuramentenotevole. A conti fatti è sembrato di rivivere la loro esibizione del 2003.
 
SETLIST:
Leeches
Crawl Through Knives
Dead Alone
Pinball Map
Trigger
Episode 666
Graveland
Colony
System
Bottled
Egonomic
Come Clarity
Only For The Weak
Cloud Connected
The Quiet Place
Take This Life
My Sweet Shadow
 

 
 

 
 

 
 

CANNIBAL CORPSE

E’ notte fonda e con dei suoni praticamente perfetti, accompagnati da un volumealtissimo, i veterani del death metal statunitense salgono sul palco per devastareil Wacken Open Air targato 2007. Chi scrive li ha visti tante volte dal vivo edË certo che anche questa volta gli americani non faranno sbavature. Così è. Siparte subito alla grande con alcuni pezzi estratti dai loro ultimi album per poiattingere a piene mani al repertorio della band. La scaletta quindi ricalca lastessa dell’ultimo tour europeo che li ha visti protagonisti anche in Italia (soldout a Roma!). Corpsegrinder Ë in grande forma. La folla sterminata lo esalta,lo gasa, e lui si lascia andare ad un "If you don’t bang or slam around, i’llcome off the stage and strange every single one". Cattivissimo. Ora possono finalmenteproporre anche a Wacken i brani dei loro primi tre album, bannati in Germaniafino al 2006. I pezzi forti della discografia degli americani si susseguono senzasosta, compaiono quindi "Born In A Casket", "Decency Defiled", "Make Them Suffer","Disposal Of The Body" e la velocissima "Divoured By Vermin". Classica dedica("this song goes to all the fuckin women out there") alle donne per "Fucked WithA Knife" prima della song di chiusura che stranamente non è "Hammer Smashed Face",suonata pure peraltro, ma "Stripped, Raped And Strangled" che chiude un concertotritaossa. I Cannibal Corpse sono una macchina da guerra dal vivo, assolutamenteprecisi, violenti e chirurgici nel loro death metal brutale.

 
 

 
 

HAGGARD

Mentre i Cannibal Corpse distruggono il Black Stage, gli Haggard, con le lorodolci parti di musica classica, intrattengono il pubblico del Party Stage. Fortunatamentein madrepatria il gruppo è parecchio seguito e sin dalle prime note la plateasostiene a dovere i la dozzina abbondante di musicisti presenti sul palco. Viola,violino, clarinetto, piano, piatti, oboe e altri strumenti non meglio identificatia sostenere il lavoro magistrale del cantante chitarrista Asis Nasseri. Seppurle amplificazioni di questo palco non siano il meglio che il Wacken Open Air possaoffrire, il suono è estremamente pieno e bilanciato, cosa non da poco considerandola complessità della musica proposta dal gruppo. Le sinfonie create dalla componenteorchestrale si completano alla grande con le voci dei soprano e le partiture metal.Tra una “Eppur Si Muove” ed una “Awaking The Centuries” il simpatico cantantetrova in più occasioni il tempo per chiamare in causa noi italiani ed il nostroBel Paese, ricordandoci anche che siamo campioni del mondo. Un’esibizione moltopositiva ed un’occasione per chi non li aveva mai visti, di assistere ad un concertosicuramente particolare.
 
Giusto il tempo (e le forze) per una veloce occhiata ai Subway To Sally, dopodichèdecidiamo di lasciare l’arena. Un ultimo giro al Beergarden e all’alba ci avventuriamonella "tendopoli", pensando già all’anno prossimo.

BRUTAL ASSAULT 2007

Report a cura di Claudio Giuliani
Piano piano, edizione dopo edizione, il Brutal Assault festival sta scalando posizioni nella classifica dei migliori festival europei. Quest’anno si svolgeva la dodicesima edizione della manifestazione e il bill era assolutamente di primo piano. Se dal punto di vista organizzativo non riesce a essere competitivo con i più grandi e blasonati festival tedeschi, ecco che se si dà uno sguardo dal tabellone dei gruppi musicali viene veramente voglia di parteciparvi. Quest’anno il festival ha cambiato location traslocando in un piccolo paese, Jaromer, situato a 130 km a nord di Praga in una vecchia fortezza militare abbandonata circondata da un ruscello e da qualche prato. Sono stati circa diecimila i fan a popolare la zona e a distruggersi sistematicamente ogni sera, complice anche il prezzo della birra, veramente popolare (una 0,50 era venduta a 1 euro). Stand alimentari e negozi di dischi e magliette hanno fatto da contorno ai due palchi dove si sono alternate oltre 70 band dalla mattina presto fino a tarda notte. Detto dell’organizzazione che poteva (e doveva) essere migliore (bagni solo chimici, poca acqua per lavarsi e docce praticamente inesistenti), il festival dal punto di vista musicale è stato un successo. Il bill era incentrato prettamente sul death metal, è così che le esibizioni di Suffocation, Malevolent Creation, Dismember e Dying Fetus sono state fra le migliori, così come anche quella dei Satyricon e dei Soulfly (quando facevano pezzi non propri). Ottima anche la possibilità di vedere band grindcore all’opera (grandi gli Heamorrhage e i Leng Tch’e), a completare la varietà dell’offerta anche qualche band black metal (Gorgoroth e DHG), thrash (grandiosi gli Onslaught) e hardcore (i Madball che hanno fatto muovere praticamente tutti).

LENG TCH’E

I belgi hanno dato inizio alle danze del brutal death metal. Si sono esibiti nella prima giornata del festival, dominata dal death metal a velocità folli. Il loro grindcore, mutato a dire il vero in un death metal di stampo brutale da quando è uscito “Marasmus”, ultima fatica della band, ha avuto un ottimo impatto sull’audience. Canzoni come “Lucid Denial”, oppure “The Fist Of Leng Tche” sono state devastanti. Da “Marasmus” album uscito quest’anno, sono state estratte anche “1-800-apathy” e “Obsession defined”. La band belga è una delle migliori nel campo death grind, e dal vivo conferma senza alcun dubbio le grandi capacità ascoltabili sui suoi album. “White Noise”, sempre estratta da Marasmus, ha dimostrato come oltre a suonare veloci i belgi sono capaci anche di rallentare (a tratti) rimanendo sempre pesanti. Della formazione ha colpito il batterista della band, un autentico “moccioso”, capace di picchiare però come un forsennato. La pioggia non ha demoralizzato i fan che sono usciti dalle tende per assistere al concerto fregandosene della poltiglia di fango di cui era composto il pit. Gran concerto.

ABORTED

Gli Aborted si possono considerare i cugini maggiori dei Leng Tch’e. Di certo anche se recentemente hanno subito dei cambi di lineup importanti, la loro prestazione in sede live è stata impeccabile. Nulla da dire infatti sui 40 minuti di death metal brutale che sfiora il grindcore proposto dai belgi. La scaletta è stata varia e anche i pezzi eseguiti dal nuovo album hanno goduto di ottima resa, anche se pezzi come “The Dead Wreckoning” e “The saw & the carnage done” hanno chiaramente una marcia in più. Anche loro avevano un batterista praticamente bambino dietro le pelli. Anche questo picchiava forte. Belgiolandia, terra di batteristi?

BELPHEGOR

Ad una certa età è difficile farsi impressionare da pentacoli, croci rovesciate e sangue finto. I Belphegor, che pure in passato hanno fatto qualcosa di discreto dal punto di vista musicale, hanno fornito una prestazione abbastanza ridicola. I suoni innanzitutto non erano buoni. E quindi se in studio il loro black metal brutale è abbastanza possente e cattivo, dal vivo, complice la luce del sole che “rovina” l’atmosfera a qualsiasi band black metal, è stato sciatto. In passato dal vivo avevano fornito prove migliori (testimone chi scrive), al Brutal Assault hanno fatto veramente pena.

DISMEMBER

Quando si dice la classe non è acqua. Se i roadie mentre preparano il palco appendono drappi di Motorhead, Judas Priest e Iron Maiden, sulle casse del palco già capisci che suonerà una band seria. Gli svedesi, orfani dello storico drummer Fred Estby, hanno suonato come al solito divertendosi sul palco, divertendo così i fan che li hanno acclamati durante tutta la loro esibizione. Decisamente perfetti, sia nelle canzoni storiche “Skin Her Alive”, “Casket Garden”, sia nelle ultime dove ci sono chiare influenze maideniane. Grande prova della band e 45 minuti di concerto volati via in fretta.

SUFFOCATION

Hanno spaccato. Che altro ci sarebbe da dire? Che la band americana è tornata a calcare i palchi di mezzo mondo perché necessitava di soldi? E chi se ne importa? Di certo il quintetto è tornato a deliziarci, come poche altre band al mondo, con il suo brutal death metal super tecnico, che dal vivo gode di suoni mostruosi e con delle canzoni assolutamente pietre miliari del genere. La scaletta è stata pressochè perfetta, includendo tutti i classici della band. Una dopo l’altre, con la stessa, perfetta perizia tecnica, sono state eseguite “Infecting the Crypts”, “Despise The Sun”, “Breeding The Spawn”, le vecchie “Pierced From Within”, “Effigy Of The Forgotten” e le più recenti “Soul To Deny” e l e velocissime “Abomination Reborn” e “Blind Torture Kill” tratte dall’ultimo, omonimo album. Impressionante la potenza scatenata dalla band che non ha sbagliato una singola nota. Assolutamente compatti, affiatati, precisi, taglienti e potenti. Questi sono i Suffocation dal vivo. Un ora di death metal brutale di altissima qualità con il bridge finale di “Lieve of inveracity” che assurge a punto più alto del concerto, non c’era testa che non facesse su e giù. Mostruosi e perfetti, nient’altro da dire.

DARK TRANQUILLITY

Esibizione controversa per la band svedese che oramai non spiccherà più il salto di qualità effettuato dai “cugini” In Flames. Qualcosa è andato storto. Il cantante non ha più la voce di una volta, le scusanti ci sono (l’operazione subita) ma di certo la band non è la stessa di prima. Meglio nei pezzi nuovi, (“Terminus”, “Blind At Heart”, “The Lesser Faith” e “Nothing To No One” ) che nei pezzi vecchi, fra l’altro pochissimi. Dispiace dire che “Punish My Heaven”, una fra le canzoni più belle scritte dalla band, è stata praticamente storpiata. Scaletta incentrata sugli ultimi album, l’assenza di alcuni pezzi storici (“Of Chaos And Eternal Night” e “Lethe”) grida vendetta. Mediocri.

DHG

Folli. I norvegesi si sono distinti dal resto del bill per la particolarità della loro proposta. Alcuni problemi tecnici hanno costretto la band a ridurre la durata dello show che comunque è stato un concentrato di canzoni folli, sparate ad alta velocità e con i consueti campionamenti. La band è salita sul palco con il consueto look assurdo e improbabile, ma sicuramente originale. Arroganti e saccenti, i norvegesi hanno iniziato subito a macinare note su note sempre a tutta velocità salvo qualche episodio. Dall’album di ritorno, “Supervillain Outcast”, sono state eseguite la velocissima “Vendetta Assassin”, la lenta ma claustrofobica “Apokalypticism”, “The Snuff Dreams Are Made Of” che ha visto il singer impegnato in un coro dalla voce pulita nel finale della canzone e anche “Foe X Foe”, song lenta ma dotata di un buon ritmo. C’è stato spazio per l’esecuzione di qualche song dal periodo black metal puro della band mentre dall’ottimo album “666 International” non è stata estratta neanche una canzone. Peccato perchè alcune di esse (chi ha detto “Ion Storm”?) avrebbero meritato l’esecuzione. Comunque, apocalittici.

CATARACT

Gli svizzeri hanno dimostrato di valere molto di più dal vivo che in studio. Nei loro 40 minuti a loro disposizione infatti hanno scosso i fan che hanno gradito il thrash metal con influenze metalcore dei nostri. Hanno suonato nel primo pomeriggio e hanno coinvolto il pubblico che ha assistito al loro concerto dapprima in maniera incuriosità e poi successivamente in maniera coinvolta visto che la musica della band piaceva eccome. Tra i pezzi meglio riusciti sicuramente quelli estratti dai due ultimi album della band, “Denial Of Life” da “Kingdom”, pezzo con un refrain centrale lento ma pesantissimo e “Nothing Left”, song molto cadenzata all’inizio ma che poi gode di break molto veloci. Gran concerto per una band migliorata tanto nel corso degli anni.

MALEVOLENT CREATION

Una delle migliori band del festival. Un’esibizione lanciata a velocità folli, con una scaletta incentrata sui pezzi vecchi della band, pezzi che hanno fatto la storia del death metal. La band a stelle e strisce è uscita quest’anno sul mercato con un nuovo album, edito da poco. L’occasione è stata ghiotta per presentare in anteprima “Deliver My Enemy”, canzone che diverrà uno dei classici della band, dotata com’è di un alternanza di ritmi davvero devastante. Il ritorno di Brett Hoffman, risolti i suoi guai con la giustizia americana, restituisce una delle migliori voci death metal americane alla sezione ritmica di una band che non ha commesso grossi passi falsi in carriera. Un concerto davvero vibrante e senza attimi di melodia alcuna. Chiusura con il classico della band: “Malevolent Creation”. Devastanti.

MADBALL

Cosa ci fa una band hardcore in un bill così brutale come quello del festival? Che domande: fanno saltellare i fan! Gli americani, presentatisi al grido di “there’s no death metal, black metal, heavy metal, punk metal, hardcore metal, we are all of the same family”, sono stati autori di un concerto molto coinvolgente nonostante la proposta musicale della band si discostasse pesantemente dal resto delle band che componevano il bill. Il pubblico inizialmente timido, di è scaldato man mano che i newyorkesi proponevano il loro hardcore. Il groove delle loro composizioni (si pensi a “Revolt”) ha avuto un buon impatto al pari dei brani più veloci (come “No Escape”). Salutati con un ovazione, la band (che il prossimo anno festeggia i vent’anni di attività) ha offerto un buon momento di stacco in vista del resto delle band della giornata, tutte di stampo brutale.

PAIN

Accolti con molte aspettative, i Pain del leader degli Hypocrisy Peter Tagtgren hanno consentito alla folla del Brutal Assault di ascoltare un po’ di melodie, a dispetto della brutalità musicali, prassi consolidata in un festival che si chiama appunto Brutal Assault. Nota negativa del concerto: lo svedese è parso senza voce. Di sicuro è parso molto migliore nello screaming (veramente efficace che ha fatto tornare a tutti la voglia di Hypocrisy) piuttosto che nelle parti pulite. Se in studio il risultato è ottimo, dal vivo non si può barare.Dall’ultimo album, “Psalm Of Extinction” sono state eseguite fra le altre “Zombie Slam” e “Nailed To The Ground”.

SOULFLY

Tutta la folla si è radunata sotto al palco A, che stava per Acride, per vedere all’opera Max Cavalera, leader dei brasiliani che sono stati gli headliner dell’intero festival. Che dire. Le canzoni dei Soulfly le conosciamo tutti, canzonette, sufficienti a farti ballare un po’. Poi ascolti le note di “Roots Bloody Roots” e la gente va in visibilio. Poi ascolti Cavalera alle prese con “Refuse/Resist”, sempre dei Sepultura, e la gente si scatena come mai prima. Successivamente riconosci “Wasting Away” dei Nailbom e ti accorgi che la canzone spacca, e se poi chiudi con “Inner Self” (a parere di chi scrive il momento più alto del festival) fra la folla in estasi, allora forse hai capito che i Soulfly non hanno ragione di esistere. Tifiamo tutti reunion.

HAEMORRAGE

Fantastici. Gli spagnoli, veterani del grindcore più sporco e malsano, sono stati autori di un gran concerto, perfetto sotto ogni punto di vista. Innanzitutto il look: il cantante era completamente insanguinato mentre il chitarrista era vestito da medico con tanto di mascherina e camice, rigorosamente verde. Musicalmente hanno fornito una prova all’insegna del grindcore marcio, con suoni veramente low-fi e tempi molto sparati. Il cantante poi è stato fantastico. Dotato di un inglese a dir poco maccheronico in sede di presentazione delle canzoni (praticamente come quello di un bimbo alle elementari), diventava devastante quando alla sua vocina tenera si sostituiva un growl veramente profondo e ignorante. Tante le canzoni eseguite, la scaletta si è addirittura allungata poichè nel palco affianco non erano pronti. Ecco quindi che fra le canzoni non previste in scaletta è saltata fuori una “I’m A Pathologist” che col suo minuto o poco più di grindcore è risultata il pezzo migliore del concerto.

SAYYADINA

La band è famosa per annoverare alla sei cordel’ex chitarrista dei Nasum. Con queste premesse, e sparsasi la voce frala folla, si capisce perchè c’è molta gente pronta ad ascoltare la bandsvedese nonostante sia ancora ora di pranzo, il caldo sia abbastanzapesante e molta gente è ancora intontita dall’alcol della seraprecedente e giace simil morente nelle tende. Il concerto ha inizio ebastano poche note della band per capire che si è fatta la sceltagiusta a stare lì. Mezz’ora o poco più di grindcore sparato a velocitàfolli per la band svedese, un terzetto che tiene il palco alla grandecon grande cattiveria. Il batterista (con un drumkit molto scarno) èmonomarcia, conosce una sola velocità: a mille. I due cantanti (unochitarrista, l’altro bassista) si alternano alla voce con due tonalitàdifferenti ma sempre su tempi folli e velocissimi. Fra le canzonimigliori assolutamente da segnalare “Redefined”, 30 secondi o poco piùdi grindcore sparato a mille ma anche “Stolen Identity”, prima tracciaestratta dal loro ultimo album, “Morning The Unknown” uscitoquest’anno. Se vi capita dategli una chance, non vi deluderanno.

DIE APOKALYPTISCHEN REITER

Folcloristici. Autori di un ottimo spettacolo, i tedeschi hanno ammaliato i presenti con delle trovate davvero fuori dall’ordinario. Come non definire così il fatto di aver scelto dei fan (dopo aver messo una fan in gabbia insieme al tastierista) per farli lanciare dal palco sopra due gommoni per fargli fare crowd surfing fino al mixer. Viaggio di andata e ritorno che, per la cronaca, non è andato alla grande. Musicalmente niente da dire, tanta melodia e tanta poesia nelle canzoni dei tedeschi. “Riders On The Storm” è stata una delle canzoni più belle della loro scaletta che alternava pezzi melodici e molto “romantici” a pezzi più brutali. Il frontman si trovava a proprio agio in tutti i pezzi, ed è stato autore della classica prova molto teatrale. Molto bella anche “Friede Sei Mit Dir”, ma anche “Reitermaniacs”, pezzo veramente bello dal vivo estratto da “Samurai” (al pari di “Eruption”) e “We Will Never Die”. Questi tedeschi ci mettono veramente il cuore dal vivo, e hanno quindi strameritato le ovazioni dei fan. Grandiosi.

KEEP OF KALESSIN

La band ha vissuto il suo momento di gloria l’anno scorso dopo il ritorno con il buon album “Armada”. La loro prova al festival è stata incentrata prevalentemente su questo album. Infatti oltre a “Crown Of Rings”, pezzo migliore di “Armada” diventato un classico delle loro prove dal vivo, sono state estratte dall’album del 2006 anche la titletrack “Armada”, e “The Black Uncharted”. Molto bella anche “Reclaim” dall’album precedente. Di certo le loro canzoni dopo un po’ stufano, troppo lunghe e ripetitive. La band ha perso quell’alone mistico che aveva nei primi due album, virando verso lidi melodici e quindi più commerciali. Se molti erano al bar a bere birra invece che sotto al palco non c’era da averne meraviglia.

IMMOLATION

E’ oramai calata l’oscurità, è il terzo giorno difestival e mancano poche band prima della conclusione. Il finale è daspellarsi le mani. A iniziare le ultime ore del Brutal Assault sono gliamericani Immolation, un pezzo di storia del death metal brutaleamericano. L’occasione è buona per assaporare dal vivo le tracceestratte da “Shadows In The Light”, loro nuova fatica uscita da pochimesi. Proprio da quest’ultimo vengono eseguite fra le altre “Hate’sPlague” e “World Agony”. La resa è assolutamente ineccepibile. I suonicupi della band sono spettacolari e consentono di apprezzare le dissonanze presenti nei loro pezzi. Non mancano i pezzi estratti sia da“Harnessing Ruin” (“Swarm Of Terror” letteralmente strappa applausi) eda “Unholy Cult” (l’omonima canzone che è uno dei pezzi più belli dellaloro discografia). La tecnica sopraffina dei musicisti (un plausospeciale al batterista di cui si parla sempre poco), che è presente inuna lineup ineccepibile, sposata con una qualità eccelsa delle canzonisi produce in un concerto veramente spettacolare. Come potrebbe esserediversamente?

VADER

Una band che nel corso degli anni è migliorata tantissimo. Un gruppo che ha sempre lavorato alacremente, album dopo album, girando il mondo praticamente da sempre quando ancora era difficile negli anni d’oro del death metal vivere di sola musica, e che ora quindi raccoglie i meritati frutti. Peter, leader della band, si è ingraziato il pubblico essendo stato l’unico (eccezion fatta per le band locali) a scaldare la platea parlando la lingua madre. Dopo un intro lunga e orchestrale (che a dire il vero c’entra poco e niente con il death metal dei nostri) i polacchi hanno giocato praticamente in casa e quindi, galvanizzati, sono partiti subito all’attacco con “Shadowsfear”, song d’apertura del loro ultimo album, “Impression In Blood”. Song velocissima e piena di assoli che vengono equamente divisi fra Peter e Mauser, colonne della band. Dallo stesso album viene proposta anche “Helleluyah!!! (God Is Dead)”, assolutamente devastante. La loro discografia è sterminata, fra album, live e minicd sono tantissime le song, tutte di buona fattura, che potrebbero essere suonate dal vivo. I polacchi però non possono esimersi dal suonare alcune chicche della loro personale storia musicale. E’ cosi che quando partono le note di “Carnal”, la folla si scatena e il pit diventa arroventato. Stessa sorte per la vecchissima “Silent Empire”, uno dei punti migliori del concerto. I Vader, una garanzia dal vivo.

SATYRICON

Sicuramente la band più attesa dopo, se non assieme ai Soulfly. C’era ressa per il loro concerto. Satyr era in gran forma e il concerto è iniziato come meglio non poteva: con “Hvite Krists Død”. Poesia pura. Si sono succedute poi canzoni dal nuovo album, “Now, Diabolical”, “K.I.N.G”, “The Pentagram Burns” e “A New Enemy”. Di alcune di queste canzoni (ad esempio “A New Enemy”) non se ne sentiva davvero il bisogno. Ci si è limitati ad ammirare il drumming di Frost, davvero uno dei migliori del genere. Si è proseguito con “With Ravenous Hunger” e “Fuel For Hatred” da “Volcano”, prima di “Du Som Hater Gud” e della conclusiva “Mother North” entrambe estratte dal capolavoro “Nemesis Divina”. Peccato per l’assenza di brani da “Rebel Extravaganza”, la band però è stata assolutamente perfetta.

DYING FETUS

Era circa mezzanotte, quando i Satyricon finivano si di suonare e sul palco affianco salivano sul palco i Dying Fetus. La gente era stanca morta, esausta, stramazzata al suolo in preda all’alcool e alla stanchezza dopo tre giorni di metallo estremo e brutale. Ma a salire sul palco erano dei maestri del death americano come i Fetus, e quindi la gente raccoglieva le ultime energie per bere le ultime birre scatenando un pogo micidiale nel pit. Come da previsione la loro prova è stata devastante. I fan hanno acclamato ad alta voce autentiche hit della band. I classici, quelli che ci si aspetta ogni volta da loro, sono stati riproposti. Ecco quindi che “Kill Your Mother, Rape Your Dog” ,“Opium Of The Masses” e “Pissing In The Mainstream” ma anche le più recenti “One Shot One Kill” e “Fate Of The Condemned” dal nuovo album “War Of Attrition” sono proposte una di seguito all’altra. I numerosi cambi di lineup (fra cui anche alla voce) non hanno intaccato la strapotenza della band in sede live, anche al brutal assault i Dying Fetus hanno dominato. Fra le cinque migliori band del festival.

ONSLAUGHT

Bang your head! Thrash metal allo stato puro quello dei veterani inglesi Onslaught, tornati sulle scene con il buon album “Killing Peace”. Con un po di ritardo gli inglesi, che hanno avuto il loro momento di gloria a metà degli anni ’80 con due ottimi album, sono saliti sul palco con un solo intento: scatenare una guerriglia nel pit. Molta gente non li conosceva, considerato anche che il thrash metal non è il genere preferito del sottobosco metal nell’est europa. Ma sono bastate poche canzoni per capire che il groove e i ritmi sostenuti e incessanti della band riuscivano a scatenare un pogo sfrenato nel pit. Dispiace che la migliore canzone dell’album, ovvero “Shock And Awe”, pezzo migliore del loro album di ritorno uscito quest’anno ovvero “Killing Peace”, non sia stata eseguita (setlist tagliata per vial del ritardo) ma tutti gli altri pezzi, specie quelli storici (“Seeds of hate” e “Power from hell”) sono stati un’autentica manna per i fan che avevano solo voglia di dimenarsi oltremodo nel pit facendo headbanging. Gran concerto e pit davvero devastante!

RED HARVEST

A notte fonda, dopo oltre 12 ore di death, grind, black e hardcore metal la gente è molto stanca. A chiudere l’edizione dodici del Brutal Assault festival sono i norvegesi Red Harvest, che come detto, nonostante la stanchezza, trovano ancora tanta gente pronta ad ascoltare il loro industrial metal. I nostri, hanno goduto di volumi assurdi, altissimi, da far fischiare le orecchie per giorni. La loro musica non è di quelle che ti invoglia a scatenarti nel pit (da queste parti vanno molto di moda le band veloci) però la potenza sprigionata dagli scandinavi è stata tanta. Episodi più belli del concerto sicuramente “Antidote” e “Hole In Me”. Il loro lento ma pesante incedere con tinte apocalittiche ha avuto un ottimo risultato sulla folla che ha dimostrato di gradire anche se abituata a tutt’altro tipo di sonorità. Una band originale che merita di essere vista dal vivo.

SUMMER BREEZE 2007

Introduzione a cura di Marco Gallarati
Report a cura di Luca Pessina, Marco Gallarati e Valentina Spanna
Foto a cura di Caroline Traitlerwww.photopit.com (eccetto The Black Dahlia Murder, Deadlock, Dagoba, Hevein, Dark Funeral, Maroon e Blitzkid – www.summer-breeze.de)
 
Summer Breeze Open Air: finalmente l’agognata, decima edizione!! Il festival tedesco ormai secondo solo al potentissimo Wacken ha raggiunto, in questa edizione 2007, il suo picco di pubblico e affluenza, senza ombra di dubbio! Dopo gli otto anni trascorsi nella boscosa Abtsgmund, tocca al borgo medievale dell’incantevole Dinkelsbühl concedere il bis ai prodi guerrieri metallari, accorsi da tutta Europa in numero davvero incredibile, appunto per festeggiare il decennale della manifestazione. La tabella di marcia dei vostri intrepidi inviati è stata pressoché identica a quella dell’anno passato, eppure la mostruosa mole di gente presente all’evento ha fatto sì che fin dalla serata pre-festival, ospitante un concorso per band emergenti e le prime, notturne esibizioni, la zona campeggio riservata alla stampa venisse dichiarata sold-out… Niente paura, no problem, nessuna puzza al naso: tra molestanti tedeschi canterini fino all’alba – con i quali per poco non si rischiava l’incidente diplomatico a suon di minacce con il cric della macchina – e gente che tranquillamente ha passato il festival sotto i gazebo fregandosene altamente dei gruppi, la ciurma di Metalitalia.com si è mimetizzata nella massa e ha compiuto il suo dovere come sempre. Definiremmo più che buone le condizioni meteorologiche che hanno caratterizzato il Summer Breeze 2007: ‘soltanto’ un violentissimo fortunale nella notte precedente la prima giornata ufficiale ha rovinato un po’ i piani di tutti quanti; in seguito, è stato un crescendo soleggiante, con pomeriggi caldi e serate tra il fresco ed il freddo/umido. Stand a profusione, bagni chimici in buone condizioni e puliti regolarmente, catering in tutte le salse ed etnie, cubi d’acqua per cucinare e lavarsi sempre pieni: la solita efficienza tedesca a pieno regime, anche se bisogna ammettere che, probabilmente, gli organizzatori non avevano certo previsto un’affluenza così aumentata rispetto al 2006; piena testimonianza di ciò, la coda chilometrica sviluppatasi lungo l’unica strada d’accesso al campeggio del festival nella giornata di giovedì, che certamente avrà fatto spazientire qualche centinaio d’anime… Qui sotto e nelle altre pagine web troverete il report dei gruppi che abbiamo seguito con più attenzione, protagonisti di un bill come al solito incentrato sull’estremo, il folk ed il gothic più commerciale. Una formula che funziona e che ha ben pochi punti deboli. Via alla sfilata, dunque!
 
 
 
 

SWALLOW THE SUN

Quando gli Swallow The Sun calcano il palco alle due del pomeriggio, non c’è fortunatamente quel sole a picco che ci si poteva aspettare, bensì una coltre di nubi non troppo spessa e che si sta poco a poco aprendo. Suonare ad un tale orario già non è semplice per una doom-death metal band, figuriamoci se poi c’è da fare i conti con temperature estive. Aiutati quindi da delle condizioni meteorologiche migliori del previsto (almeno per loro), gli Swallow The Sun aprono ufficialmente la decima edizione del Summer Breeze con una mezz’ora di note possenti e disperate, stando comunque attenti a dare spazio soprattutto alle loro composizioni più heavy e ritmate. La presenza scenica del gruppo è ridotta ai minimi termini (forse sarebbe stato meglio farli esibire sul più piccolo Pain Stage), ma tutti i membri, vocalist compreso, fanno la loro parte senza strafare e brani come “Descending Winters” e “Out of This Gloomy Light” riescono alla fine a lasciare il segno e a impressionare piuttosto positivamente i presenti, molto entusiasti anche solo per il fatto di essere finalmente riusciti ad entrare nell’area concerti. In sintesi, un discreto show, quello degli Swallow The Sun: l’ambiente non era il più consono alla sua proposta, ma il sestetto finlandese è comunque riuscito a cavarsela dignitosamente.
 
 
 

FEAR MY THOUGHTS

Per iniziare a far disperdere i grigi nuvoloni inghiottenti il Sole durante l’esibizione dei Swallow The Sun, ecco arrivare sul palco del Pain Stage i feroci Fear My Thoughts, dopo che nel 2006 un malanno del cantante li aveva costretti a saltare il festival proprio all’ultimo momento. Mathias Von Ockl quest’anno è presente con tutta la sua band, sebbene sia già stato sostituito – da settembre, però – con tale Martin Fischer. Ebbene, nonostante suoni non pulitissimi ed il claudicante inizio di “Accelerate Or Die”, i ragazzi di Friburgo sono andati in crescendo, mostrando buone capacità nella mezz’oretta a loro disposizione. Su disco – bisogna ammetterlo – sono completamente devastanti, mentre dal vivo rendono decisamente meno, ma brani quali “Windows For The Dead”, “Blankness”, “In The Hourglass” e soprattutto “Accompanied By Death” hanno fatto la loro decente figura. Da rivedere con calma, comunque promossi!
 
 
 

IMMOLATION

“Veni, Vidi, Vici”. Ross Dolan potrebbe sintetizzare in questa maniera l’apparizione degli Immolation al Summer Breeze. Appena trenta minuti di concerto per il quartetto americano, ma una furia e una resa sonora che tutti i presenti ricorderanno a lungo. Dopo il compassato show degli Swallow The Sun e quello altalenante dei Fear My Thoughts, si sente la necessità di una vera e propria sveglia nell’area concerti. Presto detto, arrivano gli Immolation e dal palco principale riversano sulla folla tutto il loro arsenale death metal, lasciando di stucco sia per la precisione esecutiva, sia per l’imponenza dei suoni, davvero nitidi e pesantissimi. “Passion Kill”, “World Agony” e “Into Everlasting Fire” assumono rapidamente le sembianze di vere e proprie badilate sulla testa degli sprovveduti accorsi di fronte al Main Stage, tanto stupiti nel vedere un tale dispiego di energia, quanto felici di poter assistere al primo vero grande concerto della giornata e dell’intera decima edizione del Summer Breeze. In molti avrebbero voluto vedere la band esibirsi più tardi e con maggior tempo a propria disposizione, ma pazienza, si è comunque assistito ad uno spettacolo eccellente, che ha solo confermato come gli Immolation abbiano ben pochi rivali nella scena death odierna.
 
 
 

THE BLACK DAHLIA MURDER

I The Black Dahlia Murder fanno simpatia soprattutto perchè, a differenza di molte altre giovani band americane, non puntano affatto sull’immagine. Anzi, sembra quasi che i nostri facciano di tutto per apparire il più trasandati possibile, presentandosi sempre con barbe incolte, pantaloncini corti e pancia in bella mostra. Ma siamo ad un festival metal, non a una sfilata di moda, quindi ben vengano gruppi come i The Black Dahlia Murder, a maggior ragione se la loro proposta dal vivo acquista dieci marce in più rispetto al CD! Il death metal del gruppo di Detroit viene infatti accolto alla grande dal pubblico, impressionato in primis dalla resa in sede live di pezzi come “Funeral Thirst”, “Statutory Ape” e “Miasma”, ma anche dalle doti del drummer Shannon Lucas, precisissimo e molto groovy, e da quelle del cantante Trevor Strnad, che passa dallo screaming al growling con molta disinvoltura ed efficacia. Era la prima volta che i The Black Dahlia Murder si esibivano al Summer Breeze e possiamo affermare che la band sia stata una delle sorprese di questa edizione… in pochi si aspettavano uno show tanto concreto e coinvolgente.
 
 
 

SUFFOCATION

Poche ore dopo la conclusione del devastante concerto degli Immolation, tocca ai loro amici Suffocation riprendere il discorso, elargendo al pubblico un’altra bella dose di death metal made in USA. Il quintetto si presenta sul palco senza troppi giri di parole e con un Frank Mullen in gran forma e più ciarliero che mai dà immediatamente via al massacro con alcuni dei brani più noti del proprio repertorio. “Abomination Reborn” ricorda a tutti quanto sia valido il recente “Suffocation”, ma i picchi di maggiore intensità si raggiungono con i classici, ovvero “Thrones Of Blood”, “Pierced from Within” e “Jesus Wept”, acclamati a gran voce da ogni fan e in grado di aprire mosh pit di notevoli dimensioni ad ogni break. Va detto che la band si prende qualche pausa di troppo tra un brano e l’altro, ma, vista l’età di buona parte dei nostri e la comunque ottima riproposizione di ogni traccia, nessuno tra i presenti fa fatica a perdonare i suddetti cali di tensione, i quali comunque non sfociano mai in momenti di pura noia. Insomma, gli anni passano (basta vedere i capelli del buon Terrance Hobbs, che ormai partono dalla nuca!), tuttavia i Suffocation continuano a dimostrarsi vere e proprie macchine da guerra on stage.
 
 
 

NEVERMORE

Dopo la discussa esibizione all’Evolution Festival, ci troviamo a trattare di nuovo i Nevermore del redivivo (o no?) Warrel Dane. Quasi irriconoscibili senza Steve Smyth (ora definitivamente fuori dal gruppo) e Jim Sheppard, Dane, Loomis e Williams hanno tutto sommato soddisfatto il pubblico del Summer Breeze con una performance tecnicamente buona ed energica. Nulla a che vedere con i massacri di Immolation e Suffocation, certo, ma si sa bene quanto ostica sia dal vivo la proposta dei pard di Seattle: fulcro di tutto il live-appeal dei Nevermore – da sempre – è la voce di Warrel e le condizioni del singer al Summer Breeze sono parse più che buone, soprattutto vedendolo allegramente roteare a braccia aperte senza avere il minimo barcollamento… Tra una “Born” sparata a mille e una noiosetta “I, Voyager”, hanno trovato spazio pure due chicche come “Deconstruction” (spaziale l’assolo di Loomis!) e “No More Will”, quest’ultima in effetti quasi mai suonata dal vivo. Fa specie l’assenza di brani tratti dal capolavoro “Dead Heart In A Dead World”, ma tant’è, non ci piangeremo certo addosso. Buona prestazione, dunque, sebbene i Nevermore da palco continuino a non essere totalmente entusiasmanti.
 
 
 
 
 
 

AMON AMARTH

Headliner della prima giornata del Summer Breeze Open Air sono i vichinghi svedesi per eccellenza Amon Amarth, gloriosi alfieri della Metal Blade, promoter principale del festival, e praticamente Dei in terra teutonica. Da giorni circolavano voci su un’epica battaglia rappresentata on stage da Johan Hegg e compagni, in occasione del concerto più magniloquente mai tenuto dal gruppo: cinquanta persone in pelle di bue muschiato e foca sopra il palco, con spadoni, picche e solidi scudi, elmi tricorna e barbe secolari… Ebbene, non è proprio stato così, però uno spettacolo di prim’ordine è comunque ‘andato in onda’: il nero della notte più buia è stato squarciato da una deflagrazione improvvisa e la prua di un minaccioso drakkar ha scoperto il buon Johan quale capitano di nave, mentre la batteria ha stazionato imperiosa nel bel mezzo della tolda della scenografia. Vampate di fuoco comandate e sincronizzate hanno contornato con regolarità l’esibizione dei cinque svedesi, mentre di tanto in tanto comparse in abiti vichinghi si impegnavano in combattimenti alla spada molto spettacolari, seppur un po’ brevi. La band non si è risparmiata ed in uno sfavillio di rosso, nero e arancio ha inanellato parecchie hit della propria discografia, fra le quali “Valhalla Awaits Me”, “Pursuit Of Vikings”, “Victorious March” e la conclusiva “Death In Fire”, a dir poco incendiaria grazie agli splendidi giochi di fuoco. Di per loro non troppo pirotecnici, gli Amon Amarth, grazie alle coreografie e all’ambientazione usate, hanno certamente tirato fuori dall’elmo (il cilindro non gli si addice molto, in verità…) un concerto avvincente e tutto da ricordare. Ottimi.
 
 
 

DEADLOCK

Prima di concedere le nostre già stanche membra ai piaceri cullanti della tenda (?!?), ci permettiamo di fare visita al Partytent, un tendone posto fuori dalla zona festival e vicino al catering della zona campeggio, per visionare almeno la prima delle quattro band presenzianti alla Lifeforce Night, ovviamente dedicata alla capace label tedesca Lifeforce Records. Nightrage, Fall Of Serenity e War From A Harlot’s Mouth si esibiscono ad orari improponibili, perciò ci restano i bravi Deadlock. Autori recentemente dell’ottimo “Wolves”, la band vegana capitanata dal singer Johannes Prem è in netta ascesa e tanta era la curiosità di vedere dal vivo la graziosa Sabine Weniger, novità principale del ‘nuovo corso’ del gruppo: purtroppo la bassezza dello stage del Partytent è coincisa con quella di Sabine, uno scricciolino di ragazza (davvero molto carina, comunque) che sembra centrare poco con il metal-biz. Un’acustica deficitaria ha messo un po’ in ombra lo sbattersi della band ed il suo melo-death epico-sinfonico: “As Words To Bullets”, “We Shall All Bleed”, il singolone “Code Of Honor” e “Crown Of Creation” hanno però confermato le capacità della formazione tedesca e soprattutto quelle della tappettina alla voce, in “Awakened By Sirens” autrice poi di un finale solista da brivido. Certo i Deadlock sono da rivedere, magari su di un palco molto più elevato. Altrimenti date alla ragazza dei trampoli!!
 
 
 

DAGOBA

Il bel Sole che splende sulla seconda giornata del Summer Breeze ci accompagna verso il primo show interessante, quello dei francesi Dagoba, rivelazione del 2006 in ambito death-black sinfonico. Solo mezzora mattutina per Shawter e soci, ma utile a spaccare i timpani dei convenuti grazie ad un muro sonoro davvero potente. “What Hell Is About” è il solo protagonista della performance dei transalpini, ovviamente, ma questo basta e avanza per identificare i Dagoba non come una semplice meteora transitante per caso nell’orbita del pianeta heavy metal. Gli effetti campionati svolgono la loro apocalittica funzione e pure la voce registrata di ICS Vortex in “It’s All About Time” non stona affatto. Tutto viene suonato bene e con buona presenza scenica e del resto pezzi devastanti quali “The Man You’re Not” e “Die Tomorrow (What If You Should?)” non richiedono molto per essere coinvolgenti, se non l’essere eseguiti ad hoc e l’avere suoni discreti. Un notevole circle-pit ha concluso lo show dei francesi, probabilmente meritevoli di posizioni più alte nel bill della giornata.
 
 
 

ILLDISPOSED

Il metalhead medio tedesco va pazzo per il death metal più groovy e cadenzato, quindi non c’è da stupirsi che una band comunque minore come gli Illdisposed venga accolta da trionfatrice da parecchie centinaia di persone. Gli ultimi due lavori dei nostri, “Burn Me Wicked” e “1-800 Vindication”, hanno avuto un buon successo da queste parti, di conseguenza mattonate come “Dark”, “Still Sane” o “Shine Crazy” danno vita a mosh pit e headbanging quasi come se fossero delle “Raining Blood” o delle “Left Hand Path”. Il gruppo danese di certo non brilla per presenza scenica, ma può contare su un frontman esperto e simpatico come Bo Summer, sempre in grado di aizzare la folla e di coinvolgerla a dovere anche nei passaggi meno catchy e ritmati. Soprattutto a lui si deve il successo della performance di oggi, convincente a tal punto che nel pomeriggio il Nostro verrà quasi violentato da una esagitata fan nel bel mezzo del backstage! In Germania anche i più truci death metallers diventano rock star!
 
 
 

DISILLUSION

La svolta stilistica messa in atto con il recente “Gloria” non deve aver lasciato scontenti troppi fan tedeschi dei Disillusion: quando i nostri calcano il Pain Stage, c’è infatti una folla piuttosto nutrita ad accoglierli. Sarà forse la curiosità di vedere che tipo di scaletta proporrà la band, oppure semplicemente l’industrial rock dell’ultima fatica ha convinto l’audience tanto quanto l’epic death metal del debut… chissà, sta di fatto che i Disillusion si esibiscono di fronte a parecchia gente, cosa che li galvanizza visibilmente e li fa suonare con molta sicurezza e convinzione. “Alone I Stand In Fires”, “Dread It” e “Avalanche”, pur essendo molto diverse fra loro, vengono accolte in maniera calorosa e, nonostante il frontman stecchi qualcosina qua e là, generano cori all’altezza di ogni ritornello. La band non convince pienamente giusto a livello di presenza scenica, ancora statica e per certi aspetti acerba, ma è una cosa che alla fine non disturba più di tanto, vista l’indubbia complessità di molte delle composizioni proposte. In definitiva, un buon concerto, quello dei Disillusion. Ora vedremo che piega prenderà il loro prossimo materiale… la curiosità non è poca.
 
 

HEVEIN

Posizionati tra due nomi apparentemente più interessanti, Eisbrecher (almeno in Germania ben conosciuti) e Sirenia, i finlandesi Hevein hanno rischiato di passare del tutto inosservati. Ed invece una piuttosto nutrita cornice di pubblico ha accompagnato la loro esibizione, sufficientemente piacevole seppur non fulminante. Per chi non se li ricordasse, i ragazzi scandinavi, nel loro unico “Sound Over Matter”, uniscono la ferocia degli At The Gates alla melodia degli Amorphis, impreziosendole con una sezione d’archi (violino e violoncello) piuttosto originale. La band deve ancora migliorare on stage, soprattutto nella persona del singer Juha Immonen, bravo ma un po’ troppo ‘atteggioso’, però è cresciuta con il trascorrere dei minuti ed inoltre ha messo in mostra il bravissimo ex-Apocalyptica Max Lilja, un pazzo scatenato che con il suo violoncello, oltre a fare headbanging e a muoversi indisturbato per il palco, ha riproposto in maniera terribilmente fedele il famoso assolo di Dimebag Darrell nella celebre “Walk”, coverizzata per l’occasione. Hevein, quindi, confermatisi combo originale e anche abbastanza bello da vedere. Aspettiamo news dallo studio, ora!
 
 
 

NECROPHOBIC

A causa di suoni non certo nitidi e ben bilanciati, lo show dei death-black metallers Necrophobic a molti rimane impresso giusto a causa degli orrendi pantaloni di pelle rossi sfoggiati da Sebastian Ramstedt e per la non meno esilarante giacca di Tobias Sidegård. Un peccato, perchè il gruppo calca il palco con molta determinazione e propone una scaletta davvero apprezzabile nel suo alternare nuove hit e classici. La peculiarità del sound del quartetto di Stoccolma sono da sempre gli intrecci di chitarra e purtroppo, nella quarantina di minuti concessa ai nostri, solamente a tratti si riesce a distinguere del tutto ciò che viene vomitato dagli amplificatori. Per fortuna, la band non ci bada troppo e suona come se niente fosse sino al termine dello show, riuscendo comunque a regalare buone riproposizioni di “Blinded By Light, Enlightened By Darkness”, di “Eternal Winter” (suonata live per la prima volta) e, soprattutto, di “Nailing The Holy One”, uno dei grandi classici del gruppo, cantato con grande trasporto anche da una buona fetta del pubblico.
 
 
 

END OF GREEN

Chiamati proprio negli ultimi giorni in sostituzione dei connazionali Crematory, il cui cantante è fra l’altro stato visto aggirarsi nei pressi del mitico baracchino ‘Gepetto’s Pizzeria’, i tedeschi End Of Green vantano un buon seguito di pubblico in madre patria, non altrettanto pareggiato dalla loro nomea all’estero. I gothic-rocker guidati dal trendissimo Michelle Darkness (chi se li ricorda quando erano semplici, umili allievi dei Paradise Lost più metallici?) hanno preso per mano gli astanti accorsi al Pain Stage per condurli con bravura e savoir-faire attraverso il loro stile orecchiabilissimo e melodrammatico, tanto sensuale quanto accattivante. I ragazzi hanno proposto due brani nuovi, “Dead City Lights” e “My Crying Veins”, assolutamente non diversi dal resto del loro spettacolo. Un po’ troppo pacati e stucchevoli per i gusti del sottoscritto, gli End Of Green sono però risultati utili nel risvegliarci dalla pena dei L’Ame Immortelle e nel proiettarci nel successivo, solito, stravaccato show dei Finntroll. Solo per cuori goticoni e anime in depressione costante.
 
 
 

BOLT THROWER

Come ogni offensiva che si rispetti, il concerto dei Bolt Thrower viene preceduto da un bombardamento a tappeto da parte di artiglieria e aviazione. No, un momento, ciò avviene solamente nella mente di chi scrive, che non vede l’ora di rivedere all’opera uno dei suoi gruppi preferiti. In verità, il quintetto arriva sul palco in maniera molto più sobria e pacifica, preceduto dal solito epicissimo intro e con luci rosse a fare da contorno. “At First Light” dà fuoco alle polveri e in men che non si dica l’area antistante al Main Stage inizia ad animarsi con gente in preda all’entusiasmo. Si tratta del’unico show open air programmato dai Bolt Thrower per quest’anno, quindi moltissime persone sono giunte al Summer Breeze esclusivamente per assistere alla performance del gruppo inglese. I nostri lo sanno bene e ripagano la calorosa accoglienza con un concerto superlativo, che vede perle del calibro di “The Killchain”, “The IVth Crusade”, “Cenotaph”, “No Guts, No Glory” e “Remembrance” essere suonate in maniera impeccabile e cantate ancora meglio da un Karl Willets che non perde mai occasione di incitare ulteriormente la folla. Non si muovono troppo sul palco, i Bolt Thrower, tuttavia sia Willets che Jo Bench, Gavin Ward e Barry Thomson riescono a emanare un carisma che ha pochi eguali nella scena death metal odierna. Per tutta l’ora a disposizione del gruppo non riusciamo a togliere gli occhi dal palco… non c’è respiro durante lo show e ci si esalta per ogni singolo riff e melodia. Ci si chiede soprattutto come faccia un gruppo che suona così di rado dal vivo ad essere tanto preciso e affiatato… misteri del death metal. Sta di fatto che quando giunge il momento dei saluti, ci si spella le mani per applaudire e la voglia di sentire qualche altro brano è tantissima. Speriamo davvero che il successore dell’ottimo “Those Once Loyal” non tardi troppo ad arrivare perché non si vede l’ora di poter ammirare nuovamente il quintetto on stage.
 
 
 
 

POISONBLACK

Posizione più che onorevole quella riservata all’esibizione dei Poisonblack. Nati in qualità di side-project, sono presto divenuti la principale e unica band in cui il tenebroso Ville Laihiala, già vocalist dei defunti Sentenced, dà libero sfogo alle proprie ambiziose passioni di compositore-chitarrista. Il compito che si prospetta è arduo: tentare di coinvolgere il più possibile un pubblico che, durante l’ora precedente, è stato letteralmente assorbito dalla strepitosa prova dei Bolt Thrower. Ma Ville non è tipo da farsi intimorire e, all’occorrenza, sa mettere da parte con decisione l’impenetrabile aplomb nordico. Sebbene la maggior parte degli spettatori appaiano intenzionati a disertare il Pain Stage per ristorarsi in vista degli show successivi, il singer dimostra immediatamente una grande energia, supportato a dovere dal resto della formazione. Così, grazie a una performance tutta in crescendo, i Poisonblack trascinano progressivamente un buon numero di persone sotto il palco. Com’era ovvio, lo spettacolo è costruito principalmente sui brani del secondo full-length “Lust Stained Despair”, pubblicato lo scorso anno da Century Media, etichetta storica dei Sentenced che continua a nutrire molta fiducia nelle doti di Laihiala. E non a torto, perché è senza dubbio il suo carisma che risulta essere l’asse portante, nonché il valore aggiunto, del gruppo finlandese. Gradita conferma, dal vivo c’è tutto il feeling ruvido sfoderato sul disco, il dinamismo degli up-tempo affini a certe composizioni dei Sentenced, la carica di cupa sensualità evocata dalle profondità della voce, in grado con il tempo di raggiungere una coloritura maggiormente aspra e ancor più caratteristica. Sempre fortunatamente al riparo dai toni troppo melliflui, gli elementi dark-goth appaiono ben bilanciati a una sana aggressività, come dimostrano i pezzi in successione, da “Rush” a “The Darkest Lie”, da “Nothing Else Remains” a “Hollow Be My Name”, tra gli altri. Chi resiste al freddo notturno, fattosi glaciale a causa del vento, può assistere a “Illusion/Delusion”, unica incursione nel precedente “Escapexstacy”, e all’anteprima “Me, Myself & I”, manco a dirlo vero condensato del verbo Laihiala! Non c’è che dire, l’atmosfera congeniale il singer se l’è creata su misura e avanza sicuro, nonostante si produca nel doppio ruolo di frontman-chitarrista. La giusta verve resta costante fino al termine dei quarantacinque minuti a disposizione, quando viene annunciato l’estratto di chiusura, “The Living Dead”, che suggella un’esibizione sicuramente soddisfacente all’insegna del legame inestricabile tra piacere e dolore. I margini di miglioramento però esistono, specie per quanto riguarda la possibilità di diventare una band coesa e trascinante dal vivo nella sua totalità, piuttosto che un progetto troppo smaccatamente al servizio dell’individualità che lo ha plasmato e che ne è il trascinatore, pur trattandosi di quel personaggio che resta Ville Laihiala. A parte questo piccolo appunto sugli equilibri on stage, in definitiva uno show riuscito e soprattutto un’ulteriore, importante affermazione per i Poisonblack.
 
 
 
 

IN EXTREMO

 

Si giunge così, piuttosto in fretta, verso la conclusione anche della seconda giornata del Summer Breeze e davvero pochi riuscirebbero ad avere dubbi su chi abbia raccolto più gente sotto il palco durante la propria esibizione, nell’arco complessivo della tre-giorni metallica: i patriottici beniamini In Extremo hanno richiamato davvero una folla ragguardevole, attenta e ansiosa di ascoltare le poderose note folkish del settetto germanico. Come per gli Amon Amarth ventiquattro ore prima, anche per la band di Das Letzte Einhorn lo stage si è trasformato in un oceano infuocato, con un enorme vascello ricostruito sulla fiancata, nel cui centro ha stazionato la batteria, mentre fuochi d’artificio, fiammate, esplosioni di coriandoli e coreografie di cornamusa e strumenti medievali hanno reso ancor più attraente lo show del gruppo – peraltro da anni in grado di fornire simili spettacoli. I pezzi famosi degli In Extremo non sono certo pochi e i ragazzi hanno saputo alternare brani più veloci e ritmati, ad esempio “Spielmannsfluch” e “Nur Ihr Allein”, con episodi catchy e orecchiabili (“Horizont”, “Kuss Mich”, “Liam”), fino a giungere alle goliardate folk che i tedeschi tanto amano, fra le quali “Herr Mannelig” e la conclusiva “Villeman Og Magnhild” sono risultate assolutamente immancabili. Belle le parentesi solistiche affidate al gigantesco polistrumentista Dr. Pymonte, abile a districarsi tra il pizzicato della cetra elettrica e le passeggiate in zampogna al fianco dei compari Yellow Pfeiffer e Flex Der Biegsame. Tutto sommato, un concerto più che soddisfacente, simile negli effetti a quello degli Amon Amarth, ma completamente diverso per atmosfere e colori. Il rosso del sangue per gli svedesi; quello del vino per i tedeschi. Prosit!
 
 
 
 

DARK FUNERAL

 
La seconda giornata del festival si chiude all’insegna della blasfemia, ovvero con un concerto dei Dark Funeral sul Pain Stage, i quali si presentano sul palco con face painting da battaglia, determinatissimi come al solito e addirittura agghindati con armature! Le varie “King Antichrist”, “The Arrival Of Satan’s Empire” e “An Apprentice Of Satan” esaltano i numerosi black metallers presenti, che non perdono mai l’occasione di alzare in aria le loro corna e manifestare approvazione tramite un headbanging prolungato. Emperor Magus Caligula e compagni ovviamente gradiscono un tale responso e, dal canto loro, si impegnano a fondo per eseguire i brani in maniera se possibile ancora più letale e veloce. Ne viene fuori un concerto molto intenso e compatto, con protagonista assoluto il nuovo drummer Nils Fjellström: più veloce, preciso e tecnico di tutti i suoi predecessori. Anche questa sera, i Dark Funeral si sono quindi confermati una delle poche black metal band in grado di offrire performance live degne di questo nome.
 
 
 

MACHINEMADE GOD

Dopo una notte insonne, compensata da una ricca colazione a suon di ciambelle e cioccolata in un elegante bar di Dinkelsbühl, torniamo in tenda e alla zona palchi giusto in tempo per gustarci l’esibizione dei Machinemade God, la prima band tedesca metal-core della giornata (seguiranno i Maroon e gli onnipresenti Caliban). In procinto di pubblicare il nuovo “Masked”, il gruppo guidato dal singer Florian Velten ha messo in mostra un buon carattere ed un buon repertorio, anche se non molto originale, come facilmente immaginabile. Bisogna dire che i brani nuovi, fra cui sono stati eseguiti “Voices” e “Place Taken”, hanno un appeal decisamente più melodico, visto anche l’apporto del chitarrista Sky Hoff alla voce pulita – detto tra noi, i Caliban dovrebbero reclutarlo al volo, considerato le lagne che il loro clean vocalist è solito proporre. Al contrario, episodi più ruvidi e swedish-style quali “Teeth Vs. Curb” e “Kiss Me Now Kill Me Later” hanno ricordato agli astanti come i breakdown da mosh siano ancora un chiodo fisso del gruppo. Hanno fatto il loro dovere e certo possono crescere, soprattutto in una scena già sotto i riflettori.
 
 
 

MAROON

Un po’ sottotono sono apparsi invece i poderosi Maroon, precursori del death-core tedesco alla pari di Caliban ed Heaven Shall Burn. Non certo aiutati da suoni parecchio confusi e poco calibrati, i cinque ragazzacci di casa hanno fornito una prova più che buona per quanto riguarda il coinvolgimento del pubblico, con un circle-pit finale davvero di dimensioni notevoli, mentre non si può dire lo stesso dell’esecuzione dei brani e della resa sonora, purtroppo tra le peggiori dell’intero festival. Il vocalist Andre Moraweck si è presentato on stage completamente ricoperto di fango, mossa alquanto audace considerato il fatto che il fango impiega pochissimo tempo a seccarsi sulla pelle; ed infatti, al termine della loro mezzora, non è difficile immaginare l’immane doccia a cui si sarà sottoposto il nostro buon singer! Con in arrivo sugli scaffali il nuovo “The Cold Heart Of The Sun”, i Maroon hanno eseguito un brano nuovo, “My Funeral Song”, che non è sembrato mostrare chissà quali variazioni di stile, mentre per il resto l’esecuzione di buona parte dei ‘classici’ del gruppo ha soddisfatto i giovani seguaci del combo. E’ mancata però “The Worlds Havoc”, la loro canzone più blasonata: ciò non ha impedito al pubblico di massacrarsi comunque, ma la sua assenza è stata una piccola delusione. Proprio come il nostro giudizio sul concerto al Summer Breeze dei Maroon.
 
 
 

BLITZKID

E giungiamo dunque al sorpresone del festival!! Sinceramente mai avremmo pensato di trovarci a scrivere il report dello show di questi Blitzkid, dal monicker facilmente confondibile con Blitzkrieg e piuttosto anonimo. Invece, posizionatici per curiosità fra le scarne prime fila del Pain Stage, in cosa ci imbattiamo? In tre figuri pittati e vestiti come novelli Misfits, in piena attitudine horror-punk, fra i quali spiccano la mole enorme e la faccia bonaria del chitarrista TB Monstrosity e la tossica magrezza del bassista Argyle Goolsby. Ebbene, i Blitzkid partono a raffica e, almeno per quindici minuti, non profferiscono parola ma assaltano con vigore e violenza impressionanti tutti i temerari presenti sotto il palco. I due frontman hanno entrambi una voce spettacolare e danno spettacolo con i loro strumenti, specialmente Goolsby, con il basso preso ad anfibiate, suonato non a tracolla oppure dietro la schiena. Nei trentacinque minuti a loro disposizione, i tre americani hanno conquistato pressoché tutti con la loro ferocia e la loro simpatia, terminando lo spettacolo facendo pure salire un ragazzo a suonare il basso per loro (‘Who can play the bass? It’s just three chords this song!’) durante l’ultimo pezzo. Grandissimi!
 
 
 

DARK TRANQUILLITY

Concerto di routine per i Dark Tranquillity, ma non per questo poco convincente. La band ha solo un’ora a propria disposizione, quindi non può permettersi chissà quali esperimenti a livello di scaletta. Si sceglie come ovvio di proporre le hit degli ultimi dischi e, grazie a dei suoni piuttosto buoni e alle corde vocali di Mikael Stanne che si dimostrano in un buono stato di forma, i nostri danno vita ad uno show per certi versi prevedibile, ma coinvolgente e sentito. “The Lesser Faith”, “Focus Shift”, “Final Resistance”, “Punish My Heaven” e “The New Build” sono i brani che più riescono a entusiasmare i numerosissimi fan, ma l’intera performance viene accolta da fragorosi applausi e incitamenti. Il gruppo svedese è sempre più amato e suona ormai con una sicurezza degna dei grandi nomi degli anni Ottanta: sempre precisissimo Anders Jivarp, puntuale Martin Brandstrom con le sue tastiere, impeccabile la coppia d’asce Sundin/Henriksson (un pochino migliorati anche sotto il profilo della presenza scenica) e gran trascinatore Michael Niklasson, l’unico della band, assieme a Stanne, a interagire costantemente con l’audience. Sessanta minuti che volano in fretta e che tutto sommato lasciano soddisfatti. Ora speriamo che nel prossimo tour i nostri abbiano il tempo per proporre anche qualche brano più vecchio e meno abusato!
 
 
 
 

SOULFLY

Sì, è vero, fa un po’ tristezza, dopo aver strabuzzato gli occhi di fronte ai giochi pirotecnici di Amon Amarth ed In Extremo, vedere gli headliner definitivi del Summer Breeze suonare in una cornice scarna, senza neanche il classico drappo con il logo del gruppo e solo con una bandiera brasiliana e qualche elemento tropicale a decorare il palco… Epperò la forza dei Soulfly non sta certo nella loro iconografia, anche se qualche sforzo in più poteva essere comunque fatto: Max Cavalera fa parte della storia della nostra musica preferita e, sebbene non sia più il ragazzino di una volta, probabilmente avremo il piacere di vederlo fra noi anche fra una decina d’anni, come ancora oggi apprezziamo con piacere i vari Maiden, Motorhead, Slayer e compagnia ottuagenaria. La performance dei Soulfly non è stata enorme, ma i loro pezzi, uniti ai soliti estratti dal glorioso repertorio dei Sepultura, sono in grado di reggere un concerto, a prescindere dallo stato di forma della band. Come al solito, Max e compari hanno messo in piedi uno show nichilista, con poche pause parlate, vario e quasi confusionario: molte canzoni si sono accavallate e mischiate fra loro, senza interruzioni di sorta, come nel caso di “Jumpdafuckup”/”Bring It” e “Bleed/Tree Of Pain”, fra l’altro impreziosita dall’intervento di Richie Cavalera, il figlio scatenato di Max. L’attesa “Roots Bloody Roots” è stata proposta quasi subito, bissata più tardi da “Refuse/Resist”, “Attitude” e, nel caotico finale, da “Inner Self”. Alcuni momenti solisti, opera dell’ottimo Marc Rizzo, e un break percussivo con tanto di ospite tirato su dal pubblico, e successivamente impazzito per la gioia, hanno spezzato la sequenza di brani, carica di groove quanto di furia primordiale. Concerto non perfetto, quindi, per i Soulfly, forse un po’ poco adatti a chiudere un festival quale il Summer Breeze, visti i riscontri ottenuti le sere precedenti dagli altri headliner. Ora non ci resta che attendere l’uscita del nuovo progetto di Max e Igor, The Cavalera Conspiracy, per sentire nuovamente parlare del frontman brasiliano. Nel frattempo, non ci resta che fare un ultimo spostamento di palco, per andare a trapanarci le orecchie con i Pain di mister Tägtgren!
 
 
 
 

PAIN

I Pain cambiano formazione ad ogni tour, eppure non è mai capitato che i nostri offrissero una performance scadente. Evidentemente il buon Peter Tagtgren è bravo a circondarsi solamente di musicisti in gamba e a motivarli a dovere, tanto che ogni volta che si assiste ad un loro concerto sembra di trovarsi al cospetto di una vera e propria band, anziché di un semplice progetto solista. Chiamati, come era prevedibile, a chiudere la decima edizione del Summer Breeze sul Pain Stage, i Pain si esibiscono appena dopo i Soulfly e confermano la suddetta impressione, rendendosi protagonisti dell’ennesimo divertentissimo concerto. Classici vecchi e nuovi (“Shut Your Mouth”, “Nailed to the Ground”, “Zombie Slam”, “Same Old Song”, “On And On”, “End Of The Line”) vengono suonati con grande perizia e trasporto e il pubblico reagisce al meglio, dando vita ad una festa in cui tutti cantano a squarciagola ognuno dei contagiosi ritornelli con cui sono farciti i brani del repertorio degli svedesi. Come dicevamo, si respira aria di festa e, non a caso, come ciliegina sulla torta, l’organizzazione del Summer Breeze sfodera nel finale una lunghissima serie di fuochi d’artificio che lasciano tutti a bocca aperta. Davvero un bel modo per festeggiare questo decimo compleanno.

 
 

PROSSIMI CONCERTI

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