MYRATH: il nuovo “Shehili” traccia per traccia!

Pubblicato il 05/04/2019

Articolo a cura di Elio Ferrara

I Myrath sono stati la prima band tunisina a firmare per un’etichetta europea e sin dal primo momento si sono messi in evidenza per la loro capacità di inserire, in un contesto sonoro prog metal, una musicalità tipicamente araba e sonorità della tradizione musicale magrebina. Dopo un album come “Legacy”, il cui approccio era tendenzialmente più vicino al metal occidentale con un ruolo più marginale di quelle sonorità, i Myrath con questo nuovo lavoro sembrano invece recuperare maggiormente le loro peculiarità originali, inserite adesso in un contesto però sempre meno prog e decisamente più orientato verso il metal melodico. La pubblicazione del disco è prevista per il prossimo 3 maggio, tuttavia Metalitalia.com ha avuto modo di ascoltarlo in anteprima, per cui vi offriamo una descrizione traccia per traccia dell’album, rimandando ogni nostro commento e giudizio in sede di recensione.

MYRATH:
Zaher Zorgati – voce
Malek Ben Arbia – chitarre
Elyes Bouchoucha – tastiere, voce
Anis Jouini – basso
Morgan Berthet – batteria

“SHEHILI”
Data di pubblicazione: 3 maggio 2019
Etichetta: earMusic
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01. ASL (01:10)
Il disco si apre con una breve intro in arabo che ci fa pensare ad una preghiera intonata da un muezzin dall’alto di un minareto, accompagnata da strumenti a fiato.

02. BORN TO SURVIVE (03:35)
Proseguendo dall’intro, ritroviamo ritmi e sonorità che rimandano alla tradizione berbera: sembra quasi di trovarsi catapultati in mezzo ad una tribù nomade del deserto radunata attorno al fuoco, quando ben presto un riff ci porta su territori decisamente metal ed entra il cantato. Le atmosfere diventano ora maestose e le melodie accattivanti, con un bel ritornello catchy. Un breve intermezzo ci riporta per un istante alle sonorità iniziali, introducendo l’assolo di chitarra, poi si va a chiudere ancora con il ritornello.

03. YOU’VE LOST YOURSELF (04:53)
Partenza con un riff di respiro power metal, accompagnato da tappeti di sonorità mediorentali, poi il brano diventa più atmosferico nella strofa ma va in crescendo fino ad un bellissimo refrain. Ancora una volta le melodie sono fortemente protagoniste e Zaher Zorgati è davvero abile nell’arricchire un cantato tipicamente occidentale con fioriture dal sapore arabeggiante. Dopo un paio di ripetizioni strofa-ritornello, c’è uno stacco che introduce un nuovo breve tema dove la voce va più alta per poi lasciare spazio ad un breve cantato che funge da intro ad un piccolo assolo di chitarra, quindi la band chiude riproponendo per un’ultima volta il refrain.

04. DANCE (03:48)
Le sonorità iniziali danno subito la sensazione di trovarsi in mezzo ad una danza mediorientale, poi i Myrath attaccano con il loro tipico metal melodico, nel quale si mette in evidenza ancora una volta la voce: si tratta di un brano alquanto orecchiabile, con un ritornello parecchio accattivante sin dai primi ascolti. Una seconda strofa esprime una sensazione di forte malinconia, che poi viene vinta ancora una volta dall’esplosione di vita rappresentata dal refrain. A questo punto un intermezzo con cantato tipicamente arabo introduce un veloce assolo di chitarra, quindi come per le tracce precedenti il brano si chiude anche stavolta con il ritornello, accompagnato però adesso da una bella chitarra solista da parte di Malek Ben Arbia.

05. WICKED DICE (04:12)
La canzone parte con un riff deciso, ma il brano appare subito abbastanza melodico e anche il refrain è parecchio orecchiabile, di quelli che restano facilmente in testa, tanto che la nostra sensazione è che la band voglia insistere su questa scia, ancor più che con il precedente “Legacy”, lasciando da parte decisamente gli elementi prog che invece avevano caratterizzato i loro primi lavori. A metà c’è un intermezzo che introduce l’assolo di chitarra, seguito da uno stacco con piano e voce e poi ancora il refrain: dopo un nuovo assolo di chitarra, il brano va lentamente a chiudere.

06. MONSTER IN MY CLOSET (04:50)
Percussioni etniche fanno da sfondo alla strumentazione metal, il che dimostra come la band rispetto a “Legacy” comunque voglia riprendere maggiormente almeno quest’aspetto del proprio stile. Il mix che ne viene fuori è davvero interessante, anche se ben presto la band vira verso un cantato più classico, alquanto carico di pathos ma accompagnato comunque da tappeti dal sapore mediorientale. Ancora ad una volta il ritornello è davvero catchy, di immediato impatto e, tutto sommato, pur presentando brevi intermezzi etnici, il brano è costruito con una struttura abbastanza semplice, dato che vengono riproposte più volte le parti relative a strofa e ritornello. Va detto pure riconosciuto che però, assai efficacemente, nell’ultima ripetizione, per variare un po’, viene aggiunta qualche seconda voce.

07. LILI TWIL (03:47)
In avvio viene appena accennata qualche nota con strumenti etnici, che lascia poi spazio ad una musicalità ariosa e delicata. Per questo brano la strofa viene cantata in arabo, poi il ritornello è maestoso e coinvolgente, seguito da una seconda strofa cantata decisamente più alta. Anche in questo caso comunque la struttura della traccia è alquanto semplice e sostanzialmente viene incentrata sulle melodie e sul refrain.

08. NO HOLDING BACK (04:43)
Bellissimo avvio con orchestrazioni di tastiere che lasciano immaginare ambientazioni fiabesche degne da “Le Mille E Una Notte”: il brano diventa più atmosferico con il cantato, per poi crescere però subito con il bridge e ancor di più con il refrain. I Myrath confermano dunque la loro bravura nel creare un efficace mix tra sonorità e soprattutto tra culture diverse, dimostrando come la musica possa rappresentare una lingua comune, universale. Notiamo, altresì, come ancora una volta il chitarrista Malek Ben Arbia non perda occasione di inserire uno dei suoi assoli. Sicuramente una delle tracce più belle e meglio riuscite dell’album.

09. STARDUST (04:02)
Su arpeggi pianistici sognanti s’inserisce la voce malinconica e soffusa, ma al momento del ritornello il brano diventa maestoso e carico di orchestrazioni. Un breve intermezzo funge da raccordo con la seconda parte, dove stavolta il piano viene sostituito da ulteriori orchestrazioni con le tastiere, che confermano ulteriormente lo splendido lavoro svolto da Elyes Bouchoucha. Nel finale, tuttavia, con grande teatralità i toni si rifanno malinconici e ritornano gli arpeggi iniziali che vanno a chiudere.

10. MERSAL (03:44)
Avvio subito imponente e sinfonico, ancora una volta però la band opta per il cantato della strofa in arabo e anche alcune sonorità sembrano rimandare ai Myrath dei primi album; quasi in contrasto con le strofe, il ritornello in inglese è più aperto e melodico. Con una certa sorpresa ritroviamo pure un assolo di sax, seguito da una nuova parte vocale con seconde voci decisamente arabeggianti, per poi riprendere il ritornello in chiusura. Brano particolare, con arrangiamenti davvero interessanti e tutt’altro che scontati.

11. DARKNESS ARISE (04:33)
In apertura ritroviamo ancora una volta un riff duro in evidenza e anche il cantato è leggermente più cattivo, ma tutto torna abbastanza nella norma con il ritornello. La sensazione è che ogni tanto la band cerchi di indurire i suoni, ma chissà perchè quando ciò avviene si premura di ritornare quanto prima su sonorità più rassicuranti e melodiche. Ad ogni modo, viene come al solito riproposta una seconda strofa e dopo il refrain c’è un intermezzo, stavolta con il basso maggiormente in evidenza, su cui s’inserisce l’assolo di chitarra, seguito addirittura da un assolo di hammond (e qui Bouchoucha ci ha davvero quasi stupiti!), per poi andare a chiudere con il refrain ripetuto ancora una volta.

12. SHEHILI (04:21)
Il brano si apre con orchestrazioni orientaleggianti che lasciano poi spazio alla voce calda di Zaher Zorgati, ma i toni crescono decisamente con il bridge e il ritornello. Un azzeccato intermezzo dal sapore berbero introduce verso la seconda strofa, arricchita così nelle sue già belle melodie. A metà del brano, vocalizzi tipicamente arabi sembrano aprire una nuova dimensione del tempo, dando la sensazione che le melodie del ritornello appaiano ora dilatate, come se per magia tutto procedesse ad un ritmo diverso. Tutto ad un tratto, in effetti, sonorità soffuse conducono verso il finale che, come il vento di scirocco, giunge inaspettato, portando via le note lentamente e lasciando un senso di vaga malinconia.

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