NECROPHOBIC: il nuovo “Mark of the Necrogram” traccia per traccia!

Pubblicato il 23/01/2018

A cura di Giacomo Slongo

L’attesa è quasi giunta al termine. Ancora un mese e una delle realtà più significative e influenti della scena black-death svedese riemergerà dalle tenebre con il suo full-length numero otto. Un comeback importante, quello dei Necrophobic, vuoi perchè dopo un disco altalenante come “Womb of Lilithu” era necessario lanciare un forte segnale di ripresa, vuoi per la firma con un’etichetta prestigiosa come la Century Media, vuoi soprattutto per la presenza in line-up del frontman originale Anders Strokirk e dei chitarristi Sebastian Ramstedt e Johan Bergebäck, menti creative dietro alcuni  dei più grandi successi della formazione scandinava (basti pensare a “Hrimthursum” del 2006). Le carte per una nuova, entusiasmante fase di carriera sembrano esserci tutte, e da quanto ascoltato in questi giorni possiamo dirvi che “Mark of the Necrogram” non deluderà affatto le aspettative…

NECROPHOBIC
Joakim Sterner – batteria
Anders Strokirk – voci
Sebastian Ramstedt – chitarre
Johan Bergebäck – chitarre
Alex Friberg – basso

MARK OF THE NECROGRAM
Data di uscita: 23/02/2018
Etichetta: Century Media
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01. Mark of the Necrogram (04:53)
Bentornati. L’utilizzo di questa classica espressione risulta del tutto spontaneo una volta messi di fronte ai cinque minuti di “Mark of the Necrogram”, opener che per intensità e livello di presa ci sentiamo di affiancare alle ormai storiche “Blinded by Light, Enlightened by Darkness” e “Black Moon Rising”. I classici trademark del gruppo svedese ci sono tutti, dall’impiego diabolico della melodia alla perfetta combinazione di elementi black, death ed heavy metal, per un brano che dà subito modo alle vecchie conoscenze Anders Strokirk, Sebastian Ramstedt e Johan Bergebäck di mettersi in mostra e spazzare via le nubi accumulatesi sul monicker Necrophobic negli ultimi anni. L’ugola del primo graffia esattamente come ai tempi di “The Nocturnal Silence”, non facendo per nulla rimpiangere la cacciata di Tobias Sidegård, mentre l’approccio al guitar work dei secondi si conferma su un altro livello rispetto a quello esibito nel 2013 dallo spento e prolisso “Womb of Lilithu”: più arrembante, più fluido e – in definitiva – più ispirato. Davvero un’ottima partenza.

02. Odium Caecum (04:25)
Incipit spettrale per un brano che fa dell’aggressione il suo punto fermo. Non crediate però che “Odium Caecum” sia soltanto sinonimo di ignoranza made in Sweden: il riffing bruciante della coppia Ramstedt/Bergebäck (dal forte retrogusto thrash) e le insistite scariche di blast beat non prevaricano minimamente sulla cura riposta negli arrangiamenti e nel songwriting, come dimostrato dalla fluidissima concatenazione di strofe e ritornelli e dai lead chitarristici disseminati lungo il pezzo. Un assalto all’arma bianca che non ci stupiremmo di vedere nelle prossime setlist del quintetto.

03. Tsar Bomba (05:40)
Come suonerebbero gli Iron Maiden se da un giorno all’altro venissero abbagliati dalla fiamma del black-death svedese? La risposta si chiama “Tsar Bomba” e l’esperienza complessiva, guarda caso, si rivela assolutamente esaltante. Epico, mordace e forte di un ritornello da corna al cielo, giocato per buona parte sui cori indiavolati di Strokirk, il brano ci mostra il lato più arioso e tradizionale dei Necrophobic – figlio dell’amore verso la band di Steve Harris e della cosiddetta NWOBHM – arricchendo la tavolozza di “Mark…” con una gamma di sfumature sempre e comunque sataniche. Una ‘hit’ estrema come non ne sentivamo da diverso tempo a questa parte.

04. Lamashtu (05:20)
Il sapore ‘etnico’ del titolo trova in parte riscontro nello sviluppo del brano, che al consueto dispiego di soluzioni black-death alterna una serie di strofe ritmate e tribaleggianti, vicine a certi spunti del precedente “Womb of Lilithu”. Non si viaggia mai a velocità sostenutissime, e l’atmosfera generale ne guadagna sia in termini di spessore che di malvagità. Da segnalare la presenza dell’ennesimo grande assolo del disco, il cui animo maideniano è puntualmente corrotto da melodie che faticano a nascondere la loro natura diabolica.

05. Sacrosanct (04:38)
Dopo due episodi sperimentali (per gli standard della band), si torna al black-death duro e puro. La struttura di “Sacrosanct” è classicissima e priva di qualsivoglia sorpresa, con l’ormai consolidata alternanza di strofe, ritornelli e melodie brucianti a fare capolino dallo sfondo, ma l’eleganza del songwriting è tale da rendere anche questo episodio ‘di mestiere’ una piccola perla. E’ ormai evidente come il ritorno di Ramstedt e Bergebäck abbia dato una notevole spinta propulsiva ai Necrophobic, ispirati e brillanti come poche altre volte nella loro carriera.

06. Pesta (05:59)
Il primo estratto di “Mark…”, già reso disponibile come singolo la scorsa estate. L’avvio è tutto per il basso di Friberg, in un’atmosfera novantiana da tuffo al cuore (chi ha detto “Dreaming in Red”?), raggiunto poco dopo dal resto della strumentazione per uno degli episodi-simbolo del disco e della rinnovata verve creativa dei Nostri. Strofe serrate, un refrain tanto semplice quanto incisivo e la solita, ostentatissima attitudine ‘evil & Satan’: sembra che non occorra altro ai Necrophobic 2018 per irretirci e colpire nel segno.

07. Requiem for a Dying Sun (04:39)
Il midtempone del disco, imbevuto di melodie epiche e drammatiche su cui lo screaming di Strokirk fa letteralmente il bello e il cattivo tempo. Una parentesi controllata che ci consente di rifiatare un po’ dopo l’intensità dei brani precedenti e saggiare l’unico intervento di tastiera dell’album (comunque poco invasivo). Altro colpo messo a segno dai Nostri in questo loro comeback.

08. Crown of Horns (03:59)
“Crown of Horns” può tranquillamente essere vista come la cugina di “Sacrosanct”. Assai simile nella struttura e nello sviluppo, la traccia si differenzia per un incremento della componente black e per una vena epica più marcata, sottolineata anche da un guitar work vagamente orchestrale. Un brano quasi senza tempo, che sarebbe potuto uscire oggi così come nel biennio 95’/96′.

09. From the Great Above to the Great Below (05:53)
Per il gran finale i Necrophobic spalancano una volta per tutte le porte dell’Inferno. “From the Great Above to the Great Below” è senza dubbio l’episodio più malvagio della tracklist, giocato su un’atmosfera nera come la pece e sul continuo sovrapporsi di melodie sinistre che sembrano volerci trascinare nell’Abisso. Da un punto di vista strumentale, è l’animo black del gruppo a prevalere, tra scariche di blast beat e rasoiate chitarristiche non troppo distanti da quelle dei compagni di merende Setherial e Dark Funeral; ovviamente Strokirk non si fa trovare impreparato, arrivando persino a mettere i brividi in occasione dell’“Ascend!” che anticipa la conclusione del brano.

10. Undergången (02:48)
Il puzzo di zolfo non viene minimamente stemperato da “Undergången”, outro strumentale che invece di giocarsi la carta tastiere (quasi un cliché del genere) insiste su arpeggi luciferini, assoli e distorsioni di sottofondo. Una conclusione enigmatica che pone la parola fine sui cinquanta minuti del disco.

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