Speciale a cura di Dario Cattaneo
Ci stiamo oramai abituando agli squilli di trombe e fanfare (mediaticamente parlando) che accompagnano ogni volta all’uscita di un nuovo capitolo dei Nightwish. Un tempo era l’abbandono della cantante storica Tarja a far parlare, un tempo si trattava dell’ambiziosa idea di realizzare la colonna sonora di un intero film (le canzoni di “Imaginaerum” erano state tutte tratte e riadattate da appunto quella colonna sonora) e adesso è la volta dell’ingresso della potente Floor Jansen nelle fila della band finlandese. Certo è che con quest’attenzione i Nostri erano costretti anche stavolta a tirar fuori un bel coniglio dal cappello… e a conti fatti sembrano esserci riusciti. Come nella splendida copertina, questo disco va apprezzato lentamente in ogni sua parte e dettaglio, in modo che il quadro globale appaia ai nostri occhi ammantato di quella infinita bellezza di cui parla il titolo…
Con questa breve analisi traccia-per-traccia, risultato di un solo ascolto in sede di intervista, vi invitiamo a iniziare a scoprire il disco insieme con noi.
NIGHTWISH – Endless Forms Most Beautiful
Etichetta: Nuclear Blast Records
Data di pubblicazione italiana: 27 marzo 2015
http://nightwish.com
01. Shudder Before The Beauty (06:29)
Se, come specificato da Tuomas Holopainen, nel corso delle dichiarazioni rilasciate al promo day di Febbraio, lo scopo dei Nightwish con questo nuovo album era comporre un disco maggiormente ‘band oriented’, questa traccia ne è la perfetta dimostrazione. La partenza è a razzo, con un pezzo fortemente debitore del power che ascoltavamo su “Oceanborn” o “Wishmaster”. L’orecchio corre subito alla nuova arrivata Floor, e abbiamo qualche difficoltà a dare un giudizio a questo brano: certamente la Jansen è ben inquadrata sul pezzo e subito protagonista, ma si sente un approccio sicuramente diverso (forse diversissimo) rispetto alle due cantanti che l’hanno preceduta. Nel pezzo stupisce il ritornello, molto corale ed epico sulle stile quasi di alcuni Blind Guardian, ma l’impressione principale che ne otteniamo è quello di una nuova “Dark Chest Of Wonders”. Come primo brano, di sicuro convincente.
02. Weak Fantasy (05:25)
Il minutaggio scende di un primo, ma l’asticella della ‘pesantezza’ aumenta. Non che il pezzo sia ‘pesante’ secondo i canoni del metal estremo, è semplicemente più oscuro e ‘heavy’ di quanto ci aspettassimo. Floor qui è decisamente la chiave di volta del pezzo, che si costruisce una volta tanto non sulle orchestrazioni ma appunto sull’urgenza del lato metal del sound dei Nostri, con particolare attenzione appunto alle melodie vocali. In qualche modo, ci piace parlare di un brano che riserva delle sorprese: ci saremmo aspettati (come successo in passato sui brani più diretti) la voce di Marko Hietala a farla da padrone, ma invece non ce ne è traccia almeno dal punto di vista solistico e, inoltre, è il secondo brano su due che manca dell’assolo centrale. La sezione dedicata a Emppu Vuorinen è stata infatti sostituita da uno stacco dal sapore celtico affidato agli strumenti di Donockley e da una massiccia prova corale ricca di backing vocals. Brano atipico.
03. Elan (04:47)
Il singolo portante è riproposto esattamente identico a come lo ascoltiamo sull’EP di recente uscita… Il brano è quello che già si conosce, accattivante e radiofonico, non lontano nelle intenzioni dai vari “Amaranth” e “Nemo”, che hanno fatto e sempre faranno la fortuna del gruppo. In questo caso la parte folk è un po’ più predominante che nei primi due pezzi, ma non facciamo chissà quale rivelazione a dirvelo. Un brano carino certamente, come tutti i singoli dei Nightiwish, ma oramai sappiamo che lo spessore artistico dei loro dischi non risiede principalmente nei singoli…
04 .Yours Is And Empty Hope (05:39)
La pesantezza di sound che abbiamo sentito nel secondo brano non viene abbandonata su questo aggressivo passaggio. L’approccio è sensibilmente più cinematografico e orchestrale, e il sound così gonfio fatica ad essere assorbito al primo ascolto. Nonostante siamo ancora vicini a brani come “Dark Chest Of Wonders”, il riffing quasi thrash e la rumorosa parte centrale affidata all’orchestra ci parla dei Nightwish tronfi e pomposi di “Imaginaerum”. Una canzone strana, un ponte tra vecchio e nuovo che ancora fatichiamo a collocare.
05 . Our Decades In The Sun (06:39)
Che questo sia un album molto vario, lo possiamo dedurre da questa prima, brusca, interruzione. La ricchezza strumentale degli arrangiamenti del brano precedente ci risuona ancora in testa, e al confronto le atmosfere elegiache di questa prima ballad ci sembrano quasi provenire da un altro disco, se non addirittura da un’altra band. Su questo passaggio non certo breve possiamo però apprezzare la solita, maniacale, cura del dettaglio da parte di Holopainen per l’arrangiamento e una Floor un po’ diversa… ma sempre se stessa. A conti fatti, una grossa differenza sta qui: a Tarja non serviva cambiare registro per colorare il pezzo, Anette Olzon invece mostrava tanti volti diversi; la Jansen si pone nel mezzo, variando registro ma mantenendo intatta la propria personalità.
06 . My Walden (04:39)
Se già il nuovo arrivato Troy Donockley si era dimostrato ben presente con i suoi strumenti sul singolo “Elan” e sulla complessa “Yours Is A Empty Hope”, su questo frizzante mid tempo lo è di più ancora per via del fatto che si occupa anche di alcune parti vocali. L’approccio del brano è quello degli album più recenti, “Imaginaerum” in primis, con “I Want my Tears Back” che ci riecheggia un po’ nella testa. Ancora una volta assistiamo ad un leggero ‘colpetto’ dato da Floor alla propria voce per risultare più sguaiata e spontanea, e notiamo quanto oramai le arie celtiche/folkloristiche di Donockley si siano del tutto fuse nell’impasto sonoro della band.
07. Endless Forms Most Beautiful (05:08)
La title-track entra da subito nel novero dei brani che più ci sono piaciuti dopo quest unico ascolto… e probabilmente lo fa in virtù di tre assi nella manica. Il primo è rintracciabile in un’immediatezza sonora che, sì lo confermiamo, richiama a pieni polmoni gli album vecchi. Il secondo punto forte è la ricchezza mostrata dalla canzone anche in fase strutturale, con una parte più malinconica ad alternarsi alle tentazioni power; mentre il terzo è rappresentato dalla componente orchestrale e classica importata da Tuomas. Un piccolo gioiello di fruibilità e maestosità.
08. Edema Ruh (05:16)
Un’intro più soft, dalle tinte misteriose scandisce l’inizio di un altro brano difficilmente classificabile. Ancora una volta troviamo una maggior apertura melodica in prossimità del ritornello e ci accorgiamo della presenza soffocante dei flauti e delle cornamuse. La canzone segue una struttura liquida, sulla quale Emppu può esibirsi con la chitarra non più solo da semplice gregario, ma anche con l’autorità di imporre uno stile quasi inedito per lui. Sul finire la mano pesante di Holopainen riprende il possesso del brano, che perde un po’ della nostra attenzione.
09. Alpenglow (04:49)
Un’immersione nel pieno del periodo di “Century Child”. Gli strumenti rock e la sezione orchestrale sono qui ben divisi: i primi tengono la struttura, mentre la seconda dipinge solo lo sfondo su cui costruire un brano trai più diretti ascoltati dalla band ultimamente. La semplicità, la carica e l’assoluta orecchiabilità la rendono perfetta per la sua posizione nel disco, prima dei complessi fuochi d’artificio finali.
10. The Eyes Of Sharbat Gula (06:04)
Il discorso riportato in apertura sul “band oriented album” si può qui dire concluso. Anche se manca più di mezz’ora a quando il CD smetterà di girare sul lettore, il capitolo diretto, fruibile e ammiccante al passato di “Endless Forms Most Beautiful” cessa bruscamente di esistere. Il compositore Tuomas si impossessa subito di sound, struttura e impostazione, condendo con orchestra, sitar, cello e cori a cappella un brano che potrebbe quasi venire dal suo disco solista su Paperon De’ Paperoni. Ci aspettavamo una breve intro, ma non è così, e per quasi sei minuti rimaniamo bloccati in un vortice di musica sinfonica che di metal ha davvero poco. Il brano è indubbiamente bello, ricco di sfumature e fortemente influenzato dalla musica mediorientale che si accompagna di diritto al nome di Sharbat Gula, la ragazza afghana dodicenne fotografata nel 1985 da Steve McCurry. Come tutta la musica firmata Holopainen e non Nightwish, va capita… e in chiusura di disco, forse, questo brano susciterà più domande che consensi.
11. The Greatest Show On Earth (25:58)
Il minutaggio assolutamente fuori scala veicola già a scatola chiusa l’impressione di essere davanti al punto focale dell’album. A conti fatti, la cosa ci disturba forse un po’, giacché titolo e copertina indicano l’idea, speriamo sbagliata, che il ‘centro’ dell’album sia questo, e che tutte le belle canzoni ascoltate finora facciano solo da contorno. Ascoltandola senza farsi distrarre dall’hype mediatico generato dalla presenza come narratore di un famoso biologo quale è Richard Dawkins e dalle continue dichiarazioni di Holopainen, questo brano risulta invece fin troppo pretenzioso, quasi indigesto in alcune parti. L’introduzione pianistica è lunghissima e l’ingresso di Floor avviene su una parte orchestrata e non sulla base metal tanto attesa. Una parte narrata interrompe la struttura e di colpo la band parte con una bordata chiaramente power, su cui Floor si arrampica con grazia, finalmente affiancata dal bravo Hietala nelle vocals. Le strofe tipicamente power e il grande ritornello normalizzano la canzone, che scorre piacevolmente fino ad un crescendo strumentale che termina col suono di un esplosione vulcanica. Dopo alcuni secondi di silenzio, il pianoforte si infila nuovamente, colmando a poco a poco il vuoto, lasciando spazio ad una seconda sezione narrata e a un finale nuovamente solo orchestrale, chiaramente influenzato dal già citato lavoro su Paperon de’ Paperoni. Il brano, nella sua eccezionale capacità di dimostrare l’assoluta assenza di confini musicali per i Nightwish, è un episodio che richiede numerosi ascolti, e non è detto che tutti diano lo stesso risultato, potendo risultare a volte quasi noioso, e a volte incredibilmente ispirato e geniale.

