OPETH – La classifica dei loro 20 pezzi migliori

Pubblicato il 29/03/2021

A cura di Alessandro Elli

Gli Opeth sono, ormai da anni, una delle band più amate dal pubblico metal e, allo stesso tempo, una delle più discusse. Da una parte, c’è chi adora la prima parte della loro carriera, più prettamente metal anche se certamente non nel senso letterale del termine; dall’altra invece chi apprezza tutta la loro evoluzione, culminata nella svolta prog degli ultimi dischi. Probabilmente pochi gruppi sono così divisivi come gli svedesi, capitanati da una personalità istrionica come Mikael Åkerfeldt, le cui indubbie qualità musicali vanno di pari passo con scelte coraggiose, ma magari non sempre comprese dal pubblico metal. Lo scopo di questo articolo è quello di prendere i loro venti pezzi migliori, con la sola regola di sceglierne almeno uno da ciascun album, ed analizzarli, non a mero scopo di catalogazione ma per stimolare un dibattito, consci del fatto che la discografia della band sia una delle più difficili da affrontare in un lavoro del genere, sia per contenuti (nel caso specifico, un pezzo da venti minuti in un album da cinquanta a livello quantitativo vale praticamente metà dell’album stesso) sia per eterogeneità; almeno altrettanti pezzi degli svedesi, ad opinione di chi scrive, sarebbero stati meritevoli di essere inseriti in questa classifica e non includerli è stata una scelta sofferta.
Quindi, come già spiegato in occasione di operazioni simili eseguite su altre band (DARK TRANQUILLITY – la classifica dei loro 20 pezzi migliori), questa compilazione è totalmente basata sulle opinioni personali del redattore e lo scopo è quello di accendere un dibattito che coinvolga i nostri lettori, che invitiamo a postare nei commenti la loro personale classifica.

Artista: Opeth | Fotografo: Simona Luchini | Data: 09 novembre 2019 | Venue: Alcatraz | Città: Milano

20. SVEKETS PRINS / DIGNITY (da “In Cauda Venenum”, 2019)
M. Åkerfeldt

Iniziamo con un brano proveniente dall’ultima fatica in studio della band svedese, “In Cauda Venenum” del 2019. Questo è un pezzo molto sentito da Mikael, ispirato da un discorso del primo ministro svedese Olof Palme, assassinato nel 1986, anche se non si tratta di un brano politico. Il monologo, un’esortazione al coraggio in occasione di un inizio anno, è inserito nel brano come introduzione. Musicalmente siamo dalle parti di un progressive rock che pesca a piene mani dalla tradizione ed è debitore di band quali Uriah Heep e Jethro Tull. Riff energici e coinvolgenti si intrecciano con chitarre acustiche, mellotron ed un onnipresente Hammond, creando una piacevole atmosfera vintage, con la voce sempre pulita ed evocativa. Per chi scrive, il pezzo più riuscito da “In Cauda Venenum”, soprattutto nella versione in svedese, più suggestiva e pittoresca rispetto a quella inglese. Musica magari derivativa, ma di certo scritta benissimo; un’esplosione di colori che ci riporta indietro nel tempo e che non delude gli amanti di queste sonorità.

“Can we dictate a life with dignity?”

19. THE DEVIL’S ORCHARD (da “Heritage”, 2011)
M. Åkerfeldt

“Heritage” è l’album con cui gli Opeth si danno al prog in senso stretto; i detrattori potranno dire che qua manca l’inventiva e l’originalità dei loro primi dischi, ma non si può negare che maestria e classe facciano parte del bagaglio musicale della band. Anche se, in maniera evidente, debitore dei gruppi anni ’70, Genesis e King Crimson su tutti, “The Devil’s Orchard” è un pezzo che si sviluppa su melodie prog barocche ed arzigogolate, ma sempre con una certa scorrevolezza.  Un maestoso Hammond è in evidenza per tutto il brano (si tratta del testamento di Per Wiberg, che lascerà la band appena composto l’album, e questa ‘partenza’ è rappresentata anche nella splendida copertina, in cui la testa di Wiberg è l’unica che sta cadendo dall’albero) ed un drumming jazzato e raffinato caratterizza l’andamento sincopato. Un gioiellino hard prog e, a parere di chi scrive, uno dei pezzi più sottovalutati nella discografia degli svedesi. Da ascoltare senza pregiudizi e riscoprire.

“Take the road where devils speak / “God is dead””

18. CUSP OF ETERNITY (da “Pale Communion”, 2014)
M. Åkerfeldt

Il brano più psichedelico degli Opeth, insieme ad “Eternal Rains Will Come”, i due pezzi migliori da “Pale Communion”. Ormai lontani dalla pesantezza della loro prima parte di carriera, i nostri continuano a percorrere la strada intrapresa con il precedente “Heritage”, cercando di mettere a fuoco quelle che, a tratti, in quel disco sembravano essere idee un po’ abbozzate. Come primo singolo i Nostri vanno sul sicuro, componendo un brano ruffiano e volutamente catchy, ma anche riuscitissimo. Il pezzo è, per quello che la band suonava all’epoca, molto incentrato sulle chitarre, con riff pesanti ed ipnotici; tastiere ed organo sono però sempre in primo piano e si intrecciano con le sei corde in una melodia affascinante. Possiamo dire che si tratti di una sorta di brano heavy psych sui generis, filtrato secondo la sensibilità opethiana. Un ottimo biglietto da visita per un album nel complesso soddisfacente.

“She is hiding a wish in her heart”

17. THE LOTUS EATER (da “Watershed”, 2008)
M. Åkerfeldt

Giunti all’apice della loro crescita con “Ghost Reveries”, gli Opeth hanno deciso di dare una sterzata netta (che, vista col senno di poi, non è niente rispetto a quello che sarebbe successo dal disco successivo). Così “Watershed” è un’opera completamente diversa dal suo predecessore, con suoni più freddi e malinconici, a tratti quasi asettici e “The Lotus Eater” è il pezzo più riuscito. Un’atmosfera grigia permea tutto il brano che, nel suo andamento potente e trascinante, ha un’attitudine fortemente prog, con continui cambi di tempo e la voce di Mikael che si sdoppia tra growl profondo e cantato pulito. I riff di chitarra sono dissonanti e complessi e si contrappongono alle chitarre acustiche, mentre una tastiera inquietante dona al pezzo un tocco orrorifico ed un intermezzo jazzato è la ciliegina sulla torta. Molto affascinante il testo: il riferimento è ai ‘mangiatori di loto’, popoli mitologici che troviamo nell’Odissea, ed è utilizzato per descrivere un uomo dei nostri giorni, confuso e la cui esistenza appare sfocata da ciò che lo circonda.

“After all you fell in love with death, / Life has aborted”

16. TO BID YOU FAREWELL (da “Morningrise”, 1996)
M. Åkerfeldt, P.Lindgren

Lievi note di chitarra aprono quello che, in “Morningrise”, è il brano più rilassato. Una sorta di commiato malinconico, attraverso una ‘ballata’ dal forte gusto prog. Per tutta la prima parte la scena è dominata dall’acustica e da qualche intervento del basso, prima che la voce, pulita e soave, faccia la sua comparsa accompagnata da un melodioso assolo. Si prosegue in una sorta di climax che raggiunge il punto più alto nei minuti centrali del brano, in un hard rock complesso e comunque sempre melodico, per poi stemperarsi in un finale ancora una volta acustico. Forse il pezzo più lineare del disco, struggente e profondo, in cui emergono le influenze più classiche degli svedesi, primi fra tutti i momenti soft dei Black Sabbath e la sensibilità dei Pink Floyd.

“Why can’t you see that I try / When every tear I shed / Is for you?”

15. IN MIST SHE WAS STANDING (da “Orchid”, 1995)
M. Åkerfeldt, P.Lindgren

Il primo pezzo del primo album, basterebbe questo per capirne l’importanza. E probabilmente la canzone che stabilirà, una volta per tutte, lo standard della band, perlomeno nella sua fase iniziale. Si inizia con un lavoro di chitarra moderatamente melodico e la voce di Mikael che non è ancora il growl maturo che diverrà, ma una sorta di via di mezzo tra growl ed uno screaming acuto. Dopo circa quattro minuti il primo rallentamento ed un breve intermezzo acustico; ancora due minuti ed il secondo break, completamente differente e questa volta dominato dal basso oltre che dalla chitarra, si protrae per un tempo molto più lungo, prima della ripartenza death a tutta velocità. Le atmosfere sulfuree e il testo, che parla di un incubo ispirato al film “Lady In Black”, ci portano in una dimensione vicina al black. Non c’è ancora l’intricatezza che arriverà in seguito, anche se gli intrecci tra le chitarre di Åkerfeldt e Lindgren non sono uno scherzo, ma di sicuro un pezzo del genere nel 1995 era qualcosa di fuori dal comune, sperimentale e nuovo alle orecchie dell’ascoltatore.

“I saw her shadow (standing) in the darkness / Awaiting me like the night / Awaits the day”

14. IN MY TIME OF NEED (da “Damnation”, 2003)
M. Åkerfeldt

Un album acustico da parte degli Opeth non è esattamente una sorpresa, considerando che la band aveva inserito lunghe parti acustiche in molti pezzi dei dischi precedenti. Così l’uscita di “Damnation” (composto in contemporanea con il gemello “Deliverance”, anche se poi i due dischi uscirono a qualche mese di distanza l’uno dall’altro) non stupisce; ma quella che esce dai suoi solchi non è solo musica rilassante, bensì anche malinconica e notturna. Il trittico iniziale è da brividi, ma è soprattutto “In My Time Of Need” a colpire, grazie ad un ritornello che è letteralmente da lacrime agli occhi: su un tappeto dal sapore folk, Mikael piange tutta la sua disperazione (“And I should contemplate this change /To ease the pain / And I should step out of the rain / Turn away“). Se, ovviamente, è banale citare i Porcupine Tree per la produzione di Steven Wilson, questi brani sembrano essere anche figli dei King Crimson meno solari, quelli di un disco come “Starless And Bible Black”. Un bellissimo dipinto a tinte bianche e nere, la trasposizione in musica della copertina del disco stesso.

“Summers is miles and miles away / And no one would ask me to stay”

13. SORCERESS (da “Sorceress”, 2016)
M. Åkerfeldt

I am a sinner and worship evil“, queste sono le prime parole della titletrack del dodicesimo album in studio degli Opeth; e, in effetti, il brano ha un’atmosfera che ci riporta a qualcosa di magico e stregonesco. L’introduzione è tipicamente prog, con un organo vintage a guidare le danze; un riff energico e sincopato di stampo hard rock introduce la voce, a tratti anch’essa sincopata, e da qua non ci saranno cali di tensione fino alla fine. Un pezzo articolato ed heavy, con una linea vocale varia ed efficace. Da notare un solo gilmouriano di pregevole fattura verso la fine. Sicuramente una delle cose migliori della band dalla svolta prog, ed un brano che ha un impatto live ottimo. Forse molti si stupiranno della presenza di “Sorceress” in una posizione così alta della classifica, ma qui Åkerfeldt dimostra di saper scrivere pezzi meravigliosi anche a diversi anni di distanza dagli esordi.

“You’re a sorceress and your eye is on the lost”

12. THE DRAPERY FALLS (da “Blackwater Park”, 2001)
M. Åkerfeldt

Uno dei brani più particolari da “Blackwater Park”, forse il più melodico se si esclude la ballata “Harvest”. Si inizia con un prog metal raffinato ed elegante, ma comunque arrembante, che all’improvviso rallenta fino a lasciar posto alla voce effettata, ed il prodotto è un magnifico senso di straniamento (“Please remedy my confusion / And thrust me back to the day / The silence of your seclusion / Brings night into all you say“),  con le chitarre che si contrappongono a maestose e malinconiche tastiere; ma subito un feroce growl ci riporta sulla terra e, nella parte centrale, fa capolino il death metal tipico della band, sotto forma di una sfuriata violenta e tormentata. Le sorprese però non finiscono qui: un’acustica introduce di nuovo la voce pulita che annuncia la caduta del ‘drappeggio’ (“Spiralling to the ground below / Like Autumn leaves left in the wake to fade“) e il finale è affidato ad una nuova, complessa esplosione prog. Anche in questo brano la mano di Steven Wilson si fa sentire in modo decisivo.

“Drowned visions in haunted sleep”

11. FACE OF MELINDA (da “Still Life”, 1999)
M. Åkerfeldt

“Stil Life” è ancora una volta un concept album: la storia, che Mikael definisce anti-cristiana o anti-dogmatica, di un uomo bandito dalla sua comunità perché ha idee diverse da chi lo circonda; una critica feroce e disincantata alla società e ai suoi preconcetti. Questo brano è una dichiarazione d’amore, triste e desolata, della donna innamorata dello sfortunato (“And conceded pain in crumbling mirth / A harlot of God upon the earth / Found where she sacrificed her ways /That hollow love in her face“) ed è stata selezionata per questa compilazione soprattutto in virtù dello splendido testo. Musicalmente, parliamo di una ballata, acustica e scheletrica nella prima parte, che prende vita e diventa elettrica invece nella seconda, rimanendo pur sempre intima e toccante. Un pezzo in un certo senso cantautoriale; quando si pensa agli Opeth, vengono in mente tecnicismi e partiture complicate, ma non va dimenticato che i testi scritti da Mikael sono pura poesia, intrisi di disperazione e bellezza. “Face Of Melinda” ne è uno degli esempi più fulgidi.

“I took her by the hand to say / All faith forever has been washed away”

10. DIRGE FOR NOVEMBER (da “Blackwater Park”, 2001)
M. Åkerfeldt, P.Lindgren

“Lost, here is nowhere / Searching home still / Turning past me, all are gone / Time is now”, con questi tenebrosi  versi accompagnati da poche note di chitarra si apre la ‘nenia per novembre’, gelido pezzo che, dopo una lunga parte acustica, si snoda in un death/doom che sembra uscito da una delle prime opere dei Paradise Lost, con riff oscuri, glaciali e più lenti del solito, mentre Mikael racconta i suoi incubi con una voce spettrale ed un riverbero di sottofondo che non fa altro che accrescere l’angoscia. Il finale è affidato ancora una volta alle chitarre acustiche, ma non ha niente di rassicurante. “Dirge For November” sembra la rappresentazione, a livello sonoro, dello splendido artwork del disco: un luogo umido e nebbioso dove regna l’immobilità ed il tempo sembra aver smesso di scorrere. Uno dei pezzi da novanta di “Blackwater Park”.

“The omen showed, took me away”

9. DELIVERANCE (da “Deliverance”, 2002)
M. Åkerfeldt

Dare un successore ad un’opera come “Blackwater Park” non deve essere stato semplice e gli Opeth lo fanno con “Deliverance”, un disco asciutto e potente in cui la componente death è ancora ben in evidenza e, anzi, è ancora più marcata che nel recente passato. La titletrack è un pezzo lungo ed articolato, che parte in quarta con riff aggressivi, batteria martellante e growl profondo ma, dopo nemmeno due minuti, si stempera in un soave intermezzo acustico; la calma però è solo apparente, ed un altro riff ci riporta alla furia death iniziale, fino a quando un altro break, questa volta elettrico e contraddistinto da un energico solo di chitarra, reintroduce una cantilenante voce pulita, prima del finale in crescendo. Da notare, come sempre, il tocco raffinato di Martin Lopez. Un pezzo ottimamente scritto, in cui le strutture sono complesse e mutevoli come nel miglior prog, ma allo stesso tempo un assalto potente e claustrofobico che ci fa capire quanto l’agognata ‘liberazione’ sia ancora lontana (“Deliverance / Thrown back at me / Deliverance / Laughing at me“).

“From nothing to a life code / From love to death in a time span for seconds”

8. APRIL ETHEREAL (da “My Arms, Your Hearse”, 1998)
M. Åkerfeldt, P.Lindgren

“My Arms, Your Hearse” fu il primo album con Martin Lopez (anche l’altro Martin entrò praticamente in contemporanea nella formazione ma la storia narra che non fece in tempo ad imparare i pezzi per la registrazione ed il basso fu quindi suonato dallo stesso Åkerfeldt) e questo è il brano in cui il suo tocco si sente per la prima volta in modo prepotente, con una batteria che è al tempo stesso rocciosa e varia e guida il pezzo nelle sue molte variazioni e nei suoi cambi di tempo. Per tutta la durata, però, si ha una melodia di fondo che dà continuità al pezzo; nella seconda parte, dopo un solo raffinato e dal sapore blues, il ritmo rallenta e diventa ancora più melodico, prima di riprendere velocità nuovamente nel finale. C’è anche un breve inserto medievaleggiante a completare il range di sfumature. L’album è il primo concept della carriera della band svedese (le canzoni sono così legate che ciascuna termina citando il titolo della successiva), e narra la storia di un fantasma che ritorna sulla terra per scrutare la vita dell’amata dopo la sua dipartita, ma patisce vedendo che in lei non c’è una grande sofferenza, metafora delle stagioni che passano e della vita che scorre nonostante tutto ciò di positivo o di negativo possa succedere. Ed “April Ethereal” è la trasposizione in musica di questo scorrere inesorabile del tempo e della vita umana (“It is a mere destiny I thought, a threshold I had crossed before. / The rain was waving goodbye, and when the night came / the forest folded its branches around me. / Something passed by, and I went into a dream. / She laughing and weeping at once: “take me away”“).

“It was me, peering through the looking-glass / Beyond the embrace of Christ”

7. BLACK ROSE IMMORTAL (da “Morningrise”, 1996)
M. Åkerfeldt, P.Lindgren

La seconda opera in studio degli Opeth, “Morningrise”, è un disco complicato e difficile da definire da un punto di vista stilistico, soprattutto se contestualizzato al periodo storico in cui è stato pubblicato. Åkerfeldt e Lindgren,  autori di tutte le musiche, si sbizzarriscono nella scrittura di una serie infinita di riff, che si intersecano tra loro e raramente si ripetono all’interno dello stesso pezzo. A completare la formazione il batterista Anders Nordin ed il bassista Johan De Farfalla, due musicisti che hanno fortemente caratterizzato il suono di questo disco, in quanto versatili e sempre funzionali allo sviluppo dei brani più che tentati da soluzioni personali (anche se qualche assolo di basso non manca). Il growl è più maturo rispetto a quello dell’esordio, ma mantiene ancora delle inflessioni black. “Black Rose Immortal” forse non è il pezzo migliore dall’album ma per certi versi il più importante, oltre ad essere il più lungo mai composto dalla band, perché mai prima d’ora un brano aveva racchiuso in sé una gamma così vasta di emozioni: odio, disperazione, dolore, sollievo, orgoglio, trionfo, bellezza si succedono in venti minuti di assoluta maestria musicale. Può essere vista come una suite divisa in almeno sette parti tra riff tipicamente Opeth, parti acustiche,  growl, voce pulita; una sorta di mini-opera: “Black Rose Immortal” è pura, avvincente ed epica poesia, e rappresenta il passaggio ad un livello successivo nell’evoluzione musicale della band.

“In the name of desperation / I call your name / A lamentation I sigh / Again and again”

6. HARVEST (da “Blackwater Park”, 2001)
M. Åkerfeldt

In un album che è in pratica una collezione di singoli, questo pezzo è una specie di mosca bianca, che spicca per le atmosfere malinconiche ed avvolgenti, e sembra quasi dare un attimo di respiro all’ascoltatore, straziato fin qui da atmosfere oppressive e lugubri. Su un tappeto musicale acustico e fortemente settantiano, la delicata ugola di Mikael declama alcuni fra i versi più romanticamente oscuri mai composti dalla band (“Stay with me awhile / Rise above the vile / Name my final rest / Poured into my chest”), mentre le tastiere vintage guidano una melodia che è impossibile non ricordare già al primo ascolto. Per la prima volta in tutto il disco, le inquietanti figure sulla copertina dello stesso sembrano assumere una forma rassicurante, anche se angosciosamente cupa. La mano di Steven Wilson, produttore del disco, è qui ben evidente, in un brano che ricorda i migliori Porcupine Tree ma, soprattutto, è floydiano come non mai e rappresenta una splendida anticipazione di quello che saranno gli Opeth in futuro: parere personale, questa è una magnifica anticipazione di ciò che fu “Damnation”.

“Halo of death, all I see is departure / Mourner’s lament but it’s me who’s the martyr”

 

5. BLEAK (da “Blackwater Park”, 2001)
M. Åkerfeldt

Difficile scegliere dei pezzi da “Blackwater Park” che, se non è l’apice della band a livello creativo, lo è sicuramente a livello formale: se, infatti, lo schema compositivo è sempre quello dei dischi precedenti, è innegabile che tutto qui sia stato perfezionato a livelli altissimi, con una varietà di dettagli che ne costituiscono la forza principale. Questo brano è, però, senza dubbio alcuno uno dei cavalli di battaglia degli svedesi e, a vent’anni dalla pubblicazione, è spesso riproposto in sede live. Il pezzo è una specie di danza, che si apre in modo tribale e misterioso, con un riff ossessivo ed una voce spaventosa(“Beating / Heart still beating for the cause / Feeding / Soul still feeding from the loss“) , a narrare una cantilena in cui il death metal si mischia con il folk. Dopo un rallentamento che dura pochi secondi, la velocità aumenta e diventa più melodico, con le backing vocals di Steven Wilson a doppiare il cantato di Mikael. Un nuovo passaggio acustico si tramuta velocemente in un intervallo prog che potrebbe ricordare proprio i Porcupine Tree, prima del crescendo death nel finale. In nove minuti di durata, una quantità di sfumature impressionante ed una progressione vertiginosa, sempre all’insegna di un filo conduttore che traccia il sentiero dall’inizio alla fine.

“Shroud me into nightmares of the sun”

 

4. GHOST OF PERDITION (da “Ghost Reveries”, 2005)
M. Åkerfeldt

Sono passati quindici anni dalla pubblicazione, ma questo pezzo mantiene sempre un posto preferenziale nella scaletta dei live della band svedese, con il pubblico che va in visibilio quando Mikael grugnisce il ritornello. E non è difficile intuire il perché: “Ghost Of Perdition” sembra essere una sorta di compendio di tutto ciò che sono stati gli Opeth fino a quel momento, un lungo saliscendi di emozioni tra metal e prog di una raffinatezza e una potenza che non hanno paragoni. Qui ci sono sia le pulsioni giovanili dei primi album, sia l’eleganza che contraddistinguerà la seconda parte della loro carriera. Nel 2005 la band è all’apice della forma e “Ghost Reveries” può essere considerato come una specie di crocevia, con una formazione che, soprattutto live, era una macchina inarrestabile: Per Wiberg era entrato in pianta stabile e, con i suoi suoni vintage e la presenza scenica, è stato un elemento fondamentale per lo sviluppo di queste sonorità; l’altra colonna portante del brano è Martin Lopez, con il suo tocco unico ed inconfondibile. Inutile sottolineare la prova maiuscola di Åkerfeldt, come chitarrista ma soprattutto alla voce, che passa da un growl profondo e malvagio a pulita come se fosse la cosa più naturale del mondo.

“Blew hope into the room and said: / “You have to live before you die young””

3. GODHEAD’S LAMENT (da “Still Life”, 1999)
M. Åkerfeldt

Siamo finalmente giunti al podio: introdotto da un riff in classico stile Opeth e da un gioco di chitarre quasi cinematico, “Godhead’s Lament” è un pezzo affascinante e misterioso, con un andamento che, dal punto di vista musicale, segue la drammatica narrativa. Come già spiegato, “Still Life” è un concept album che ha come filo conduttore la lotta del protagonista contro una società bigotta che lo ha emarginato. Questo pezzo racconta la presa di coscienza della battaglia che l’uomo dovrà affrontare per tornare a riprendere l’amata Melinda. Dopo l’inizio particolarmente aggressivo, il brano scorre tra tortuosi vicoli death, caratterizzati da un growl cavernoso e possente, a simboleggiare la rabbia e la disperazione dell’esiliato (“I hide the scars from my past / Yet they sense my (mute) dirge“) e da intermezzi caldi, che ci piace pensare legati alla sensibilità ‘latina’ dei due Martin, a sottolineare le riflessioni più malinconiche. La melodia suonata dalla sei corde dal terzo minuto, con la voce che diventa pulita e cantilenante, è appiccicosa e introduce una seconda parte epica ed avvincente. Uno degli apici compositivi di un album toccante e pregno di significati, che andrebbe ascoltato nella sua interezza per essere apprezzato a fondo, ma che allo stesso tempo è pieno di gemme che possono essere ammirate anche come opere singole.

“I hide the scars from my past / Yet they sense my (mute) dirge”

2. FOREST OF OCTOBER (da “Orchid”, 1995)
M. Åkerfeldt, P.Lindgren

Secondo posto per uno dei pezzi più amati in assoluto dai fan, della prima ora e non, richiesto a gran voce ad ogni live della band. Pubblicato nel 1995, il disco d’esordio non ha ancora la maturità di ciò che arriverà in seguito ma è di sicuro una materia innovativa se non addirittura rivoluzionaria, in un periodo storico tra l’altro abbastanza stagnante a livello di novità. Un inizio contrassegnato da un riff di stampo doom che esplode con il ruggito di Mikael e si trasforma in un death cadenzato che, negli oltre tredici minuti di durata, cambia volto un’infinità di volte: “Forest Of October” è un pezzo in cui il lato acustico viene esplorato a fondo, ma si possono scovare anche chitarre che, grazie all’interazione tra  Åkerfeldt stesso e il suo socio storico Lindgren, ricordano la NWOBHM, passione del cantante/chitarrista che ritroveremo anche più avanti nella sua carriera. Il growl è massiccio e potente, ma meno definito di quanto sarà in futuro e, insieme alle ambientazioni gotiche e decadenti, crea a tratti un sentore vicino al black e le tematiche trattate confermano questa impressione (“The forest of October / Sleeps silent when I depart / The web of time / Hides my last trace“). La fusione tra i freddi suoni nordici, il metal estremo e la complessità di band quali i King Crimson trova per la prima volta compimento. Forse il risultato è ancora un po’ grezzo ed alcune asperità verranno smussate solo in seguito, ma ciò non fa altro che conferire ulteriore fascino ai pezzi di quest’opera e, soprattutto, è stupefacente l’eleganza che suoni così aggressivi possono sprigionare. “Forest Of October” è solo uno dei (numerosi) highlight di un esordio che cambierà per sempre la storia del metal.

“The memories that now rests in this forest / Forever shadowing the sunrise of my heart”

1. DEMON OF THE FALL (da “My Arms, Your Hearse”, 1998)
M. Åkerfeldt, P.Lindgren

Pezzo storico se ce n’è uno, tratto da un album pesante ed impegnativo, con meno melodia rispetto al precedente “Morningrise”. “My Arms, Your Hearse”, infatti, è un’opera più coincisa e diretta, con canzoni più brevi anche se sempre strutturate e con un’anima prog (non a caso il titolo si rifà ad un verso di un pezzo dei Comus), funzionali alla narrazione del concept.  “Demon Of The Fall” ne è il punto più alto:  una cavalcata epica e decadente, introdotta da rumori infernali, in cui un death dai tratti gotici è intervallato da pochi break più melodici che sono vere e proprie boccate d’aria fresca e che spezzano la tensione creata da riff rabbiosi; il growl di Mikael, cavernoso come non mai, ci guida in un viaggio epico e disperato ed un ritornello che, con poche semplici parole (“Demon, Demon Of The Fall“), sembra studiato per essere urlato dal pubblico nei concerti. Ma, nel finale, improvvisamente tutto cambia, la voce diventa suadente e quasi ipnotica e la conclusione è affidata a dei suoni diradati di chitarra dall’impronta jazzata. Eppure, nella sua complicatezza, il brano è anche immediato ed assimilabile al primo ascolto. Tutto incarna lo spirito della band alla perfezione: le chitarre sferzanti ed epiche di Åkerfeldt e Lindgren; la classe del neo-arrivato Lopez; ma soprattutto ‘quella’ voce, demoniaca ed ispirata come non mai (“Silent dance with death / Everything is lost / Torn by the arrival of autumn“). La canzone in cui gli Opeth sono riusciti a sintetizzare tutto il loro universo musicale ed il loro immaginario (perlomeno quello di quel periodo) nel modo ideale; e, tra l’altro in soli sei minuti. Per chi scrive, il loro pezzo migliore di sempre.

“And you saw nothing / False love turned to pure hate / The wind cried lamentation / Before merging with the grey”

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