A cura di Claudio Giuliani
Sedicesimo album per gli Overkill, colossi del thrash metal a stelle e strisce che sono sempre stati presenti, ci sono, e sono determinati a restare duri e puri in barba all’età che avanza. Negli ultimi anni il gruppo dei leader carismatici D.D. Verni e Bobby “Blitz” Ellsworth ha trovato un’ispirazione tale da scrivere album che ogni amante del thrash non può mancare di ascoltare. L’attesa per il successore dell’ottimo “Ironbound”, edito due anni or sono, è quindi alta. Ma, in fondo, ancor prima di ascoltarlo, nessuno di noi nutre dubbi sulla qualità di “The Electric Age”. Metalitalia.com l’ha ascoltato in anteprima e vi dice la sua in maniera dettagliata. Con dei suoni mixati in maniera perfetta, regalando il giusto spazio ad ogni strumento, consentendo quindi di apprezzare sempre in maniera migliore il mastodontico lavoro di D.D. Verni al basso, i cinque americani confezionano un album che è un autentico monolite. Paiono forse mancare delle vere hit immortali, ma la qualità media è molto alta. La domanda da porsi è la seguente: cosa ci aspettiamo dal nuovo album di una delle band storiche del genere da noi amato? Qualcosa di diverso? Evoluzioni? Sperimentazioni? Oppure del sano thrash metal che passi per canzoni capaci ancora una volta di rinverdire i fasti di un tempo con i suoni che conosciamo e continuiamo ad amare? Se per voi la domanda giusta è l’ultima, allora “The Electric Age” è la vostra risposta.
OVERKILL
D.D. Verni – Basso, Voce
Bobby “Blitz” Ellsworth – Voce
Dave Linsk – Chitarra
Derek “The Skull” Tailer – Chitarra
Ron Lipnicki – Batteria
THE ELECTRIC AGE
Data di pubblicazione: 27 marzo 2012
Etichetta: Nuclear Blast
Durata: 00:50:40
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01 COME AND GET IT (6:18)
Come per il precedente album “Ironbound”, l’inizio è in sordina con una parte strumentale che accresce l’hype nota dopo nota fino allo strappo iniziale: dopo un minuto, una rullata di batteria con un riff di chitarra secchissimo danno il via alle percussioni: è thrash metal nudo e crudo. Bobby arriva a completare il suono per una canzone che diluisce i sei minuti di durata con un break dal sapore epico, prima dello sprint finale che fa pari e patta con l’inizio debordante.
02 ELETTRIC RATTLESNAKE (6:20)
È D.D. Verni a mettersi in primo piano con un giro di basso vorticoso che fa capire subito che il brano trasuderà groove. Si prosegue subito con un ritmo andante sul quale si inseriscono break di chitarra molto duri, stop and go e soli alla sei corde molto ispirati. La parte centrale, con Verni sempre in evidenza, consente di rifiatare prima del finale, replica rovesciata dei primi tre minuti del pezzo Alla fine si superano i sei minuti in cui di sicuro avrete provato a imitare le tonalità acute di Ellsworth che marchiano il pezzo. Senza riuscirci, però!
03 WISH YOU WERE DEAD (4:19)
L’inizio è incalzante. Si respira subito l’aria dell’hit, del brano che dal vivo può generare contusioni e lividi nel pit. Il minutaggio questa volta è breve per gli standard di “The Electric Age”, ovvero poco più di quattro minuti. Scivola via che è un piacere complice la voce di Bobby “Blitz”, incisivo con la sua timbrica caratteristica che varia a più riprese. “Wish You Were Dead” incalza dall’inizio alla fine. Mette ansia come se qualcosa vi stesse per sorprendervi alle spalle. Si corre via che è una bellezza a suon di percussioni.
04 BLACK DAZE (3:55)
In sede di intervista, Ellsworth ci ha detto che per pezzi epici lui intende i brani come “Black Daze”. Come dargli torto. Non c’è velocità in questo brano. Dall’inizio alla fine si procede in maniera ragionata, lasciando che l’ascoltatore metta da parte il fomento derivante dalla velocità per concentrarsi sulle trame tessute dalle sei corde e dalle varie tonalità vocali che si alternano. È il brano “diverso” di “Electric Age”, quello che probabilmente verrà usato dal vivo per rifiatare fra una scorribanda e l’altra, ma date retta a noi: live sarete di fronte a una traccia dura come una roccia, nonostante il basso regime. Sicura hit dal vivo.
05 SAVE YOURSELF (3:44)
Rapida fin dall’inizio, “Save Yourself” si regge sul classico giro di basso di D.D. Verni e sul lavoro di batteria, semplice nelle percussioni, ma avvolgente con la doppia cassa. Quello che rende grande questo pezzo, fra i migliori del lotto, è l’ennesima prestazione sopra le righe del cantante, ottimo anche nelle intonazioni melodiche oltre a quando graffia con la sua rochezza, marchiando i brani in maniera indelebile. Siamo di fronte alla traccia più breve del disco, neanche quattro minuti di puro thrash metal monovelocità!
06 DROP THE HAMMER (6:25)
Per chi cercasse su questo nuovo album il classico – quello che l’omonima traccia era stata su “Ironbound”, a giudizio dello scrivente – eccolo qui: è “Drop The Hammer”. Non lasciatevi ingannare dagli oltre sei minuti di durata: la dinamicità del pezzo è di quelle che ve lo faranno amare fin da subito. Incipit sconvolgente su un riff di chitarra assassino a tutta velocità che lascia spazio a una base chitarristica tagliente come in pochi altri brani degli americani. Dopo un paio di minuti il brano varia. Il ritmo scende, la melodia prende il sopravvento e un break interminabile di grande fattura fa la sua comparsa. Sono gli Overkill in versione strumentale a rubare la scena concludendo la jam con un assolo di chitarra lunghissimo, talmente armonioso da risultare il migliore del disco, che deborda nella classica ripartenza. Il finale è a tutta velocità come nelle migliori tradizioni. Pezzo migliore del disco a nostro giudizio.
07 21st CENTURY MAN (4:13)
Altro brano veloce e ben costruito, l’uomo del ventunesimo secolo regala altri quattro minuti di scorribande thrash metal senza fronzoli. Gli Overkill per questo brano utilizzano uno schema classico e già usato numerose volte. Brevi preludi chitarristici aprono per un pezzo che è un monolite in quanto a ritmo. Composizione dura e compatta: non fa gridare al miracolo, ma nemmeno fa venire voglia di passare oltre.
08 OLD WOUNDS NEW SCARS (4:12)
Altro giro di chitarra magnifico su questo brano, incentrato sulla prestazione gigante di Bobby, abile nel variare per quanto possibile le sue tonalità. “Old Wounds New Scars” varia molto all’interno dei suoi quattro minuti, cambiando molti tempi di batteria non disdegnando feroci percussioni ben arrangiate. Il ritmo predominante è di stampo groove; il riff di chitarra è di quelli che avvolgono, complice anche il drumming. A metà si accelera: un solo di chitarra molto ispirato dà il via allo schiacciamento del pedale. Si corre e si percuote. Pezzo duro in ogni istante.
09 ALL OVER BUT THE SHOUTHING (5:30)
Una serie di riff killer dà il via al penultimo brano del disco, lanciandolo a tutta velocità all’insegna della devastazione. Ad interrompere la corsa del treno è la melodia del bridge che viene superata da un coro di rara ispirazione prima del ritorno alla corsa sul binario thrash. Si picchia duro lungo i cinque minuti di durata per un altro dei nostri pezzi preferiti del disco. Il coro è strepitoso e ancora una volta risalta la prestazione maiuscola di Blitz. Già lo vediamo usare ogni centimetro della sua corporeità nel personificare la colonna sonora thrash metal del 2012.
10 GOOD NIGHT (5:37)
Non inganni l’inizio acustico: gli Overkill rimandano la buonanotte soft ad un’altra volta. Un breve stacco ed ecco il batterista picchiare come mai lungo l’album, le asce a graffiare, Verni a reggere le fondamenta del suono e Bobby a dimenarsi urlando nel microfono. Questa è la buonanotte degli Overkill. Riff graffianti e ritmiche serrate per un epilogo killer! Impossibile rimanere impassibili. Che siate in metropolitana, bus o per le vie dello shopping non abbiate paura: alternate testa giù e testa su a mo’ di metronomo. La gente capirà: ci sono gli Overkill in cuffia e si fa thrash metal nella maniera migliore.

