PAIN: il tour report dalle date di Milano e Treviso

Pubblicato il 01/11/2011

Foto e articolo a cura di Giuseppe Craca

Avere l’opportunità di conoscere una band e viverci attorno ogni istante dalla preparazione di un concerto a tutte le dinamiche che ruotano intorno ai componenti della stessa è un evento così raro ed incredibile tanto quanto la fortuna che è capitata al sottoscritto di poter fare tutto questo accanto ai Pain, nel loro soggiorno italiano tra Mezzago (Milano, 13 ottobre 2011) e Roncade (Treviso, 14 ottobre 2011).

 

Ancora oggi fatico a crederci che tale occasione sia capitata a me, però a ripensarci è stato pazzesco gironzolare in mezzo a questi “caveioni” (in dialetto veneto: capelloni) venuti da tanto Nord Europa (Svezia) a proporre quei suoni misto metal a tratti elettro, che io personalmente ritengo abbastanza sottovalutati qui nel nostro paese.
Sono felice di poter raccontare proprio questo:  il tour italiano di una band tanto attenta e preparata sotto infiniti punti di vista, tecnicamente ed emotivamente.
Il team di personaggi è composto da Peter Tagtgren, icona e voce del gruppo, Andre Skaug (basso, e che basso..) Michael Bohlin (Chitarra) e David Wallin (Batteria), tutti di un estrema gentilezza e semplicità, proprio quello che non ti aspetteresti mai da musicisti di quest’ambito!
L’avventura comincia con qualche contatto sporadico con Markus, TourManager dei Pain, soggetto alquanto bizzarro quanto premuroso nel fornirmi  orari ed indicazioni precise di tutti gli spostamenti e movimenti della band. Dico bizzarro in senso buono, perché negli intermezzi dei preparativi te lo vedevi qua e là gironzolare con le braccia al vento e le gambe tese: forse taichi? .. joga?.. non ho voluto chiederglielo, e non ho nascosto sorrisi dietro gli angoli dei club mentre lo vedevo divincolarsi in mosse tanto strane quanto buffe per esser il capo di una combriccola metal. Credo pure lui si sia fatto grasse risate col mio inglese maccheronico, ma la cosa bella è stata proprio il feeling che è nato in queste poche ore di contatto timido e silenzioso, una fiducia e rispetto reciproco tale da valorizzare ogni istante delle giornate al meglio di quanto potevo immaginare.

Mi ha subito fornito i pass all-area per gironzolare a piacimento, mi ha portato sul palco del piccolo club di Mezzago e prontamente mi ha presentato ad ognuno spiegando il mio ruolo in questi due giorni assieme a loro. Dico due giorni perché ho avuto il piacere di seguire le date di Milano e Treviso, ma purtroppo non la terza ed ultima all’Ufo di Brunico (Bolzano).
Il tour che hanno portato in promozione dell’ultimo lavoro “You Only Live Twice” è stato un minestrone di brani tratti da quest’ultimo progetto ed anche da “Psalms of Extinction” (2007) e “Cynic Paradise” (2008). Strumentazione sicuramente superiore alle strutture nelle quali era programmata la loro esibizione, velocità ed attenzione millesimale nella configurazione del palco tale da catturare la mia attenzione con un giochetto di infiniti scatti dalla medesima posizione.
Vi mostro cosa accade quando una band arriva in un locale e comincia a costruire la sua scena:

http://www.youtube.com/watch?v=fys7dslRqP8

La setlist prontamente rubata a Markus per entrambe le date è stata la seguente:

Mezzago (Milano):
1.Let me out
2.Dancing with the dead
3.Psalms of Extinction
4.Dirty Woman
5.Zombie Slam
6.End of the line
7.Nailed to the ground
8.It’s only them
9.Great pretender
10.I’m going in
11.Monkey business
EXTRA:
12.Have a drink on me
13.Supersonic bitch
14.Same old song
15.Shut your mouth

Roncade (Treviso):

1.Let me out
2.Dancing with the dead
3.Psalms of Extinction
4.Dirty woman
5.Zombie Slam
6.End of the line
7.Suicide machine
8.Nailed to the ground
9.Its only them
10.Great pretender
11.I’m going in
12.Monkey business
EXTRA:
13.Have a drink on me
14.Supersonic bitch
15.Fear the demon
16.Same old song
17.Shut your mouth

Workflow in Mezzago:

http://www.youtube.com/watch?v=JrLUkrJ4Ul4

Tornando a noi, tutto comincia a Mezzago, il tour-bus fuori dal locale e un  casino di attrezzatura sparsa qua e là nel salone principale del locale. Il palco sottosopra, con i tecnici dei Pain che costruiscono la batteria e sfoderano le chitarre dai case per trasportarle. Le prime prove dei suoni, i campionamenti dal mixer in fondo sala e quell’adrenalina che comincia a salire ad ogni brano di prova che senti grattare dalle casse del Bloom in sottofondo.  <<chissà come sarà Dirty Woman dal vivo..>>  continuo a ripetermelo tra me e me spiando i preparativi, e nel frattempo conosco Peter, easy come pochi con la sua fame di insalata e acqua naturale no-gas, (credo di non aver mai visto i Pain bere qualcosa di alcolico in questi due giorni…) così tanto diverso dai componenti delle due band di supporto, che li vedi girare pavoneggianti con le loro bottiglie da quattro soldi di prosecco e birrette low-cost. Quando non gira a guardare il locale, lo vedi al telefono a messaggiarsi con qualcuno, anche qui il grande fratello Facebook regna sovrano, non sul suo telefono però.

Aspettando che il palco sia pronto per le prove, ascolto le chiacchere di loro fuori sul retro che dà in strada, nascosti dai tendoni, seduti in cerchio su vecchie sedie a giochicchiare con un randagio venuto proprio fra le gambe di Andre a farsi coccolare e rubare qualcosa da mangiare. I Pain son gente alla mano, quasi meno altezzosi di noi italiani con pazienza ed educazione ad aspettare la cena e il sound check pre-serata. Quando le chitarre son collegate, li vedi alzarsi come un plotone e dirigersi nel parco giochi, ad accordare ci sono in sottofondo i RATM e Peter che arpeggia “Killing In The Name”. Magnifico!

Tra una cosa e l’altra c’è pure chi sistema magliette, felpe e gadget delle band su di un tavolino in entrata, e quel testone in copertina sull’ultimo cd, che confesso non mi piace affatto, lo trovo un po stonare in tutto quel contesto così fottutamente hard techno tipico degli influssi musicali dei Pain. Sul palco figura anche in mezzo, dietro la batteria, fra due monitor lcd che ne proietteranno pure una breve intro ad inizio concerto…
Vederli provare con sicurezza e serenità è emozionante, tra loro sembra esserci intuizione e consapevolezza, si divertono e ironizzano fra loro ad ogni scherzo o sorriso che si scambiano: è bello veder scorrere passione e grinta, in altre occasioni non posso dire di aver visto lo stesso, e credo sia un elemento molto importante per la riuscita di un progetto come quello che stà affrontando Peter.  Grande voce e stile nell’utilizzarla, capace di variarne la tonalità senza problemi di alcun tipo. Mi siedo quindi per terra, e mi gusto quei tre brani di sound check così spinti quasi fosse già iniziata la serata.
Si lasciano scattare qualche foto con indifferenza, la musica conta molto più di tutto questo, e mi emoziono ad assecondare questo influsso, quasi provo timidezza a cliccare quel pulsante ciak ciak forse troppo presuntuoso ed invadente.

Ad accompagnarli in questo tour, vi sono pure gli Engel e i Turmion Katilot. Quest’ultimi veri animali techno da palco, ma su di essi ho concentrato poco le attenzioni, nonostante abbia scoperto negli Engel qualcosa di affascinante, sicuramente da ascoltare.
La serata milanese comincia sulle 21.30 con qualche centinaio di presenze, molti gli stranieri. Maria, una ragazza polacca, mi racconta di averli seguiti per un sacco di date e l’occasione di veder l’Italia è uno stimolo in più per continuare a pedinarli anche fin quaggiù. Il Bloom diventa accogliente anche grazie ai continui litri di Guinnes che ne scaldano la clientela, in una piccola stanzetta dietro il bar s’intravede una vendita di libri e fumetti, ma non c’è tempo, fiscali più di un orologio svizzero e si comincia senza proferir parola.
Chiaramente la gente non aspetta altro che i Pain e te li vedi arrivare alle 23 in punto in canottiera e già sudati pronti a sanguinare perfezione come fossero in sala prove. Accanto al palco nel backstage scopro un orologio digitale che mi dà quasi la sensazione d’essere nei camerini di “Buona Domenica”, ma invece m’accorgo di quanta precisione usino gli svedesi per fare tutto a regola d’arte. Ascoltandoli sembra di percepire gli influssi di AC/DC, e Techno tedesca, ed è mostruoso vedere l’alternarsi di stili con la medesima coerenza con la quale ne vengono incisi gli album prodotti fino ad oggi.
A tratti quel rock’n roll seduti su quattro seggiole di legno emoziona tutti i presenti, e quattro extra-bonus ci vengono regalati per non farci andar via ancora affamati.
Grandi, esibizione senza errori, suoni perfetti e taratura dell’impianto audio impeccabile. Peccato per il pit assente, ma chiedendo permesso qualche foto sono riuscito a scattarla. Confesso che volevo lui.

La nottata volge al termine, ma non è ancora finita, c’è ancora Treviso da raggiungere!
Smonto tutto e preparo il borsone per il giorno dopo, saluto Markus e company e mi emoziono a vedere che c’ero anch’io in questo localetto così piccolo ma nel quale mise piedi anche Kurt Cobain nel lontano ’89.
Scaldo la macchina e torno a casa per riposare qualche ora in attesa della seconda tappa, quella al New Age Club di Roncade, piccolo anche questo, molto underground e cool, piccola pietra del nord-est rock & metal… senza saremmo persi!

Il pomeriggio seguente, 14 ottobre,  tutto si ripete ad alti livelli. I widescreen alle pareti si moltiplicano, lo spazio è maggiore, ma quel testone ufo/cranio dietro la  batteria continua a persistere. Proprio non mi piace, non è colpa mia.
Tutti eccetto Peter sembrano interessati solo alla propria bacheca FB, e fra dentro e fuori è caccia alla wi-fi e un posto comodo. Markus mi racconta del viaggio, li vedo ancora intenti a bere acqua e succhi, a differenza degli altri convinti metallari pro-beer. Peter è sempre rilassato e gentile, a tratti mi domando se è più timido lui di me, ma davanti l’obiettivo si smolla un po e mi parla dei remix di Great Pretender sicuramente un po troppo elettronici, ma che non presenterà sul palco. Il sound check dura molto meno, nonostante il palco sembra dotarsi di maggiore strumentazione.
Markus mi fa notare l’aggiunta di due brani in più rispetto la scaletta del giorno precedente, e si preoccupa di spiegarmi meglio l’evolversi del live. Mi lascia libertà massima di fotografare sotto palco nonostante le piccole dimensioni dell’area sottostante e si cura molto di indicarmi i momenti migliori.
Non mi era mai capitata tanta premura e gentilezza, se non fosse per il fonico al quale credo d’aver sicuramente rotto un po le scatole girando su e giù sia prima che durante lo show.

Il Club si riempie ma non supera le presenze del giorno precedente. Questo non impedisce però a Peter di dare ancora prova delle sue qualità. Forse la serata riesce pure meglio, data la calorosità del pubblico e indubbiamente il posto è più intimo e personale, ne sono affezionato pure io.
Nessun cambio d’abito e nessun altra novità, se non un ritardo maggiore sull’inizio della serata. Credo le danze sian cominciate dopo le 23, ma si sa, al New Age è così, pure in assenza di un dj set d’antipasto come a Milano. Il momento più bello è stato attorno a “Shut Your Mouth”, tormentone cantato in coro dai presenti, e preferenza personale su “Nailed To The Ground”.
Tutti a casa per la buona notte, e pochi fra i presenti restano ad assistere lo smontaggio del palco. Momenti preziosi dove i più sfegatati chiedono autografi e foto ricordo, e aspettando il mio turno, prendo in disparte ognuno e ringrazio della bellissima opportunità concessami.  Credo che un’esperienza così da vicino sia stato utile a raccontare una band, come detto sopra, sicuramente sottovalutata per le grandi qualità che sprigiona. Un tour sicuramente necessario nonostante il non grandissimo numero di affluenze, ma sicuramente importante per ribadire la propria presenza in un mercato musicale dal quale non possono assolutamente non esserne parte integrante.
Spero torneranno presto a trovarci, anche se la prossima volta mi piacerebbe assistere a qualcosa di completamente acustico con Peter unico solista. Mah… chi lo sa!

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