PARADISE LOST: Live At The Mill

Pubblicato il 08/11/2020

A cura di Sara Sostini
Foto di Anne C. Swallow

Novembre, mese teterrimo per eccellenza. Alla vigilia dell’entrata in vigore di nuove norme più stringenti per fronteggiare la seconda ondata della pandemia, si sente più che mai la mancanza di concerti – essendo calato nuovamente poco tempo fa il sipario sui locali di musica dal vivo, almeno in Italia. I concerti in streaming sono una piccola consolazione a tenere acceso quel lumicino di speranza che unisce musicisti e spettatori: entrambi sanno benissimo che non sarà mai la stessa cosa (in termini di cuore, resa sonora, soddisfazione, economia), ma grazie a nuove piattaforme, collegamenti potenziati e una buona strumentazione diventa possibile fornire un’immagine sì sbiadita rispetto ad un live con tutti i crismi, ma in grado – crediamo – di rinvigorire un po’ animi e passioni. Stavolta, con la benedizione della Nuclear Blast, è il turno dei Paradise Lost, che fissano l’appuntamento in streaming nella data fatidica del 5 di Novembre (“remember, remember, the fifth of November” non vi dice niente?) al The Mill, la loro sala prove di Bradford, West Yorkshire, sulla piattaforma StageIt (che ci sembra svolgere degnamente il controverso ruolo di ‘surrogato’, garantendo una buona qualità video e parziale interazione del ‘pubblico’ con la presenza di una chat accanto allo schermo principale).

 

Nick Holmes e compagni di strada, si sa, non amano particolarmente scenografie roboanti, effetti speciali hollywoodiani ed altre teatralità, quindi la diretta comincia (e prosegue) nella maniera più semplice possibile: i cinque ‘depressi del Nord’ che suonano tra le mura scure della loro sala prove, in circolo, con Nick di fronte agli altri. Non si scambiano neanche uno sguardo o una parola, ognuno concentrato sul proprio ruolo all’interno delle varie canzoni, vecchie glorie o nuove che siano: e se il comparto ritmico, col giovane Waltteri Väyrynen alle pelli ed il coriaceo Steve Edmondson al basso, si concede qualche rarissimo accenno di sorriso come se affrontasse una passeggiata di salute, gli altri tre sono delle statue di sale, mantenendo solida la ‘quarta parete’ verso gli spettatori. L’effetto è parzialmente straniante (sembra di guardare un lungo video musicale) sia da una parte che dall’altra dello schermo; ma è pur vero che la musica suonata non si presta tanto ad ammiccamenti quanto piuttosto ad un assorto contemplamento, ed è con questo stato d’animo che ci apprestiamo a guardare lo streaming.
Dopo l’iniziale “Widow”, che oltre ad essere un ottimo riscaldamento per la band permette di settare sulla giusta lunghezza d’onda suoni e collegamenti, ecco “Fall From Grace”, primo estratto da “Obsidian”, uscito a Maggio di quest’anno e per ovvi motivi mai promosso dal vivo. Le atmosfere plumbee del brano mostrano i Paradise Lost camminare sulla strada del death/doom con passi rinvigoriti, con Greg Mackintosh quadratissimo nel refrain pungente e lamentoso che contraddistingue la canzone, seguito solidamente, al solito, da Aaron Aedy. Estratti dalla discografia più recente (“Blood And Chaos”) si alternano ai grandi classici, e siamo sicuri che ciascuna delle persone collegate abbia cantato il ritornello di “Faith Divides Us – Death Unites Us” o mosso la testa al ritmo incalzante di “Shadowkings” davanti allo schermo. Anche il debutto di “Ghost”, con le sue atmosfere crepuscolari, è convincente, ad ulteriore riprova del fatto che, mentre spengono le candeline dei trent’anni di carriera, i Paradise Lost lo fanno con un vigore che, pur risentendo dell’età anagrafica, è ben lungi dall’essere domo. Senza pause, i cinque inglesi ripercorrono la propria storia con il piglio consapevole di chi ha scritto una pagina fondamentale del metal più cupo concedendosi sempre il coraggio di sperimentare, così accanto a “Gothic” ed “As I Die” sfilano la tormentata “Requiem”, le suggestioni in bilico tra elettronica e dark wave di “One Second” ed i martellamenti di “No Hope In Sight”,  per prima in grado di riaccendere la speranza di un ritorno su lidi più pesanti all’epoca dell’uscita di “The Plague Within”. La scaletta regolare si conclude degnamente con “Embers Fire”, mentre per i possessori del biglietto Vip arriva, dopo una piccola pausa, un encore di tre pezzi, tra cui un ultimo estratto dal nuovo album, “Darker Thoughts” in chiusura e la ‘chicca’ di “So Much Is Lost”, eseguita per la prima volta in sei anni.
Gli ultimi quarantacinque minuti offerti ai fan risultano essere una registrazione, avvenuta poco prima del collegamento in diretta, in cui la band, vagamente impacciata ma con piglio rilassato, risponde ad alcune domande, inviate dai fan attraverso i social, con il solito british humor che li contraddistingue (da un ipotetico concept su “Jurassic Park” alla testarda fedeltà tributata verso la birra stout); invece di riportare pedissequamente ogni dettaglio delle risposte, vi invitiamo a leggere – qualora non lo abbiate già fatto – “No Celebration”, la bellissima biografia uscita lo scorso anno (ed in traduzione italiana il mese scorso per Tsunami) in cui sono gli stessi musicisti a raccontarsi in prima persona.
In conclusione, non è assolutamente paragonabile alla belluina, feroce soddisfazione che regala una band in carne ed ossa su un palco, ma esperimenti come questo dimostrano quanto sia importante mantenere viva quella fiammella che scalda dal freddo del mondo reale chi suona ed ascolta questo tipo di musica.

 

Setlist:
Widow
Fall from Grace
Blood and Chaos
Faith Divides Us – Death Unites Us
Gothic
Shadowkings
One Second
Ghosts
The Enemy
As I Die
Requiem
No Hope in Sight
Embers Fire

Vip ticket encore:
Beneath Broken Earth
So Much Is Lost
Darker Thoughts

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