QUEENSRŸCHE: il nuovo “The Verdict” traccia per traccia!

Pubblicato il 12/02/2019

Articolo a cura di Andrea Raffaldini

Dopo una pausa lunga quattro anni, i Queensrÿche si fanno nuovamente vivi con “The Verdict”, il terzo disco dell’era post-Geoff Tate. In questo frangente la band di Seattle perde un altro membro fondamentale, Scott Rockenfield infatti da due anni a questa parte si è rinchiuso in un preoccupante silenzio dettato, almeno ufficialmente, dal suo desiderio di rimanere accanto alla sua famiglia. Nemmeno la band ha più notizie di lui e per portare a termine questo nuovo lavoro ha affidato al cantante Todd LaTorre (che, ricordiamo, nasce come batterista) il difficile compito di sostituire Rockenfiled dietro alle pelli. “The Verdict” si differenzia rispetto al precedente “Condition Human” perché propone brani più veloci che cercano di attingere al sound originale con cui la band si è presentata al pubblico nella prima metà degli anni Ottanta. Abbiamo avuto la possibilità di ascoltare in anteprima il nuovo “The Verdict”, a seguire le nostre prime impressioni.

 

QUEENSRŸCHE
Todd LaTorre – Voce, Batteria
Michael Wilton – Chitarre
Parker Lundgren – Chitarre
Eddie Jackson – Basso

THE VERDICT
Data di uscita: 01/03/2019
Etichetta: Century Media
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BLOOD OF THE LEVANT (3:27)
“The Verdict” viene aperto da un brano molto pesante e quadrato, che non sfigurerebbe sul precedente “Condition Human”. Todd LaTorre spinge al massimo la sua voce, alternando parti rabbiose ai suoi proverbiali acuti. Il cantante americano su questo disco si è occupato di tutte le parti di batteria ed suo drumming si conferma d’impatto: non mancano nemmeno dei momenti più ricercati, ma rispetto ad un asso da novanta come il latitante Scott Rockenfield, ogni paragone risulta impari.

MAN THE MACHINE (3:51)
Con “Man The Machine” i Queensrÿche compiono un balzo nel passato per riscoprire le loro radici più primordiali. Siamo di fronte ad una sana quantità industriale di heavy metal allo stato puro, impreziosito da ottime melodie, da riff e assoli di chitarra oculati e da parti vocali con cui LaTorre cerca di emulare i fasti del suo predecessore Geoff Tate. Questa canzone ricorda quanto fatto su dischi come “The Warning”, confermandosi come uno dei migliori capitoli dell’intero album. Da quanto abbiamo sentito, durante tutto l’album difficilmente la band riuscirà a raggiungere i picchi qualitativi della stupenda “Man The Machine”.

LIGHT-YEARS (4:09)
Una intro claustrofobica lunga una manciata di secondi lascia subito spazio ad un’altra bordata di puro metallo. “Light-Years” rallenta la velocità di marcia per offrire un midtempo solido e costruito su una corposa sezione ritmica dominata da chitarre e batteria. Al contrario, il ritornello cerca di spingere sulla componente catchy grazie a melodie semplici e memorizzabili sin dal primo ascolto. Nella parte solista centrale le chitarre si sovrappongono dando vita a giochi e soluzioni tipiche del metal anni Ottanta. “Light-Years” alla fine dei conti è un brano lineare che si lascia ascoltare senza gridare al miracolo. L’acuto finale di Todd LaTorre in stile Crimson Glory regala un’ultima scarica di adrenalina.

INSIDE OUT (4:31)
“Inside Out” viene introdotta da dolci arpeggi di chitarra e da un incipit dalle tinte orientali, quasi arabeggianti. Il midtempo delle strofe compie una repentina accelerazione nel bridge che a sua volta lascia esplodere il ritornello con cui i Queensrÿche rievocano nuovamente i tempi d’oro. Insieme alla precedente “Man the Machine”, “Inside Out” è un’altra perla di questo disco, perché porta al suo interno elementi innovativi senza per questo snaturare il classic sound dei Queensrÿche. LaTorre con il suo potente cantato offre una performance di primo livello, su questa canzone è il motore trainante.

PROPAGANDA FASHION (3:36)
Un nuovo pezzo veloce, scandito dalla batteria di LaTorre sparata al massimo. Il sound di “Propaganda Fashion” è più moderno rispetto a quanto ascoltato finora, anche in questo caso il ritornello orecchiabile cerca di rendere il brano di facile assimilazione. Non ci sono particolari sorprese in questi tre minuti e mezzo di musica, i Queensrÿche suonano in modo lineare e diretto.

DARK REVERIE (4:23)
La band di Seattle spezza l’ascolto con un brano più lento ed atmosferico. Dei soavi arpeggi di chitarra precedono delle strofe molto soft, nel refrain troviamo l’innesto di parti di testiere mai troppo invadenti. “Dark Reverie” si può considerare una power ballad abbastanza nerboruta. Michael Wilton e Parker Lundgren impreziosiscono la canzone con degli ispirati assoli di chitarra.

BENT (5:59)
“Bent” è la canzone più lunga del disco, con i suoi sei minuti di durata.  La band cerca di fare un mix tra sonorità più classiche e quanto sentito sul disco “Queensrÿche” del 2013. Le chitarre vengono messe in primo piano con buoni assoli nella parte centrale. Il ritornello non si dimostra altrettanto convincente e alla fine finisce per penalizzare una potenziale hit.

INNER UNREST (3:50)
Altra bordata che colpisce dritta sul volto come il diretto di un pugile assetato di sangue. Ancora una volta i Queensrÿche cercano di rifarsi al loro passato, soprattutto per quanto potenza e incedere incalzante, anche se manca quel tocco di classe che solo la coppia DeGarmo/Tate sapeva dare alle composizioni. Non ci sono sorprese, “Inner Unrest” fila dritta come l’olio.

LAUNDER THE CONSCIENCE (5:15)
Il riff iniziale di questa canzone è molto interessante, ma viene subito messo da parte per pestare a tutta velocità e sciorinare le strofe veloci su cui Latorre inserisce i suoi scream. Nel mezzo del brano dei cambi di tempo rendono l’ascolto più dinamico, fino all’arrivo delle chitarre soliste che compiono il loro dovere come sempre. Nell’ultima parte un intermezzo di piano crea la giusta atmosfera di attesa prima della sfuriata finale.

PORTRAIT (5:16)
“The Verdict” si conclude con “Portrait”, un pezzo lento e melodico che punta tutto sulle atmosfere disegnate dalla voce del bravo Todd. Durante tutto l’ascolto “Portrait” sembra sempre sul punto di decollare, ma alla fine rimane come frenata, una belva in gabbia, lasciandoci con un lieve sapore amaro in bocca. Un gran finale un po’ smorzato.

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