RAMMSTEIN: il nuovo album traccia per traccia!

Pubblicato il 14/05/2019

A cura di Davide Romagnoli

Ancora non si sa quale sarà il nome del nuovo e settimo lavoro del sestetto tedesco, in uscita imminente il prossimo 17 Maggio 2019, ma abbiamo avuto modo di ascoltarlo in una sola tranche all’anteprima ufficiale negli studi Universal Music di Milano. Cerchiamo, dunque, di raccontare come ci è sembrato di primo acchito, cercando di svelare alcune nostre prime impressioni in merito, purtroppo senza il vantaggio di nessuna laurea in lingue (ahinoi) e dunque incapaci di valutare appieno la portata lirica del lavoro. Gap che cercheremo di colmare in sede di recensione, sicuramente.
L’hype per il nuovo “Untitled” e il ritorno dei tedeschi è decisamente alto. Il prossimo tour dei Rammstein ha venduto, fin dalle prime ore, più di un milione di biglietti e il nuovo video di “Deutschland”, diretto da Spectre Berlin, è stato trasmesso in streaming 40 milioni di volte in pochi giorni dalla pubblicazione. Un secondo video, “Radio”, ha confermato lo stato di salute di cui gode la band di Lindemann e soci, alle soglie dell’uscita del nuovo album e a dieci anni di distanza dall’ultimo “Liebe Ist Für Alle Da”. Venti milioni di dischi venduti nella carriera e più di un miliardo e mezzo di visualizzazioni dei video su YouTube non sono certo poco. Si accende il fiammifero della copertina. E si inizia…

RAMMSTEIN
Till Lindemann – Voce
Christoph Schneider
– Batteria
Flake Lorenz – Tastiere
Oliver Riedel– Basso
Paul Landers – Chitarre
Richard Z. Kruspe – Chitarre

UNTITLED
Data di uscita: 17/05/2019
Etichetta: Universal
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01. Deutschland (05:26)
Ormai divenuta l’ascolto fisso di (almeno) una settimana intera per i fan di vecchia data, l’opener del disco non può essere scissa del tutto dal suo video magniloquente. Un video che è stato prontamente definito provocatorio – forse più per l’ansia delle news che per reali motivazioni pratiche – e che ne ha amplificato di sicuro la portata effettiva. Tentando di sdoganarla dal suo epos visuale, “Deutschland” è un buon pezzo, solido ed accattivante: un singolo che può tranquillamente entrare a far parte di un patrimonio/repertorio importante per la band. Senza sfornare un capolavoro, partenza promossa. I motori si sono accesi.

02. Radio (04:37)
Anche in questo caso, la seconda traccia del nuovo lavoro riesce nell’intento di risultare un singolo efficace. E anche questa volta il supporto viene dal pregevolissimo video (quel rossetto su Till basta e avanza per alzare il pollice) che supporta l’immaginario della canzone, riportandoci ai fasti dell’etere e della passione per la radiofonia. Tempi andati, ahinoi. Anche qui, un buon pezzo, capace di ripescare anche un certo lirismo di cui i nostri non sono certo dimentichi. “Radio, mia radio / Mi lascio assorbire dall’etere / Le mie orecchie diventano occhi / Radio, mia radio / Così ascolto quello che non vedo / Silenzioso, segreto, lontano dolore”. Tutto funziona piuttosto bene.

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03. Zeig Dich (04:16)
Prima vera novità d’ascolto. Intro operistica, riff potente, chorus “Zeig Dich” (mòstrati). Una formula che i Rammstein – e non solo – hanno ormai configurato come quella portante. Il minutaggio delle tracce, infatti, rende fede a questo paradigma, presentando un lavoro che non si discosta per nulla da quello che un fan vorrebbe sentire da una band come questa. Un buon inizio, che poi, però, si perde in un ascolto assaporato già troppe volte. Il bridge riprende l’intenzione iniziale, ma non ancora abbastanza per poter essere considerata una canzone memorabile.

04. Ausländer (03:52)
Un pezzo difficile da comprendere bene al primo ascolto, allo stesso tempo con le potenzialità per essere bocciato o promosso in toto. Sicuramente un pezzo con personalità, che riprende quelle tonalità disco ultra-kitch che hanno fatto una certa fortuna nel repertorio della band. La cassa in quattro e l’entrata di Till come se fosse una lezione di tedesco per stranieri (Ausländer, appunto) rimane comunque una cosa a cui restare affezionati. La simpatica trovata, oltretutto, del “mi amor/mon chèrie/ciao ragazza” e l’immagine del “c’mon, girl c’est la vie” resta un piacevole contrappunto ad un pezzo che potrebbe diventare emblematico di questo nuovo lavoro. Nel bene e nel male.

05. Sex (03:56)
Con un titolo così ci si poteva aspettare il finimondo. E invece il pezzo scivola via come uno dei momenti più innocui del lavoro. Una formula standard, arricchita da un bridge frizzante di tastiere che la fa guadagnare nel finale. Ben lontani dal climax del piacere, restiamo un po’ delusi dalla mancanza di personalità (almeno quella immediata in situazioni come questa) che il pezzo poteva regalarci.

06. Puppe (04:33)
Fortunatamente arriva “Puppe” (bambola), che salvaguarda il disco dallo scendere di enfasi, regalando una delle prove migliori di Lindemann degli ultimi anni. Insieme ad uno dei pezzi più interessanti, almeno nei suoi chorus, che riportano agli ultimi fasti che avevamo visto in “Frühling In Paris” del precedente lavoro “Lifad”. Un arpeggio ‘creepy’ si insinua fino a diventare trascinante e decisamente interessante, almeno per quanto riguarda il suo “uscire dal coro” del pezzo standard, che in questo album diventerà un po’ pesante. In questa canzone sarà sicuramente interessante scoprire il testo e cosa si nasconde dietro questa interessante immagine.

07. Was Ich Liebe (04:30)
All’inizio si pensava fosse scattata “Warriors Of The World” dei Manowar e invece poi ci si rende subito conto che è il solito pattern ritmico più abusato dell’heavy metal (quello che amiamo, dopotutto). Qui, però, la ritmica si mantiene tenue verso un chorus romanticheggiante che sembra un po’ forzato verso quelle tonalità di ballad che forse sono un po’ premature per il ritmo del disco, finora non eccessivamente convincente. Neanche qui si arriva ad un grande livello.

08. Diamant (02:33)
Due minuti e mezzo sono pochi per gustarsi un momento di un brano che sembra inizialmente “Seeman” e che vuole mettere da parte le distorsioni. Il tono lirico e operistico tanto caro a certi momenti interessanti nel corso della storia della band sembra qui essere un po’ messo in gioco tanto per figurare in un sistema di canzoni miscellanee che presentano la carriera Rammstein in tutti i suoi aspetti principali. Momento piuttosto deludente, che avrebbe dovuto avere più spazio e più cuore.

09. Weit Weg (04:19)
Entra Flake Lorenz in modalità Giorgio Moroder e sembra ripetersi la buona intenzione gagliarda di “Deutschland” (che a questo punto resta uno dei picchi positivi dell’album, a discapito delle previsioni, nel bene e nel male). L’apertura melodica post-ritornello canonica funziona come al solito, così come il bridge in cui viene lasciato un breve spazio anche alle chitarre e al ritorno del moog moroderiano. Un pezzo, questo, la cui scia sonora avrebbe potuto dire molto di più all’interno dell’album e che, invece, resta confinato a pochi momenti come questo. L’album sta quasi finendo (troppo lontano, infatti) e sembra un peccato non aver sentito più pezzi su questo stile, piuttosto che una miscellanea di canzoni à la Rammstein suonate dai Rammstein.

10. Tattoo (04:10)
Il ritmo sembra risollevarsi verso tonalità più heavy e distorte, ma, anche qui, si perde subito in un altro ritornello abbastanza trascurabile e prevedibile. E in un proseguo di canzone che risale senza arrivare ad una risoluzione completa. La forma canzone di tre/quattro minuti sembra davvero, a questo punto, essere diventata spesso troppo stretta per la maggior parte di questo lavoro. Oltretutto, insieme a “Sex”, quelle che sembravano essere ottime premesse (almeno a livello di titolazione) scadono nel mero riproporre uno standard poco efficace.

11. Hallomann (04:09)
Dall’ultima canzone ci si aspetta un grande passo e forse “Hallomann” ha le carte in regola per dimostrarlo. Il basso di Oliver introduce un midtempo interessante che riprende finalmente le tonalità cinematografiche che potrebbero risultare efficacissime in un prossimo video. Anche qui sintomo che la band regala maggiore efficacia in pezzi che si allontanano dal voler risultare “cattivi” senza averne le carte. Con tutte le onte del caso, certo, ma già da “Reise, Reise” lo avevamo capito. Insieme a “Puppe”, comunque, uno dei pezzi che sembra mostrare una personalità valida in questo disco. Anche se questo è solo il primo ascolto, sembrano comunque troppo pochi questi momenti per applaudire del tutto il nuovo, settimo, fiammifero tedesco.

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