INTRODUZIONE
Introduzione a cura di Luca Paron
Report a cura di Luca Paron (Bologna, Estragon, 03/06/2010), Claudio Giuliani (Roma, Atlantico Live, 04/06/2010) e Fabio Galli (Milano, Alcatraz, 05/06/2010)
Foto di Francesco Castaldo (Milano) e Claudio Giuliani (Roma)
Dove eravate voi vent’anni fa? Eravate già nati o ancora nel salone delle anime? Sì, proprio nel 1990, quando Mr. Dave Mustaine e Mr. Dave Ellefson reclutavano Marty Friedman e Nick Menza per le registrazioni di “Rust In Peace”, quando si stava scrivendo una delle più belle (e di successo) pagine del thrash metal, nella continua lotta a rincorrersi e superarsi che coinvolgeva Metallica e Megadeth e che ci ha regalato perle come “…And Justice For All”, “Rust In Peace” appunto, il black album e “Countdown To Extinction”. Dave Mustaine ha cura dei propri fan, ed ha pensato bene di elargire, a chi lo aveva già vissuto allora e a chi per ragioni anagrafiche non ha potuto, il piacere di essere parte del momento, di godere ancora di quelle nove magiche canzoni addirittura senza esclusioni, completando l’offerta con gli immancabili classici targati Megadeth. Certo, non tutti gli attori sono gli stessi, ma la bontà dell’opera è ineccepibile, anche perchè Chris Broderick e Shawn Drover hanno dimostrato di non essere certo da meno. E’ tempo di arrugginirsi in pace….
SADIST
BOLOGNA
Ogni volta che si assiste a uno show dei nostrani Sadist la domanda che prima tra tutte salta in mente è la seguente: “Ma quante braccia ha Tommy Talamanca?”. Usa forse una terza appendice spirituale che crea tramite la meditazione ascetica? O forse e più semplicemente alcune parti del suo corpo (ad altezza tastiera…) sono dotate di funzioni precluse ai comuni mortali? Se la disquisizione rimane aperta e il dubbio sull’argomento resta, l’unica cosa certa è che Trevor, Tommy e soci spaccano di brutto come sempre, riproducendo fedelmente quanto proposto su disco con perizia e partecipazione. Partenza a razzo con i primi quattro pezzi del nuovo album, poi i classici “Sometimes They Come Back”, “Tribe” e “Christmas Beat” oltre alla meno intensa “Tearing Away”. La folla è in delirio e a gran voce chiede il bis, ovviamente non possibile per ragioni di tempo, ma i liguri hanno lasciato il segno ancora una volta.
MILANO
Arriviamo quando i Sadist hanno già preso possesso del palco da qualche minuto e, a giudicare dall’entusiasmo tra le prime file, è chiaro che Trevor e soci non hanno certo faticato per attirare i consensi dei numerosi kid intervenuti all’evento: il benvenuto – almeno per noi – è servito dall’inquietante “Tribe”, titletrack dell’omonimo capolavoro che scuote le teste ed ammalia con i suoi break e il susseguirsi di cambi di umore. Il ruolo di apripista non ha certo scoraggiato la band ligure: corna alzate e gridi di incitamento dei presenti nell’ammirare Tommy a dividersi nel suo doppio ruolo di chitarrista e tastierista, nella strabiliante poliedricità di Alessio che dimostra come si possa essere un grande batterista anche dietro un drumkit essenziale. “Tearing Away”, l’immancabile – e sempre ben accetta! – “Sometimes They Come Back” suggellano una prestazione ottima, offuscata solo da suoni lontani dall’essere perfetti e che comunque non hanno minato in nessun modo la fruibilità dello spettacolo. La mezz’ora scarsa a disposizione sta quantomai stretta ad una formazione che ormai non più nulla da dimostrare a nessuno. Grandi Sadist!
LABYRINTH
BOLOGNA
La band non ce ne voglia ma… Avete presente i Bee Hive? Ok, mancano del tutto capelli blu cotonati, cori da teenager in piena fase ormonale e spandex rosa schocking, ma quelle camicie al vento su petti perfettamente depilati fanno tanto pop ’80! Solo una sensazione personale, comunque, perché nella pur breve durata dell’esibizione (trenta minuti, meno dei Sadist… come mai così poco?), trovano comunque spazio le risalenti “Chapter 1” e “In The Shade”, gli estratti da “Return…” come “Moonlight” e “New Horizons” e la nuovissima “A Change”, dritta dritta dal nuovo CD in uscita a giugno e qualitativamente sulla falsa riga dei pezzi del primo capitolo. Peccato che, come detto, la pur buona prestazione, e diremmo ottima sui pezzi di “Return…”, sia durata troppo poco per infiammare gli animi dei presenti. Da risentire con un set più sostanzioso.
MILANO
Fuori contesto quanto gli amici Sadist, tocca ora ai Labyrinth il compito di accendere definitivamente la miccia prima dell’arrivo dei Megadeth: con Olaf Thorsen ritornato stabilmente tra le fila era logico aspettarsi una setlist improntata sulla prima parte della carriera della band toscana… bastano pochi minuti per capire che le nostre previsioni non erano totalmente infondate. Come era facile prevedere, anche per via del genere poco pertinente alla serata, molti dei presenti hanno preferito rifocillarsi e bersi una birra: inutile dire che Tiranti & Co. non hanno certo deluso le aspettative di chi ha deciso di sostare nella zona antistante al palco. “In The Shade”, “New Horizon” e la sempreverde “Moonlight” vengono accolte con il giusto entusiasmo dai presenti come ben evidenziato dagli applausi catturati a conclusione di ogni brano: anche se con qualche piccolo calo di intensità e con dei suoni non perfetti (purtroppo una costante per i gruppi di apertura) la prova della band nostrana risulta comunque convincente anche grazie alla bravura di un intrattenitore rodato e vocalmente sopraffino come Roberto Tiranti. C’è tempo anche per un nuovo e inedito brano incluso nell’imminente “Return To Heaven Denied Pt.II”: “A Chance” segue la linea delle prime pubblicazioni della band con un ritornello immediato e strutture che faranno la felicità di chi ha apprezzato il primo corso della band. Dopo i proverbiali saluti e ringraziamenti al pubblico, le luci calano e sale la tensione per l’arrivo degli headliner.
MEGADETH
BOLOGNA
Che MegaDave si sia innervosito quando è arrivato all’Estragon e ha visto come non si trattasse di un bel palazzetto ma solo di un club sotto un tendone, per quanto capiente? Chi può saperlo? Se è successo, complimenti al suo (non rinomato) self-control e alla band intera, che ha fornito una prova pazzesca lungo tutte le diciannove canzoni suonate. Si sapeva che il fulcro dello show sarebbe stato l’intero “Rust In Peace”, che usciva giusto venti anni fa e che ogni fan aspettava con l’acquolina in bocca: eseguito a metà scaletta, senza praticamente pause, ha infatti mandato in visibilio totale l’intera audience, con pezzi probabilmente eseguiti per la prima volta in questo tour. L’intesa col figliol prodigo Ellefson forse è ancora da ritrovare appieno, mentre la divisione delle parti chitarristiche col soprannaturale Chris Broderick (tanto di cappello!) è stata pressoché perfetta (se fossimo cattivi citeremmo qualche disattenzione su “A Tout Le Monde”, ma non lo faremo…). Detto che se non c’è stato sold out, poco è mancato, e che fuori dall’Estragon fanno la peggior piadina che essere umano possa mangiare (per Dio! Cacciate quel baracchino!), i presenti hanno potuto anche beneficiare dei soliti immancabili classici elargiti dai Megadeth: in ordine sparso le varie “Wake Up Dead”, “In My Darkest Hour”, “Sweating Bullets, “Symphony Of Destruction” e “Peace Sells” non hanno fatto prigionieri, e anche l’accoppiata d’apertura di “Endgame”, composta da “Dialectic Chaos” e “This Day We Fight!”, si è fatta onore. La coda di “Holy Wars… The Punishment Due” chiude nel migliore dei modi un ottimo concerto, dopo il bis consistente in “Trust” e nella citata “Peace Sells”, accontentando tutti e lasciando la speranza che nel 2012, quando saranno vent’anni anche da “Countdown To Extinction”, la celebrazione continui…
SETLIST
1) Dialectic Chaos
2) This Day We Fight!
3) Wake Up Dead
4) In My Darkest Hour
5) Holy Wars… The Punishment Due
6) Hangar 18
7) Take No Prisoners
8) Five Magics
9) Poison Was the Cure
10) Lucretia
11) Tornado of Souls
12) Dawn Patrol
13) Rust in Peace… Polaris
14) Headcrusher
15) Sweating Bullets
16) A Tout Le Monde
17) Symphony Of Destruction
Encores:
18) Trust
19) Peace Sells
MILANO
A giudicare dal sold-out raggiunto in questa data (ed in quella capitolina) sono stati numerosi i metallari che non hanno voluto mancare alla più unica che rara riproposizione dell’intero “Rust In Peace”: pubblico eterogeneo che vede nella stessa quantità teenager e thrasher più scafati, tutti riuniti per tributare i giusti onori alla premiata ditta di MegaDave. Dopo un veloce check agli strumenti è lo striscione con la storica mascotte Vic Rattlehead a fare la comparsa sul palco: la tensione sale e l’arrivo sul palco in sequenza di Shawn Drover, Chris Broderick e del figliol prodigo David Ellefson rendono letteralmente incandescente l’atmosfera. E’ solo questione di pochi secondi l’arrivo di MegaDave, accompagnato da una vera e propria ovazione del pubblico: è sulle note di “Dialectic Chaos”, apripista del convincente “Endgame”, che la band scalda gli strumenti prima di partire con “Wake Up Dead”. Era ovviamente solo questione di minuti prima che il mucchio antistante al palco si scatenasse a dovere e qualche surfista iniziasse a scalare le teste per raggiungere le transenne: “Headcrusher”, anche se sposta la linea temporale al recente presente, non modifica di una virgola impatto e il coinvolgimento creato dal quartetto. Broderick e Drover si dimostrano degli esecutori sopraffini e anche se messi sempre in ombra rispetto a MegaDave (i riflettori sembravano quasi calamitati dalla sua aura) non mancano di accalappiare consensi anche dai fan più rodati della formazione. Inattesa, ma ovviamente gradita, “In My Darkest Hour” è l’ultimo antipasto prima dell’inizio del tanto sospirato momento: la tensione già alta si eleva a livello stellare quando Mustaine intona il celeberrimo riff iniziale di “Holy Wars”. In rapida sequenza e senza un singolo attimo di respiro (a voler essere cattivi, per Dave ci sarebbe voluto un po’ di ossigeno) ecco sfilare uno dietro l’altro la completa tracklist di “Rust In Peace”, con ovvia goduria di tutti i presenti. Se spesso i ‘deth ci hanno deliziato dal vivo con “Holy Wars”, “Hangar 18” e “Tornado Of Souls”, le rimanenti tracce estrapolate dal lavoro più famoso della formazione suonano quantomeno inedite sul fronte live, almeno per i più giovani, che non hanno mancato di tributare il loro consenso su bordate del calibro di “Take No Prisoners”, “Poison Was The Cure” e non ultima “Rust In Peace…Polaris”. L’esibizione scorre senza intoppi, quasi gelida e calcolatrice nel suo incedere senza sosta, senza contatti con il pubblico se si escludono i vari sorrisi distribuiti da Ellefson e Broderick nei loro (numerosi) momenti di gloria. Se da un punto di vista tecnico-strumentale tutto scorre liscio come l’olio, è dal punto di vista vocale che il rosso-crinito singer lascia più a desiderare: forse affaticato dalla vicinanze delle date, forse per qualche malanno, comunque la sua prova vocale lascia molto a desiderare devolvendo allo scatenato pubblico una discreta parte dei propri doveri canori. Festa finita? Fortunatamente prima dell’immancabile bis c’è ancora spazio per una buon quartetto come “Trust”, “A Tout Le Monde” (senza Cristina nazionale, questa volta), “Sweating Bullets” e la quasi scontata “Symphony Of Destruction”: un bis avaro, dove vengono sparate le ultime cartucce con “Peace Sells” e una francamente inutile outro di “Holy Wars”. Senza volere essere critici a tutti i costi, non possiamo fare altro che dichiararci soddisfatti dalla serata: i sorrisi stampati sui volti dei presenti una volta tanto valgono più di mille parole e ci garantiscono che i Megadeth sono ancora lontani dal vedere il tramonto. Grandi Megadeth!
SETLIST
1) Dialectic Chaos
2) Wake Up Dead
3) Headcrusher
4) In My Darkest Hour
5) Holy Wars… The Punishment Due
6) Hangar 18
7) Take No Prisoners
8) Five Magics
9) Poison Was the Cure
10) Lucretia
11) Tornado of Souls
12) Dawn Patrol
13) Rust in Peace… Polaris
14) Trust
15) A Tout Le Monde
16) Sweating Bullets
17) Symphony Of Destruction
Encores:
18) Peace Sells
ROMA
Sono lontani oramai i tempi in cui Dave Mustaine a Roma doveva schivare le bottigliette lanciate dalla folla. Nel ventennale del gioiello del thrash metal tecnico “Rust In Peace” e con un album strepitoso (fra i top 3 del 2009 per chi scrive) come “Endgame” da promuovere, i Megadeth possono ormai salire sui palchi di mezzo mondo fieri come mai prima di suonare le loro fantastiche canzoni. E’ così che dentro l’Atlantico di Roma, assurto a vera e propria arena con temperature equatoriali e tutto esaurito con diversi giorni di anticipo, Mustaine, Drover, Broderick e un ritrovato Ellefson salgono sul palco fra il tripudio della folla, sulle note di “Dialectic Chaos” . L’inizio è scontato. Piacciono i suoni, si sentono bene le chitarre dei due fenomeni mentre appena parte “This Day We Fight” si capisce che la voce di Mustaine (che già ci mette del suo) è bassina. Le cose fortunatamente miglioreranno in seguito. Viene eseguita subito “Holy Wars… The Punishment Due”, che praticamente dà il La al delirio delle prime file dell’Atlantico, l’avanguardia della legione romana dei fan dei Megadeth. Viene sciorinato, brano dopo brano, l’intero album edito nel 1990, una pietra miliare del genere che appare perfetto e attuale anche dopo un ventennio. Ellefson si impadronisce presto della scena, sorride molto, sembra felice di essere tornato in formazione così come sembra felice Broderick di esserci. Ottimo Drover dietro le pelli mentre Mustaine come al solito non ce la fa proprio a sorridere. Il suo muso lungo si prenderà delle pause (pochissime) per farfugliare qualcosa in inglese. Dialogo con i fan? Zero, come se fossero indegni. Parla un pochino quando “spiega” al pubblico come aiutarlo nel ritornello della fantastica “Headcrusher”, brano che non avrebbe demeritato sull’album che si festeggia quest’anno. L’esecuzione tecnica dei nostri è impeccabile; ammirevoli sono anche le canzoni che fanno da contorno, ovvero “Sweating Bullets”, “Symphony of Destruction”. Viene proposta anche “A tout le Monde”, brano controverso ma di sicura presa, così come “Trust”. Il gran finale prevede ovviamente “Peace Sells” e quando tutto sembra volgere al termine ecco tornare il reprise di “Holy Wars”, per un finale assolutamente incendiario. Un giudizio? Bastava guardare le facce estasiate del pubblico, soddisfatte anche se da Mustaine ci si aspettava un maggior coinvolgimento visto che musicalmente sono stati ineccepibili. Unico appunto: mancava “In My Darkest Hour” in scaletta.
SETLIST
1) Dialectic Chaos
2) This Day We Fight!
3) Wake Up Dead
4) Holy Wars… The Punishment Due
5) Hangar 18
6) Take No Prisoners
7) Five Magics
8) Poison Was the Cure
9) Lucretia
10) Tornado of Souls
11) Dawn Patrol
12) Rust in Peace… Polaris
13) Headcrusher
14) Sweating Bullets
15) A Tout Le Monde
16) Symphony Of Destruction
Encores:
17) Trust
18) Peace Sells































































































