Speciale a cura di Alessandro Corno
Una band in ascesa verticale, che contro ogni pronostico nell’arco di dieci anni è passata dalle fila della piccola etichetta nostrana Underground Symphony fino al colosso Nuclear Blast e a dominare le grandi platee dei maggiori festival europei. Una schiera di fan sempre piú numerosa, show che fanno registrare il tutto esaurito con largo anticipo e una forte presenza sui media di settore, questo sono i Sabaton nel 2014. I cinque svedesi, che nonostante l’indubbio successo mantengono fortunatamente un’attitudine estremamente cordiale e vicina ai fan, negli ultimi due anni hanno dovuto affrontare uno dei momenti più difficili della loro carriera, per via di una rivoluzione della lineup con la sostituzione di batterista e delle due chitarre. Logico dunque che i fan siano in trepidante attesa di questo nuovo “Heroes”, disco incentrato sull’eroismo in campo militare e che dovrà dimostrare se i cambi in formazione hanno o meno influito sulla qualità dei pezzi, nonostante il songwriting sia in realtà quasi completamente a carico del cantante Joakim Brodén. Metalitalia.com ha avuto il piacere di ascoltare il lavoro con largo anticipo e, in attesa della recensione con valutazione finale, queste sono le nostre impressioni iniziali.
SABATON – “Heroes”
Data di uscita: 16 maggio 2014
Etichetta: Nuclear Blast Records
Sito Ufficiale
Facebook
01. Night Witches (03:01)
Partenza dal tiro micidiale con un up tempo a dir poco travolgente sulla falsa riga della vecchia “Ghost Divison”. Riff e ritmo assolutamente di presa e dall’altissimo potenziale live. I cori marziali dell’adrenalinico e coinvolgente ritornello, che celebra le imprese delle aviatrici del 588esimo Reggimento Bombardieri Notturni sovietici durante la Seconda Guerra Mondiale, sono in tutto e per tutto fatti per essere intonati a gran voce dalla platea durante i concerti. C’è poco da fare, su questo tipo di brani i Sabaton sono dei veri e propri carri armati e riescono sempre o quasi ad esaltare. Probabilmente l’episodio migliore dell’intero album. Da subito notiamo una produzione potentissima a cura di Peter Tagtgren e nella quale le tastiere sono ben integrate e non danno quell’effetto “plastificato” provocato dall’eccessivo risalto che avevano su album come “Coat Of Arms” o “Attero Dominatus”.
02. No Bullets Fly (03:37)
Ritmi leggermente meno veloci per un mid tempo piú orecchiabile rispetto al pezzo precedente. La strofa presenta linee vocali piú melodiche e dinamiche se paragonate alla traccia d’apertura ma anche qui siamo al cospetto di un ritornello epico e corale, decisamente adatto ai live. Ancora molte melodie nella parte solista centrale che precede il classico break con coro che dal vivo verrá fatto cantare al pubblico. Buon pezzo.
03. Smoking Snakes (03:14)
Tempi piú sostenuti e doppia cassa per un altro brano lineare e diretto, fortemente infarcito di cori eroici soprattutto sul buon ritornello e su una esaltante parte corale a centro pezzo. Di nuovo le melodie e le linee vocali riescono a catturare al primo ascolto, anche se il pezzo non è da annoverare tra i migliori dell’album.
04. Inmate 4859 (04:26)
Ecco il mid-tempone che vorrebbe, dal punto di vista della pesantezza e ridondanza del riffing, richiamare “Carolus Rex”, titletrack del precedente album. In questo caso sottolineiamo però un taglio maggiormente drammatico dato dalla tematica su cui è basato il brano (la figura di Wiltod Pilecki, eroe polacco che si fece catturare e imprigionare ad Auschwitz con lo scopo di raccogliere informazioni sul campo di sterminio). Il risultato è apprezzabile ma non entusiasmante come il brano citato, per via piú che altro di un ritornello un po’troppo statico, monolitico.
05. To Hell and Back (03:26)
È la traccia che è stata scelta come singolo e che pertanto vi riportiamo di seguito e della quale notiamo la melodia d’apertura molto catchy su cui poi si sviluppa il pezzo. Qualitativamente possiamo, a nostro parere ovviamente, posizionare il brano subito sotto alle due-tre tracce migliori dell’album.
06. The Ballad of Bull (03:53)
La ballatona del disco, eroica, drammatica, intensa e stilisticamente derivativa dei lenti marchiati Manowar. Forse non ai livelli dei pezzi piú lenti presenti su “Carolus Rex” ma comunque convincente, grazie anche a delle belle parti di piano dalle melodie malinconiche e un efficace ritornello con grandi cori.
07. Resist and Bite (03:27)
Uno dei brani preferiti di chi scrive. Incentrato sulla resistenza a tutti i costi con cui la fanteria belga degli Chasseurs Ardennais fronteggiò l’invasione dei panzer tedeschi nel 1940, è un mid tempo austero, maschio e militaresco, dalla struttura e riff minimali, che gioca tutto sulla potenza di un ritornello battagliero come pochi. Anche in questo caso il potenziale in vista delle esibizioni dal vivo è notevole e dato sia dalla ridondanza del ritmo sulle strofe, sia dai grandi cori di ritornelli e bridge, ottimi per coinvolgere e far cantare il pubblico.
08. Soldier of 3 Armies (03:38)
Doppia cassa e tempi piú veloci ma mai tirati (purtroppo chi si aspettava in questo album una nuova “40:1”, si metta il cuore in pace) per un brano piuttosto canonico che nulla aggiunge o toglie al disco. Il chorus è appena discreto e non colpisce come altri presenti sul lavoro. Non un brutto episodio ma tra i meno riusciti del disco.
09. Far from the Fame (03:47)
Mid tempo che come andamento cerca di seguire la fortunata “Gott Mit Uns” su “Carolus Rex”, pur non avendo lo stesso tiro. Siamo ad ogni modo di fronte a un buon riffing di presa e a un ritornello facilmente memorizzabile, ancora una volta rafforzato da potenti cori che rendono il pezzo assolutamente godibile. Buona anche la parte solista centrale.
10. Hearts of Iron (04:28)
Pezzo dall’incedere lento, eroico ed epico che rende tributo alle armate tedesche che si batterono per consentire la ritirata di soldati e rifugiati sulle sponde del fiume Elba e la loro resa alle truppe alleate per non perire all’avanzata dell’invasione sovietica. Il ritornello ricalca un po’ troppo palesemente la vecchia “Uprising” ma, a parte il deja-vú, il brano è avvincente, trascina e spicca anche per il solo centrale che si sviluppa sulla melodia de’ “L’Aria sulla quarta corda” di Johann Sebastian Bach. Una piú che discreta chiusura su toni drammatici che lasciano trasparire tutta la passione della band per episodi di eroismo che vanno al di lá della bandiera di appartenenza.

