SABBATONERO: Il tribute album “L’Uomo Di Ferro” traccia per traccia

Pubblicato il 23/05/2021

A cura di Carlo Paleari

Sabbatonero è un progetto nato dall’incontro tra il bassista/cantante Tony ‘Demolition Man’ Dolan (Venom Inc.) e Francesco Conte (Neromega, Spiritual Front). L’intento è quello di omaggiare una delle band più importanti dell’intero panorama metal, i Black Sabbath, e al tempo stesso raccogliere fondi per l’Ospedale Spallanzani di Roma, in prima linea nella lotta al Covid-19. Ai due musicisti si aggiungono altre due eccellenze come Filippo Marcheggiani (Banco Del Mutuo Soccorso) e Riccardo Spilli (Balletto Di Bronzo), più una lunga lista di ospiti italiani ed internazionali. Il risultato è un tribute album intitolato “L’Uomo Di Ferro” che raccoglie una manciata di versioni efficaci e potenti prese principalmente dal periodo d’oro dell’era Ozzy, con l’unica eccezione di “Heaven And Hell”. Complice anche la difficoltà nell’assemblare la performance a distanza di musicisti provenienti da tutto il mondo, non ci troviamo mai di fronte a versioni stravolte o pesantemente rielaborate. Sabbatonero è un progetto rispettoso delle canzoni di Tony Iommi e compagni, e la sua pluralità di voci ed esecutori non fa che risaltare l’enorme valore di composizioni che a distanza di quaranta/cinquanta anni suonano ancora strabilianti. Al posto di una classica recensione, dunque, abbiamo deciso di raccontarvi una per una la performance di questi artisti. Buona lettura. 

Tony ‘Demolition Man’ Dolan – basso
Francesco Conte – chitarra
Filippo Marcheggiani – chitarra
Riccardo Spilli – batteria

Ospiti:

Rasmus Bom Andersen, Steve Sylvester, Maksymina Kuzianik & Mayara Puertas, Tony D’Alessio, Flegias, John Gallagher, Simone Salvatori, Andrea Zanetti, James Rivera, Marty Friedman, Mantas, Terence Hobbs, Prika Amaral, Ken Andrews, Sonia Nusselder, Russ Tippins, Attila Voros, Wiley Arnett, James Murphy, Snowy Shaw, Marc Jackson, Dario Casabona, Freddy Delirio, Heric Fittipaldi

L’UOMO DI FERRO
Etichetta: Time To Kill Records / Night of the Vinyl Dead
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01. SYMPTOM OF THE UNIVERSE (06:32)
“L’Uomo Di Ferro” si apre in maniera eccellente con la splendida “Symptom Of The Universe”, che vede al microfono la partecipazione di Rasmus Bom Andersen dei Diamond Head. Lo stile old-school del cantante danese si sposa molto bene con il classico dei Sabbath e il resto della band non è da meno, andando a confezionare una versione molto fedele all’originale. Il basso di Tony Dolan è corposo e sporco a dovere, mentre ad impreziosire il comparto delle chitarre troviamo Marty Friedman, che regala al progetto un assolo dei suoi. Molto curata ed efficace anche la lunga coda finale, con le chitarre acustiche e il suo incedere jazzy, su cui spicca uno splendido assolo di Filippo Marcheggiani del Banco Del Mutuo Soccorso.

02. SABBATH BLOODY SABBATH (06:02)
Il secondo brano, la celebre titletrack del quinto album dei Sabbath, viene affidato alle corde vocali maligne del Gran Maestro Steve Sylvester. Il cantante dei Death SS ci mette il suo stile teatrale e sciamanico portando a casa un risultato convincente, anche se la tonalità del brano non ci sembra quella più adatta alla sua vocalità. Ad affiancare Steve Sylvester troviamo poi una line up tra le più sulfuree dell’intero tributo: l’assolo viene gestito dal leggendario Mantas, alla batteria troviamo Snowy Shaw, mentre le tastiere spettrali di Freddy Delirio danno un taglio ancora più sinistro al brano.

03. N.I.B. (05:52)
Quale brano avrebbe potuto scegliere per se stesso il buon Dolan? Ovviamente “N.I.B.”, un pezzo che vive proprio su una linea di basso eccezionale e che rende pienamente onore al genio di Geezer Butler. ‘Demolition Man’ imbraccia il suo basso e parte proprio dalla celebre introduzione nota come “Bassically”, per poi buttarsi con la sua ugola cartavetrata nella sua versione di “N.I.B.”. La scelta del brano risulta azzeccata e lo stile del cantante dei Venom Inc. riesce a dare la giusta carica di malvagità sguaiata al classico dei Sabbath. A nostro parere, una delle riletture migliori dell’intero tributo.

04. KILLING YOURSELF TO LIVE (05:50)
Per il secondo estratto da “Sabbath Bloody Sabbath”, dopo il vocione incatramato di Tony Dolan, ci si affida ad un duetto tutto al femminile: Maksymina Kuzianik (ex Setheist) e Mayara Puertas (Torture Squad) si dividono le parti vocali di “Killing Yourself To Live” con efficacia ed energia. Le due voci si avvicendano e si intrecciano molto bene e riescono ad interpretare in modo eccellente l’atmosfera progressive di un brano già superbo. Molto buono e coinvolgente anche l’assolo di chitarra di Prika Amaral (Nervosa).

05. HEAVEN AND HELL (06:51)
Sarebbe stato un vero e proprio delitto onorare i Black Sabbath senza dare almeno un piccolo spazio anche agli anni passati con Ronnie James Dio. Ci pensa Tony D’Alessio del Banco Del Mutuo Soccorso a rendere il giusto tributo all’indimenticabile cantante di “Heaven And Hell”. La vocalità di D’Alessio è adattissima al ruolo, con il suo vibrato e il suo timbro potente e caldo che, non a caso, gli ha permesso di raccogliere l’eredità di Francesco Di Giacomo senza mai cercare di imitarlo. Anche in questo caso abbiamo una versione molto fedele all’originale, compreso anche l’assolo ad opera di Ken Andrews degli Obituary, ma che lascia sicuramente appagati e soddisfatti.

06. PARANOID (02:49)
Se “L’Uomo Di Ferro” può vantare alcune scelte interessanti e non scontate, allo stesso modo decide di rischiare includendo anche il classico per eccellenza dei Black Sabbath. Come gestire, dunque, una canzone come “Paranoid”, suonata e risuonata da migliaia di gruppi in qualunque scantinato o sala prove del pianeta? Non tanto stravolgendola (come abbiamo avuto modo di dire, l’intero tributo è rispettoso e fedele negli arrangiamenti), ma optando per il ringhio maligno di Flegias. La prove strumentale della band è ineccepibile come sempre, ma è innegabile come sia il cantante dei Necrodeath a dare la sua impronta ad una canzone tanto grandiosa quanto abusata. Bravi.

07. CHILDREN OF THE GRAVE (04:50)
Si prosegue di classico in classico con “Children Of The Grave”, che però non ci regala particolari guizzi. Nulla da dire sulla performance di tutti i musicisti coinvolti, nè sulla prova vocale di John Gallagher dei Raven, ma in questo caso la sensazione di avere a che fare con una semplice riproposizione di una partitura è più forte che in altri episodi. L’unica eccezione è l’assolo di chitarra di Russ Tippins (Satan), che ci è parso particolarmente efficace ed incisivo.

08. A NATIONAL ACROBAT (06:26)
Uno degli aspetti più interessanti dell’ascolto di un tribute album con così tante voci e musicisti coinvolti è quello di rendersi conto come canzoni immortali come quelle dei Black Sabbath si prestino ad essere rilette con inflessioni e sfumature diverse, senza perdere mai la propria identità. Dopo alcune interpretazioni cattivissime, tocca a Simone Salvatori degli Spiritual Front dare la sua impronta melodica ad un brano come “A National Acrobat”. Anche in questo caso il risultato è molto buono e permette all’ascoltatore di apprezzare la versatilità della scrittura di Tony Iommi e compagni, così come la perizia esecutiva di tutti i musicisti coinvolti in questo progetto benefico.

09. HOLE IN THE SKY (03:56)
Siamo ormai avviati verso la fine del disco quando ci imbattiamo in quella che, secondo noi, è la miglior versione dell’intero album. “Hole In The Sky” viene suonata con un’energia e un piglio trascinanti ed efficaci, di quelli per cui è impossibile non alzarsi in piedi ed iniziare a scuotere la testa a tempo di musica. A rendere il tutto ancora migliore ci pensa una prova eccellente da parte del cantante Andrea Zanetti (Monumentum), che ringhia nel microfono con un trasporto e un’energia invidiabili.

10. WAR PIGS (07:55)
E chiudiamo questa carrellata con un altro pezzo tra i più celebri dell’intera discografia dei Sabbath. “War Pigs” viene riproposta in una versione efficace e potente, con chitarre corpose e pesanti, su cui si poggia la voce di James Rivera degli Helstar. Il cantante si prende qualche piccola libertà, andando a modificare alcuni dettagli sulle linee vocali e dando all’intero brano un taglio particolare grazie al suo timbro che ricorda da vicino quello di Rob Halford, riportandoci alla mente quelle ormai storiche date in cui il cantante dei Judas Priest si ritrovò a cantare assieme alla band di Tony Iommi (prima nel 1992 e poi nuovamente nel 2004). Anche questa volta i musicisti riescono a rendere in maniera ottimale l’atmosfera del brano, chiudendo in maniera più che degna un tributo sentito e da ascoltare tutto d’un fiato. Se a questo aggiungiamo anche la lodevole finalità di solidarietà, a maggior ragione non ci resta che consigliarvi di dare un ascolto alle anteprime proposte e dopodichè ordinare l’album a questo indirizzo.

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