Speciale a cura di Dario Cattaneo
La separazione dei Secret Sphere dal cantante storico Ramon Messina gettava parecchi, giustificati, dubbi su questa uscita, dubbi sanati solo in parte dal senso di aspettativa ed anticipazione creato dall’annuncio di Michele Luppi in veste di nuovo vocalist. Cantante dalle indubbie capacità e dalla voce riconoscibile tra mille, poteva mostrarsi come un inestimabile valore aggiunto allo stile elegante e variegato della band, sposandosi a meraviglia con le loro sonorità, come avrebbe però potuto scontrarsi in maniera brusca con l’ingombrate lascito di un cantante personale quale era appunto Messina. Il risultato vive nel mezzo, con un disco certamente dalle altissime qualità ma che sposta decisamente il tiro rispetto al suo predecessore “Archetype”. Dotato di una profondità vocale superiore, di una produzione che evidenzia elementi differenti, e votato più che al power ad un progressive quasi di scuola Dream Theater, “Portrait Of A Dying Heart” sicuramente stupisce e spiazza, richiamando ad ogni passaggio ricordi di band diverse, dai Pagan’s Mind agli Empty Tremor. Anche a livello lirico, il qui presente album si pone come un lavoro profondo e ambizioso, basato su una dettagliata introspezione sui sentimenti umani e sui sogni, ispirato in larga parte sul lavoro letterario “She Complies With The Night” di Costanza Colombo. Leggiamo in questo dettagliato track-by-track come si presentano attualmente i Secret Sphere, e come l’inserimento di Luppi ha sconvolto alcuni equilibri che con “Archetype” credevamo assodati.
SECRET SPHERE
Aldo Lonobile − chitarra
Michele Luppi − voce
Andy Buratto − basso
Marco Pastorino − chitarra
Gabriele Ciaccia − tastiere
Federico Pennazzato − batteria
PORTRAIT OF A DYING HEART
Etichetta: Scarlet
Data di pubblicazione: 26 Novembre 2012
http://www.secretsphere.org/
1. PORTRAIT OF A DYING HEART (6:00)
Il pezzo iniziale è forse il più sorprendete di tutti. Seconda traccia più lunga dell’album, è uno strumentale puramente progressive metal, che non può non ricordare le ouverture dei Dream Theater quali “Ouverture 1924” da “Scenes From A Memory” o il primo movimento della suite “Six Degrees Of Inner Turbulence”. Il pezzo è assolutamente strabiliante sia per padronanza strumentale (ovvio dato i nomi coinvolti), ma soprattutto per il senso di grandeur che questa introduzione comunica. Un pezzo teatrale, che apre le tende sulla narrazione nel modo più elegante e raffinato possibile.
2. X (5:13)
Per il primo minuto e mezzo “X” prosegue sulla scia del pezzo precedente, alternando passaggi strumentali da forte sapore Dream Theater esaltanti l’ottimo lavoro di tastiera di Ciaccia e i ritmi imprevedibili di Pennazzato. I climi si fanno comunque più introspettivi, con Michele Luppi che entra quasi in punta di piedi sul pezzo… prima che esso esploda in una progressione power a tutta velocità. Il sound dei Vision Divine si mischia a quello dei Secret Sphere, complice l’inconfondibile timbrica di Luppi, creando sfumature del tutto nuove per la band di Lonobile e compagni. Nonostante la velocità e le melodie di buona presa, i continui cambi di tempo mantengono infatti l’intero brano su territori di confine che ad oggi i Secret Sphere avevano calcato solo marginalmente.
3. WISH & STEADINESS (5:37)
Un passaggio di pianoforte si sviluppa in un’altra introduzione di circa un minuto, basata su di un crescendo dalle influenze sinfoniche. Dopo un’interruzione riempita da suoni registrati funzionali alla storia narrata, la traccia riparte su binari tipicamente Secret Sphere, sfociando in un’altra buona progressione power a ritmi serrati. Curiosamente, nel pezzo che finora più si avvicina al vecchio sound, aumenta anche l’influenza di Luppi a livello vocale: la costruzione dei cori, le linee armoniche doppiate e sovrapposte sono caratteristiche del bravo vocalist, e ricordano il lavoro di produzione vocale sentito a suo tempo sul debutto dei Killing Touch. Un brano che ha il pregio di mostrare come l’integrazione del nuovo cantante nelle dinamiche compositive della band sia stata effettivamente efficace.
4. UNION (4:12)
Le atmosfere si ammorbidiscono, appoggiandosi su un pezzo melodico ed emozionale, che richiama alla mente i norvegesi Pagan’s Mind e il loro power/progressive elegante. Ancora più che nel pezzo precedente si coglie l’influenza di Luppi, che marchia a fuoco una delle linee vocali più vincenti dell’album, esaltata anche qui da una produzione delle voci (ne sono presenti diverse) perfetta. Nonostante si tratti di un pezzo più accessibile nelle melodie e nella struttura, la cura nei particolari qui risulta addirittura aumentata, con un’attenzione doviziosa soprattutto agli arrangiamenti e alle tastiere. Sopra tutto ciò si staglia infine l’imperioso assolo centrale, emozionale al pari dell’atmosfera generale della song.
5. THE FALL (5:10)
‘La Caduta’ annunciataci nel titolo è richiamata in tutta la sua drammaticità da un riff thrashy e serrato, che fa meritare al pezzo la palma di più pesante del lotto. Costruita intorno al vorticoso movimento ritmico della chitarra, il brano si sviluppa in un insieme di momenti ancora una volta progressive, cui si aggiunge una componente maggiormente sinfonica creata da alcuni arrangiamenti. Assolutamente degno di nota il ritornello, come sempre molto orecchiabile, ma che su una base ad alta velocità incastra un possente coro alternato a linee di grande impatto, opera di un Luppi qui più aggressivo e più incentrato su tonalità alte. Pezzo che pensiamo mostrerà una lunga longevità anche dal vivo in virtù della certa presa sull’ascoltatore.
6. HEALING (4:28)
Un suono elettronico richiamanti alcuni ‘esperimenti’ sonori dei vecchi Labyrinth ci introduce, unitamente ad un riffing massiccio e compatto, ad un pezzo più oscuro e maligno, in cui Luppi parte prima su tonalità minacciose per poi passare a registri più aperti, senza perdere però l’aggressività mutuata dal pezzo precedente. Rispetto però a “The Fall” questo brano gode in un ritornello meno esplosivo, e di una struttura meno orecchiabile, che ne mina la fruibilità se non dopo diversi ascolti. La ricerca di sonorità diverse e variegate raggiunge comunque con questo passaggio la sua piena conferma. Nonostante non colpisca come le altre, su questa canzone spicca sicuramente il vario lavoro di Pennazzato, assolutamente creativo dietro i tamburi e autore di una buona prova anche in fase costruttiva.
7. LIE TO ME (3:50)
Pianoforte, tastiere e delicati arrangiamenti accompagnano quasi tutto questo brano, il più corto del disco. Pur non trattandosi di una vera e propria ballad, rappresenta il momento più melodico del lavoro e si sviluppa ancora una volta intorno ad una buona intuizione a livello di linea vocale principale. Cangiante e per nulla scontata, “Lie To Me” gode anche della propria posizione subito successiva i due pezzi più tirati dell’album, permettendo all’ascoltatore una giusta pausa dall’aggressività in crescendo dell’album.
8. SECRET FEARS (5:57)
Con questa complessa traccia la band prosegue nell’idea di proporci sempre qualcosa di nuovo. Anche se la base ritmica ci fa pensare al power metal di “Archtetype”, un prezioso lavoro di amalgama con le tastiere, la scelta di utilizzare una fitta alternanza di arpeggi melodiosi al nervoso riffing portante e infine la presenza di molti momenti diversi finiscono per donare al pezzo un sapore strano, al quale ci abituiamo solo dopo qualche ascolto. A parte l’ardita composizione iniziale, “Secret Fears” rappresenta uno dei momenti più ambiziosi e spiazzanti dell’intero album, sempre in bilico tra aggressività, melodia, tecnica e velocità.
9. THE RISING OF LOVE (4:29)
Il clima epico e magniloquente che ci veniva trasmesso dalle prima canzoni ritorna prepotentemente nelle ultime tracce, che si caricano del peso di dover chiudere anche a livello lirico e tematico la stesura narrativa dell’intero concept. Qui si abbandonano del tutto le ritmiche aggressive delle fasi centrali e i marcati tecnicismi delle progressive battute iniziali. Guidato con mano sicura dalla calda voce di Luppi, il brano evolve ad anni luce di distanza dal power che illuminava anche le scorse uscite, ponendosi come splendido gioiello autocontenuto di un modo molto personale di fare metal melodico. Supportato come sempre dalla maniacale cura dei dettagli e da curati arrangiamenti e orchestrazioni, “The Rising Of Love” si cala a fondo nella soluzione della trama, estrapolandone i turbolenti sentimenti e sensazioni grazie al suono pieno e alle melodie coinvolgenti. Trai momenti migliori dell’album, ricorda per posizione e ruolo narrativo “The Spirit Carries On”, sempre di “Scenes From A Memory”.
10. ETERNITY (6:05)
La conclusione del disco segue e completa la direzione imboccata con la precedente “The Rising Of Love”, con le atmosfere ariose e liberatorie introdotte dal precedente pezzo a farla da padrone per sei minuti di canzone. Ancora di più che nella precedente traccia, Luppi si dimostra padrone dell’attuale pentagramma della band, timbrando ogni aspetto di questo bellissimo momento melodico con il vasto repertorio di stili e tonalità che sa esplorare con la propria voce. Lonobile si mostra ancora una volta solista di eccezione con un vibrante assolo melodico, mentre Ciaccia fornisce come su tutto il disco il proprio fondamentale apporto, mai importante come in questo album, che vive anche e soprattutto grazie alle atmosfere generate dalle tastiere. Dotato di un’epicità che ci ricorda le canzoni di chiusura di alcuni album degli Arena di Clive Nolan, “Eternity” è la degna chiusura di un ottimo disco, tanto inaspettato nel risultato quanto geniale nel proporci soluzioni nuove per non riciclare solo il vecchio sound.


