A cura di Luca Pessina
Primo appuntamento del 2013 con Sectioning Death, la rubrica 100% underground death metal di Metalitalia.com. Torniamo alla carica con tre nuove interviste ad altrettante death metal band del sottobosco internazionale, facendo del nostro meglio per presentarvi degli artisti che, pur essendo ora lontani dalle cosiddette luci della ribalta, stanno facendo del loro meglio per emergere e per mantenere in vita il metallo della morte. Nel dettaglio, questa nuova “puntata” ha in serbo una chiacchierata con i tedeschi Deserted Fear, autori di un death metal prettamente novantiano che si rifa alla scuola europea del genere, una con i norvegesi Chton, realtà più gelida e monolitica, che non riesce a tradire certi influssi tipici del metal estremo del suo paese di origine e, per concludere, una con i nostrani Ira, gruppo dedito a un techno/melodic death che i fan del settentrione avranno magari già avuto modo di incontrare, visto che è in attività da diversi anni. Insomma, come sempre, uno sguardo il più ampio possibile sul movimento death metal, cercando di prendere in esame quanti più filoni e sotto-generi possibile. Vi lasciamo alle interviste e vi diamo appuntamento tra qualche settimana, con l’augurio che nel frattempo possiate trovare utile almeno uno dei nostri suggerimenti.
Only death is real!
N.B. Tutte le interviste saranno sempre disponibili anche nel nostro archivio interviste.
DESERTED FEAR – Il Nostro Impero
La scena death metal tedesca ha trovato un nuovo nome su cui contare con i giovani Deserted Fear, formazione che ha esordito da poco per la sempre più rispettata FDA Rekotz. “My Empire” è il titolo del loro disco di debutto e potrebbe rappresentare una piccola, gradita sorpresa per tutti gli ascoltatori appassionati dei dischi dei primi Hypocrisy, così come di importanti realtà olandesi come Asphyx ed Hail Of Bullets. I ragazzi non hanno ancora uno stile ben definito, ma già padroneggiano il songwriting con una certa malizia e pare proprio che non possano fare altro che migliorare, vista la determinazione con cui hanno curato ogni aspetto del loro primo album. Ve li presentiamo tramite le parole del chitarrista Fabian Hildebrandt…
INIZIAMO CON LA PIÙ SEMPLICE DELLE DOMANDE: CHI SONO I DESERTED FEAR?
“Siamo una giovane death metal band da Eisenberg, nella Germania orientale. Il nostro cantante Mahne e io abbiamo fondato il gruppo nel 2007. Nel 2010 abbiamo trovato Simon come batterista e abbiamo iniziato a lavorare su un demo. Dopo alcuni concerti ci siamo sentiti pronti per un full-length, il quale è stato quindi registrato sul finire del 2011. Dopo qualche tempo abbiamo trovato un’etichetta e la pubblicazione è avvenuta nel settembre 2012 per FDA Rekotz”.
COME SIETE ENTRATI IN CONTATTO CON IL METAL IN PRIMO LUOGO?
“Penso fosse il 2001 quando ho scoperto i Metallica. Negli anni successivi ho ascoltato soprattutto melodic death metal alla In Flames ed At The Gates, per poi concentrarmi su gruppi più datati come Dismember, Asphyx ed Obituary, i quali sono finiti per rappresentare una grossa fonte di ispirazione”.
COME DESCRIVERESTI IL VOSTRO STILE E LA VOSTRA MUSICA?
“Penso che siamo riusciti a trovare un buon sound su ‘My Empire’. A mio avviso, è un buon mix di old school death metal e qualche spunto più moderno. Il disco possiede una grande energia e suona al passo coi tempi, anche se certo materiale ha lo stesso feeling di un album del 1992. In questo senso, dobbiamo essere grati a Dan Swanö per l’ottima produzione, che aiuta indubbiamente il disco a spiccare”.
È DIFFICILE CREARE QUALCOSA DI NUOVO NEL DEATH METAL OGGIGIORNO?
“Sì, ma non ci importa realizzare qualcosa che sia nuovo ad ogni costo. Ci troviamo spesso in sala prove per suonare e se riusciamo a tirare fuori un bel riff non esitiamo a utilizzarlo, anche se magari è già stato registrato da qualcuno in passato. D’altronde, sarebbe impresa impossibile mettersi a controllare ogni singolo album death metal. Suoniamo per il piacere di farlo e, se un riff funziona, per noi va bene così”.
SECONDO VOI PERCHÈ TUTTO A UN TRATTO VI SONO COSI’ TANTE DEATH METAL BAND CHE SUONANO ALLA VECCHIA MANIERA?
“Non credo ve ne siano così tante. Tuttavia, se ci sono è perchè evidentemente è rinata la passione per questo tipo di suoni dopo qualche anno di relativo disinteresse. Noi ci troviamo estremamente a nostro agio con questo genere di death metal, è ciò che più amiamo”.
SECONDO VOI GLI HELLHAMMER CHE COSA VOLEVANO DIRE CON “ONLY DEATH IS REAL”?
“Non lo so, ma è sempre stato un motto per l’intera scena. Anche alle nostre orecchie suona alla grande”.
SE POTESTE RIVIVERE IL PERIODO 1988-1994, VI È QUALCOSA CHE FARESTE DIVERSAMENTE? PENSI CHE UNA SIMILE EPOCA PER IL METAL POTRÀ MAI TORNARE?
“Noi siamo tutti piuttosto giovani, quindi mi trovo un po’ in difficoltà a rispondere a questa domanda. So che in quel periodo avevano luogo concerti e tour fantastici e ci piacerebbe potervi prendere parte. Per quanto riguarda rivivere quegli anni oggi, penso che sia impossibile: il metal ha preso tante vie differenti e vi sono decine di scene e circuiti diversi. Anche lo spirito con cui si vivono gli ascolti e i concerti penso sia diverso: internet e la tecnologia hanno reso i fan più pigri”.
COME SIETE ENTRATI IN CONTATTO CON LA F.D.A. REKOTZ?
“Dopo aver terminato le registrazioni di ‘My Empire’ ci siamo messi in contatto con alcune etichette e la FDA Rekotz si è dimostrata la più entusiasta all’idea di lavorare con noi. Ci hanno fatto un’offerta per pubblicare il disco e siamo rimasti soddisfatti. Tutto qui. Si tratta di una label piccola ma molto esperta, che dà tutto per i suoi gruppi”.
QUAL È LA COSA MIGLIORE CHE È CAPITATA AI DESERTED FEAR SINORA? E QUALI SONO I VOSTRI OBIETTIVI AD OGGI?
“Siamo contenti di aver avuto la possibilità di registrare un disco, di lavorare con Dan Swanö e di siglare un contratto con la FDA Rekotz. L’album è stato accolto alla grande, pare proprio che siamo finiti nel posto giusto al momento giusto. Oggigiorno è difficile ottenere certi responsi per una band emergente… dobbiamo ringraziare tante persone per questo! Al momento il nostro obiettivo è andare in tour: abbiamo dei concerti in programma, ma desideriamo qualcosa di più grande e professionale”.
QUALE SAREBBE IL VOSTRO TOUR IDEALE?
“Non abbiamo particolari sogni, a livello di band. Ci piacerebbe condividere l’esperienza con un gruppo di pazzi come noi. La cosa più importante sarebbe riuscire a trovare il tempo necessario per visitare nuove città e luoghi: amiamo molto viaggiare e siamo interessati a qualsiasi cultura straniera, dall’Asia alle Americhe. Non vediamo l’ora di uscire dalla Germania, quindi diffondete il nostro nome. Noi siamo pronti!”.
GRAZIE MILLE PER L’INTERVISTA. LE ULTIME PAROLE FAMOSE?
“Grazie per averci dato la possibilità di presentare i Deserted Fear e grazie a tutti i lettori! Speriamo di vedervi a un nostro concerto un giorno! Visitate www.desertedfear.de. Salute!”.
CHTON – Death Awaits
I Chton rientrano in quella schiera di gruppi norvegesi ai quali piace introdurre un pizzico della malvagità e della freddezza del black metal in solide e corpose partiture death. Li avevamo scoperti tanti anni fa grazie a un discreto debut album e li abbiamo ritrovati soltanto l’anno scorso con il nuovo “The Devil Builds”, platter con cui hanno confermato in toto stile e abilità, a dispetto della lunga pausa. Ci è parso quindi il caso di inviare loro alcune domande per conoscerli meglio; domande alle quali hanno risposto il chitarrista Torstein Parelius ed il batterista Espen Hektoen…
INIZIAMO CON LA PIÙ SEMPLICE DELLE DOMANDE: CHI SONO I CHTON?
Torstein: “Siamo una death metal band da Trondheim, Norvegia. Ci soamo formati nel 1999 e abbiamo appena pubblicato il nostro secondo album, ‘The Devil Builds’, via GodEater Records. Descriviamo la nostra proposta come death metal brutale ed oscuro, visto che cerchiamo di mantenere la musica aggressiva e in-your-face senza sacrificare del tutto l’atmosfera”.
DESCRIVEREI INFATTI LA VOSTRA PROPOSTA COME DEATH METAL CON UN LEGGERO TOCCO ATMOSFERICO…
Torstein: “Esattamente. Un ‘leggero tocco atmosferico’ è proprio come lo vediamo noi. Cerchiamo di stare alla larga da soluzioni chitarristiche troppo melodiche e di cattivo gusto. Siamo una death metal band, dopo tutto”.
Espen: “Non ci interessa come la gente descrive la nostra musica: solitamente cerchiamo soltanto di comporre quello che ci piacerebbe ascoltare. Tuttavia, trovo difficile che qualcuno abbia da ridire sul fatto che siamo una death metal band”.
LA NORVEGIA È NOTORIAMENTE PIÙ FAMOSA PER LA SUA SCENA BLACK METAL PIUTTOSTO CHE PER QUELLA DEATH. CHE COSA VI HA FATTO SCEGLIERE QUESTE SONORITÀ?
Torstein: “Quando ci siamo fondati nel 1999 e abbiamo iniziato a jammare ci è venuto naturale orientarci su questo stile. Io e Vidar, il nostro vecchio batterista, venivamo da una thrash metal band, mentre gli altri avevano un background black metal. Il death, insomma, si è rivelato essere il punto di congiunzione. In ogni caso, ci tengo a precisare che la Norvegia ha sempre avuto una scena metal molto variegata: il fenomeno black è stato ingigantito dai media, e in parte capisco anche il perchè, ma qui ci sono sempre state ottime band in praticamente ogni sotto-genere”.
DICEVAMO CHE “THE DEVIL BUILDS” È IL VOSTRO SECONDO ALBUM: SIETE SODDISFATTI DI COME LE COSE SI SONO EVOLUTE PER I CHTON NEL CORSO DEGLI ANNI?
Torstein: “Tutto sommato, sì. Siamo stati lenti e abbiamo avuto dei periodi di inattività, ma abbiamo sempre fatto tutto ciò che ci andava di fare”.
Espen: “Prima di unirmi ai Chton ero un fan della band e ora fare parte della storia di quest’ultima, avendo registrato ‘The Devil Builds’, è qualcosa di cui vado fiero. Al momento le cose vanno per il meglio: la lineup è solida ed affiatata e abbiamo voglia di suonare live. Inoltre, non vedo l’ora di registrare nuova musica. Penso che i Chton abbiano trovato un loro stile, ma credo che non ci tireremo indietro davanti ad alcuni possibili esperimenti in futuro”.
RISPETTO AL DEBUT ALBUM “CHTONIAN LIFECODE” AVETE ESPRESSAMENTE CERCATO DI FARE QUALCOSA IN MODO DIFFERENTE? INOLTRE, PERCHÈ AVETE IMPIEGATO TUTTI QUESTI ANNI PER TORNARE CON UN NUOVO LAVORO?
Torstein: “Non avevamo nessun vero piano in mente per il nuovo album; ‘Chtonian Lifecode’ secondo me contiene alcuni ottimi brani e ho semplicemente cercato di scriverne altri all’altezza. Credo che tutta la band si sia espressa al meglio per il nuovo disco. Per quanto riguarda la lunga assenza, dietro di essa c’è un mix di diverse ragioni, ma il motivo principale sono stati alcuni cambi di lineup che, in certi momenti, ci hanno davvero demoralizzato e fatto perdere l’interesse per il gruppo”.
VI È UN CONCEPT O UN’IDEOLOGIA ALLA BASE DI “THE DEVIL BUILDS” O DEI CHTON STESSI?
Torstein: “No, nessun concept o messaggio”.
Espen: “Sì, nulla del genere, lasciamo certe cose alle chiese. Tuttavia, vi sono alcuni temi ricorrenti, che puoi trovare in varie canzoni, come malattie mentali o miti Lovecraftiani. Penso che il death metal debba sempre e comunque trasmettere sensazioni e sentimenti oscuri. Per musica del nostro tipo, non ha senso redarre saggi su Hegel…”.
CHE COSA POSSIAMO ASPETTARCI DAI CHTON NEL PROSSIMO FUTURO?
Torstein: “Abbiamo in programma alcuni concerti e stiamo attualmente cercando di confermarne altri, anche se mi piacerebbe registrare presto del nuovo materiale, per mantenere la band in corsa a tutti gli effetti”.
QUAL È LA COSA MIGLIORE CHE POTREBBE ACCADERE AI CHTON IN QUESTO MOMENTO?
Espen: “Domanda difficile: questa band ne vede sempre di tutti i colori! Comunque, al momento sarebbe bello poter promuvere ‘The Devil Builds’ con tanti concerti e riuscire a incidere qualche nuovo brano senza attendere troppo a lungo”.
SIETE COINVOLTI IN QUALCHE ALTRO GRUPPO O PROGETTO MUSICALE?
Torstein: “Tre di noi suonano anche nei Cleaver, una band dedita a un rozzo black-thrash metal. Craig è quindi attivo nei Demontera, mentre io faccio parte dei Drontheim”.
QUAL È L’ULTIMO ALBUM CHE AVETE ACQUISTATO? E QUAL È QUELLO CHE, A SUO TEMPO, TI HA CONVERTITO AL METAL E ALLA MUSICA ESTREMA?
Torstein: “L’ultimo disco che ho acquistato è il nuovo album dei Gojira, che sto ascoltando spesso in macchina. Poi in questi giorni sto utilizzando Spotify e oggi ho ascoltato soprattutto Incantation, Tribulation, Kaamos, Deicide, Angelcorpse e DeathBreath. Quando voglio prendermi una pausa, passo ai Black Sabbath. Il primo album ‘heavy’ che mi ha impressionato è invece stato probabilmente il live bootleg dei Sex Pistols ‘Never Mind The Pistols’, o forse ‘No Sleep ‘till Hammersmith dei Motorhead. All’inizio non ascoltavo molto metal tradizionale, poi, tutto a un tratto, all’incirca nel 1990, sono passato da Motörhead, Metallica, Sex Pistols e Slayer al death e al black metal primordiale!”.
GRAZIE PER L’INTERVISTA! LE ULTIME PAROLE FAMOSE?
Espen: “Grazie a voi per l’intervista e per il supporto! Visitateci su Facebook.com/chton666 e Twitter.com/chtonband, senza dimenticarvi della nostra etichetta: Facebook.com/godeaterrec. Up the Horns!”.
IRA – Meglio Tardi Che Mai
Una band che ha a cuore gli insegnamenti dei Death di “Symbolic” e dei Carcass di “Heartwork”, così come quelle di tanti nomi storici del thrash e del metal più tradizionale, è quella degli Ira, creatura del chitarrista/cantante Giuseppe “Rex” Caruso (ex Node) nata nel 1997. Ci sono voluti addirittura quindici anni per vedere i Nostri esordire ufficialmente con un full-length – “The Syndrome Of Decline”, prima opera sulla lunga distanza del quartetto, è infatti stata pubblicata soltanto lo scorso anno – ma ora si percepisce un gran fermento in seno alla formazione, la quale sta recuperando il tempo perduto sia lavorando a nuovo materiale sia dedicandosi ad una intensa attività dal vivo. Parliamo di questo e altro proprio con il membro fondatore…
BENVENUTI SU METALITALIA.COM! PER INTRODURRE LA BAND AI NOSTRI LETTORI, VI ANDREBBE DI PRESENTARVI E DI RIASSUMERE LA VOSTRA STORIA?
“Ciao e grazie per questa possibilità di fare conoscere noi e la nostra musica. Gli Ira oggi sono: Giuseppe ‘Rex’ Caruso – chitarra e voce, Christian ‘Alien’ Scorziello – chitarra solista, Alessandro Caruso – batteria ed Euro Ribigini al basso. Riassumere 15 anni di storia in 2 parole è davvero difficile, diciamo che dal 1997 a oggi mi hanno affiancato un sacco di musicisti molto validi, ognuno di loro ha contribuito a far diventare la band quello che è oggi, ossia una technical melodic death metal band. Siamo arrivati a questo disco dopo aver registrato tre demo: ‘Urna’ nel 2000, ‘Chaotic Regression’ nel 2005 e ‘Dawn Of World Redemption’ nel 2007. Un aspetto fondamentale nella storia degli Ira e la volontà di suonare dal vivo il più possibile. Abbiamo suonato anche di spalla a nomi importanti del panorama metal italiano ed estero, ad esempio: Arch Enemy, Novembre, Carnal Forge, Node, Vision Divine, ecc…”.
“THE SYNDROME OF DECLINE” È SOLO IL VOSTRO PRIMO ALBUM IN CIRCA QUINDICI ANNI DI ATTIVITÀ: VI ANDREBBE DI DESCRIVERNE NEI DETTAGLI LA GENESI? QUANDO E DA CHI SONO STATI COMPOSTI I BRANI?
“La maggiorparte dei pezzi sono stati scritti da me e arrangiati in seguito con il resto del gruppo. C’è voluto parecchio tempo, ma alla fine il risultato ci ha convinto; alcuni brani hanno avuto una lunga gestazione mentre altri sono il riflesso di un breve lasso temporale. Ogni brano ha vita e identità proprie, legate a un’esperienza personale o allo stato d’animo in cui mi trovavo nel momento in cui i riff prendevano forma”.
QUALI SONO GLI ELEMENTI CHE SECONDO VOI NON DEVONO ASSOLUTAMENTE MANCARE IN UN BRANO DEGLI IRA?
“Le emozioni sono alla base delle nostre canzoni, senza quelle non vengono fuori bei pezzi; poi intervengono anche la fantasia e la ricerca di dinamismo. Le canzoni troppo statiche mi stufano quasi subito, intendo il classico strofa, ritornello, strofa, ritornello, bridge, ritornello, ecc…. Ci piacciono parecchio le accelerazioni tipiche del thrash e le scomposizioni ritmiche più ‘Death oriented’, se mi passate il termine. Nei nostri pezzi inseriamo anche arpeggi e parti melodiche, quindi c’è un po’ di tutto”.
IL DISCO È STATO AUTOPRODOTTO: UNA SCELTA DETTATA DALLA VOLONTÀ DI MANTENERE OGNI ASPETTO DEL LAVOTO SOTTO CONTROLLO O SEMPLICEMENTE NON AVETE RITENUTO SODDISFACENTI LE PROPOSTE RICEVUTE DALLE ETICHETTE DEL SETTORE?
“La prima che hai detto. Quando siamo partiti con le registrazioni non avevamo intenzione di legarci ad un’etichetta discografica, volevamo che il primo disco fosse ‘cosa nostra’ senza intromissioni esterne e soprattutto senza imposizioni su dove/come registrare o quanto spendere. Quindi abbiamo utilizzato le nostre forze e attrezzature mentre per quello che non riuscivamo a fare ci siamo appoggiati ad altri studi, ad esempio Rec Lab, per la batteria e Syncropain Studio per mix, voci e reamping. Infine per il mastering abbiamo affidato il nostro lavoro al formidabile Goran Finnberg e al suo studio The Mastering Room. Abbiamo deciso tutto di testa nostra”.
IL VOSTRO SOUND PUO’ ESSERE DESCRITTO COME MELODIC DEATH METAL / TECHNO DEATH METAL VECCHIA SCUOLA, SIETE D’ACCORDO? QUALI SONO LE VOSTRE PRINCIPALI INFLUENZE? DEATH, CARCASS…? HO NOTATO INOLTRE SPUNTI VOTATI A UN METAL PIÙ CLASSICO…
“La definizione che si avvicina di più credo sia technical melodic death metal, anche se non credo molto nelle convenzioni linguistiche. Mi piacerebbe molto arrivare al punto in cui un nostro pezzo venisse riconosciuto semplicemente come Ira, ma so che è una cosa difficile. Le nostre band di riferimento, parlando strettamente di metal, sicuramente sono i Death e i Carcass, che tu hai già citato. A questi aggiungiamo anche i Metallica e i Megadeth dagli Ottanta/Novanta, i Sepultura, i Pantera, gli Iron Maiden, i Sabbath, Led Zeppelin, gli Opeth, ecc. Potrei andare avanti per 2 pagine. Il nostro gusto musicale spazia anche su generi come il blues, il jazz, il folk e la musica medievale, la classica, ecc. Cerchiamo di tenere la mente aperta a qualsiasi tipo di input artistico”.
POTETE DESCRIVERCI IL CONTENUTO LIRICO DEL DISCO? SI TRATTA DI UN CONCEPT?
“No, non possiamo parlare di un concept album, anche se la suite delle ‘Occult’ potrebbe farlo pensare. Ci sono brani come ‘Un-existence’ e ‘Lost In Pain’ che parlano del grande disagio sociale del nostro tempo, dove la massificazione sta facendo molti danni sulle menti più deboli, per dirla in breve. Altri, come ‘No Hope’ ed ‘Emotionless’, parlano di come non ci sia speranza per il genere umano, di come ci si sia completamente dimenticati di cosa voglia dire vivere seguendo dei principi morali. Poi si arriva alle ‘Occult Doctrine’: il cuore pulsante dell’album. In queste quattro parti, raccontiamo l’involuzione dei sentimenti. I ciclici errori della specie umana, l’utilizzo distorto dell’innovazione scientifica e i grandi raggiri delle potenti lobbies mondiali. Ad ogni modo, invito l’ascoltatore a leggere con attenzione le liriche e a dare una propria interpretazione. Come nella poesia, il significato di un testo è la somma di tutte le interpretazioni dei lettori, non solo quella dell’autore”.
COSA CI DITE INVECE DELLA SCENA ITALIANA? COME LA GIUDICATE? È FACILE MUOVERSI ALL’INTERNO DI ESSA? AVETE CONTATTI CON QUALCHE GRUPPO IN PARTICOLARE?
“A questa domanda vado sempre un po’ nel panico… Diciamo che potremmo toglierci molte più soddisfazioni di quante in realtà si riesca a fare oggi. E’ molto difficile aumentare la tua visibilità se non sei già conosciuto: i locali non si fidano a farti suonare se non sei del circondario o se qualcuno non garantisce per te. Qui in Italia la gente non pensa che fare il musicista possa anche essere un lavoro, si vede solo il lato bello della cosa. Si tralascia sempre il fatto che quando si va in giro a suonare ci sono anche una marea di sbattimenti da fare: caricare e scaricare strumentazioni, macinare chilometri, affrontare diversi contrattempi, discutere infinitamente per organizzare un evento. Magari queste attività sono svolte appena dopo aver finito di lavorare e con la previsione di tornare indietro ad orari impossibili. Spesso si anticipano dei soldi, si investono… ma per cosa? In Italia nella maggior parte dei casi suonare è visto come un gioco o un passatempo. Riguardo alle altre band,siamo in contatto con vari gruppi in giro per l’Italia e con alcuni siamo già riusciti a scambiare delle date. Ad esempio abbiamo collaborato con i mitici Pigspeed, i nostri fratelli Housebreaking di Cassino, i Thrash Inc., i Kenos, gli Irreverence, i Torment, ecc. Voglio aggiungere che stiamo collaborando con la K2 Music Management che ci sta offrendo nuove possibilità per aumentare la nostra visibilità”.
QUALI DISCHI O CANZONI VI HANNO INDOTTO A DIVENTARE DEI “METALLARI” IN PRIMO LUOGO?
“Il capostipite per me è stato ‘Master Of Puppets’ in assoluto, ho consumato varie cassette di quel disco a furia di ascoltarlo. Altri dischi fondamentali sono stati ‘Arise’ e ‘Chaos A.D.’ dei Sepultura, ‘Vulgar Display Of Power’ dei Pantera, ‘Rust In Peace’ dei Megadeth, ‘Persistence Of Time’ degli Anthrax. La svolta death è giunta grazie a dischi come ‘Individual Thought Patterns’ dei Death, ‘Focus’ dei Cynic, ‘Unquestionable Presence’ degli Atheist. Questi sono, in parte, quelli che mi hanno dato più spunti per affinare il mio gusto musicale metallaro; ovviamente ce ne sono molti altri”.
STATE GIA’ PENSANDO A DEL NUOVO MATERIALE? CI SARANNO DELLE SVOLTE DAL PUNTO DI VISTA STILISTICO? QUALI?
“Proprio in questi giorni stiamo registrando materiale nuovo, vogliamo realizzare una pre-produzione dei pezzi per curarne meglio l’arrangiamento. Ad oggi ci sono 5 o 6 brani in cantiere, alcuni sono più definiti, altri sono in lavorazione. Ci saranno nuovi elementi nei brani, come parti classic metal; in altre composizioni invece andremo verso la sperimentazione totale con incroci di generi diversi anche al di fuori del metal. Comunque, è ancora presto per dire quale sarà il risultato sonoro, anche se l’idea di base è la stessa di ‘The Syndrome Of Decline’: fare un disco Ira!”.
SUONATE ANCHE IN ALTRE BAND? GLI IRA SONO UNA PRIORITA’ OPPURE UN PROGETTO DA PORTARE AVANTI NEI RITAGLI DI TEMPO?
“Attualmente, siamo tutti focalizzati sugli Ira, tranne Chris, che sta pre-producendo il suo primo album solista, e Alex, che ha un progetto in Svizzera”.
QUALI OBIETTIVI VI SIETE FISSATI COME IRA? QUALI SONO LE VOSTRE AMBIZIONI ORA CHE IL VOSTRO NUOVO ALBUM È STATO FINALMENTE PUBBLICATO? DOVE VEDETE LA BAND DA QUI A CINQUE ANNI?
“Gli obiettivi sono semplici ma ‘densi’: scrivere canzoni che tocchino il pubblico ed esibirci il più possibile live. Per quanto riguarda il discorso prettamente lavorativo, speriamo di trovare un’etichetta per pubblicare il nuovo CD quando sarà pronto e, perché no, se ce ne sarà l’occasione, di fare un tour. Al momento ci stiamo affidando alle sapienti mani dei ragazzi di K2 Music Management. Tra 5 anni dici? Non lo so, non so nemmeno dove sarò domani (risate, ndR)!”.
QUAL È, PER CONCLUDERE, L’ASPETTO MIGLIORE DEL FAR PARTE DEGLI IRA?
“Personalmente, penso sia il fatto di condividere questa esperienza con degli amici, per non dire fratelli; nel caso di Alex, anche di sangue. Vogliamo poter comunicare le nostre idee nel modo che ci viene più spontaneo. Non ci sono nella band dittatori che impongono le cose, come è invece successo in altre situazioni che ho vissuto di persona. Ognuno è libero di esprimersi come meglio crede con il suo strumento e come persona”.
GRAZIE MILLE PER L’INTERVISTA! LE ULTIME PAROLE FAMOSE?
“Che dire se non grazie mille a Voi e a tutti quelli che ci supportano. A chi ci conosce e a chi non ancora diciamo che scriveremo nuove canzoni che Vi toccheranno nel profondo. Let the metal flow, fratelli!”.



