Introduzione di Luca Pessina
Passione per la propria musica, amore per il death metal, voglia di mettersi in gioco, milioni di imprevisti e tanta auto-ironia… questi gli ingredienti principali di quella grande avventura che è stato il "Brutal Domination Tour", ovvero primo tour americano dei nostrani Septycal Gorge, che ha avuto luogo lo scorso mese di luglio! Su nostro invito, il frontman Mariano Somà è stato tanto disponibile dal redigere questo tour diary appositamente per i lettori di Metalitalia.com e, dal canto nostro, è con estremo piacere che andiamo a dare spazio sulle nostre pagine a un racconto tanto appassionato e dettagliato, che da immediatamente l’idea di come i ragazzi – oltre a essere una band validissima e in netta ascesa – siano prima di tutto grandi fan di questo genere musicale. Buona lettura!
SEPTYCAL GORGE: “BRUTAL DOMINATION 2” – TOUR DIARY Summer 2010

Intro
Un tour diary: mi viene difficilissimo isolare un singolo evento o determinate situazioni, cercando di far rendere l’idea del vissuto. Il tour è per eccellenza un’esperienza unica, che, come un’irruente ondata, ha investito tutti noi cinque, indistintamente con inputs positivi e negativi, facendoci sicuramente crescere ed arricchendoci di quell’esperienza che, altrove, non avremmo potuto trovare. Partiamo…
Day 1 – 7 luglio 2010
Il viaggio, da Malpensa all’aeroporto di Minneapolis/St. Paul (Minnesota), si rivela eterno: agghiacciati dall’aria condizionata che contrasta coi 30°C imperanti, ma pieni di sogni e di speranze, arriviamo alle 18,00 (ora locale) a destinazione. Purtroppo, Scott Ellingboe (chitarrista degli Incinerate, una delle band del tour, nonché tour manager e gestore della Brutal Bands) arriva sei ore dopo di noi… sfiaccati dal viaggio (circa 16 ore d’aereo), veniamo lasciati al nostro destino in un motel sulla highway in attesa di novità per il giorno dopo. Il fuso orario si fa sentire, ma la stanchezza e le ore d’attesa ancora di più: in un batter d’occhio tutti crolliamo, chi nel letto, chi nel saccoapelo.

Day 2 – 8 luglio 2010
Il giorno dopo ci aiuta a realizzare con maggiore lucidità dove siamo: il nostro motel è disperso nel nulla; ringraziando il Cielo, c’è un Walmart (catena di supermarket piuttosto diffusa negli States) a due passi: da lì attingiamo cibi, bevande ed eventuale vestiario. Cosa costante a tutto il tour, il sole picchia e brucia; passeggiamo per inerzia in mezzo al nulla, fino a scoprire la nostra piccola oasi di gioia: il più grande indoor waterpark di tutti gli Stati Uniti! In preda ad esaltazione infantile, mezza giornata vola fra scivoli e acqua clorata di dubbio colore ed odore. Purtroppo, verso sera, la prima vera grande mazzata della nostra esperienza americana: Scott ci comunica che il tour salterà: qualche giorno prima della nostra partenza, per motivi burocratici, gli Amagortis son stati rispediti a casa e ora, a poche ore dall’apertura delle danze, gli Incinerate hanno perso l’intera sessione ritmica. In serata, davanti a una birra, patatine, hamburger ed ad un concerto dei Sikfuk, cerchiamo di pianificare eventuali alternative: ci raggiungono Jesse, il frontman degli Incinerate e Pascal, cantante degli Amagortis (che nel corso del tour si rivelerà fondamentale in quanto due forti braccia in più non fanno mai male), restato in zona perché già presente negli States prima dell’arrivo dei suoi compagni di band. Niente da fare. Scott è inamovibile, il tour non si fa. Fra lacrime, delirio e rabbia, raggiungiamo il motel, coscienti che la prima preoccupazione al nostro prossimo risveglio sarà trovare un aereo per tornare a casa.

Day 3 – 9 luglio 2010
Puntualmente, Scott, col suo true American pick up, porta i nostri bagagli e le nostre tristi facce all’aeroporto in cui, due sere prima, avevamo trascorso bellamente sei ore d’attesa. Si cerca il volo più vicino per tornare in patria: il signor Ellingboe c’assicura che ci pagherà i voli… purtroppo, di fronte alla scoperta del prezzo del volo più vicino (2600 $ a testa!!), Scott sbianca e, in quattro e quattr’otto, decide che il “Brutal Domination 2 Tour” si farà, anche se alla zingara. Saremo in sette (noi, Scott e Pascal) sul suo pick up da cinque, ma al diavolo, that’s America, quattro di noi han perso il lavoro per essere lì; daremo tutto fino alla fine. In serata, apertura delle danze con un concerto da headliners a St. Paul, in cui conosciamo la nuova band di James Lee (il corpulento ex frontman degli Origin), i Face Of Oblivion. Fra birra, pubblico caldo che letteralmente ci subissa di complimenti, chiacchierate e nuove conoscenze, la disperazione della mattinata pare quasi dimenticata.

Day 4 – 10 luglio 2010
Dieci ore di pick up, sudore, caldo inumano costante (“… e vedrete in Vegas!”, sogghigna il nostro amico Scott), crampi ovunque, un infortunio inatteso che illorderà di sangue la gamba destra per quattro giorni al sottoscritto (senza compromettere i live e la mia salute, ringraziando!) ed è ora del concerto di Omaha, in Nebraska: il posto, dal di fuori, si presenta piuttosto chic, ma, all’interno, pare un caro vecchio squat made in Italy, un po’ per i gestori, un po’ per buona parte degli avventori. Bando ai pregiudizi; dopo 3 openers locali, è il nostro turno e, giuro, la folla è una delle più nutrite e infuriate dell’intero tour! Notte fra birra, pizze e gatti, a casa di una punkasciona cameriera del posto (soprannominata “Notredame Tits” per motivi che potete immaginare) e… non si sa come, né dove, né quando, ma il povero Los (“il chitarrista coi capelli corti dei Septycal Gorge”, per i più), purtroppo, smarrisce il passaporto, iniziando una vera e propria telenovela di telefonate, mail e quant’altro a tutte le ambasciate sul percorso del tour che meriterebbe un tour diary a parte…
Day 5 – 11 luglio 2010
Passate le prime due ore del mattino a rivoltare come un calzino la casa della punkasciona alla ricerca del passaporto perduto, rassegnati ci lanciamo verso Denver, in Colorado… Inizia la prima desertica traversata: panorami stupendi ed affascinanti, nel quale è facile immaginare tanto uno scenario per un Western di Leone, quanto il set de “Le colline hanno gli occhi”, quando l’occhio s’è sufficientemente abituato a quest’esplosione di magnificente natura… E’ pazzesco pensare che guidando in uno degli Stati ritenuti più progrediti al mondo possa significare non trovare neanche un palo della luce per sei ore consecutive, se non di più… By the way, accantonando le considerazioni romantiche, a Denver abbiamo una delle avventure più curiose del tour: a due isolati dalla location in cui dovremmo esibirci, la stessa sera, suonano gli Origin… Arrivati in loco, la nostra venue è chiusa: sia il promoter dell’evento, sia il proprietario del locale sono introvabili. Con filosofia, raggiungiamo il posto destinato allo show degli Origin: mal che vada ci godremo quei mostri sacri dal vivo! Con gran sorpresa Mike (basso) e Paul (chitarra) ci vengono a salutare e, non appena sanno del nostro tour, provano a chiedere ai gestori del locale se ci può essere spazio per noi; infatti, i Gigan, la band che avrebbe dovuto supportarli, han dovuto cancellare, per cui, volendo, uno spazio per il rotto della cuffia per cinque pellegrini italiani potrebbe anche starci… Esaltazione e elucubrazioni mentali a mille nel tempo dell’attesa d’una risposta ma… nisba, l’entrata è già stata posticipata. Che fare? Altra sorpresa: un negozio di musica organizza un concerto nel retro (!) e c’è spazio per noi. In un attimo ci troviamo trasportati nell’inquietante periferia di Denver, in un minifestival crust/punk/grind/hc. Ovviamente non c’entriam niente, ma veniamo accolti e, fra limiti tecnici dello stage e in particolare della batteria, pubblico che ci tira sberle e punta a buttarci a terra in mezzo al pogo, beh, facciam la nostra porchissima figura e, incredibile dictu, vendiamo un’infinità di merchandise. La sera non finisce lì: il signor Otto Larson, quarantenne simpatico metallozzo della zona, si dimostra una delle persone più belle e gentili incontrate in tutto il tour; c’ospita a casa sua, improvvisando un barbecue alle 3 di notte, aiutato dalla bravissima moglie Anastasia, fra lo zampettio di due bei cagnoni, in uno scenario casalingo molto mediterraneo (la moglie è greca) che ci fa respirare aria di famiglia.


Day 6 // Day 7 – 12/13 luglio 2010
I primi due days off del tour ci servono per raggiungere la California dal Colorado, nonché al buon Los di provare a contattare l’ambasciata di Los Angeles, nella speranza di rimediare il passaporto una volta sul posto. Dal Colorado alla California il viaggio è infinito (qualcosa come 18 ore, distinte in due giorni di viaggio); per fortuna c’è tempo per una capatina a Las Vegas, svago, arsura desertica anche alle 2 di notte (a scuola non ci avevano insegnato che esiste l’escursione termica?? Là ci sono 115-120°F costanti sempre!!) e… beh, come dicono gli yankees, “what happens in Vegas stays in Vegas”! W Teri Wiegel!
Day 8 – 14 luglio 2010
“California, here we come”, fin dalle primo risveglio, diventa l’ovvia colonna sonora del nostro viaggio dall’invivibile deserto del Nevada alla California; stato che si rivela davvero essere il posto magico che tanto ogni europeo sogna, per lo meno in alcune località: clima caldo, ma sopportabile e perfetto tutto l’anno, gente sorridente e un sacco d’occasioni per divertirsi. Il vero tour inizia ora: a Boyle Heights, sobborgo di Los Angeles, ci raggiungono finalmente gli Inherit Disease e il “Brutal Domination 2” può realmente cominciare! Allo show in loco sono presenti anche i Condemned, con cui avevamo condiviso il palco a Torino (!!) nel 2008: l’entusiasmo, la voglia di festa ed eccesso si sprecano, complici anche gli avventori, curiosi, simpatici e propensi ad offrire alcolici e non solo (chi scrive si renderà protagonista d’un triste/maldestro evento proprio per questo… tutto risolto senza bisogno d’alzare polveroni, per fortuna), eheheh! Gli Inherit, dal canto loro, oltre che una band valida e massiccia dal vivo, si dimostrano fin da subito i compagni di tour perfetti: gentili, sempre disponibili, ma anche pronti a farti ridere quando meno te l’aspetti e sempre con una piccola attenzione per ciascuno di noi! Grandi!

Day 9 – 15 luglio 2010
Il piano del giorno presenta al primo punto cercare d’andare all’ambasciata di L.A.: sfiga vuole, però, che sia chiusa proprio oggi e, con italica simpatia, qualcuno inizia a ricordare a Los quanto sia bello vivere in Omaha ed in Nebraska… Per allontanare i tristi pensieri, gli Inherit Disease c’invitano sulla spiaggia per un vero barbecue californiano; per un attimo ci sentiamo rockstars e i nostri tour-partners, ovviamente, guadagnano altri cento punti di fronte ai nostri occhi. In serata, è tempo di suonare a San Diego, ad un paio d’ore dalla location del giorno precedente: il posto è grosso, ma piuttosto dispersivo; benchè ci siano una settantina d’avventori, pare quasi vuoto. Malgrado tutto, la serata si rivela una delle più belle ed emozionanti dell’intero tour, per motivi che posson far gola a tutti i “nerd musicali” (quali noi, ovviamente, siamo): in primis, il fonico della serata è il ragazzo che ha registrato “Parallels Of Infinite Torture” dei Disgorge, poi, niente popò di meno che AJ Magana (ex-frontman dei Disgorge, attualmente nei Defeated Sanity) s’improvvisa Pippo Baudo e, prima del nostro show, ci presenta (!!!!); durante il nostro live, nel pogo, riconosciamo tale Ed Talorda (chitarrista dei Disgorge!!!!!!!!) e, nel corso della serata, conosciamo e parliamo con lui, nonché con Greg James (Deprecated) e Diego Sanchez (LA chitarra colpevole del “Disgorge-sound”, noto al mondo per lavori come “She Lay Gutted” e “Consume The Forsaken”)… Palpitazioni cardiache a mille, sorrisi a milioni di denti, tante foto e lunghe chiacchierate, nonché incredibili lezioni d’umiltà, da parte di persone che non sembrano per nulla coscienti d’essere “leggende viventi”, con un entusiasmo, una gioia di vivere ed una voglia di fare che, onestamente, nessuno di noi ha mai avuto né visto in altre persone di qualsiasi età. Immensi.



Day 10 – 16 luglio 2010
Con ancora l’adrenalina che pompa come un fiume in piena nelle nostre vene, ci dirigiamo verso Ventura (la città natale dei nostri fratelloni Inherit Disease), l’ultima tappa della parte californiana del nostro tour: nelle poche ore da San Diego, ripercorriamo gli incredibili ricordi della sera prima; lo stesso Scott, attivo e presente nella scena death metal dal ’98, si dice stupito per il feedback che abbiam sollevato… e che dovremmo dire noi? In serata, il locale medio/piccolo dallo stile molto fighetto e lounge, alle prime note dei primi local openers, si trasforma in una vera bolgia infernale: tutte le band saranno accolte da un entusiasmo quasi feroce (alle fine della serata, addirittura, sangue sul pavimento!), con un pogo costante; per noi, probabilmente, l’highlight del tour fino a quel momento. Inoltre, l’adrenalina sale ancora di più quando Obie, il frontman degli Inherit Disease, ci fa notare che nel pubblico c’è Mike Hamilton, il batterista dei Deeds Of Flesh… A concerto finito, il nostro si rivelerà uno dei personaggi più folli incrociati nelle tre settimane americane, ma sicuramente uno dei più veracemente affettuosi! Alla faccia di “Cleansed By Fire”! Un’altra incredibile lezione d’attitudine e d’umiltà da una persona che, per quella che è la frangia più estrema del death metal odierno, è storia fatta carne: non pago d’averci tenuto compagnia nel dopo-concerto, il buon Mike, armato d’amici, pick up e saccoapelo, viene a dormire dove dormiamo noi, a casa del batterista degli Inherit Dan, trasformata, per l’occasione, in un sudato e vissuto accampamento, ma, per fortuna, estremamente accogliente.
Day 11 – 17 luglio 2010
…. E giunse il giorno del “Las Vegas Death Fest”! Nutriti dai numerosi inputs positivi degli ultimi giorni, affrontiamo con un sorriso smagliante le sette-otto ore di viaggio che ci separano da “Sin City”; sorriso che s’affloscia non appena, dopo un paio d’ore, c’inoltriamo nell’ormai usuale deserto del Nevada, in cui i 115°F-120°F sono costanti ad ogni ora del giorno. Il festival è in una location eccellente e c’è un’incredibile atmosfera di festa, nonché una bill piuttosto interessante: purtroppo, però, fra fame, stanchezza e delirio da deserto, riusciamo ad essere in loco a (quasi!) top delle nostre forze, solo un’oretta prima della nostra esibizione. Italici baci e abbracci coi nostri conterranei Vulvectomy, presenti nella bill, reduci di uno show che non poco ha coinvolto i presenti, qualche foto con i fan presenti (pazzesco a dirsi, ma è così!), il tempo di conoscere la leggenderia death metal artist giapponese Kahori Takeda, nonché l’autore della copertina del nostro primo album, Tony Kohel, un commosso saluto agli ex-Disgorge ritrovati (hanno suonato il giorno precedente sotto le spoglie dei To Violently Vomit) e si va sul palco: i suoni non sono il massimo, ma il pubblico è più caldo del deserto che ci circonda! Il pogo è costante e, addirittura, sull’ultimo pezzo, invito tutti a salire on stage ed è marasma come ad un concerto dei Septycal Gorge mai è stato! Incredibile, sicuramente il momento più bello e coinvolgente del tour… La sera stessa finiamo tutto il merchandise disponibile: e dire che avevamo tre tipi di magliette ed una settantina di cd… God bless America!
Day 12 – 18 luglio 2010
Come dice un vecchio adagio, “la sera leoni, al mattino…”: questo potrebbe essere il motto di quello che, probabilmente, si è dimostrato uno dei giorni più lunghi del tour… Ancora deserto, ancora sudore e schiene a pezzi, in sette (è bene ricordarlo!) su un pick up da cinque. Dovremmo arrivare a Phoenix, in Arizona, per le 19,30 massimo: mettendoci tutto l’impegno, arriviamo dieci minuti prima di suonare, coi vestiti pezzati, polverosi ed infradito ai piedi; il tempo di montare e già si suona… Ci stupiamo, però, di vedere di fronte a noi una conoscenza veloce e frugale della sera precedente, il signor Matti Way (attualmente impegnato coi Pathology, band sotto la prestigiosa Victory Records, che suoneranno a fine serata), il leggendario cantante dei Disgorge (“Cranial Impalement” e “She Lay Gutted”) e dei Cinerary, per molti la voce per eccellenza del brutal più intransigente, nonché, per me, una delle più grandi ispirazioni attitudinali e vocali… Ancora una volta, dunque, “dopati” dall’adrenalina, malgrado l’immagine piuttosto homeless e la stanchezza, cerchiamo di superare i nostri limiti per ben figurare: i trenta presenti rispondono piuttosto bene, dedichiamo una canzone al vecchio Matti, il quale ci segue con molta attenzione. Finito il concerto, anche quest’altro mostro sacro si dimostra una persona umilissima e disponibile, nonché un fiume in piena d’entusiasmo e parole, forse meno schizzato dei suoi ex-colleghi nei Disgorge, ma, certamente, una bella persona, l’”idolo” con cui puoi parlare togliendoti tutte le curiosità che, da una vita, t’attanagliano, circa la sua voce, i suoi progetti vecchi e nuovi… Ancora una volta, disumanamente stanchi, ma altrettanto felici.

Day 13 – 19 luglio 2010
Dopo due-tre giorni “on the top of the world”, il risveglio al motel di Phoenix è piuttosto amaro: gli Inherit Disease, poiché il loro van è privo d’aria condizionata e d’altri comforts, han preferito partire per la prossima tappa (Albuquerque, New Mexico) con largo anticipo rispetto a noi; purtroppo, a poche miglia dalla partenza, il loro radiatore esplode. La loro giornata sarà interamente dedicata al riparo del guasto e, in seguito, al viaggio verso la destinazione successiva a quella di Albuquerque (San Antonio, Texas). Mentre ci stiamo preparando per partire, preoccupati per il destino dei nostri tour-partners, uno shockante sms arriva dall’Italia: Andrea “Babu” Malfatto, cantante dei ferraresi Hobnailed, carissimo amico di ciascuno di noi Septycal, è improvvisamente e tragicamente mancato. Siamo sconvolti… ma la vita deve andare avanti, malgrado tutto: ancora una lunga traversata desertica, caratterizzata da un mesto silenzio, ci porta in New Mexico, per un headliner show davanti ad una decina di persone. La nostra esibizione è, francamente, scazzata e nervosa ma, nonostante tutto, i presenti apprezzano. Però, visti gli eventi che han connotato le ultime ventiquattr’ore, in tutti è comune la voglia di chiudere al più presto la giornata per aprirne un’altra, a cui affidare maggiori speranze.
Day 14 – 20 luglio 2010
Al mattino, ci si sveglia di buon’ora per affrontare il deserto del New Mexico, in modo da affrontarne presto un altro: quello texano! Riceviamo notizia dagli Inherit poco dopo l’ora di pranzo: sono già arrivati a San Antonio e, vista le venue, sono piuttosto entusiasti; c’assicurano che, in serata, verrà al concerto anche Jon Zig, l’emblematico death metal artist autore di numerosi loghi (fra cui il nostro e quello degli stessi Inherit Disease!) e copertine (Disgorge, Dying Fetus, Suffocation, Putridity…), nonché cantante dei Sarcolytic, nei quali, alle pelli, milita il mastodontico Ricky Myers, founding member dei leggendari Disgorge. Aggrappandoci a queste piccole cose, riusciamo ad affrontare il viaggio, cercando di recuperare quella serenità necessaria per suonare e vivere bene, benché il passo non sia, visti i recenti eventi, così immediato. La serata, però, si rivela il biblico centuplo, dopo una giornata di patimenti: la venue, grilli e scarafaggi a parte (per la “gioia” del nostro “insettofobico” bassista Clod The Ripper), è immensa e molto suggestiva; c’è un sacco di gente ad attenderci, molti si rammaricano per la mancanza del merch, un Jon Zig brillo dispensa pacche sulle spalle a tutti, un discutibile personaggio mangia grilli vivi come se fossero patatine di fronte al nostro set e, piccola/grande chicca, il chitarrista dei Murderdolls (!!) s’esibisce in una saletta attigua con la sua coverband (!!), dedicandoci anche un pezzo! La serata si conclude fra fiumi di birra e chiacchierate che non sembrano mai finire coi presenti… Emblematico il Texas: da un lato la durezza dei modi e la rigidità delle regole, dall’altra un’umanità ed una simpatia introvabile in nessun’altra parte del mondo.

Day 15 – 21 luglio 2010
A causa d’un inconveniente organizzativo, la seconda data texana rischia di saltare: per fortuna, i nostri compagni d’avventure Inherit Disease hanno mille e più risorse (tra l’altro, il loro van, risolto il problema del radiatore, ancora oggi, gode d’ottimissima salute!) e, in quattro e quattr’otto, viene organizzato un concerto “formato familiare” ad Oklahoma City; la venue, infatti, è in un quartiere che, per igiene, forma ed indigeni occupanti, non stonerebbe sul set di “Gummo”; per la precisione, altro non è che la veranda di un privato, in cui, fra strumenti ed amplificazione, le band tengono due terzi dello spazio disponibile. Ci viene offerto un poderoso barbecue e qualche birra e, malgrado l’inusuale location, la gente non manca e, dannazione, è caldissima (come la temperatura, umida, insopportabile con zanzare a fare da contorno…)! Alcune obese giovani rednecks tentano l’approccio coi più sexy della band (…), ma, anche dopo due settimane di totale castità, la dignità la vince sull’istinto animale. La serata si rivela divertente, fra canti folkloristici italiani, discorsi insensati con accenti improbabili e pittoreschi sosia di Cletus e Brandine dei Simpson.
Resta l’impellenza di pianificare il futuro del povero Los, ancora senza passaporto: il tour si sta avvicinando alla fine; entro pochi giorni riavremo il nostro aereo da Minneapolis e occorre concretizzare al più presto, per evitare al nostro axeman un futuro in Nebraska.
Day 16 – 22 luglio 2010
Stando all’ordine del giorno, il tour dovrebbe toccare il Missouri; però, come già detto, la nostra esperienza americana volge inevitabilmente al termine e Los deve ancora risolvere la gabola passaporto: decidiamo, dunque, d’affrontare l’impresa impossibile d’arrivare a Chicago (Illinois), sede dell’ambasciata in cui il nostro potrà recuperare facilmente il suo foglio di via temporaneo, entro la notte; in totale, si tratta d’almeno quindici ore di viaggio in un solo giorno. Abbracciati gli Inherit Disease, con la promessa di ritrovarci al Central Illinois MetalFest (ultima data in assoluto del tour), ci lanciamo nella nostra gita suicida. Viaggio snervante, ma da farsi: missione compiuta. Scott Ellingboe, instancabile autista del tour, eroe del giorno.
Day 17 – 23 luglio 2010
Levataccia all’alba per l’instancabile Scott e lo sventurato Los: fra denuncia da sporgere in polizia e drammatiche code in ambasciata, verso l’una i nostri ritornano sfiaccati ma raggianti… Missione compiuta: Los ha il suo foglio di via valevole cinque giorni e potrà tornare in Italia senza indugi e senza lo spettro delle temutissime permanenze aggiuntive! Tempo di pranzare in una tavola calda che pare il set di “Telephone” di Lady Gaga, con tanto di cameriere buzzicone che si mettono a cantare scimmiottando l’opera italiana, e siamo di nuovo in viaggio: fortunatamente Urbana, sede del festival, dista solo tre ore di viaggio da Chicago; i tempi sono, comunque, ristretti e, dopo un’oretta per ambientarci nella venue, è tempo di salire sul palco. Malgrado la stanchezza, i suoni pessimi, l’ultimo live in assoluto è catarsi, voglia di sfogo dopo il lungo penare parallelo alle grandi gioie che questo tour c’ha dato. La gente è esaltatissima di fronte alla nostra performance e, ancora una volta, rammaricata per il fatto che non abbiam merch a disposizione… Poco importa; c’è voglia di festa, si conosce un sacco di gente nuova, fra cui Brian (ex-Gutrot, ex-Mutilated, ora impegnato con la one-man-band Siphylic), un calorosissimo Shaun (l’uomo dietro al progetto Putrid Pile) e dei caldissimi Misery Index, che si dicono molto coinvolti dal nostro live (!). On stage vediamo, finalmente, gli Origin, piuttosto penalizzati dai suoni, che rendono le loro chitarre un po’ fumose, e dall’eco che caratterizza l’esibizione di ciascuna band del festival: nonostante tutto, immensi, precisissimi e devastanti, com’è lecito attendersi da una band del loro calibro. L’atmosfera è festaiola, complice anche la presenza della ritrovata Kahori Takeda, questa volta accompagnata da un paio d’amiche nipponiche che suscitano l’attenzione delle (numerose) presenze maschili del festival. Gran bella serata, finalmente si può rifiatare!

Day 18//19 – 24-25 luglio 2010
Il secondo giorno di festival si rivela ancora più rilassante e coinvolgente, aiutandoci a recuperare le forze, complice, credo, il fatto che il cibo sia forse il migliore trovato nel corso del tour. Nel corso della giornata svettano le prestazioni dei giapponesi Infernal Revulsion e dei Sadichist, formazione con ex-membri dei Gorgasm, forse il miglior act in assoluto dell’intero festival: cattivi, ieratici, coinvolgenti e precisi, presentano un set di canzoni inedite e la folla resta incantata. Ultimi baci e abbracci alla gente conosciuta in loco e alle nuove amicizie giapponesi, commossi saluti con gli Inherit Disease, dimostratisi perfetti compagni di tour e, all’occorrenza, amorevoli fratelli maggiori per ciascuno di noi. Purtroppo, ancora una volta, l’impellenza degli orari c’impedisce d’assaporare appieno gli eventi contingenti (nonché perderci lo show dei Malevolent Creation, headliner della serata, porca zozza!!): il mattino dopo, alle otto, necessita essere a Minneapolis in aeroporto; in soldoni, significa che abbiamo all’incirca otto-nove ore di viaggio per sperare d’arrivare al mezzo che ci farà tornare in Italia! Inutile dire che, il viaggio che c’accingiamo ad affrontare, malgrado l’adrenalina e la voglia di rinvangare ricordi e meditare su quanto successo siano a mille, sia una vera e propria prova di resistenza e di forza… soprattutto per il buon Ellingboe, ancora una volta, rinvigorito da birra ed improbabili beveroni energetici made in USA, a cui è affidato l’onore e l’onere di portare i Septycal Gorge al sicuro, salvando la pellaccia! La traversata verso Minneapolis è estenuante: si parla di tutto per tenere sveglio l’autista, dalla musica, alle esperienze più intime e private di ciascuno… Alle otto precise del mattino, comunque, ci troviamo davanti all’aeroporto, come il destino c’aveva promesso: un rapido abbraccio, sorrisi eloquenti sulle facce zombificate di ciascuno ci fanno capire che siamo arrivati alla meta. Thank you, America! You guys are fucking awsome!
Ma… l’avventura non finisce qui: prima dell’approdo a Malpensa, è previsto uno scalo americano ad Atlanta; gli dei della malasorte, ancora una volta s’incaponiscono su di noi, facendoci incappare in un aereo che impiega due ore per partire, facendoci arrivare in tremendo ritardo… Riusciamo, infatti, a prendere lo scalo per il rotto della cuffia, trascinando i bagagli col fiatone, incrociando le dita, sperando che vada tutto bene… Il viaggio verso Malpensa è un collasso generale nel cuore della notte, fra pianti di pargoli, film no-stop e porzioni d cibo di dubbio gusto, che arrivano a scandire i ritmi di una giornata nella quale è dura raccapezzarsi…
Day 20 – 26 luglio
L’arrivo a Malpensa è salutato da un sole caldo che riassume in sé il cliché che lo straniero ha in sé del nostro Bel Paese; il ritorno in patria è quanto mai gradito ed atteso, arricchito dal bagaglio acquisito nelle precedenti tre settimane… bagaglio, però, alleggerito di buona parte delle valigie e degli strumenti: infatti, a pochi minuti dall’arrivo, l’altoparlante di Milano Malpensa non esita a rendere pubblici i nomi di Diego Riccobene, Marco Losano, Mariano Somà e Davide Billia… Quattro quinti dei Septycal Gorge hanno le loro valigie e parte della strumentazione disperse non si sa bene dove fra Atlanta e New York: l’aereo ritardatario da Minneapolis, infatti, ha provocato qualche problema logistico/organizzativo… Fortunatamente, nell’arco di due giorni, tutto ritornerà ai legittimi proprietari.
Ok, ci può stare che God bless America, ma… ave terra natia!
Mariano + Septycal Gorge

