SKELETOON: il nuovo album “The 1.21 Gigawatts Club” traccia per traccia!

Pubblicato il 16/09/2021

A cura di Roberto Guerra

Dopo la parentesi di stampo supereroistico del riuscitissimo “Nemesis”, i nostrani Skeletoon tornano a proporre quel particolare format che fece a suo tempo la fortuna del loro terzo album “Never Say Die”: parliamo ovviamente del basare un intero concept su un prodotto cinematografico proveniente dagli anni ’80, e se nell’occasione precedente la scelta era ricaduta sui Goonies, in questo caso i ragazzi hanno optato per qualcosa di ancora più famoso e seminale, ovvero la celebre trilogia di “Ritorno Al Futuro” prodotta da Bob Gale e Robert Zemeckis, al quale si deve anche la direzione dell’intera serie. Si tratta chiaramente di un’operazione dalle forti connotazioni amarcord, con ben più di uno spunto vincente su cui fare leva al momento di attirare l’attenzione del pubblico, tra cui siamo sicuri saranno presenti anche molti estimatori di Marty McFly, dello stravagante Emmet ‘Doc’ Brown e della immancabile DeLorean DMC-12 agghindata di tutto punto. In attesa dell’uscita del disco (tra esattamente un mese sotto la sempre vigile egida di Scarlet Records) e trattandosi di una delle line-up di genere power metal più ispirate degli ultimi anni riteniamo possa essere interessante – e anche dannatamente divertente – dedicare un esaustivo track-by-track alla loro ultima fatica “The 1.21 Gigawatts Club”. Perciò vi invitiamo a prendere bibita e pop-corn e a mettervi comodi, un po’ come se foste in procinto di spararvi una bella maratona della suddetta trilogia cinematografica. Buona lettura!

SKELETOON
Tomi
Fooler – Voci
Andrea Cappellari – Chitarre
Fabrizio Taricco – Chitarre
Giacomo Staccini – Basso
Enrico Sidoti – Batteria

THE 1.21 GIGAWATTS GIGAWATTS CLUB
Data di uscita: 15/10/2021
Etichetta: Scarlet Records   
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01. Intro: Unveiling Secrets (0:54)
Si tratta del classico intro, tipico in produzioni di questo genere, ricco di pathos e volto a gettare le basi dell’atmosfera in cui andrà successivamente a svilupparsi l’intera tracklist. Ciò che notiamo è appunto un sound che modula tra l’elettronico e l’orchestrale, in cui fa successivamente capolino il cantato rilassato ad opera del frontman Tomi Fooler, che in pochi secondi svolge egregiamente il ruolo di introduttore a tutto ciò che udiremo nei successivi cinquanta minuti.

02. Holding On (05:45) 
Come di consueto per la formazione ligure, il brano iniziale fa sfoggio di una natura accostabile al tipico pezzo power metal tirato a base di acuti, melodie chitarristiche e doppia cassa, con in più una parvenza soffice e accogliente da midtempo in concomitanza delle strofe, interpretate naturalmente dal già sopracitato vocalist. Il ritornello è esattamente come noi estimatori lo desideriamo: orecchiabile, coinvolgente e fomentante, con altezze pressoché irraggiungibili vocalmente per qualsiasi comune mortale. Similmente, l’assolo di chitarra risulta pregno di tecnica senza strafare, con in più qualche abbellimento molto apprezzabile, come ad esempio il pick tapping udibile negli ultimi secondi prima dell’ultima fase cantata. In buona sostanza, un ottimo inizio in piena tradizione Skeletoon, con quei due virtuosi di Tomi Fooler e Andrea Cappellari a rendersi subito protagonisti, insieme ovviamente alla quadratissima sezione ritmica.

03. Outatime (04:14)
Iniziamo a spingere forte sull’acceleratore in questi quattro minuti di puro godimento e adrenalina, in cui le fasi in midtempo della opener vengono letteralmente sepolte e surclassate da un incedere generale smitragliante ed energico, degno di una sana sessione di headbanging a rotta di collo, se si esclude il breve e danzabile bridge posto dopo l’assolo. Il tutto senza sacrificare quella piacevole sensazione di ugola infiammata, dal momento che le fasi cantate adottano delle scelte melodiche che trascinano irrimediabilmente l’ascoltatore, obbligandolo a sgolarsi insieme al buon Tomi. Azzeccatissimi anche gli inserti di tastiera e i cori, volti entrambi ad enfatizzare la lucentezza dei passaggi chitarristici e l’epicità dei ritornelli. Non aspettatevi particolari guizzi fuori dagli schemi, in quanto si tratta di un pezzo power metal dalla struttura molto basilare, ma proprio per questo assolutamente ben funzionante e congeniale.

04. The Pinheads (03:42)
Tutto un altro sapore, trattandosi in questo caso di un brano dalle connotazioni pop molto più marcate, allegro e nel contempo malinconico, durante il quale danzare e saltare in compagnia, analogamente a come ci hanno abituato i singoli di alcune formazioni illustri del calibro degli Avantasia o dei Freedom Call. Catchy come poche cose al mondo, l’andamento generale risulta davvero piacevole e divertente, in pieno stile con quel gusto che il buon Chris Bay etichetterebbe come ‘happy metal’. Forse gli ascoltatori più attaccati alle fasi grintose e demolitive tenderanno un po’ a spernacchiare fasi come queste, ma se siete tra quei metallari che non avvertono il bisogno costante di prendersi sul serio e di spaccare tutto, troverete senz’altro di che gioire con questo pezzo.

05. 2204 (03:55)
Ancora connotazioni pop, ma in questo caso in una veste che è probabilmente la più anni ’80 in assoluto da che abbiamo iniziato ad approcciarci all’ascolto di quest’album: a partire dagli inserti elettronici dal sapore squisitamente synth, passando per una ritmica che rimane stabile su un timing medio ed intuibile, fino ad arrivare anche qui al ritornello. Questo ci ha ricordato sotto molti aspetti quei deliziosi tormentoni ottantiani, spesso utilizzati proprio come arricchimento, se non addirittura come tema principale, all’interno di numerose produzioni televisive o cinematografiche di quegli anni. Chiaramente il tutto senza sacrificare quella componente metal che rimane sempre e comunque lo scheletro di una band come gli Skeletoon. Come ultimo dettaglio, ma probabilmente si tratta di una coincidenza, la voce in sottofondo che recita il tipico suono onomatopeico del tempo che scorre, ci ha ricordato il brano “Master Of The Pendulum” degli Avantasia.

06. Enchant Me (05:01)
Similmente, anche la ballad “Enchant Me” riesce a trasmettere un forte feeling di stampo cinematografico, anche grazie a quella verve fortemente romantica trasmessa dagli inserti di pianoforte e, soprattutto, dalla progressione melodica percepibile nelle strofe, culminante poi nel magico ritornello. In quest’ultimo viene ripetuto più volte il titolo stesso della canzone, che con un po’ di fantasia non ci farebbe strano udire magari in sottofondo durante quella immancabile scena d’amore con ambientazione notturna, rigorosamente presente all’interno di tutti quei film di intrattenimento che hanno fatto la fortuna del cinema anni ’80. Nel caso voleste usufruirne per le vostre serate romantiche, è fondamentale che la ragazza di turno abbia i capelli cotonati, altrimenti si perde buona parte dell’effetto nostalgia.

07. We Don’t Need Roads (The Great Scott Madness) (04:36)
Una delle più grandi massime della trilogia di “Ritorno Al Futuro”, presente peraltro anche sulla copertina dell’album preso in analisi, fornisce anche il titolo a quello che, almeno fino ad ora, è uno dei brani musicalmente più tetri del pacchetto. La tastiera, curata come di consueto da Alessio Lucatti, fornisce luminosità, ma le note suonate mantengono un alone di malinconia generale, così come l’andamento stesso: la ritmica si mantiene infatti su velocità non indifferenti, ma il muro sonoro generale appare a suo modo fragile e volutamente sprovvisto di quell’estro dirompente presente, ad esempio, nei minuti iniziali dell’album. Qui abbiamo per le mani un brano power molto classico, che però favorisce le tonalità minori e mette in disparte quell’allegria e quell’esplosività che in questa sede erano di casa fino a poco fa. Chiaramente, lo ribadiamo, si tratta di una caratteristica voluta, dal momento che il brano risulta ancora una volta molto piacevole e anche coinvolgente nelle sue soluzioni; rimaniamo anzi in attesa di poterlo sentire in sede live, magari cantandolo insieme a Tomi da sotto il palco.

08. Pleasure Paradise (Oh Là Là)
Questa traccia riprende parte delle caratteristiche della precedente, riportando però il tutto in un ambiente decisamente più luminoso e speranzoso, come si può notare dalle tonalità molto più calde e avvolgenti. La velocità viene in parte sacrificata, anche se parlare propriamente di un midtempo sarebbe oltremodo riduttivo, trattandosi piuttosto di un’ottima mezza via in grado potenzialmente di accontentare ogni preferenza. Anche in questo caso, il momento di apice viene raggiunto in concomitanza del ritornello, o chorus che dir si voglia, che come in ogni singolo episodio di quest’opera viene proposto con dosi calcolate in maniera minuziosa di orecchiabilità e capacità di coinvolgimento.

09. The 4th Dimensional Legacy (04:47)
Torniamo a parlare di un brano dalla forte componente adrenalinica, e ammettiamo che ne sentivamo un po’ la mancanza, pur senza nulla togliere a ciò che abbiamo ascoltato nei minuti precedenti. Pur non raggiungendo i livelli di “Outatime”, qui c’è davvero di che scapocciare e sbracciare: il lato positivo di questo brano può essere a suo modo anche quello negativo, dal momento che si tratta nuovamente di un pezzo power piuttosto lineare e con soluzioni molto classiche, e che difficilmente faranno cambiare idea a chi non apprezza più di tanto il genere. La velocità non manca, le melodie ficcanti nemmeno, e il passaggio tra strofe, ritornelli e assolo è bene o male quello che meglio si identifica all’interno di produzioni di questo tipo; con sempre una maniacale cura per l’esecuzione. Quindi, per quel che ci riguarda, anche in questo caso è un altro centro.

10. Eastwood Ravine (07:23)
E finalmente troviamo una più che discreta variazione dalla struttura portante, trattandosi in questo caso di una breve suite da circa sette minuti e mezzo, in cui tutto il meglio che abbiamo sentito in precedenza viene rimaneggiato e confezionato in quello che definiremmo come il punto più saliente in assoluto dell’intero pacchetto. La dose di epicità viene ulteriormente incrementata e le soluzioni musicali vengono rese leggermente meno intuitive, portando di fatto una ventata di aria fresca nei minuti finali di questo atteso album. Vi basti pensare che al termine dei primi tre minuti il tagliente andamento viene interrotto bruscamente, lasciando spazio a una struggente melodia di pianoforte cui poi si sovrappongono prima gli inserti melodici, e poi il resto della strumentazione, permettendo alla fase intermedia del brano di assumere una connotazione puramente strumentale che si conclude con l’immancabile assolo di chitarra. A questo punto Tomi può tornare in scena, mentre alle sue spalle continuano a susseguirsi note chitarristiche, per poi spiazzarci nuovamente con una breve fase in cui le varie voci della band vengono sprigionate in contemporanea. Solo allora Tomi riprende un’ultima volta le redini in solitaria, chiudendo l’ascolto con uno sfoggio finale della sua micidiale ugola. Senza ripensamenti, non solo il brano ‘conclusivo’, ma anche il migliore del pacchetto.

11. Johnny B. Goode (02:33)
Abbiamo volutamente usato le virgolette poco fa, dal momento che l’ascolto non può dirsi concluso senza la celeberrima “Johnny B. Goode” di Chuck Berry, qui coverizzata e completamente riarrangiata in versione metal, sacrificando però il meno possibile del sapore originale di questo immortale inno blues rock, famoso e osannato in tutto il mondo. Chi conosce il primo film della trilogia di cui si è fatto un gran parlare in questo articolo, sicuramente ricorderà il momento in cui Marty McFly imbraccia la chitarra alzando il distorsore al massimo e cimentandosi in un’esecuzione scatenata del medesimo pezzo, spiazzando l’intero pubblico presente e rassicurandoli sul fatto che i loro figli adoreranno quella musica. Si tratta di uno dei momenti più iconici dell’intero cinema di intrattenimento, e nel momento in cui abbiamo saputo del concept su cui gli Skeletoon volevano basare il loro nuovo prodotto, avevamo già la certezza che Andrea e soci ci avrebbero deliziato con questa cover. Personalmente, ci sentiamo di dire che ci ha creato dipendenza, e per citare parzialmente il buon Marty, fidatevi, piacerà anche a voi.

 

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