A cura di Maurizio “MorrizZ” Borghi
Cinque album in quindici anni fanno di ogni singola uscita degli Slipknot un vero e proprio evento. La tragica morte del co-fondatore Paul Gray e l’allontanamento di una colonna portante come Joey Jordison stavolta avevano quasi azzerato le speranze dei Maggots, ormai convinti che un proseguo in studio non sarebbe mai stato possibile. E’ bastato però che il sito ufficiale e le varie pagine social si spegnessero per fare impazzire i quattro angoli del globo e oggi, quando “.5: The Gaey Chapter” è realtà tangibile, sembra quasi irreale poter ascoltare 14 tracce forgiate dal trademark sonoro dei mascherati, che pescano dal passato ma contemporaneamente allargano le barriere compositive del gruppo. In attesa della recensione vera e propria, abbiamo voluto fissare le nostre prime impressioni in un questo track by track, che sicuramente solleticherà l’interesse ci di chiunque aspetti di metter le mani sul disco, e che potrà placare la sete, come esasperare un’attesa davvero febbrile. Sospendiamo quindi i giudizi e tentiamo di descrivere a parole il quinto disco degli Slipknot…
SLIPKNOT – .5: The Gray Chapter
Etichetta: Roadrunner Records
Prodotto da Slipknot e Greg Fidelman
Data di pubblicazione: 21 ottobre 2014
www.slipknot1.com
XIX (3:10)
Intro con rumori sinistri, simili a una cornamusa distorta. Corey Taylor fa il suo ingresso con la voce pulita su beat e sinth. Non c’è un ritornello vero e proprio, si tratta di una lunga introduzione che cresce di strumentazione, volume e stratificazioni vocali. Allo scattare dei 3 minuti tutto finisce in maniera brusca, lasciando la traccia irrisolta e creando disagio.
Sarcastrophe (05:06)
Ancora un inizio sommesso con rumori sinistri, poi un arpeggio, dei tamburi in lontananza e l’entrata epica delle chitarre ad alzare l’attesa. Il primo brano vero e proprio colpisce in faccia con un suono fortemente Slipknot, che come promesso, ci riporta alle atmosfere di “Iowa” con una batteria veloce, sampler tipo trapano del dentista, percussioni metalliche e un Corey Taylor scatenato. Il batterista, ad oggi senza nome, si mette sicuramente in evidenza, il lavoro delle chitarre resta invece devoto al groove. Prima del finale fa in tempo ad entrare nel cono di luce anche il #0 Sid Wilson, che con una ventina di secondi di scratch ci riporta nel 1999.
AOV (05:32)
Un brano brutale e veloce dal primo secondo, che si promette di spingere ancora più verso l’estremo. Corey riprende lo stile vocale urlato, cadenzato (quasi rappato) e veloce dei primi album. Il pre-chorus rallenta nel groove, mentre a sorpresa il ritornello presenta vocals e cori del tutto puliti. Il contrasto farà da padrone per l’intera traccia. Ai tre minuti c’è un’apertura melodica e riflessiva con delle tastiere che sembrano trascinare verso la chiusura, ma con un colpo di coda Taylor riprende in mano il brano con le sue melodie enfatiche in territorio Stone Sour, anche se il gruppo ci tiene a concludere alla sua maniera.
The Devil in I (05:42)
Un singolo che avete già consumato e non ha bisogno di ulteriori presentazioni.
Killpop (03:45)
La traccia cinque sarà sicuramente quella che accenderà la polemica. Il brano inizialmente è dedicato a un beat elettronico, con una tastiera ed il cantato melodico. Uno svolgimento molto facile come vuol suggerire il titolo. Il ritornello inasprisce lo scenario con un riff malvagio ma l’atmosfera è tutt’altro che tesa. Col passare delle battute c’è un crescendo generale, l’atmosfera s’annerisce man mano e il pezzo accelera sino ad un ruggito, un assolo indemoniato e una batteria terremotante, quasi si trattasse di un altro brano, per terminare bruscamente.
Skeptic (04:46)
Si torna al suono old school e, per la prima volta nella tracklist, c’è uno scambio tra frontman e backing vocalist in growl. Più avanti sentiremo anche un break esaltante dove piatti e chitarre dialogano, assieme all’atteso ritorno del bidone di ferro. La batteria riempie ogni secondo della traccia, con un tocco punk/grind. Il ritornello è comunque lineare e con un sottofondo melodico, mentre a livello lirico si riconoscono espliciti riferimenti al compianto Paul Gray. Nel complesso un brano groovy ed efficace, sicuramente uno dei più corali, ben rifinito da ogni singolo elemento della band.
Lech (04:50)
Uno spoken word minaccioso sfiora le urla e sfocia in una strofa malata. Il gioco si ripete una seconda volta facendo apprezzare il lavoro delle chitarre. Il ritornello purtroppo, in un mid tempo un po’ incerto, uccide l’atmosfera. A un primo ascolto sembra un brano un po’ pasticciato, un flusso di energie e idee messo insieme in maniera poco efficace.
Goodbye (04:35)
Un lento sofferto che di nuovo sembra trasportarci in territorio Stone Sour per il tasso di melodia inedito su un disco degli Slipknot, almeno fino a quando chitarra, basso e batteria irrompono in maniera rumorosa a metà canzone, riprendendo il tema che all’inizio è stato esclusiva di synth, campane e cori, cancellando il termine ‘ballad’. Taylor intavola un crescendo melodico e sulla tre quarti anche lui giunge alle urla disperate mentre l’atmosfera si fa sulfurea e cupa. L’assolo finale chiude in maniera epica.
Nomadic (04:18)
Inizio basato su un riff groovy e strofa simile a “Psychosocial”. Ritornello melodico e pop con band in rincorsa con Taylor che domina il mix in maniera incontrastata. Poi scratch in evidenza. Ancora un lavoro apprezzabile della batteria, che purtroppo non è supportata dalle percussioni, totalmente assenti. Potrebbe essere tranquillamente un pezzo di “Iowa”, se non fosse per alcune delle melodie più singolari mai utilizzate dalla band, che fanno apprezzare il genio di Corey Taylor a livello di songwriting. Merita una citazione anche uno dei migliori assoli presenti nel disco.
The One That Kills The Last (04:11)
Un pezzo molto scandito e ritmato che gioca con il contrasto tra strofa e ritornello. Nonostante quello che può far presagire il riff iniziale si tratta di un mid tempo, quasi col freno a mano tirato. Si cerca l’esplosione prima dell’assolo, che di sicuro è la parte migliore del brano. Da un primo ascolto secco e non ripetuto, le vocals troppo melodiche quasi stonano col resto del brano, mentre il gran finale con affidato alla rumoristica è esaltante… in maniera istantanea.
Custer (04:14)
Dopo sperimentazioni, melodie e stranezze finalmente sembra che sia arrivato il momento di recuperare il tiro dei primi Slipknot. La strofa è uno spoken à la Randy Blythe su batteria e rumori, ma presto Corey si trasformerà nel demonio lunatico che i fan adorano. Il ritornello è deflagrante: segnato dalla violenza percussiva che tutti aspettavamo, anthemico e violento. Farà sfracelli dal vivo e sarà affiancata dai grandi classici come “Eretic Anthem” e “Eyeless”. Una traccia che consumerà i vostri stereo e le vostre ultime energie ai festival.
Be Prepared For Hell (01:57)
Samples malati e una voce femminile registrata. Poi un messaggio ripetitivo su un sinth simile a un theremin e voci che ridono. Un interludio da decifrare.
The Negative One (05:25)
Un’altra canzone già familiare a tutti. Tecnicamente non è un singolo, ma avendo ascoltato l’album possiamo valutarla una canzone rappresentativa di questo “.5: The Gray Chapter”.
If Rain is What You Want (06:20)
La traccia finale brucia lentamente. #5 Craig Jones manda in visibilio i trentenni di oggi usando un campione con la voce di Speak & Spell, ovvero il famoso Grillo Parlante della Clementoni. Poi arriva un arpeggio, la voce pulita e un raddoppio vocale. Nel complesso siamo davanti ad una traccia ripetitiva e sinistra, triste e ragionata, che per ovvi motivi ci porta nuovamente in territorio Stone Sour ma, contemporaneamente, risulta una chiusura efficace e ben calcolata. Dopo i 4 minuti c’è un crescendo e subentra un riff distorto ma l’atmosfera resta dolorosa e riflessiva per tutta la durata di questa conclusione dal minutaggio elevato.

