A cura di Dario Cattaneo
I Sonata Arctica non sono una band che si ripete, questo lo hanno messo bene in chiaro in tutti questi anni, soprattutto gli ultimi. Il tentativo di comporre qualcosa di diverso, che si staccasse dal power di “Ecliptica” o “Winterheart Guild”, per intenderci, era iniziato con “Unia”, che mostrava una precisa componente progressiva fino allora assente nel songwriting del gruppo. “The Days Of Grays” cambiava volto, era decisamente più cupo e metallico, ma in qualche modo manteneva la tendenza progressiva che avevamo registrato qualche anno prima con “Unia”. “Stone Grows Her Name” era invece il loro ultimo lavoro prima di questo nuovo “Pariah’s Child”, ed era ancora diverso: non c’era la cupezza del predecessore, ma alcuni pezzi erano malinconici e oscuri. Il tiro e l’orecchiabilità erano diversissimi da quelli di “Unia”, ma la tendenza alla soluzione meno immediata era rimasta. Il pentagramma dei Sonata Arctica è un muro, un muro solido, in cui i mattoni (i vari dischi) si incastrano e lì rimangono. Magari, sopra viene poi costruito qualcosa d’altro, ma questi rimangono al loro posto, solida base per costruzioni future. Il nuovo pezzo di muro che i cinque finlandesi costruiscono è rappresentato da “Pariah’s Child”, ardita architettura metal che dei Sonata Arctica porta il DNA, che del power degli esordi recupera freschezza ed immediatezza, ma che come sempre non si dimentica di tutti gli input che l’hanno preceduta. Un ritorno al passato, insomma, o un nuovo album da interpretare e capire con più difficoltà? La verità, come spesso succede, sta nel mezzo…
PARIAH’S CHILD
Etichetta: Nuclear Blast
Data di pubblicazione: 28 Marzo 2014
http://www.sonataarctica.info
1. DAY WHEN THE WOLVES DIE YOUNG (4:13)
Il pezzo di apertura probabilmente vuole essere una sorta di dichiarazione di intenti. Il sound power metal è tornato e si cristallizza in una canzone magari non velocissima, ma ultra-melodica e dalle sonorità sognanti. L’ombra dei migliori Stratovarius aleggia sul brano, ma i Nostri trovano il modo di marchiare la canzone in maniera più personale: il brano infatti evolve dal mid-tempo iniziale, diventando mano a mano più coinvolgente nei suoi quattro minuti, fino a raggiungere uno splendido finale corale. Un buon inizio, non c’è che dire.
2. RUNNING LIGHTS (4:27)
Per la gioia dei fan, il secondo pezzo conferma la ricerca di sonorità più tipicamente power, e lo fa con un classico del genere, ovvero la volgarmente denominata ‘bordata in doppia cassa’. Il breve stacco di batteria introduce ad un riffing assestato su ritmi veloci, e la canzone si mostra come un canonico brano power col bridge incalzante e dal ritornello ultra-catchy. La qualità qui è incredibile, ma Tony Kakko & Co non si sono lasciati scappare la possibilità di personalizzare ancora il brano, inserendo qualche sorpresa a livello di linee vocali sulla strofa. A colpirci è ancora la struttura in crescendo, che sfocia in un finale più adrenalinico dell’inizio.
3. TAKE ONE BREATH (4:20)
All’inizio il brano si mostra quasi avulso dal metal. L’intro vede un pianoforte suonare su un ritmo semplice di batteria una nenia allegra, quasi da carillon. La batteria però poi incalza, aumentando i ritmi fino a sfociare nell’atteso riff di chitarra. La canzone mantiene ritmi veloci, facilmente definibili come up-tempo, e se si mostra più convenzionale nella struttura rispetto ai due brani precedenti, non manca certo di presentarci anch’essa una particolarità inaspettata, in questo caso legata alla voce. Le linee vocali sono infatti abbastanza atipiche, e notiamo il marcato sforzo di Kakko di modificare il proprio stile vocale adottando un approccio più sporco e ruvido, soprattutto nel bridge. Ancora una volta, il brano attira l’attenzione, senza difficoltà.
4. CLOUD FACTORY (4:17)
Se fino ad adesso possiamo dire di aver trovato solo belle canzoni, con “Cloud Factory” rimaniamo se possibile ancora più soddisfatti. Qui cade la ricerca della novità o del passaggio particolare, così come era applicata nei brani precedenti: siamo altresì al cospetto di un cavalcata power assolutamente standard, ma composta ed eseguita con una classe e una perizia tali da proiettarla fin dal primo ascolto in cima alle nostre preferenze. Il brano è fresco e frizzante, e approfitta dell’ottimo bridge per dare la spinta necessaria per l’arrivo dello splendido ritornello. Con la sezione solista centrale e la variazione festaiola dopo il secondo chorus, i Nostri ci danno il colpo di grazia: un pezzo stupendo, senza dubbio.
5. BLOOD (5:55)
Prosegue il momento forte dell’album con l’altro pezzo da novanta. “Blood” rappresenta però, curiosamente, l’altro lato della medaglia rispetto alla canonica “Cloud Factory”. Il brano inizia strano, e dopo un minuto non bene inquadrabile inserisce a sorpresa una curiosa parte narrata. Dopo questa sezione, l’andamento della canzone si rivela più normale, ma la struttura si mantiene liquida, pronta a mutare ad ogni capriccio dei Nostri. Anche qui è la voce ad essere padrona del pezzo, con un Kakko piuttosto abile nel seguire e appunto padroneggiare le imprevedibili curve imboccate dal pezzo. Coloro che cercano i richiamo al sound dei primi album non rimangono comunque delusi perché l’accelerazione centrale introduce di nuovo ritmi in doppia cassa, con un ritornello ancora una volta in puro stile power melodico. Il clavicembalo alla fine è poi un ulteriore dichiarazione di intenti al riguardo…
6. WHAT DID YOU DO IN THE WAR, DAD? (5:13)
Il clavicembalo continua il suo lavoro di ponte con certe sonorità tipicamente finniche ben note agli amanti del power, e sfuma poi in una delicata base pianistica. Una bassa chitarra in muting accompagna tale base, dandoci l’impressione di un prossimo cambio di sonorità. A sorpresa, cori e orchestrazioni si aggiungono alla base, cambiando aspetto al brano e indirizzandolo in direzioni che non ci aspetteremmo. Dopo qualche ascolto, questa particolare canzone non ci è ancora entrata nel cuore, ma a parte questa apparente difficoltà di assimilazione, notiamo come i Sonata Arctica siano adesso una band perfettamente personale, in grado di firmare brani distintivi di uno stile non più derivato da altre formazioni. Figlia di un approccio più ragionato alla composizione, “What Did You Do In The War, Dad?” è un brano non immediato che rivela però strati multipli di ascolto e interpretazione.
7. HALF A MARATHON MAN (5:44)
Un’intro particolare e inaspettata, sorretta da un basso e una batteria minacciosi, ci presenta una chitarra acustica quasi folk. La canzone si arricchisce poi di un crescendo di voci e di elementi sonori sempre abbastanza folkeggianti. Il mid-tempo metal parte però all’improvviso, con un Tony Kakko molto cattivo, la cui voce si stenta quasi a riconoscere. L’approccio è ancora una volta assolutamente atipico, quasi rock, con un sentore hard che veste più famigliare agli Edguy che ai Sonata stessi. La canzone è però indubbiamente interessante, ancora una volta dotata di buone melodie e arricchita da un hammond che condisce il brano con un suono retrò molto gradevole. Anche l’assolo risulta decisamente più orientato all’hard ottantiano che allo stile neoclassico introdotto da Tolkki… La strana parte finale è però forse un po’ troppo protratta, e non aggiunge niente ad un brano che dice tutto nei primi tre quarti di durata.
8. X MARKS THE SPOT (5:21)
Anche se “Pariah’s Child” si è ampiamente confermato un album dai molte input e dalle tante sorprese, non possiamo che rimanere spiazzati da questo brano. L’intro è decisamente assurda, recitata come se una rockstar si rivolgesse alla sua audience da un palco. Si arriva in fretta ad un up-tempo metal che mantiene la relativa aggressività del brano precedente, ma che si allontana dai lidi che ci aspetteremmo. Forse quasi più influenzato dall’heavy Priestiano che dal power, il pezzo è trascinante, nonostante sia ingentilito da importanti tastiere, che contribuiscono a donargli un’aura di originalità che non gli fa certo male. A livello vocale il pezzo è completamente squilibrato, folle, soprattutto nello spiazzante passaggio centrale. Ci vorrà sicuramente un po’ ad affezionarsi a questa canzone che sembra essere stata costruita proprio come se la band si trovasse ad un concerto, ed interagisse con il pubblico. Con l’ossimoro che non è una canzone dal vivo.
9. LOVE (3:51)
Non eravamo ancora giunti alla ballad, ma non ne sentivamo la mancanza. Sarà per l’approccio decisamente melodico di tutti i brani, o per il fatto che comunque le onnipresenti tastiere lavorano forte nello stemperare la bellicosità delle chitarre, ma ci chiediamo se c’era bisogno di infilare un pezzo come questo, tra l’altro in chiusura. “Love” è un brano un po’ noioso, fiacco e senza tiro, appoggiato alla solita abusata base pianistica già sentita mille volte. Come sempre la perizia di Henrik Klingenberg alla tastiera e la bella vocalità di Kakko rendono il pezzo comunque gradevole, ma l’approccio smaccatamente da pop song non ci convince, e ci fa considerare il brano un po’ come un riempitivo, l’unico dell’album. Peccato.
10 .LARGER THAN LIFE (9:58)
Più che una canzone, una colonna sonora. In chiusura di un album che tutto sommato ha dimostrato di fare dell’imprevedibilità la propria arma, questo lungo pezzo di quasi dieci minuti finisce per non stonare affatto. Come un paio di anni fa la canzone “Deathaura” su “The Days Of Greys”, questo brano mostra una spiccata teatralità e una certa tendenza a soluzioni che possano risultare molto cinematografiche, motivo per il quale in partenza abbiamo parlato di colonna sonora. Le linee vocali sono ancora molto complesse e variegate, e il camaleontismo vocale è doppiato anche a livello ritmico, con soluzioni strumentali che continuano a cambiare in un vortice di orchestrazioni e importanti parti di tastiera. A parte per un ritornello sempre uguale a se stesso, ripetuto a intervalli peraltro non proprio fissi, la canzone ha il difetto di non offrirci appigli per ricordarcela subito nel complesso. D’altro canto come già succedeva in “Blood”, non possiamo negare la classe e la genialità con la quale il brano è messo insieme, elementi che concorrono a rendere anche questo un ottimo pezzo, al livello degli altri presenti nell’album.


