SONS OF APOLLO – Il nuovo “Psychotic Symphony” traccia per traccia!

Pubblicato il 20/09/2017

SONS OF APOLLO – “PSYCHOTIC SYMPHONY” TRACCIA PER TRACCIA

A cura di Elio Ferrara

Due ex Dream Theater, ovvero Mike Portnoy e Derek Sherinian, pur avendo collaborato in passato occasionalmente alcuni anni dopo l’uscita dalla band, si ritrovano adesso in un nuovo progetto in pianta stabile, che vede la collaborazione di altri nomi illustri come Billy Sheehan (Mr.Big, The Winery Dogs), Ron “Bumblefoot” Thal (ex Guns ‘n’ Roses) e Jeff Scott Soto (tra i tanti, ex Yngwie Malmsteen’s Rising Force, ex Talisman, ecc.). Questa opera prima, intitolata “Psychotic Symphony”, è un disco senz’altro orientato verso il prog metal, ma che ovviamente è stato contaminato dalle innumerevoli influenze legate al ricchissimo background dei suoi protagonisti. La pubblicazione del disco è prevista per il prossimo 20 ottobre, tuttavia Metalitalia.com ha avuto modo di ascoltarlo in anteprima, per cui vi offriamo una descrizione traccia per traccia dell’album, rimandando ogni nostro commento e giudizio in sede di recensione.

Tracklist:
01 God Of The Sun (11:11)
02 Coming Home (04:23)
03 Signs Of The Time (07:17)
04 Labyrinth (9:11)
05 Alive (5:10)
06 Lost In Oblivion (4:38)
07 Figaro’s Whore (1:00)
08 Divine Addiction (4:48)
09 Opus Maximus (10:37)

Durata Complessiva: 57 minuti

Data di pubblicazione: 20 ottobre 2017
Sito ufficiale
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Etichetta: InsideOut Music

GOD OF THE SUN
Il brano comincia con una sorta di intro con sonorità orientaleggianti che però, contrariamente a quanto avviene nella maggior parte dei casi, non è separata come una traccia a sè stante. Attacca poi il brano vero e proprio con un drumming possente di Portnoy e un tema condotto da chitarre e tastiere, sui quali s’inserisce la voce potente di Jeff Scotto Soto. Soprattutto le tastiere mantengono degli inserti orientaleggianti, che però vengono accantonati in occasione del ritornello, caratterizzato da buone melodie. C’è però ad un certo punto uno stacco deciso e il brano si fa molto atmosferico e soffuso: tra effetti sonori e il mellotron di Sherinian riparte la voce, che intona un cantato carico di pathos. A questo punto, Sherinian prende il sopravvento suonando un assolo che sembra puntare più sul feeling che non sulla velocità. La traccia cambia poi ancora e un riff spiana la strada ad un assolo di chitarra: dai ritmi e dalle sonorità si deduce come la band si sia spostata su territori decisamente metal prog, con Ron Thal e Derek Sherinian che fanno sfoggio del proprio virtuosismo. Si torna poi al tema principale con strofa e ritornello, che vanno a chiudere questo lungo brano.

COMING HOME
Una traccia sicuramente molto più diretta rispetto alla precedente: in questo caso, infatti, la band va subito al dunque, proponendo un brano duro ma allo stesso tempo accattivante e con un ritornello alquanto orecchiabile. Da segnalare come in questa canzone venga dato spazio ai cori di Thal e Portnoy, che in pratica in alcuni passaggi duettano con la voce di Scott Soto.

SIGNS OF THE TIME
Avvio molto incentrato sul ritmo e su sonorità alquanto moderne e cariche di groove: un po’ più tecnico invece il bridge, che conduce al refrain. Dopo un paio di giri, c’è una parte strumentale, con un assolo lisergico di Sherinian, seguito da un lungo e arioso assolo di Thal (per certi versi però qui stilisticamente ci ha parecchio fatto pensare a John Petrucci). Riprende il ritornello e il brano va a chiudere.

LABYRINTH
Accordi di tastiera fanno da base al cantato di Scott Soto, poi ben presto il brano s’indurisce un po’ con l’ingresso della sezione ritmica. Dopo un paio di giri strofa/ritornello, il brano cambia totalmente: Portnoy dà vita ad un ritmo, sul quale s’inseriscono gli altri musicisti ed in particolare il contesto sonoro creato esalta il basso di Sheehan, ma la band si lancia in successive parti strumentali di elevato tasso tecnico e virtuosistico, tra le quali spicca un bell’assolo di organo da parte di Sherinian.

ALIVE
Si parte con dei semplici accordi di chitarra, sui quali s’inserisce la voce; poco dopo un minuto, il brano si fa più ritmato con un bel ritornello accattivante: si tratta di un’altra traccia piuttosto diretta ma all’incirca a metà c’è ovviamente spazio per un assolo di Sherinian, anche stavolta, com’era avvenuto nel caso di “Signs Of The Time”, seguito da un assolo di Thal tutt’altro che irruento e più attento all’aspetto emotivo che non alla velocità.

LOST IN OBLIVION
Brano vivace che entra subito nel vivo e che stilisticamente suona parecchio dreamtheateriano, salvo magari per l’approccio di Scott Soto, alquanto differente da quello di LaBrie. Si tratta comunque di un’altra canzone molto diretta e dalla struttura semplice, nella quale Portnoy ha però modo di mettersi in evidenza con il suo stile davvero inconfondibile. Il brano è incentrato in modo particolare sul refrain piuttosto orecchiabile ma la parte centrale è comunque dedicata agli assoli.

FIGARO’S WHORE
Brevissima strumentale eseguita da Sherinian, che funge da intro al brano seguente.

DIVINE ADDICTION
Un’intro di organo lascia subito intendere come si tratti di una traccia dalle evidenti sonorità purpleiane: un hard rock settantiano robusto e genuino, con una sezione ritmica che costituisce l’autentico cuore pulsante del brano, ma che esplode definitivamente al momento dell’assolo di Sherinian, trasformatosi per qualche istante in un novello Jon Lord.

OPUS MAXIMUS
In chiusura, si trova un altra traccia di lunga durata, un po’ a sorpresa interamente strumentale. L’avvio si basa su accordi che tendono a creare un’atmosfera sinistra, spezzata poi da un basso pulsante e successivamente da tappeti di tastiere, che sembrano quasi usciti fuori da “A Change Of Seasons”. La chitarra introduce un nuovo tema e conduce il brano verso sonorità più morbide, che ci fanno pensare un po’ ai The Flower Kings. Solo questione di pochi attimi però, perchè il pezzo riparte con ritmi progressive e continue variazioni, dando modo a tutti i musicisti di lanciarsi in virtuosismi dall’elevatissimo tasso tecnico. In particolare, si scatena Billy Sheehan, che finora in effetti ci era sembrato non avesse avuto una visibilità adeguata al suo nome. Dopo un lungo, ma per la verità anche un po’ ridondante assolo di Sherinian, la band va a riprendere uno dei temi principali del brano, spostando la direzione prima verso sonorità più raffinate, poi ritornando ai toni un po’ oscuri dell’inizio.

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