STRATOVARIUS – 10 brani da riscoprire

Pubblicato il 18/10/2021

Speciale a cura di Federico Orano

Quando si parla di power metal melodico è impossibile non menzionare gli Stratovarius: la band finlandese ha scritto alcune delle pagine più importanti ed indelebili della storia, aiutando questo genere musicale ad esplodere ed a raggiungere il suo massimo splendore tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio. Ma il gruppo capitanato dal leader e chitarrista Timo Tolkki nasce diverso tempo prima di pubblicare alcuni album dal successo planetario come “Episode”, “Visions”, “Destiny” ed “Infinite”. E’ il 1984 quando ad Helsinki vengono mossi i primi passi di un gruppo che avrà bisogno di un lungo periodo di gavetta e tanti cambi di line-up prima di trovare l’equilibrio perfetto. Una storia, quella degli Stratovarius, degna delle migliori sceneggiature hollywoodiane: i primi anni segnati da impegno e dedizione, inseguendo e sognando il successo ma con risultati esigui; l’esplosione grazie all’ingresso di musicisti dalla caratura internazionale capaci di far esaltare al massimo il songwriting cristallino di Timo Tolkki e poi la brusca caduta con i problemi personali e mentali di quest’ultimo; infine, l’inevitabile scioglimento prima di una rinascita che li ha riportati pian piano fino ai giorni nostri su livelli degni del loro nome.
Abbiamo ripercorso la lunga discografia della band – quindici gli album pubblicati – andando a pescare dieci brani che a nostro parere meritano di essere riscoperti. Non troverete i grandi successi per i quali gli Stratovarius sono diventati famosi e riconoscibili in ogni continente come “Father Time”, “Black Diamond”, “Forever”, “Destiny” e tante altre, ma alcuni pezzi altrettanto degni di nota che probabilmente sono finiti troppo presto nel dimenticatoio. Buon viaggio.

MADNESS STRIKES TO MIDNIGHT (“Twilight Time”, 1993)
T. Tolkki

Sarebbe sbagliato pensare che gli Stratovarius siano solamente quelli dei grandi successi ottenuti grazie ai dischi sopra citati, vedi “Episode”, “Visions”, “Destiny” e “Infinite”. “Twilight Time” del 1993 mostra una band per certi versi ancora acerba ma già in grado di comporre della musica personale. Timo Tolkki mostra subito una certa personalità, un gusto melodico non indifferente ed una certa destrezza nello scrivere brani dall’impatto notevole. Qui, all’interno di una formazione ancora ben lontana da quella che caratterizzerà in futuro la popolarità e la fama del gruppo, si destreggia anche dietro al microfono, senza esaltare ma svolgendo in maniera egregia il proprio compito. Un’introduzione segnata da un arpeggio circondato da atmosfere post-apocalittiche apre la via ad un brano che corre via su ritmi medio-alti spinto da partiture di chitarra ricche di carica ed energia fino ad un ritornello da canticchiare con facilità all’infinito. Degno di nota il lavoro alla batteria dello storico membro e fondatore della band, Tuomo Lassila, che si esalta durante l’azzeccato assolo di chitarra firmato da mister Tolkki.

 

4TH REICH (da “Dreamspace”, 1994)
T. Tolkki

Atmosfere cupe, suoni freddi e metallici e sonorità moderne (in particolare per quei tempi) aprono la strada ad un pezzo coraggioso come “4th Reich”, midtempo che si delinea viaggiando attraverso il classico sound nordico forgiato su riff dal suono rigido e glaciale, spalancando la via ad una voce filtrata, quella del solito Timo Tolkki, ancora impegnato dietro al microfono. Un brano affascinante che mette in mostra una band autorevole e ricca di carattere, nonostante la giovane età, e che cerca di trovare la propria strada all’interno della scena musicale con un disco come “Dreamspace”, capace di mostrare incoraggianti segni di crescita dal punto di vista compositivo e professionale. Il ritornello semplice ma efficace è ricco di pathos ed esplode con furore stampandosi facilmente in testa.

 

GALAXIES (da “Fourth Dimension”, 1995)
T. Tolkki, T. Kotipelto

Siamo ormai nel 1995 e gli Stratovarius hanno incamerato abbastanza esperienza per poter uscire con un disco davvero notevole come “Fourth Dimension”, nel quale debutta al microfono un certo Timo Kotipelto, cantante che segnerà le sorti della band. In un album che è ricordato soprattutto per la presenza di alcune hit assolute come “Against The Wind”, “Distant Skies”, “We Hold The Key” e la sfavillante “Twilight Symphony”, non possiamo certo dimenticare un brano come “Galaxies”: delle tastiere ariose conducono la via di un midtempo dall’alto tasso melodico, impossibile da non canticchiare durante un ritornello catchy all’ennesima potenza. Influenze in stile sci-fi ed AOR – quelle che hanno caratterizzato diverse uscite durante gli anni Ottanta – si mischiano alla perfezione al tocco più powereggiante della band ed il risultato è degno di nota, così come il breve ed efficace assolo firmato da Timo Tolkki. Il resto della band esegue il proprio lavoro senza strafare (banali ad esempio le linee di batteria) ma il pezzo riesce ad essere incisivo pur nella sua apparente semplicità ed immediatezza.

 

NIGHT TIME ECLIPSE (da “Episode”, 1996)
T. Tolkki, T. Kotipelto

I die-hard fan della band finlandese non hanno certo bisogno di riscoprire un brano come “Night Time Eclipse” contenuto in uno dei dischi simbolo della carriera degli Stratovarius, l’indimenticabile “Episode”. Ma è certo che un pezzo come questo non sia tra i più conosciuti e considerati tra quelli composti durante la lunga carriera di Tolkki e soci. Atmosfere tipicamente nordiche, fredde e malinconiche escono alla grande attraverso l’andamento progressivo e le sonorità neoclassiche di una composizione dalla struttura ricercata come questa, in cui le influenze malmsteeniane sono ben riconoscibili, ma l’impronta del quintetto di Helsinki è altrettanto identificabile. Il bridge centrale viene esaltato dai riff di Tolkki, il quale accompagna il brano fino ad un coretto finale che diventa man mano sempre più coinvolgente. I quasi otto minuti di “Night Time Eclipse” scorrono che è un piacere diventando un esempio lampante della classe cristallina degli Stratovarius, che a quei tempi si preparavano ad irrompere con prepotenza nelle case di tutti i metallari sparsi per il globo.

 

ANTHEM OF THE WORLD (da “Destiny”, 1998)
T. Tolkki

Un album splendido ed ispirato come “Destiny” ha la sola colpa di essere stato pubblicato dopo l’inarrivabile “Visions”. Non solo l’amatissima titletrack, il singolo “S.O.S.” o la magica ballatona “4000 Rainy Nights”; la tracklist di questo lavoro pubblicato nel 1998 è ricca di brani ineccepibili, tra i quali spicca “Anthem Of The World”. Un vero e proprio inno irrefrenabile, che nei suoi nove minuti riesce ad appassionare con un crescendo mozzafiato, alzando il ritmo gradualmente fino a correre spedito lungo un ritornello azzeccatissimo, spinto dalla doppia cassa precisa e sostenuta di Jorg Michael. Kotipelto, al suo massimo splendore, si muove con disinvoltura arrivando a toccare note acute all’ennesima potenza. L’assolo di Tolkki punta più sul lato emotivo che su quello tecnico e lascia presto spazio al gran finale che culla l’ascoltatore fino alle ultime, appassionanti note.

 

COLD WINTER NIGHTS (da “Intermission”, 2001)
T. Tolkki, T. Kotipelto

Bonus track all’interno di “Destiny” (1998) ma inserita anche in successive raccolte della band come “Intermission”, “Cold Winter Nights” è un pezzo da novanta per il quale decine e centinaia di band dedite alle sonorità powereggianti avrebbero firmato carte false per poterlo pubblicare. Un riff che entra in testa fin da subito e fa scappocciare senza soste, un tiro micidiale per un brano che scorre deciso, come un fiume in piena, accompagnando l’ascoltatore fino ad un refrain da cantare a squarciagola. Una potenziale superhit dove ognuno dei cinque musicisti impone il proprio marchio indelebile; spettacolare lo scambio tra chitarra e tastiera durante la parte centrale mentre Jorg Michael si muove dietro le pelli come ai tempi migliori tra colpi decisi, cambi di ritmo e giri di batteria. Kotipelto ingrana invece le marce alte, in particolare quando il pezzo accelera ulteriormente nel finale ed il cantante finlandese si eleva su note altissime. Da applausi infine la chiusura barocca, tutta strumentale.


SEASON OF FAITH’S PERFECTION (da “Elements Pt. 2”, 2003)
T. Tolkki
Quando gli Stratovarius pubblicarono in rapida successione – nei primi anni del 2000 – i due “Elements”, il loro status di grande band aveva ormai raggiunto il culmine. Il successo di un disco come “Infinite” aveva catapultato il gruppo di Helsinki ai massimi livelli di popolarità ma qualcosa iniziava a scricchiolare. La band comincia a mostrare un po’ di ripetitività nel proprio songwriting ed è palese un lieve calo di ispirazione, ma all’interno di questi due dischi troviamo comunque alcune gemme degne di nota.  Come questa ballata acustica ed orchestrale, un classico lento firmato dagli Stratovarius e caratterizzato da un elevato tasso emotivo; “Season Of Faith’s Perfection” mantiene quel mood malinconio tipico della band nordica ma, tra le calde note vocali cantate da un ispirato e maturo Timo Kotipelto, sembra alzarsi un grido di speranza, un messaggio di forza e fiducia che esplode con vigore durante il grandioso refrain mentre le note sinfoniche diventano man mano sempre più solenni:

“In my silent truth i scream these words
THE HOPE IS LOUD!
Never give up
Season of faith’s perfection
Hold on to your good thing
Every day there’s a new chance”

 

BACK TO MADNESS (da “Stratovarius”, 2005)
T. Tolkki

Sono le note inquiete e malinconiche suonate dal piano di Jens Johnasson ad aprire il sipario di “Back To Madness”, brano contenuto nel tanto bistrattato omonimo disco della band. Pur non contenendo delle vere ed autentiche hit, “Stratovarius” è un lavoro che a distanza di anni può essere apprezzato e rivalutato grazie alla presenza di una manciata di pezzi piacevoli proprio come questo. Atmosfere cupe e tetre che vanno a braccetto con un testo personale, il quale manifesta alcune delle forti difficoltà interiori che stavano crescendo (e peggiorando) in quel preciso momento storico all’interno della mente di Tolkki. Le linee vocali crescono fino ad un refrain semplice e lineare, in grado di  far centro soprattutto grazie al timbro squillante di Kotipelto. La presenza del violoncello ed un breve stacco lirico nel mezzo arricchiscono una composizione che si chiude con una parte narrata davvero toccante e che testimonia l’allarmante stato mentale di Timo:

“From the moment of birth we are already dying
Death is the only true salvation
Through death man is reborn”

“Back To Madness” è una canzone particolare all’interno della discografia della band; ne segna uno dei momenti più bui, ma è certamente un pezzo che, se riscoperto, potrebbe trasmettere delle intense vibrazioni.

 

FOREVER IS TODAY (da “Polaris”, 2009)
L. Porra

Di brani spediti in classico stile power metal galoppante gli Stratovarius ne hanno scritti a decine molti dei quali di elevata qualità, diventando un riferimento all’interno della scena mondiale. “Forever Is Today” non sarà certo considerata tra le più rappresentative ma ha tutto per fare breccia ed esaltare l’ascoltatore, soprattutto se sparata a tutto volume dallo stereo. All’interno di un disco che segna la nuova era e la rinascita della band – con l’abbandono di Timo Tolkki e la leadership che passa nelle mani sicure e sapienti di Timo Kotipelto – il gruppo si lancia in questa nuova avventura con l’ingresso dal nuovo chitarrista Matias Kupiainen, che viaggia rapido sulle sei corde tra riff esemplari ed un assolo al fulmicotone, per un battesimo infuocato in grado poi di mostrare tecnica e personalità. Il pezzo corre rapido spinto dalla batteria martellante di Jörg Michael e dall’estro alle tastiere di Jens Johansson, stampandosi in testa con un ritornello tutt’altro che originale ma certamente impattante!

 

HUNTER (da “Enigma: Intermission II”, 2018)
M. Kupiainen, T. Kotipelto, P. Vanska

Riff schiacciasassi ed un ritornello arioso e melodicissimo sono gli ingredienti di un brano inizialmente inserito come bonus track nell’edizione limitata di “Nemesis” (2013) e poi riproposto nell’ultima release della band, la raccolta “Enigma: Intermission II” data alle stampe nel 2018. Il pezzo funziona fin dalla partenza dettata da un tocco moderno e da una produzione massiccia – quella che caratterizza tutto il disco – e poi accelera man mano fino al gran ritornello già menzionato, lasciando spazio a cori dal pathos travolgente. Ottimo il lavoro della sezione ritmica con Porra al basso e Pilve alla batteria che dettano i ritmi senza mai concedersi un attimo di pausa. I nuovi Stratovarius crescono passo dopo passo e la loro maturazione passa anche attraverso un brano come “Hunter”.

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