TANKARD: il nuovo “One Foot In The Grave” traccia per traccia!

Pubblicato il 30/04/2017

A cura di Giovanni Mascherpa

I numeri fanno impressione. Ci dicono che i Tankard sono approdati al trentacinquesimo anno di attività e “One Foot In The Grave”, in arrivo a inizio giugno, rappresenta il diciassettesimo album in studio della loro storia. Chapeau. Storia, quella dei quattro di Francoforte, inderogabilmente legata a un thrash quadrato, divertito, goliardico, possentemente e autenticamente tedesco, che negli anni è stato rifinito e attualizzato per non suonare troppo smaccatamente demodé. In concomitanza con un ravvivarsi della passione per le sonorità thrash e una line-up che più solida non si potrebbe – sono circa vent’anni che non si registrano defezioni e avvicendamenti – i Tankard hanno viaggiato al regolare ritmo di marcia di un nuovo disco ogni due anni, facendo registrare apprezzamenti così buoni da permettergli l’entrata nel roster di Nuclear Blast. Per un manipolo di eterni ‘underdog’ come Gerre e i suoi allegri compari, un gran bel colpo, che non gli ha dato alla testa e non ha frenato gli ardori della formazione. In occasione di “One Foot In The Grave”, fa il suo gradito rientro sulla copertina la storica mascotte aliena, disegnata da Patrick Strogulski (autore anche delle cover di “R.I.B.” e “A Girl Called Cerveza”), che con sguardo lascivo e più di una ruga in volto ci squadra sorniona, il carrello pieno di alcolici, un piede a toccare una fossa cimiteriale. Un modo, crediamo, per esorcizzare un’età non più freschissima e per tenere i piedi per terra, sapendo che tutte le cose belle, come questo stato di grazia che dura da qualche anno, potrebbe finire da un momento all’altro. Ma al di là della scaramanzia ironica della band, l’album in uscita, per quello che abbiamo potuto ascoltare in anteprima, promette di collocarsi piuttosto in alto nelle preferenze dei thrasher di oggi e di ieri per quel che riguarda l’anno 2017. Svelando, per qualcuno, e confermando, per gli ascoltatori più attenti, che i Tankard non sono solo dei ruvidi picchiatori dal tasso alcolico perennemente oltre i limiti di legge.


TANKARD
Frank Thorwarth -basso
Gerre
-voce
Olaf Zissel
-batteria
Andy Gutjahr
-chitarra

ONE FOOT IN THE GRAVE
Data di Uscita: 02 giugno 2017
Etichetta: Nuclear Blast
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01. PAY TO PRAY (05:22)

L’incipit epico è uno specchietto per le allodole. Almeno per quanto riguarda l’opener. In piena tradizione Tankard, l’apertura è affidata a un brano schiacciasassi, lanciato su tempi medio-veloci e contraddistinto da un lavoro ritmico tanto possente quanto dinamico. “One Foot In The Grave” segna la collaborazione, nuova per la band, con il produttore Martin Buchwalter (Destruction, Suidakra, Accuser, Elvenking i nomi maggiori con cui ha lavorato in passato), un binomio che pare essere entrato presto in sintonia, visto il suono mastodontico di cui il disco si giova. La canzone si muove fra ritmi quadrati d’ordinanza e stacchi feroci che vedono Olaf Zissel far saltare per aria la batteria, esasperando la velocità d’esecuzione in doppia cassa. Anche il basso si ritaglia un ruolo di primo piano, anche se l’attenzione generale va sulla metrica forsennata di Gerre, che ringhia tirannico modulando piccole variazioni all’interno di un registro vocale non così monocorde come i suoi detrattori ritengono. Un assalto bellico decisamente ben riuscito.

02. ARENA OF THE TRUE LIES (05:08)

Prima anticipazione del disco fornita, poco prima della metà di aprile, “Arena Of The True Lies” stempera in parte i toni facendo filtrare una melodia portante piuttosto marcata. I Tankard denotano l’appartenenza alle lande germaniche in molti aspetti: quello di inserire melodie mutuate dal power metal, come in quest’occasione, ne è un chiaro esempio. Il gruppo allora si muove agile, il riffing ricama fluido fraseggi aperti, con la batteria chiamata a ricordarci che siamo comunque in un ambito fieramente thrash. Il cantato prevede sfumature relativamente pulite e il ritornello, congegnato con estro e furbizia, è di quelli che farà sgolare legioni di supporter nei prossimi live. Nel mezzo, accogliamo un intermezzo rallentato, utile per apprezzare l’assolo avvolgente di Andy Gutjahr, chitarrista che con il suo stile ha dato un’impronta lievemente più ‘adulta’ al suono dei Tankard nelle pubblicazioni partorite nel nuovo millennio.

03. DON’T BULLSHIT US! (03:56)

Il titolo non ammette repliche e infatti il pezzo si rivela un susseguirsi di mitragliate thrash in grande stile, che iniziano dal primo secondo e si placano solo quando si passa alla traccia successiva. Di canzoni simili i Tankard ne hanno confezionate un congruo quantitativo in carriera, eppure non si palesa alcun segnale di convenzionalità in “Don’t Bullshit Us!”. I cambi di tempo sono dosati alla perfezione, i riff freschi e ficcanti, Gerre media fra spietatezza e sfumature catchy e non molla mai la presa, riempiendo quasi ogni vuoto. Mai stati dei funamboli dello strumento, nè particolarmente interessati a infiocchettare le loro opere di delizie esecutive, c’è da dire che il livello tecnico raggiunto negli anni dai quattro consente adesso di dare più pepe anche a episodi molto tradizionali come questo. Inoltre, il concatenarsi di strofe, bridge e refrain appare rifinito al meglio, oseremmo dire con la competenza di una rock band che vuole scalare le classifiche!

04. ONE FOOT IN THE GRAVE (04:47)

C’è un’aria drammatica niente male a introdurci alla titletrack, che non va a troncarsi bruscamente per assecondare una mattanza rozza e volgare. I Tankard proseguono nel picchiare duro, tenendo il piede ben pigiato sull’acceleratore, ma si staglia ben chiara un’aurea epica non nuova in questa fase di carriera. Arrivati quasi a metà disco, non possiamo non rimarcare l’intensità e il brio che il gruppo ha immesso nel disco, evidentissimo in una traccia per nulla avara di groove, impatto, orgoglio e, finanche, un pizzico di solarità. Traspare la soddisfazione di essere arrivati fino a questo punto, di esserci ancora in un contesto musicale radicalmente mutato rispetto agli esordi degli Anni ’80; nonostante tutto, sembra dirci “One Foot In The Grave” nelle sue rasoiate istintive ma ritoccate da piccole filler in ogni dove, i Tankard stanno alla grande e suonano meglio che mai. Un’armonia nostalgica si alza a circa di due terzi della durata, prima di dare il cambio a un breve assolo e alla ripresa vocale di uno scatenato Gerre, che ripete ossessivo il ritornello fino al termine. Uno dei due-tre momenti ‘caldi’ della tracklist.

05. SYRIAN NIGHTMARE (04:31)

Disimpegnati, eh? Non sempre. Il dramma siriano ha toccato nel profondo musicisti che dietro l’apparenza scanzonata sanno benissimo cosa accade nel mondo e lo ponderano bene nella loro mente, prima di restituire in musica il loro personale pensiero in materia. Dato il tema, non stupisce che il pezzo diventi quasi un fosco martirio alla ultimi Sodom, grazie a linee chitarristiche molto tese e vocalizzi asprigni. Anche gli stop’n’go assumono sembianze più cupe, diluite da una serie di melodie che guardano nuovamente all’ampia tradizione classic metal continentale. Però, queste piccole digressioni rimangono con coerenza in un mood amaro, che sottolinea la crudezza di quanto esplicitato sul piano lirico. Non va a perdersi il trademark del combo, bravo nel mutare lievemente pelle senza snaturarsi.

06. NORTHERN CROWN (LAMENT OF THE UNDEAD KING) (04:22)

Epic-thrash? Può darsi. Se in avvio sembra di essere rimasti agli intristimenti della traccia precedente, il proseguo è ben diverso. Un coro opulento funge da centro di gravità, unendo echi di Blind Guardia, Running Wild e Grave Digger al consueto retaggio di thrash combattivo e pestato con cocciutaggine. Il power metal quasi mette sotto il suo cugino più violento, che furoreggia nei passaggi di raccordo ai momenti a più alto pathos. Non si sono inventati nulla di clamoroso, i Tankard, però hanno arginato ogni possibile sintomo di pacchianeria, evitando di avventurarsi troppo lontano dal normale ambito di competenza. Nessuna caduta fino a questo punto.

07. LOCK ‘EM UP (04:10)

Chitarre tritatutto in primissimo piano, giusto per spurgarci di quel pizzico di leggerezza comparsa appena prima. Niente sorprese, siamo alle prese con una manata in faccia in piena regola, della quale ammiriamo la pesantezza dell’insieme e la convinzione invitta che permea l’operato del gruppo. Sono i piccoli dettagli a dare nerbo a uno dei brani meno adrenalinici del lotto, probabilmente penalizzato anche dalla posizione in scaletta: taluni cambi di marcia li conosciamo alla perfezione, nella seconda parte dell’album è normale che alcune soluzioni possano destare meno interesse che a inizio ascolto. Detto questo, i piccoli intervalli fra una carica e la successiva lasciano col fiato sospeso e non deludono affatto le partiture aggressive che ci vengono scagliate addosso. Quel che si dice una track ‘di mestiere’, nell’accezione migliore del termine.

08. THE EVIL THAT MEN DISPLAY (03:14)

Eccolo, finalmente, l’animo leggero e fanciullesco tipicamente tankardiano! L’annuncio ubriaco di Gerre scatena gli elementi in un concentrato d’istanze quasi punk e una crassa baraonda thrash, condita da cori da birreria e un volteggiare di colpi per nulla ammansiti dalle invenzioni della chitarra solista. Quando si parla di compattezza in riferimento a un tema sonoro, si pensa a una cosa del genere: a passo di carica, come fossero un carrarmato avente un bel sorriso al posto del cannone, i Tankard ci stendono con la forza della loro mattacchioneria e di un riffing serratissimo. Gerre utilizza la sua voce nel modo più canonico possibile, per dare risalto a un modus operandi che potrebbe arrivare da uno qualsiasi dei dischi sfornati in questi trentacinque anni di storia. Senza tempo.

09. SECRET ORDER 1516 (07:23)

Sì, la durata è importante. “Secret Order 1516” si fa apprezzare alla grande per l’intero minutaggio, poche storie. Per chi scrive, siamo approdati alla punta di diamante di “One Foot In The Grave”. Quell’indole epica emersa in “Northern Crown (Lament Of The Undead King)” diventa un castello di umori gloriosi, che non hanno bisogno di addolcimenti classic metal per esplodere al massimo della potenza e della vividezza. Anzi, i colpi di batteria si fanno particolarmente insistititi e le cadenze concitate quando Gerre affronta il bridge, che si materializza pomposo e vibrante, per schiudersi in una coralità grandiosa che sa tanto di Accept. Proprio dai precursori del metallo teutonico capitanati da Wolf Hoffmann discende il vezzo di proporre un frammento sinfonico in apertura e chiusura, ripreso in qualche modo anche all’interno del frenetico chitarrismo. Elettrizzante il botta e risposta fra prima voce e backing vocals, adrenalinico tutto il percorso intrapreso, una cavalcata che richiama alla mente scenari di battaglia d’altri tempi. Non esattamente la ‘normale’ versione dei Tankard! Col passare dei minuti le pulsazioni aumentano, il climax sale inesorabile, la velocità non cala mai fino al riemergere della sinfonia per il solenne epitaffio. Coniglio dal cilindro del full-length.

10. SOLE GRINDER (05:28)

Si bada al sodo. Fine degli esperimenti e delle piccole deviazioni, è ora di rimboccarsi le maniche e randellare. Come se sentissero il bisogno di sfogare i bassi istinti senza preoccuparsi di alcun altro orpello, i quattro mettono mano all’arsenale, sfoderano il ghigno malefico e nella coda concedono ampio spazio alle partiture chiama-headbanging che costituiscono la parte preponderante del loro repertorio. Se conoscete l’operato della band, troverete richiami a chissà quanti altri momenti della loro storia più o meno recente. Vista l’assenza di elementi di rilievo e una durata reale risicata – la musica di fatto si interrompe dopo tre minuti e mezzo, segue una pausa e uno sgangherato coro calcistico – forse si poteva soprassedere a quest’ultima traccia, non perché sia in sé e per sé scadente, quanto perché non aggiunge nulla a quanto di buono sentito prima. Tuttavia, per qualche botta da rifilare e incassare nel mosh, anche “Sole Grinder” assolve degnamente alla sua funzione.

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