Anno 1999, i Testament dopo un album criticato da molti come “Demonic” tornano con un disco che resterà nella storia del thrash metal, quel “The Gathering” che accontenta buona parte dei fan di vecchia data e permette alla band di allargare la propria schiera di fan. Poi l’imprevisto: un tumore colpisce il frontman Chuck Billy che fortunatamente guarisce al 100% ma si devono attendere ben nove anni prima di ascoltare un nuovo album di inediti. E’ il 2008 e il gruppo rientra in corsa con “The Formation Of Damnation”, forte dell’ingresso in formazione del batterista Paul Bostaph e dei membri storici Alex Skolnick alla chitarra e Greg Christian al basso. E’ un disco più che buono, meno estremo e più classicamente thrash rispetto al precedente ma ricco di brani dal grande tiro. Arriviamo quindi ai giorni nostri, con la band che nel frattempo ha reclutato alla batteria il mastodontico Gene Hoglan di fama Death, Strapping Young Lad, Dark Angel e altri, in sostituzione del defezionario Paul Bostaph. Con questo importante avvicendamento, Eric Peterson e Chuck Billy si apprestano a tornare sul mercato con un attesissimo nuovo album, intitolato “Dark Roots Of Earth”. E proprio il chitarrista e leader della band presenta in anteprima ai lettori di Metalitalia.com il nuovo lavoro:
Data di pubblicazione: 31 luglio 2012
Etichetta: Nuclear Blast Records
01. RISE UP
È un pezzo veloce e tipicamente Testament che definirei come un incrocio tra “The Preacher” e “Over The Wall”. Paragonandola ad altre band, mi ricorda “Fight Fire With Fire” dei Metallica per via del suo stile molto old school. Dal punto di vista vocale è un pezzo anthemico che in un certo senso prepara alla battaglia E’ molto esaltante sia che si tratti ad esempio di uno sport, di una battaglia vera e propria o di un combattimento. È un brano che avrà molta presa sul pubblico.
02. NATIVE BLOOD
Di questo brano abbiamo fatto anche una versione spagnola che sarà presente sul singolo. Sull’album ci sarà la versione inglese. Questo brano è sì veloce ma forse il più catchy che i Testament abbiano mai scritto. Non solo il ritornello è molto melodico, ma anche le armonizzazioni di chitarra mi ricordano un po’ gli Iron Maiden. Anche il mio assolo, il secondo che si trova nella parte centrale, ricorda quanto fatto da Dave Murray. Ad ogni modo è proprio la linea vocale ad essere così catchy che dopo aver ascoltato il pezzo, vi ritroverete a cantarla. Quello che colpisce è anche il fatto che durante questo ritornello molto diretto e abbastanza lungo, Gene Hoglan suona in blast beat. Queste due cose combinate rendono il brano molto efficace. Credo che diventerà un classico come ad esempio “D.N.R.” su “The Gathering” o “More Than Meets The Eye” sull’ultimo album “The Formation Of Damnation”.
03. DARK ROOTS OF EARTH
E’ il pezzo più ispirato al metal tradizionale vecchio stile come ad esempio i Black Sabbath. In effetti questo potrebbe essere un brano dei Black Sabbath in un certo senso. Il tempo molto doomy, l’apertura del ritornello e anche la voce pulita di Chuch che qui mi ricorda molto Ozzy. Certo è sempre Chuch quindi è sempre super heavy… tanto per dare un’idea, si può pensare a “Electric Crown” (su “The Ritual”, 1992, ndr). Anche il mio solo, il primo dei due presenti, ha delle influenze bluesy che mi ricordano Jimmy Page o Richie Blackmore. Il secondo assolo è di Alex ed è molto variegato. Credo che sia uno dei suoi soli migliori. Se dovessi paragonare questo pezzo ad un altro, direi “The Thing That Should Not Be” dei Metallica ma anche, come ho detto, qualcosa dei Black Sabbath come “Children Of The Sea”. Quando faccio questi paragoni è per dare un’idea del feeling, dell’atmosfera del brano. Non intendo dire che la canzone assomiglia a questi pezzi.
04. TRUE AMERICAN HATE
Probabilmente il pezzo preferito da chi ha già sentito il disco. E’ il pezzo più veloce dell’album e il titolo parla da solo. Musicalmente mi ricorda “Legions Of The Dead” su “The Gathering” o “Jun-Jun” di “Demonic”. Ha quel tipo di ritmo in doppia cassa. La parte centrale ha una lunga sezione solista progressiva che parte con Alex e finisce con me. Il cantato di Chuck su questo pezzo è più aggressivo e il ritornello contiene parti di batteria in blast beat.
05. A DAY IN THE DEATH
Sull’album sarà presente la versione con Gene Hoglan alla batteria, mentre su iTunes sarà disponibile anche quella con il batterista dei Lamb Of God, Chris Adler. Questo pezzo, non tanto come sound della band ma dal punto di vista del drumming e dell’atmosfera, mi ricorda gli A Perfect Circle di Maynard Keenan dei Tool. Come riffing invece è più in stile Mercyful Fate. Ha un’alternanza di note basse e armonie con note più alte alla “The New Order”. E’ un pezzo molto heavy e come testi è ispirato al filosofo tedesco Nietsche.
06. COLD EMBRACE
E’ forse la mia preferita. Otto minuti di power ballad. Già in passato abbiamo fatto pezzi lenti come “Return To Serenity” ma questa è più oscura ed epica. Inizia con chitarre acustiche e le parti soliste sono dei pezzi veri e propri, non virtuosismi ma con melodie quasi cantabili. Quando Chuck entra, lo fa con un cantato talmente pulito che credo di non averlo mai sentito cantare così. In certe parti vocalmente il pezzo mi ricorda “California Dreaming” dei The Mamas & The Papas e poi sfocia in questi ritornelli più heavy ma sempre lenti come ritmo. Anche qui il solo di Alex è molto bello e lungo, un po’ alla “Rescue Me” degli Y&T.
07. MAN KILLS MANKIND
E’ un po’ una “Dirty Deeds Done Dirt Cheap” degli AC/DC o comunque qualcosa di molto cantabile, divertente da suonare e diretto con parti vocali di presa. Ha un tiro molto thrash classico, dal ritmo che potrei definire come “galoppante”.
08. THRONE OF THORNS
E’ probabilmente il pezzo più epico e prog che noi abbiamo mai fatto. E’ influenzato dal metal e hard rock più settantiano. E’ un brano molto lungo, circa otto minuti, di cui ne abbiamo registrate due versioni. Quella presente sull’album ha un fade verso la fine con cui termina un minuto circa in anticipo rispetto alla versione integrale. Il brano ha un’atmosfera medievaleggiante alla “Game Of Thrones”, la serie ispirata ai libri di George Martin. Come testo è una specie di seconda versione di “Hatreds Rise” di “Demonic”.
09. LAST STAND FOR INDEPENDENCE
Probabilmente uno dei pezzi più forti del disco, è una specie di “Henchman Ride” di “The Formation Of Damnation” ma con un’iniezione di adrenalina in più. E’ una cavalcata da headbanging con un grande tiro. La parte solista inizia con un mio solo in stile “Sinner” dei Judas Priest e prosegue poi con uno super melodico di Alex che mi ricorda i primi dischi di Michael Schenker.

