“The Dirt”: lo speciale di Metalitalia.com sul film dei MÖTLEY CRÜE

Pubblicato il 23/03/2019

Articolo a cura di Davide Romagnoli

“Gli anni Ottanta. Il peggior cazzo di decennio della storia dell’uomo. Yuppie, tastiere, stupidi tagli di capelli, aerobica e campagne antidroga. Cazzo. Faceva schifo. Cosa fai quando nasci nel periodo sbagliato? Lo rendi tuo. E così Sunset Strip divenne nostra”. Suona così l’incipit del nuovo biopic sulla band che forse più di tutte è risultata riconoscibile per il suo stile di vita ancor più che per i pezzi che ha scritto, come recita il titolo del best-seller del 2001 a cui il film si ispira. “The Dirt: Confessions Of The World’s Most Notorius Band” di Neil Strauss viene finalmente portato in scena, dopo una lunga gestazione, uno scioglimento (su cui si preferisce non menzionare l’effettiva validità), qualche taglio, qualche spuntatina e, dal 22 Marzo 2019, eccolo finalmente disponibile sulla piattaforma Netflix, che firma anche l’originalità della produzione. Sull’onda dell’entusiasmo e cavalcando l’hype della proposta – e della nuova corrente delle mistificazioni cinematografiche delle band di culto – proviamo a dirne due anche noi. 

“1981. Vivevamo a pochi passi dal Whisky a Go-Go, famoso in tutto il mondo. Ogni fine settimana gente che veniva dalla Valley e dalle spiagge arrivava al Sunset Strip a divertirsi. E dopo i concerti venivano tutti a casa nostra a fare casino. I poliziotti avevano buttato giù la nostra porta così tanto spesso che dovemmo inchiodarla. Quindi si usava la finestra”.

Inizia tutto in medias res: la Strip, la LA dei party, della droga, delle bionde da schianto, del rock’n’roll da cimeli e cornici. E come potrebbe essere stato altrimenti? Jeff Tremaine dà subito prova di sentirsi a suo agio in quelle situazioni estreme e dietro la macchina da presa fa bene il suo mestiere da testimone della wild-life, come già nel suo “Jackass”. Il grande mito dei Crüe rivive dunque i suoi fasti storici ed emblematici in tutta la prima metà del film, che presenta tutti i suoi personaggi e momenti più riusciti. Nonostante la voce narrante principale sia quella di Nikki Sixx, l’alternanza di alcuni punti di vista favorisce la scorrevolezza della narrazione iniziale e presenta anche i più curiosi e più ampi retroscena della storia. Perno del film risulta inevitabilmente la rappresentazione di Tommy, Vince, Nikky e Mick, tutto sommato ben interpretati dai loro rispettivi alter-ego attoriali. E se, almeno in locandina, il nome del rapper Machine Gun Kelly sembra rubare le scene a tutti, anche al principale Douglas Booth (Nikky Sixx), sembra che sia la personalità del gallese Iwan Rheon a svettare, attore che aveva già avuto modo di “rubare la scena” ai suoi compari sia in “Game Of Thrones” che in “Misfits”. Il suo Mick Mars (“il più vecchio della compagnia”) diventa un personaggio (naturalmente di fiction) interessante e capace di mantenersi ai margini della vita selvaggia e del sesso sfrenato solo con in mano una bottiglia di vodka e con uno sguardo che cela più delle poche parole che gli vengono assegnate dallo script. A questo proposito, altri nomi che ruotano attorno al soggetto e alla sceneggiatura del film sono Tom Kapinos, che in molti si ricorderanno per aver dato alla luce “Californication”, e Rich Wilkes, altro scrittore del rock’n’roll da Sunset Strip. “The Dirt” è un originale Netflix e non è che possa poi discostarsi da certe ottiche aziendali, no?

“Le altre band tiravano su un inferno perché pensavano fosse quello che avrebbero dovuto fare. I Mötley Crüe facevano stupidate perché erano i Mötley Crüe”.

Dice così uno che ne ha viste tante: quel Doc McGhee (intepretato da David Costabile), anche manager degli Skid Row, dei Kiss, dei Bon Jovi.  Era evidentemente quello che sapevano fare meglio quando non erano sul palco, probabilmente. E in questo senso il film non sembra minimamente di curarsi di finire nelle nomination di nessun Oscar, Grammy o quant’altro e li lascia piacevolmente andare a quella vena godereccia fatta di feste rock’n’roll, prove, altre bevute, qualche concerto, belle gnocche, qualche fuoco d’artificio e tutto quello che un film su una band come questa dovrebbe far vedere. Forse tutto questo va un po’ a scapito dei retroscena che un vero fan dei Crüe vorrebbe vedere. Il nome scenico di certi Quiet Riot e altri gruppi cult del periodo, le lattine di Lowenbrau ed il primordiale nome Xmas, le incursioni del bevi-piscio e sniffa-formiche Ozzy (forse un po’ macchiettistico per la così breve durata dell’intervento, ma tutto sommato godibile), Razzle degli Hanoi Rocks e qualche reminder degli show “a tema” della band non sono abbastanza per placare tutta la curiosità dei fan di vecchia data, ma quello ormai – si sa – è altro territorio: più probabilmente editoriale o documentaristico. Queste sono fiction, dopotutto. Se si è veramente “dentro” l’argomento, non si guarda “Lords Of Chaos” principalmente per comprendere cosa giaccia dietro il fenomeno del black metal e forse nemmeno “Schindler’s List” per capire cosa sia stato l’Olocausto, no? Questo è entertainment nudo e crudo. Ed è così che la vicenda del quartetto losangelino viene dunque presentata ad ampio raggio ad un pubblico che si affianca agli Eighties, ma quelli di “Stranger Things”, alle trame curiose della LA, che riescono soprattutto nell’estro di un “Bojack Horseman” e si lascia andare ad una serata sul divano in compagnia degli eroi Marvel di turno. La maggior parte della gente che lo vedrà non avrà l’LP o il CD di “Girls, Girls, Girls” e nemmeno quello di “Theatre Of Pain” (e i Mötley Crüe hanno venduto più di quaranta milioni di copie nel corso della pluridecennale carriera. Non proprio poche…). Tempi, mode e piattaforme diversi fanno di “The Dirt” qualcosa di diverso sia dalla musica, sia dal libro, sia da quello avrebbe potuto essere se fosse cambiato anche un solo tassello di produzione. Se preso in questa maniera, il tutto gira piuttosto discretamente.

“Il sesso, il denaro, la fama / Vivendo una vita che non puoi più negare / La droga, le menzogne, il dolore / non saranno mai abbastanza per soddisfare / Non hanno mai trovato un modo per distruggerci / Ecco perché siamo ancora in giro”.

Recita così la prima strofa della nuova title-track “The Dirt” ed è anche la cosa meno interessante che si lega al film (oltre alla cover di “Like A Virgin” di Madonna, su cui preferiamo non insistere per non infierire eccessivamente). La sua didascalica volontà di raccontare i crolli e rinascite dei miti, tipiche di quello stesso cinema che aveva mostrato i suoi lati più interessanti nella prima metà, non fanno altro che appesantire la sua visione in maniera piuttosto drastica. C’è veramente una epifania da raccontare qui, nella storia dei Mötley Crüe? Tremaine soffre  insieme al suo film quando il racconto si fa tinto di quell’oscurità dei lutti, dell’eroina e delle solitudini che sembrano proprio non riuscire per nulla a colpire nel segno, oltre al fatto che non risultano approfondite sufficientemente. Probabilmente per la natura stessa delle parti messe in gioco (non sembra dunque un caso che inizialmente si era pensato al nome di David Fincher per la regia del film). Le mani di Vince in quelle della figlia, la stanza buia e la metafora (veramente?) dello specchio nel baratro in cui si ritrova Nikki, e un finale che sembra rubato al novanta percento dei film sulle band rock che ritrovano la redenzione e l’eterna fratellanza: no, non sono questi gli elementi che entusiasmano. E neanche che rispecchiano la band in questi ultimi anni di attività. Basta guardare scioglimento e reunion nel giro degli ultimi anni, o qualsiasi dei profili Instagram dei membri stessi. Per molti sarà un vero peccato ai fini sia dell’entertainment, sia a quelli della “legacy” della band. Il risultato è una seconda parte del film piuttosto scontata e decisamente meno interessante della prima. Le tonalità jackassiane dei party funzionano, quelle dell’ago e della redenzione decisamente sembrano vittima di quello stesso cinema di cui spesso ci si lamenta per l’eccessiva volontà di “insegnare” qualcosa. Il produttore esecutivo Allen Kovac dice che il film vuole de-glamourizzare quel tipo di life-style. Quale è il punto, dunque? Far brillare le luci del Sunset o quelle del cuore? Perché per le seconde ci vuole altra musica. O altro cinema.

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