Uno studio antropologico sulla comunità metal: “E’ un mondo accogliente e inclusivo”

Pubblicato il 21/09/2018

A discapito della sua percezione come di un “brutale rito di passaggio per ragazzini“, quella del metal è “una comunità inclusiva, complessa, globale“.

Parola di Lindsay Bishop, un’antropologa ricercatrice dello University College di Londra, autrice di uno studio che dimostrerebbe come la comunità metal, lungi dall’essere un coacervo di gente incazzata, sia al contrario estremamente inclusiva e regolata da un precise regole di buona convivenza. Tutte cose che a chi frequenta il mondo del metal suoneranno scontate, ma che evidentemente al giorno d’oggi sono abbastanza interessanti da meritare un’analisi scientifica.  Proponiamo di seguito una breve sintesi dello studio, per approfondire vi rimandiamo all’articolo originale a questo link.

Bishop, che è stata in tour per diversi anni con band come FEAR FACTORY3TEETHMORTIISPIG e COMBICHRIST, ha condotto quello che è di fatto il primo studio etnografico nel suo genere ad analizzare l’esperienza live dell’heavy metal, sia dalla parte del pubblico che da quella degli artisti, cogliendone gli aspetti rilevanti da una prospettiva antropologica. La sua ricerca presto diventerà un documentario open-source, che sarà reso disponibile sul suo sito personale, e sarà pubblicata in un libro.

Il risultato dell’indagine dimostra come l’heavy metal sia culturalmente accogliente, con un pubblico estremamente variegato che non fa differenze di genere, età, orientamento sessuale e idee politiche. Vi è un’alta percentuale di donne (interessante il caso delle Botswana Queens, che sfidano i pregiudizi di genere proprio attraverso l’heavy metal. Ne abbiamo parlato anche noi, anni fa), disabili, persone LGBTQ, ma anche famiglie intere con diverse generazioni.
All’interno di questa variopinta comunità, ci sono regole precise che le generazioni più grandi passano alle successive. Ad esempio, come si sta nel moshpit: gli “anziani” insegnano ai giovani a creare un ambiente di “caos controllato”, in cui chi cade viene aiutato a rialzarsi, chi si fa male viene immediatamente soccorso da chi lo ha colpito e via dicendo. Scrive Bishop:

“Il mosh pit, il crowd surfing, i circle pit riassumono in astratto cos’è la comunità metal. Le generazioni più vecchie insegnano l’etichetta del mosh pit e i nuovi arrivati imparano che non è una lotta, ma un modo di rilasciare la tensione e spesso di creare legami duraturi tra le persone. La cultura metal non ha quella storia di aggressività contro il mainstream della quale, per esempio, il punk è diventato sinonimo. Nella cultura metal l’aggressività viene liberata in una catarsi interna alla folla”.

Molto spazio è dedicato, nello studio, anche al modo in cui viene vissuto il rapporto tra artisti e pubblico, che è particolarmente intenso e quasi fisico.
Infine, uno dei passaggi più interessanti riguarda la connessione tra heavy metal e musica classica.

“Sappiamo che c’è senz’altro una certa connessione con la classica. Molte metal band sono influenzate dalla musica classica e molti dei musicisti con cui ho parlato hanno studiato musica classica. C’è un’apprezzamento simile tra il pubblico. In Russia, ad esempio, non è raro per gli spettatori più anziani portare gli spartiti ai concerti, come se fossero all’opera.”

 

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