VENOM: “From The Very Depths” traccia per traccia!

Pubblicato il 07/01/2015

A cura di Edoardo De Nardi

Descrivere traccia per traccia “From The Very Depths”, nuovo album dei Venom in uscita a fine Gennaio per Spinefarm/Universal Music, fa certamente il suo effetto, e non tanto per il valore storico che il nuovo lavoro dei prime-mover dell’extreme metal ricopre nel mercato discografico internazionale, quanto soprattutto per il particolare ruolo che esso costituisce nella carriera dei Nostri. Sembra infatti che i tempi dei deboli “Metal Black” e “Hell” siano ormai sorpassati, lavori per certi versi dotati di spunti interessanti ma diluiti in concezioni troppo scarne e semplicistiche, a cui ha fatto seguito il migliore “Fallen Angels” ed il nuovo album oggi descritto, baciati da un’ispirazione certamente più elevata. Come avrete modo di leggere nelle righe sottostanti, ci troviamo al cospetto di un lavoro formalmente non eccezionale, con strutture abbastanza standard e simili tra loro, ma qualitativamente davvero notevole: del resto, sentire i Venom reinterpretare gli stilemi del metal moderno secondo la loro estetica “old school” ed inserire con successo persino elementi inediti nel songwriting, segnano punti importanti a favore della longevità di questa band trentennale. Ma lasciamo spazio alle tracce di “From The Very Depths” senza ulteriori introduzioni, sarà la musica a parlare da sola!

venom - From The Very Depths - 2015

VENOM – From The Very Depths

Etichetta: Spinefarm Records/Universal

Data di pubblicazione: 27 gennaio 2015

www.venomslegions.com

Eruptus (1:01)
Si parte dalle profondità infernali a cui i Venom ci hanno sempre abituato. Voci inumane e gemiti filtrati aumentano l’attesa in un crescendo sempre più minaccioso e palpabile: un minuto di intro dopodiché si entra davvero nel vivo dell’ascolto!

From The Very Depths (3:54)
A colpire subito l’orecchio è il suono roccioso e pieno di corpo con cui inizia la titletrack dell’album, un solido mid-tempo in pieno stile ultimi Venom, su cui Cronos sibila e ringhia con successo le liriche della canzone. Il ritmo di batteria è trascinante, ed anche il riff di chitarra iniziale e sulla strofa può dirsi pienamente riuscito, seguendo stilemi ormai cari da qualche anno a questa parte alla band ma non per questo meno efficaci. Le soliste vagamente orientaleggianti ed il mood misterioso della canzone aggiungono un pizzico di novità alla formula, basata sul classico binomio “ritornello – risposta di chitarra” ma che ci indirizza sin dalle prime battute verso un primo approccio positivo all’intero lavoro.

The Death Of Rock’n’Roll (3:09)
Appena il tempo di chiedersi cosa ci aspetta con il proseguio dell’ascolto che veniamo accontentati immediatamente: “The Death Of Rock’n’Roll”, a scapito di un titolo fuorviante, abbandona ogni remora ed inizia a mostrarci il lato scatenato e selvaggio della band: ad un inizio in levare a considerevoli velocità, segue una parte centrale più cadenzata che fa da fondo ad un bel solo di Rage, prima di tornare a pestare duro sulla ripresa del riff iniziale e sul ritornello. Non c’è spazio stavolta per abbellimenti o arrangiamenti ambiziosi, la struttura del brano è secca, concisa, come giustamente si addice ad un brano puramente rock’n’roll: d’altro canto, notare come già dalla seconda traccia (esclusa la breve intro iniziale) ci si avvicini a certe velocità e ritmi sostenuti. Non può che incuriosirci ulteriormente circa quello che verrà nelle prossime canzoni.

Smoke (5:01)
Il terzo brano è forse la prima vera sorpresa del platter: l’inizio è affidato ad un riff sinuoso ed ammiccante, piuttosto inedito per la formazione inglese, prima di passare ad una ritmica stoppata su cui Cronos intesse un cantato intonato in semi-pulito che ben si addice all’atmosfera generale del brano. Non è certo usuale vedere i Venom cimentarsi con questo tipo di sonorità calde ed abbastanza lontane dalle loro abituali coordinate stilistiche, eppure ciononostante il marchio della band è forte e ben riconoscibile anche in questa “Smoke”. La strofa viene forse ribattuta con troppa veemenza nel procedere della canzone, ma in linea di massima accogliamo con favore anche questa particolare rilettura di un heavy metal classicheggiante ma allo stesso tempo moderno ed imprevedibile, in linea con la personale visione che Cronos ha della musica metal da qualche anno a questa parte.

Temptation (3:52)
“Temptation” è pesante ed opprimente, baciata dal tocco da bulldozer di Dantè dietro le pelli, elemento in più della formazione da un paio di uscite discografiche a questa parte, capace di donare tecnica, potenza e finezze a questa come alle altre canzoni. Lo svolgimento in questo caso è contraddistinto da un utilizzo di pieni e vuoti tipico per il settore più moderno del genere heavy, già peraltro utilizzato numerose volte dai Venom nel precedente “Fallen Angels” ed ancor più in “Hell”. Sottolineiamo ancora una volta il ricorso a strutture snelle e poco articolate, dove spesso si alternano ciclicamente inizio, strofa e ritornello, inframmezzate solamente dalle incursioni alle sei corde di Rage: sembra che i Venom di oggi abbiano preferito puntare tutto sull’impatto piuttosto che sulla complessità dei pezzi. In ogni caso, nonostante risulti un pelo più impantanata delle altre, anche “Temptation” ed il suo incedere in doppia cassa riescono a smuovere bene la testa di chi si pone all’ascolto della canzone.

Long Haired Punks (4:02)
Proprio quando iniziamo a temere circa l’andamento generale dell’album, finora non troppo veloce, ecco che arriva “Long Haired Punks”, un vero e proprio pugno in faccia senza tanti complimenti! Di questo brano è davvero impossibile non apprezzare tutto, dai tempi di batteria, all’urticante basso di Cronos che scandisce in solitario il riff principale della canzone, e poi le linee vocali, così vicine ai vecchi e gloriosi lavori degli inglesi, e il lanciatissimo assolo di chitarra che tra il rock, il metal ed il blues spazza via ogni possibile remora circa questo brano. Si cerca di cambiare, di modificarsi ed adeguarsi ai tempi che corrono, ma è proprio quando i Venom decidono di avvicinarsi maggiormente al loro passato che escono i risultati migliori, come dimostrano la precedente “The Death Of Rock’n’Roll” e questa “Long Haired Punks”, probabilmente la migliore sentita fin adesso e certamente quella più vicina al lato verace, irriverente e bestiale con cui il nome della band è entrato di diritto nell’olimpo dei grandi del metal.

Stigmata Satanas (3:26)
Dopo un inizio capace di attirare l’attenzione per il suo effetto spiazzante, veniamo catapultati dalle malvagie risate del singer britannico in una canzone sostenuta e sul pezzo, caratterizzata da un palm muting costante sulla strofa ed interessanti accenti all’altezza del ritornello, prima che il basso di Cronos introduca alla parte centrale del brano, un po’ più complessa, ed al solo ormai di rito ad opera del solito Rage. Il finale poi, baraonda infernale perfettamente abbinata al titolo del pezzo, si conclude inaspettatamente con un grugnito di Cronos, che dimostra in questa parte centrale di tracklist di possedere ancora quel fascino dannato e mefistofelico da sempre a lui associato, oltre che un versante più curato e meno eccessivo udibile soprattutto nei primi episodi del disco.

Crucified (4:06)
Ancora mid-tempo nella settima canzone, che si apre parzialmente durante il bridge che rilancia nuovamente la prima parte della canzone. Un elemento che ha certamente un forte appeal sull’ascoltatore è l’uso di sonorità cupe e oscure, perfettamente in linea con le tematiche latrate da Cronos e coadiuvate da accordature ribassate che avvicinano ancora la band alle nuove leve di questo genere musicale. La parte centrale presenta per la prima volta un arpeggio sostenuto da un beat più lento ma incalzante, con delle voci indefinite in sottofondo che riprendono l’inquietante intro dell’inizio, prima di tornare inesorabilmente alle battute iniziali che conducono senza ulteriori complicazioni al termine dell’ascolto. Gli interessanti spunti centrali avrebbero sicuramente richiesto uno sviluppo meno lineare di quanto proposto, lasciando un vago senso di incompiuto nel giudizio generale di questa composizione.

Evil Law (5:03)
Fortunatamente è proprio con la traccia successiva che i nostri desideri vengono esauditi, e con “Evil Law” ci addentriamo in una canzone nebulosa e malsana, resa ben distinguibile in primis dal drumming interlocutorio e tribale di Dantè ed anche dal riffing aperto e poco incalzante delle chitarre, su cui Cronos intesse con tono messianico un rito occulto di sicura presa sull’ascoltatore. I ritmi si alzano parzialmente nella seconda parte del brano, ma subito dopo un rapido assolo di Rage si torna con successo all’ipnotica sezione iniziale, su cui viene ripetuto ossessivamente il titolo del brano. Una breve fraseggio finale, memore addirittura di alcuni passaggi di “South Of Heaven” degli Slayer, porta ad una conclusione brusca di “Evil Law”, che evita così di concludersi in maniera ordinata e prevedibile: quando i tentativi di ammodernare il proprio sound raggiungono questi risultati, non c’è da fare altro che rimanere soddisfatti e speranzosi circa le ultime tracce del platter rimaste.

Grinding Teeth (4:11)
Si torna ad un heavy metal muscolare e moderno con “Grinding Teeth”, che a seguito di un introduzione con fraseggio simil-power metal pone una composizione massiccia nell’esecuzione e solida nella struttura, su cui risaltano le metriche vocali tipiche del singer britannico, che perde però smalto in un bridge un po’ confusionario e poco chiaro, a cui si decide di far succedere nuovamente l’armonizzazione iniziale, certamente non la scelta più fortunata che i tre musicisti potevano attuare. Ancora una volta, inoltre, si va sul sicuro ponendo la strofa di inizio brano quale naturale successore della canzone, prima di spezzare l’oramai monotona formula con un finale un po’ più frizzante affidato alle veloci rullate di Dantè, che non riescono però a distrarci totalmente da una leggera sensazione di ripetitività che inizia ad affiorare con il succedersi dei brani.

Ouverture (1:16)
Si tira il fiato comunque con questa breve pausa acustica, che seppur concisa e ristretta nei tempi, ci mostra nuovamente un lato ancora inesplorato dai Venom in questo “From The Very Depths”: paradossalmente, quella che dovrebbe rappresentare solo un breve momento di respiro nella scaletta, lascerebbe intravedere in realtà dei possibili spunti vincenti nel songwriting degli inglesi, che fino ad ora hanno invece preferito l’utilizzo del pugno di ferro, rispetto alla “carezza” rappresentata da questo fugace arpeggio pulito.

Mephistopheles (4:06)
Il trittico finale viene inaugurato da un pezzo duro e puro, che dopo i notevoli passaggi iniziali della batteria si concentra su una strofa a riff singhiozzanti e bridge ben scanditi, prima che le cose inizino a farsi serie all’altezza di un ritornello e seguito costruito con maggiore cura ed attenzione verso il versante atmosferico del brano, su cui la chitarra veloce e tecnica di Rage intavola l’ennesima sezione solistica, immancabile fin adesso in ogni episodio dell’album. A fronte di arrangiamenti e costruzioni (fin troppo) coerenti e compatte, va ammesso che l’ispirazione e la qualità dimostrata dai singoli riff delle canzoni fin adesso ascoltate è davvero alta, capace di spaziare con relativa facilità verso segmenti a volte anche distanti tra loro del genere metal, mostrando al contempo la grande esperienza e la capacità di rinnovamento da parte di Cronos e dei suoi compagni.

Wings Of Valkyrie (4:00)
E’ con un ruggente slide di basso che veniamo introdotti alla penultima traccia dell’album. L’amore nutrito dai tre per l’uso di suggestive pause di silenzio a fine riff, ormai un vero e proprio trademark della band dagli anni duemila in poi, viene definitivamente dichiarato in questo pezzo. Un altro mid-tempo tipico per i Venom, che ormai da copione rallentano i ritmi poco dopo il ritornello, dove le trame chitarristiche si allargano in power chord aperti e nuove incursioni percussionistiche della batteria, momento ideale per riordinare le idee prima di incappare in un riuscito breakdown che rilancia il riffone iniziale, capace dopo l’ultima strofa di voce di portare a termine il brano con stile ed agilità.

Rise (4:34)
“Rise” è l’unico pezzo che fino ad ora è stato presentato in anteprima live dai tre inglesi, motivo per cui il suo ritornello suona particolarmente familiare alle nostre orecchie. Pensato palesemente per essere cantato a squarciagola da tutti i fan della band durante i loro concerti, la canzone si basa praticamente tutta sul refrain, dove viene ripetuto incessantemente il ritornello sopra ad un tappeto di palm muting di chiara scuola ottantiana. Pur non presentando fondamentalmente alcun ingrediente che non sia già stato sentito nel corso delle altre canzoni, “Rise” è effettivamente un brano particolarmente coinvolgente grazie ad una velocità, seppur ascrivibile ai tempi medi, sicuramente più sostenuta e gagliarda, perfetta per scuotere l’animo dell’ascoltatore prima del termine del full-length. La scelta poi di presentare la canzone con una specie di resa pseudo-live, per quanto bizzarra sulle prime, riesce davvero a conferire un’aura vissuta e sudata alla composizione, che porta alla conclusione un album che certo non farà la rivoluzione copernicana del genere nel 2015, ma che ci riconsegna dopo “Fallen Angels” un’altra lezione di potenza e prepotenza da parte di Cronos e la sua ciurma, esperto conoscitore del passato ma anche attento ascoltatore di tutto quello che l’heavy/speed metal ha avuto da proporre negli ultimi anni, influenzato magari proprio dai primi, leggendari album usciti a nome Venom.

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