VOLBEAT: il nuovo “Outlaw Gentlemen & Shady Ladies” traccia per traccia!

Pubblicato il 25/03/2013

Speciale a cura di Alessandro Corno

I Volbeat sono tra le formazioni attualmente più attese dell’intero panorama metal e affini. Noti per essere in grado di unire sotto un unico marchio varie influenze tra cui thrash metal, metal classico, rockabilly, country, punk rock e hard rock, hanno ottenuto un grande successo con l’ultimo album “Beyond Hell / Above Heaven” che ha fatto segnare più di 750.000 copie vendute in tutto il mondo. Impressionante inoltre affluenza ai loro concerti soprattutto in Germania e Nord Europa, dove esauriscono palazzetti e grandi arene. Con una formazione rimaneggata grazie all’ingresso dell’ex chitarrista degli Anthrax, Rob Caggiano, che assieme a Jacob Hansen ha curato anche la produzione del disco, e con la metà circa delle tracce incentrate su tematiche western, i Volbeat stanno per pubblicare “Outlaw Gentlemen & Shady Ladies” un lavoro che ad una primissima impressione appare complessivamente più leggero dei precedenti, più country e più orecchiabile. Metalitalia.com ha avuto il piacere di ascoltare in anteprima il lavoro e ora vi offre questa prima veloce analisi traccia per traccia, in attesa della recensione con valutazione definitiva che arriverà nei prossimi giorni.

 

volbeat - Outlaw Gentlemen & Shady Ladies - 2013

Data di pubblicazione: 09 aprile 2013
Etichetta: Spinefarm

LET’S SHAKE SOME DUST – 01:28
Breve e discreta intro acustica arpeggiata dal sapore western-country che è facile immaginare come opener di un concerto.

PEARL HEART – 03:28
Si parte con il primo vero pezzo dell’album, un brano piuttosto orecchiabile e diretto con un retrogusto malinconico. Appare da subito evidente l’utilizzo di suoni di chitarra meno pesanti e d’impatto rispetto al precedente album. Da sottolineare la grande melodia e accessibilità della linea vocale che culmina con un ritornello arioso e cantabile, un buon riffing e non ultimi dei giri melodici di chitarra di facile presa che vi gireranno nella testa come un paio d’anni fa fecero quelli di “Fallen” o “Heaven Nor Hell”. Brano appetibile per una fascia di pubblico decisamente ampia e più incline al rock che al metal.

THE NAMELESS ONE – 03:53
Brano tra metal e hard rock con strofa cadenzata su cui si stende un’altra linea vocale molto melodica e dominata dalla timbrica particolare di Pulsen a metà tra rockabilly e un James Hetfield in versione più soft. Ottima l’apertura del ritornello, in grado di  far decollare letteralmente il brano. Buona anche la parte strumentale centrale con influenze country. Di nuovo ci troviamo di fronte ad un pezzo che, pur rispecchiando il marchio di fabbrica dei Volbeat, è potenzialmente adatto a girare in radio e appetibile per una grande fascia di pubblico che va anche oltre al metal, al punk o al rockabilly (tanto per citare nuovamente i vari generi che il gruppo incorpora) e punta a platee ben più grandi.

DEAD BUT RISING – 03:36
Il primo riff veramente metal, oscuro e pesante anche nei suoni apre uno dei mid tempo più duri del disco. Non ci troviamo certo di fronte all’irruenza di una “Who They Are” dal capitolo precedente e infatti anche in questo caso la linea vocale è molto melodica soprattutto sul bridge centrale. Tutto praticamente si gioca sul buon tiro della strofa e sulle melodie del pre-chorus che lancia un ritornello. Quest ultimo è limitato ad uno stop che precede la ripetizione del titolo del brano.

CAPE OF OUR HERO – 03:50
C’è poco da dire, visto che si tratta del primo singolo del disco ed è già stato pubblicato. Ecco a voi direttamente il video e come raffronto possiamo dirvi tranquillamente che si tratta di una delle canzoni più orecchiabili e rock-oriented del disco. Qualitativamente buona rispetto alle altre ma non tra le punte massime del disco. A voi l’ascolto.

ROOM 24 – 05:06
Eccoci al brano che tutti i metallari aspettano di sentire per via della presenza di un ospite eccezionale come King Diamond. Inizio doomy dalle tinte oscure e poi partenza con riff quadrato, backing vocals dal feeling gelido e doppia cassa. E’ chiaramente il brano del disco che trasmette le sensazioni più sinistre, merito anche della grande personalità del Re con una interpretazione vocale a tratti sporcata e che non ci fa mancare nemmeno i suoi celeberrimi acuti. Il ritornello è lasciato quasi esclusivamente alla voce di Poulsen e come da copione sfrutta uno stacco deciso che introduce un chorus melodico in netta contrapposizione con il mood tetro del resto della composizione.

THE HANGMAN’S BODY COUNT – 05:16
Altro arpeggio dal sapore country-western introduce un up tempo il cui riff metallico di grande presa pare uscito tra un incrocio tra Judas Priest e Metallica e sul cui buon tiro si basa gran parte della forza della canzone. Il pezzo, tra i più prettamente metal del lotto, non culmina con un ritornello melodico, anzi, ma con un chorus semmai oscuro con cori, arpeggi e melodie che rimandano la mente dell’ascoltatore alle ambientazioni cinematografiche del vecchio west. Brano che non esalta più di tanto ma che spicca per la particolarità delle varie sonorità che troviamo amalgamate al suo interno. I Volbeat in questo loro “mettere assieme sound differenti” sono maestri e lo dimostrano ancora una volta

MY BODY – 03:42
Discreta cover dei Young The Giant, rock band americana piuttosto leggera e orecchiabile che il cantante dei Volbeat sembra apprezzare parecchio. Strana infatti e assolutamente fuori dagli schemi l’idea di prendere un pezzo risalente solo a due anni fa per farne una sorta di tributo. I Volbeat ci avevano abituato a cover di pezzi rock, rockabilly o country storici e ora invece spiazzano tutti. Va detto ad ogni modo che lo stile del pezzo non è così distante da quello dei Volbeat e probabilmente in qui va ricercata la decisione di aggiungerlo in tracklist.

LOLA MONTEZ – 04:29
Mid tempo in cui la linea vocale ricorda un rock anni ‘50 incrociato con quelle influenze punk rock che su questo disco sinora parevano sparite dal sound dei Volbeat. Il brano accomuna queste sonorità sfruttando una linea vocale melodica e di grande presa, e un guitar work melodicissimo sia sui giri che sulla parte solista centrale. Tra i brani più efficaci del lotto anche per il semplice riff dall’ottimo tiro e per un ritornello divertentissimo e catchy come pochi altri su questo lavoro. Altro episodio che potrebbe travare il favore della ampissima fetta di pubblico rock.

BLACK BART – 04:49
Up tempo tra punk e Motorhead, a tratti tirato in doppia cassa continua, è il pezzo più veloce e “ingorante” del disco. Il bello è che qui il sound della band del grande Lemmy viene incrociato con influenze country e un riff thrashy nella bella parte solista centrale che rendono il tutto una miscela unica, di nuovo espressione di una personalità non certo comune. Manca però il guizzo di genio sul ritornello, che a differenza di altri fatica ad uscire almeno dopo questi veloci primi ascolti.

THE LONESOME RIDER – 04:06
Up tempo country-rockabilly molto piacevole che vede la partecipazione della cantante rockabilly Sarah Blackwood attuale frontwoman dei Walk Off The Earth e in precedenza dei The Creepshow. Anche qui le ambientazioni e le influenze sono assolutamente da far west. Convincono non solo gli stacchi tra strofe più prettamente rockabilly e i ritornelli su cui le chitarre elettriche entrano in maniera più corposa ma anche la parte melodica centrale, fatta apposta per catturare le grandi platee e far cantare il pubblico all’unisono. Buon brano che speriamo verrà riproposto dal vivo in duetto con voce femminile.

THE SINNER IS YOU – 04:16
Mid tempo rockeggiante con qualche leggera inflessione punk nel riffing e che complessivamente mostra nuovamente un retrogusto country. Presente anche un senso malinconico veicolato dalle molte melodie sia a livello di chitarre che di linee vocali. I suoni sono piuttosto leggeri e anche in questo caso il gruppo punta ad una facile accessibilità, soprattutto nella parte lenta centrale. Il brano però fatica a catturare l’attenzione e appare come uno dei meno convincenti del disco.

DOC HOLLIDAY – 05:47
Il celebre pistolero americano è il protagonista di uno dei brani migliori del lavoro. Immaginatevi parti acustiche di banjo associate a strofe di scuola Metallica. Qui si torna infatti su territori puramente metal, thrash per la precisione, almeno per quanto riguarda i riff secchi delle strofe. Il richiamo alla band americana è palese e passa sia per il guitar work che per l’interpretazione vocale simil-Hetfield di Michael Poulsen. Quello che colpisce è l’entrata di un ritornello corale con banjo in sottofondo…un’idea tra il pazzo e il geniale.

OUR LOVED ONES – 04:50
Il disco si chiude con la sua vera e propria ballad. Chitarre acustiche e armonica a bocca accompagnano l’incipit del pezzo, che presto vira in un lento elettrico di stampo metal dalle atmosfere quasi drammatiche che ha nel senso malinconico delle melodie vocali la sua principale caratteristica. Ancora una volta l’approccio canoro ricorda i Metallica dei brani più lenti e melodici. Discreto il ritornello che a fine ascolto ricorderete molto facilmente.

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