WACKEN OPEN AIR 2009: live report

Pubblicato il 06/09/2009

20 YEARS LOUDER THAN HELL

Live report a cura di Alessandro Corno e Claudio Giuliani

Foto a cura di Giacomo Astorri, Rolf Klatt, Alessandro Corno e Claudio Giuliani

Ringraziamenti a Wacken Open AirICS e Metaltix

 

 

Lunedì 27 luglio, ore 14.00 Milano, Opel Corsa carica al limite del meccanicamente sopportabile, scorta di Red Bull e patatine. Ci siamo, il viaggio di 1.200 Km che ci separa da Wacken ha inizio. Dopo una sosta notturna a metà strada, arriviamo ai cancelli del festival metal più importante del mondo al Martedì e, fedeli alla nostra causa, come gli anni precedenti decidiamo di fregarcene bellamente dell’area campeggio “VIP” dedicata alla stampa (anche perché è ancora chiusa…) e ci incolonniamo verso i grandissimi campeggi che ospitano il pubblico.

Qui infatti si vive il vero Wacken, a contatto con gente di tutti gli stati, tra il frastuono di autoradio, generatori, fuochi d’artificio, impianti stereo più o meno improvvisati sparati a tutto volume, gente che gira ubriaca con megafoni alle quattro di notte, pittoreschi individui vestiti peggio che a carnevale, personaggi che vagano per ore tra le tende alla ricerca del proprio ricovero, accampamenti che a volte sembrano delle discariche abusive di lattine, bottiglie e sedie distrutte, e così via.

 

Il bello di tutto questo è però il clima di sicurezza e reciproco rispetto che si prova. Difficile infatti se non impossibile imbattersi in risse o litigi e, purtroppo, l’unico problema è come al solito legato alla ormai onnipresente moda dei furti nelle tende, peraltro quest’anno in apparente calo rispetto al precedente. Notevoli da questo punto di vista le misure di sicurezza adottate sia dentro che fuori il festival, con pesanti controlli (pure troppo) delle forze dell’ordine agli ingressi, pattuglie a bordo di quad in giro per i campeggi, vigili del fuoco e ambulanze che spesso hanno avuto il loro da fare con persone a un passo dal coma etilico.

Quest’anno era il ventesimo compleanno del Wacken Open Air e anche dal punto di vista dei servizi abbiamo notato diversi miglioramenti. Le acque delle docce finalmente erano pulite, i punti ristoro  e i chioschi della birra si sono moltiplicati, molti passaggi sono stati drenati e resi più agibili anche in caso di pioggia e lo stesso è stato fatto per gran parte dell’arena concerti. Proprio quest’ultima è stata ulteriormente allargata per dare più spazio agli spostamenti dei 70.000 paganti da uno all’altro dei quattro palchi, come al solito denominati True Metal Stage e Black Stage i due principali, Party Stage quello minore e Wet Stage il più piccolo, relegato sotto un tendone dove il tasso di umidità era qualcosa di indescrivibile. Impressionanti gli impianti audio sia come potenza che come cura dei suoni. A lato dell’arena  il solito megaschermo-cinema e uno dei nuovi intrattenimenti, un bar della Jagermeister che veniva issato a quaranta metri d’altezza da una gru, offrendo ai clienti una visuale aerea dell’area concerti. Sempre adiacente agli ingressi dell’arena il solito Metalmarket, una specie di centro commerciale del metallaro, con CD, maglie, oggettistica, gadget, toppe, vestiti e quant’altro un rocker possa mai aver bisogno. Praticamente identico alla scorsa edizione il grande Beer Garden, dove orde di metallari hanno consumato cisterne di birra fino a notte fonda o hanno brindato sulle note della banda dei vigili del fuoco di Wacken (WOA Firefighters) esibitasi già al mercoledì sul piccolo Beer Garden Stage assieme al folle Mambo Kurt e altri individui. Poco distanti anche un tendone dove si sono svolti gli incontri di wrestling e i due campi da calcio dove squadre dal bassissimo tasso tecnico e dall’altissimo tasso alcolico si sono sfidate a quelle che nella maggior parte dei casi sembravano essere più delle gare di scarpate che di pallone. La vera soprpresa è però stata l’area dedicata alla cultura medievale e nordica. Dove l’anno scorso era presente uno dei campeggi, quest’anno ha trovato posto un vero e proprio enorme accampamento in stile medievale, con annessi: un palco dove si sono esibite band folk o folk metal (ad esclusione dei thrasher Swashbuckle) e una grande zona transennata dove si sono svolti combattimenti con spade, asce e scudi, allenamenti e sfide tra “eserciti” opposti. Presente inoltre un’area ristoro rigorosamente tradizionale e “antica” sia come ricette, cucina e profumi che come tavoli e posti a sedere, con addirittura un grande bar a forma di nave vichinga. Ed anche in questo settore, così a suo modo particolare e a sé stante, non sono mancate le bancarelle di armi, pellicce che avrebbero fatto invidia ai Manowar dei tempi d’oro, manufatti di vario genere, corni, pelli lavorate a mano, persino una fucina per la lavorazione del ferro e un angolo dove era possibile prodigarsi nel lancio di asce e lance. E il tutto era ancora più suggestivo di notte quando l’illuminazione veniva affidata a braceri, torce e candele.

Ma veniamo alla parte più strettamente musicale di questo Wacken 2009. Fermo restando che gli amanti del metal più estremo si aspettavano qualcosa in più dal bill (ma il black metal  e il death metal dove sono finiti?), è come al solito difficile esprimere un giudizio su chi sia stato il migliore e, per contro, il peggiore. Sicuramente più appropriato invece sottolineare come la stragrande magioranza dei gruppi abbia rispettato le attese con performance impeccabili. D’altronde uno dei grandi pregi del Wacken è proprio quello di dar modo anche ai gruppi minori di esibirsi a grandi livelli, con dei suoni che poco hanno da invidiare a quelli dei gruppi di punta. Ecco quindi dei grandi concerti da parte di Heaven Shall Burn, Napalm Death, Airbourne, Hammerfall e Amon Amarth tanto per citarne alcuni, e le consuete conferme di istituzioni come Motorhead, Heaven And Hell e Saxon. Uno dei momenti più attesi era il concerto d’addio dei Running Wild, che però, come leggerete nel live report, non hanno convinto al 100%. E il pubblico tedesco, da sempre accusato di essere troppo freddo? Bene, da un paio d’anni anche a Wacken, che come detto è popolato da gente di tutti gli stati, è arrivata la moda dei grandi circle pit e dei pericolosissimi wall of death, senza dimenticare il sano e vecchio headbanging, il pogo, il crowd surfing o il semplice cantare e incitare i propri gruppi preferiti. Dunque tanta professionalità da un lato e tanta voglia di divertirsi dall’altro, la formula ideale per vivere una manciata di giorni indimenticabili.

 

 

 

E adesso a voi scoprire come sono andati nel dettaglio questi tre giorni di musica sui palchi del Wacken Open Air! Buona lettura!

  

31 LUGLIO 2009


Signore e signori, il Wacken Open Air inizia ufficialmente. I tre giorni di metal a tutto volume e birra a fiumi vengono inaugurati dagli Skyline, band in cui suona Thomas Jensen, organizzatore del festival. Il breve set parte con l’esplosiva "Harder Faster Louder" a cui segue una serie di brani suonati in compagnia di ospiti vari, fatto che rende il concerto parecchio simile ad una sorta di rimpatriata tra amici. "We Are The Metalheads" è l’inno del Wacken 2009 e per l’occasione raggiunge il palco proprio chi ha cantato il pezzo su disco, la biondissima Doro Pesch. Un brano classic metal abbastanza canonico che si fa apprezzare più per lo scopo di beneficienza che avrà il ricavato delle vendite che per l’effettiva qualità del pezzo. Seguono le cover di "Fear Of The Dark" (Iron Maiden), "It’s A Long Way To The Top" (AC/DC, con la cornamusa suonata da Erik Fish dei Subway To Sally) e "Whiskey In The Jar" (Thin Lizzy). Fin’ora va tutto liscio, troppo liscio, e ci pensa Tom Angelripper dei Sodom a salire sul palco con i suoi Onkel Tom e movimentare la situazione con "Auf Nach Wacken" e l’alcolica "Es gibt kein Bier auf Hawaii". Show abbastanza superfluo ma tutto sommato divertente.

 

Setlist:

Harder Faster Louder
We Are The Metalheads
Fear Of The Dark
It’s A Long Way To The Top  (If You Wanna Rock ‘n’ Roll)
Whiskey In The Jar
Auf Nach Wacken
Es gibt kein Bier auf Hawaii 

 

 

 

 

Lo scorso aprile venne resa nota direttamente dal leader dei Running Wild, "Rock n’" Rolf Kasparek, la sua volontà di sciogliere la band in occasione del suo trentennale e in coincidenza con il ventesimo anniversario del Wacken Open Air. Sulle motivazioni che hanno spinto il "capitano" a porre fine ad un’avventura che ha segnato la storia del metal europeo tutt’ora non è stata fatta molta luce e ancora aleggiano i sospetti di un suo ormai evidente calo di interesse verso questa sua creatura e anche un progressivo inaridimento della sua vena creativa. In effetti l’aver appreso che uno degli individui più coerenti e fermamente legati al metal più incontaminato aveva dato vita a tali Toxic Taste, gruppetto hard rock nel quale si presenta con capelli rossi e sotto il nome di T.T. Poison, deve aver fatto trasalire e preoccupare la maggior parte dei suoi fan, preoccupazione che ha trovato conferma nell’annuncio dello split dei Running Wild. Restava una sola e ultima occasione per vedere i quattro pirati all’opera, il Wacken Open Air 2009, purtroppo però già sold out. Proprio questo suscitò non poche proteste da parte di chi giustamente si vedeva negata la possibilità di assistere allo show d’addio del suo gruppo preferito e magari si aspettava un ultimo tour. Mesi dopo eccoci di fronte al palco di Wacken per la performance più lunga e pubblicizzata dell’intera kermesse. Ci si aspetta tanto, tantissimo da Rolf e ciurma ma le attese vengono in parte ridimensionate dal vedere come i minuti passino ma non venga montata nessuna scenografia, solo una linea di amplificatori verdi e rossi. Prima pecca di uno show che tra l’altro verrà registrato per un DVD. Dopo un siparietto in tedesco con alcuni individui vestiti da pirati, per altro non molto apprezzato dalla platea, parte "Chamber Of Lies" intro del grande "Pile Of Skulls" e la band attacca con "Port Royal". Qualche pasticcio al mixer viene presto risolto e segue una coppia di capolavori come "Bad To The Bone" e "Riding The Storm". L’impatto scenico è scarno ma fortunatamente la prestazione della band, in rigorosa tenuta piratesca, è ottima, con la voce di Rolf in buona forma. Le "spalle" Ian Eckert e Peter Jordan non fanno certo rimpiangere i loro più recenti predecessori e anche Matthias Liebetruth è autore di una prova senza sbavature dietro al suo drumkit. Quello che però proprio non va è l’atteggiamento dello stesso Rolf, forse teso ma comunque troppo distaccato e poco cordiale nei confronti di un’affollatissima platea in cui stanno gomito a gomito fan venuti da tutta Europa in certi casi solo per questo show. La sua scelta di parlare esclusivamente in tedesco suona infatti quasi come una mancanza di rispetto verso chi si è fatto migliaia di chilometri come il sottoscritto, senza considerare poi che la scaletta votata dai fan sul sito ufficiale della band è stata solo parzialmente rispettata. Non resta che godersi i capisaldi di questo grande gruppo quali "Prisoners Of Our Time", la tiratissima "Black Hand Inn", "Purgatory", "The Battle Of Waterloo", "Raise Your Fist", "Tortuga Bay", una spettacolare "Conquistadores" e l’immancabile conclusiva "Under Jolly Roger", tutti brani cantati a memoria dalla maggior parte degli astanti sotto un violento temporale. A show terminato è impossibile per noi non provare commozione per la fine di un viaggio durato quasi quanto la storia di questo genere musicale e il fatto stesso che l’addio sia arrivato con un concerto non privo di pecche, lascia un po’ d’amaro in bocca a chi ha seguito questa band per anni. Come si sul dire "la speranza è l’ultima a morire" e chissà che un giorno Rolf non ritrovi lo spirito giusto e torni a macinare riff sulle assi di un palco con l’unica vera metal band a sfondo piratesco mai esistita.

Setlist

Chamber Of Lies
Intro
Port Royal
Bad To The Bone
Riding The Storm
Soulless
Prisoners Of Our Time
Black Hand Inn
Purgatory
The Battle Of Waterloo
Drum Solo
Raging Fire
The Brotherhood
Draw The Line
Whirlwind
Tortuga Bay
Branded And Exiled
Raise Your Fist
Conquistadores
Under Jolly Roger

 

 

 

 

 

 

Dopo la lezione di stile e musica impartita al Gods Of Metal 2009, Iommi, Dio, Butler e Appice si apprestano a fare altrettanto al Wacken di fronte ad una folla oceanica di 70.000 persone. La scenografia è la stessa del Gods, non sfarzosa, molto suggestiva, in linea con il sound plumbeo del quartetto e anche la setlist è quasi identica. L’attacco è affidato come di consueto all’intro "E5150" seguita da "The Mob Rules" che scalda le corde vocali di un Dio sempre eccezionale e di un pubblico da subito in estasi. E’ notte ormai, le nubi si stanno diradando sotto la spinta di un vento decisamente freddo e pezzi come "Children Of The Sea" e "I" suonano ancora più avvolgenti, valorizzati da un impianto luci imponente e da suoni incredibilmente nitidi a centro platea. E’ il turno di "Bible Black", forse il pezzo migliore e con più resa live del nuovo "The Devil You Know", disco che ha riportato in auge questa vecchia/nuova incarnazione dei Black Sabbath. Appice si prende il suo spazio con un drum solo alla fine di "Time Machine" a cui fa seguito "Fear", sempre dall’ultimo lavoro in studio. La prova del quartetto non ha una sbavatura ed esprime la solita grandissima classe. Il tempo è poco, solo un’ora e un quarto, e il gruppo inanella i brani uno dietro l’altro concedendo pochissimo tempo a pause e dialogo con il pubblico. I vocalizzi di Dio su "Falling Off The Edge Of The World" lasciano sempre il segno, così come le note che escono dalla chitarra di Iommi, talora nere come la pece (vedasi il riffing di "Follow The Tears"), in altri casi gentili e delicate come sugli assoli di "Die Young" o "Heaven And Hell", eseguita questa volta senza il sin-along centrale per ovvi motivi di tempo. Dopo una breve uscita di palco, conclude uno degli show migliori del Wacken 2009 il medley "Country Girl"/"Neon Knight", al termine del quale resta giusto un minuto per i saluti finali e per un’uscita di palco sotto uno scroscio di applausi.

Setlist:

E5150
The Mob Rules
Children Of The Sea
I
Bible Black
Time Machine
Drum Solo
Fear
Falling Off The Edge Of The World
Follow The Tears
Die Young
Heaven And Hell
Country Girl/Neon Knights

 

 

 

 

 

  

01 AGOSTO 2009

La colazione al Wacken è servita alle 11 del mattino con i Napalm Death. La band di Birmingham polemizza con l’organizzazione per lo spostamento in orario diurno del concerto, che non permette ad alcuni fan di godere di poco più di mezz’ora di perfomance. Sfortunato il gruppo al Wacken, quest’anno il cambio di giorno, due anni fa l’incendio della paglia nel pit che ne ritardò l’esibizione accorciando la setlist. Barney prima di mezzogiorno è già scattante e la sua folle danza sul palco del Party Stage diverte i più. “Strongarm”, dal loro nuovo album, apre il concerto, il pubblico dimostra subito di gradire e comincia a dimenarsi. C’è poco tempo e quindi le canzoni si susseguono velocemente. Dal nuovo album viene proposta la granitica “On The Brink Of Exintction”, mentre non mancano i classici. Subito arriva “Suffer The Children”, seguita da “Silence Is Defeaning”. Momento grindcore puro subito dopo. Dieci minuti di assoluto delirio sulle note di “Unchallenged Hate”, “Deceiver”, “Life”, “It’s A Man’s World”, “You Suffer” e “Scum”. Tanto è il pubblico che continua ad arrivare nonostante l’orario proibitivo per i metalhead del Wacken, abili a intrattenersi al beergarden fino all’alba. Il finale è un classico, “Nazi Punk Fuck Off” dei Dead Kennedys chiude uno show al solito adrenalinico. Il gruppo è sempre più affidabile e sempre più amato dai propri fan.

 

 

 

 

I romani Ade sono i vincitori della Metal Battle italiana che li ha portati al Wacken Open Air alla ricerca del successo finale. Questo garantirebbe loro un contratto con la Wacken Records oltre alla possibilità di suonare praticamente fissi anno dopo anno al festival tedesco. I nostri propongono un death/black metal che cerca di sfociare nell’epicità in alcuni tratti, complici gli arrangiamenti che prevedono strumenti a corda e liriche incentrate sull’Impero Romano. Via allo show sotto il tendone del Wet Stage e subito ci si accorge che i suoni non sono tra i migliori, troppo impastati e confusi e questo non rende la vita facile ai romani. Gli strumenti antichi che dovrebbero costituire l’arrangiamento ai brani praticamente non si sentono, ne consegue che il risultato finale è piuttosto caotico e non si lascia ascoltare molto bene, soprattutto per chi non conosce i pezzi. Ottimo comunque l’impatto della sezione ritmica, specie la batteria, mentre vengono presentati brani come “Alba Domita” e “Pomerium”, tratti dal promo autoprodotto. Peccato per i suoni che hanno penalizzato una prova in ogni caso granitica e non hanno certo aiutato i nostri nella difficile impresa di arrivare primi al  concorso. La finale è stata infatti vinta dai thrasher spagnoli Crysys.

 

 

 

 

Cosa cavolo deve essere passato per la mente degli organizzatori quando hanno deciso di relegare gli U.F.O. in uno slot infelice come quello dalle 11.45 alle 12.45 del venerdì mattina… una band del genere, la cui caratura e il cui peso storico non sono certo discutibili, non può fare da opener di una giornata di un festival dove suonano in posizioni migliori delle formazioni di ragazzi che potrebbero essere loro figli e che in certi casi sono state proprio ispirate da questo grande gruppo hard rock. A volte le leggi di mercato sono veramente infami ma in questo caso si può proprio parlare di scarso rispetto per la storia della musica. I professionisti però si riconoscono anche in queste occasioni e infatti Phil Mogg, Vinnie Moore e compagni ci deliziano con una prestazione maiuscola tra brani recenti come l’opener "Saving Me" e "Hell Driver" dall’ultimo "The Visitor", o "Daylight Goes To Town" da "You Are Here" (2004) e classici degli anni ’70 come "I’m A Loser", "Lights Out", "Love To Love" e "Too Hot To Handle". Ottima la prestazione sia dell’ultrasessantenne Phil Mogg alla voce sia di Vinnie Moore, bravo nel far valere i suoi numeri e la sua personalità anche sul repertorio che fu di Michael Schenker. Il pubblico, ancora provato dai fumi alcolici della serata precedente, non può fare a meno che apprezzare ed incitare questi grandi musicisti, non comunque esenti da critiche per aver proposto nel finale una allungatissima "Rock Bottom" a scapito del classico "Doctor, Doctor", pezzo di cui è pesata l’assenza in setlist. Applausi comunque per un pezzo di storia del rock.

Setlist:

Saving Me
Daylight Goes To Town
This Kid’s
I’m A Loser
Helldriver
Lights Out
Love To Love
Too Hot To Handle
Rock Bottom 

 

 

 

 

 

E’ l’una del pomeriggio, il sole splende alto e forte e sul palco del Black Stage (ma poteva essere altrimenti?) salgono i tedeschi Endstille. Il black metal dei nostri è di quelli canonici, sparato a mille, senza alcuna concessione alla melodia e con testi molto cupi e oscuri. L’atmosfera del festival estivo e l’orario non aiutano di certo i nostri a creare quelle atmosfere che su disco riescono a coinvolgere l’ascoltatore facendolo immergere nelle lugubri sfuriate black metal. Gli Endstille comunque se ne fregano, propongono una dopo l’altra le loro canzoni migliori, non mancando di suonare ovviamente delle tracce estratte dal loro nuovo. Fra i brani pescati dal nuovo album “Verfuhrer” ricordiamo “Alteration Of Roots” e “Hate Me God” tutti suonati in maniera robusta. Difficile come detto calarsi nel mood con quelle condizioni, però il gruppo c’è e lo show è di quelli molto duri, neri e selvaggi.

 

 

 

Non ci siamo. Purtroppo questo è il commento per questa performance incolore da parte di Kai Hansen e compagni. Ed è proprio il biondo frontman la causa principale di questo giudizio. Si sa, Kai non sempre è vocalmente in forma e purtroppo oggi è in giornata no e finisce per vanificare gli sforzi compiuti dai suoi compagni di squadra sempre precisi come al solito. Troppe infatti le stecche e le parti abbassate. Un’altra osservazione va inoltre fatta alla setlist, da troppo tempo ormai incentrata sui soliti pezzi, dicasi le superflue "Heavy Metal Universe" e "New World Order", le classiche "Rebellion In Dreamland" e "Heaven Can Wait" (unico estratto di un album eccezionale come "Heading For Tomorrow"), "Somewhere Out In Space" e i brani storici degli Helloween. Ok, è impensabile che il buon Kai ad un open air non proponga una "I Want Out" o una "Ride The Sky", per non parlare di "Future World", attesissima e acclamatissima da tutti i presenti, ma almeno il repertorio Gamma Ray potrebbe variare un tantino visti i nove album all’attivo. Unica sorpresa la nuova "To The Metal", mid tempo dal chorus facilmente memorizzabile e abbastanza canonico che non pare poter competere con i brani migliori della band. E’ un peccato vedere un gruppo che un tempo a Wacken si esibiva da headliner, o comunque in posizioni dignitose, chiudere oggi il suo set alle tre del pomeriggio con la strasolita "Send Me A Sign". Il power non è più di moda e questo è risaputo, ma le pecche sopra accennate non aiutano certo i Gamma Ray a rimanere in corsa come fino a pochi anni fa, almeno per quanto riguarda il discorso live.

Setlist:

Welcome
Heavy Metal Universe/Ride The Sky
New World Order
Rebellion in Dreamland/Man On A Mission
Into The Storm
Heaven Can Wait
To The Metal
Gorgar/Future World
I Want Out
Somewhere Out In Space
Send me a Sign

 

 

 

 

 

Dopo la mezza delusione Gamma Ray ecco un altro gruppo decisamente a rischio per quanto riguarda i live. I Nevermore sono infatti un gruppo che ha una propria invidiabile personalità, fatta di un sound complesso ma allo stesso tempo diretto ed aggressivo, su cui si muove con centrale importanza la voce particolare di Warrel Dane. Dal vivo è proprio il frontman l’elemento più discontinuo del gruppo, a volte vero e proprio catalizzatore della scena, in altre occasioni al limite dell’ascoltabile. Fortunatamente oggi Warrel è in discreta forma e il concerto prende da subito la giusta piega. La partenza con "This Sacrament" non è delle più coinvolgenti in un contesto come un open air, visto che non si tratta proprio di un pezzo orecchiabile, ma la folla conosce bene il pezzo, da subito si agita e incita il quartetto di Seattle. A ruota "The River Dragon Has Come", il primo di ben cinque brani estratti da "Dead Heart In A Dead World", disco che nel 2000 diede il successo al gruppo. Segue proprio la titletrack, sempre impressionante come potenza in sede live e coadiuvata da dei suoni più che buoni. Breve salto nel 2003 con "Enemies Of Reality" e via di nuovo con "The Heart Collector" e la devastante "Narcosynthesis" dove è la sezione ritmica Van Williams/Jim Sheppard a dettar legge. C’è solo un’ora a disposizione e dopo "I, Voyager" e "This Godless Endeavor", Warrel chiede al pubblico di darci dentro con il crowd surfing. Detto, fatto: con la conclusiva "Born" la platea si esalta e nelle prime file è veramente un’impresa non prendersi qualche scarpata, visto il "traffico" di ragazzi che passa sopra le nostre teste. Chiusura degna della buona posizione in scaletta concessa ad uno dei gruppi più ispirati del recente passato. Peccato solo che Jeff Loomis e soci non abbiano deciso di offrirci un assaggio del nuovo "The Obsidian Conspiracy" in uscita il prossimo anno.

Setlist:

This Sacrament
The River Dragon Has Come
Dead Heart, In A Dead World
Enemies Of Reality
The Heart Collector
Narcosynthesis
This Godless Endeavor
Inside Four Walls
I, Voyager
Born

 

 

 

 

“Stand Up For Rock And Roll”. La canzone del primo album degli Airbourne (il primo pubblicato in Europa, è l’EP “Ready To Rock” uscito in Australia a marchiare l’esordio dei nostri) che apre l’infuocato show della band dei fratelli O’Keeffe sembra essere diventato il motto dei nostri, tanto da finire anche sulle belle (e care!) magliette del merchandise. Lo show è la fotocopia di quello visto al Gods Of Metal nel 2008 o anche allo stesso Wacken 2008. Tutti i pezzi oramai sono dei classici, c’è “Heartbreaker” cui segue subito la tanto invocata dalla folla “Too Much, Too Young Too Fast”. E ancora vengono proposte “Blackjack”, “Cheap Wine”, “Hellfire”, “Diamond In The Rough”. e la hit "Runnin’ Wild" nel finale. Nessuna paura quando il leader del gruppo si arrampica sull’impalcatura dello stage e da lì veleggia durante un assolo, è cosa già vista e speriamo che il nostro non ci lasci mai le penne, perché i  fan sono tutti in piedi per il rock and roll dei quattro australiani!

Setlist:

Stand Up for Rock ‘N’ Roll
Hellfire
Fat City
Diamond In The Rough
What’s Eatin’ You
Girls In Black
Cheap Wine & Cheaper Women
Heartbreaker
Too Much, Too Young, Too Fast
Blackjack
Runnin’ Wild

 

 

 

 

 

 

Gli Airbourne hanno da poco terminato il loro esplosivo show quando sul True Metal Stage tocca agli Hammerfall dimostrare di meritarsi l’ora a cavallo delle 20 a loro concessa. Il gruppo di Oscar Dronjak e Joacim Cans ha infatti raggiunto una notorietà un tempo impensabile e ora si ritrova di fronte una folla sterminata, pronta ad intonare ogni sillaba dei ritornelloni tipici del quintetto svedese. La partenza con "Blood Bound" tra fiamme e fuochi d’artificio è infatti la dimostrazione di quanto rispetto godano gli Hammerfall in questa terra. Migliaia di fan con le braccia alzate al cielo, anche nelle retrovie e un solo grande urlo che si leva ad ogni chorus. Veramente notevole, pare di trovarsi di fronte ad un headliner. Si prosegue sulle note di "Renegade", classica tanto quanto l’imponente e cromatissima scenografia che le fa da contorno, fatta di pedane e scalini d’acciao e un enorme scudo sul fondo del palco con le iniziali infuocate del gruppo. Joacim è in forma e si sente, anche se ovviamente non manca qualche parte abbassata di tono. Ottima l’impressione che lascia anche il nuovo chitarrista Pontus Norgren, recente innesto assieme al ritrovato bassista Fredrik Larsson. Un salto all’ultimo bell’album, "No Sacrifice, No Victory", con "Hallowed Be My Name", già abbastanza nota ai fan della band che con il loro attaccamento hanno permesso al disco di raggiungere un prestigiosissimo settimo posto in classifica tedesca. Stranamente il pubblico si fa sentire in maniera sorprendente anche su "Last Man Standing", roccioso mid tempo che da queste parti deve aver sopolato, anche se non è mai comparso su un album in studio ma è stato pubblicato nel 2007 come singolo e lo stesso anno sull’ultima raccolta "Steel Meets Steel – Ten Years Of Glory". Si torna al passato con il power di "Heeding The Call" e il lentone "Glory To The Brave", purtroppo l’unico pezzo tratto dal primo e indimenticabile album della band svedese. Ottima la resa live della nuova "Any Means Necessary" dove la formula del ritornello tamarro e ultra diretto si dimostra essere sempre efficace, per non parlare della conclusiva "Hears On Fire" che chiude il set tra colonne di fumo e fiammate a non finire. Sicuramente aiutati da un impatto scenico notevole e da un briciolo di cori pre-registrati in supporto ai microfoni dei quattro strumentisti, gli Hammerfall hanno offerto una delle prestazioni più convincenti e trascinanti dell’intero festival.

Setlist:

Blood Bound
Renegade
Hallowed Be My Name
Last Man Standing
Heeding The Call
Glory To The Brave
Life Is Now
Any Means Necessary
Riders Of The Storm
Let The Hammer Fall
Hearts On Fire

 

 

 

 

Una leggenda del thrash metal all’opera al Wacken. Per loro c’è il Wet Stage. Non c’è tanta gente, al momento sono tutto impegnati al True Metal Stage, ma gli intenditori accorrono al palco coperto del Wacken ad ascoltare il ritorno degli americani. Il loro nuovo CD, “Unborn Again”, ancora deve uscire ma la band propone dei nuovi pezzi che il pubblico gradisce. C’è headbanging e pogo, specie su brani storici come “Last Man Alive”, “Nailed to the Cross” e “Warmonger”. Delirio puro su “Power Thrashing Death”, uno dei brani più tosti scritti dai nostri. Tony Portaro è in gran forma, l’età non sembra averlo scalfito, e lo stesso dicasi per il batterista Joe Cangelosi che conosce un solo tempo: quello della percussione. Straordinaria infatti l’adrenalina che il gruppo scarica, non c’è spazio per mid-tempo, per break, c’è solo del classico thrash metal veloce e compatto. La lunga assenza dalla scena è terminata, la band è già rodata per le esibizioni dal vivo. Il Wacken ha dato il bentornato ai nostri!

 

 

 

 

E’ una certa curiosità che ci spinge a "sacrificare" i Bullet For My Valentine a favore dei Coheed And Cambria, gruppo  fin’ora ascoltato solo a sprazzi e mai approfondito più di tanto (mea culpa). I prog rocker americani stanno per esibirsi sul Party Stage e non possiamo fare a meno di notare quanta poca gente ci sia di fronte al palco almeno inizialmente. La tecnica e la bravura del quartetto capitanato dal bravissimo cantante Claudio Sanchez sono ben note, ma il pubblico del Wacken Open Air non sembra essere più di tanto attirato da questo tipo di sonorità. Al gruppo tocca quindi partire da zero e guadagnarsi pezzo dopo pezzo l’attenzione dei fan che circolano nella zona antistante lo stage, ed è proprio questo ciò che accade: il gruppo sfodera uno dopo l’altro con gran classe una serie di brani dall’alto tasso tecnico e non certo diretti come un open air richiederebbe, ma le stupende melodie, le abilità strumentali dei quattro musicisti e la bellissima voce del singer finiscono per radunare un numero sempre crescente di fan. Pezzi come "No World For Tomorrow" e "Gravemakers & Gunslingers" dall’ultimo "Good Apollo, I’m Burning Star IV, Volume Two: No World for Tomorrow" preparano il terreno per pezzi più lunghi, atmosferici e cervellotici come "In Keeping Secrets of Silent Earth: 3" e la melodicissima "The End Complete III: The End Complete", quest’ultima con un accenno di "The Trooper" degli Iron Maiden. Purtroppo il carisma e la capacità di intrattenimento di Sanchez non vanno pari passo con il suo stile e risulta evidente come la dimensione festival non sia l’ideale per i Coheed And Cambria. L’unico difetto di una buona prestazione che ha sicuramente fruttato parecchi fan in più alla band newyorkese.

Setlist:

No World For Tomorrow
Gravemakers & Gunslingers
In Keeping Secrets of Silent Earth: 3
The Crowing
The End Complete III: The End Complete/The Trooper
Delirium Trigger
Al the Killer
Welcome home

 

 

 

 

Headliner del ventennale del Wacken per una sera sono i Motorhead. Che dire del gruppo di Lemmy e soci che non sia stato già detto? Immensità? Grandiosità? Magnificenza? Noi preferiamo stare alle parole del leader, le solite: “Guten abend, we’re Motorhead, and we play rock and roll!”. E via sulle note di “Iron Fist”. Quando come secondo brano arriva la vecchia e bellissima “Stay Clean” si capisce che la scaletta ricalcherà quella delle date italiane che Lemmy, Campbell e Dee hanno tenuto nel mese di luglio. Bellissimo l’assolo di batteria dello svedese, colonna portante della sezione ritmica dei nostri. Lemmy dimostra di essere in gran forma, la sua voce è roca come tutti la desiderano e non tradisce neanche per un istante. A dare colore alla performance solo le “fuel girls”, quattro sventole, dono di madre natura, che salgono sul palco durante il brano “Killed By Death”. Lemmy, tra un grugnito e l’altro, non disdegna qualche sguardo alle chiappe della tipa che ogni tanto gli si struscia accanto. I due brani finali sono i classici del gruppo, “Aces Of Spades” e “Overkill” chiudono l’ennesima grande performance al Wacken del Motorhead. Lemmy ringrazia tutti, includendo gli organizzatori che, come dice dall’alto della sua innata modestia, “si ricordano di invitarli ogni tanto”. Grande Lemmy, unico.

Scaletta
Iron Fist
Stay Clean
Be My Baby
Rock Out
Metropolis
Over The Top
One Night Stand
I Got Mine
Guitar Solo
The Thousand Names Of God
In The Name Of Tragedy
Drum Solo
Just ‘Cos You Got The Power
Going To Brazil
Killed By Death
Ace Of Spades
Overkill

 

 

 

 

 

Gli In Flames a Wacken sono di casa e anche oggi la folla pronta ad accogliere i propri beniamini è a perdita d’occhio. Un sacco di ragazzi giovani con le maglie del gruppo di Goteborg si fanno strada verso le prime file, mentre  buttano uno sguardo agli schermi dove un divertente filmato biografico fa da intro al concerto e alle prime note dell’opener "Delight And Angers" scatenano subito un putiferio. La scenografia è come al solito di grande effetto, con un massiccio impiego di pyros, fiammate e un impianto luci mastodontico. Le melodie accattivanti e il tiro moderno delle nuove composizioni dominano la setlist, con parecchi pezzi estratti dall’ultimo "A Sense Of Purpose", intervallati da ben pochi episodi pescati dai dischi che negli anni novanta lanciarono la band. "The Hive" da "Whoracle" e "Embody The Invisible" da "Colony" sono infatti gli unici due pezzi pre-"Clayman" che vengono proposti, con un briciolo di dispiacere per chi come il sottoscritto considera "The Jester Race" come uno degli apici compositivi del quintetto svedese. La stragrande maggioranza dei presenti però non è della stessa idea e salta, applaude e urla quando brani come "Trigger", "Disconnected" e la hit "Only For The Weak" escono a gran volume dalle mastodontiche amplificazioni del Black Stage. I suoni, manco a dirlo, sono eccezionali e i cinque ragazzi suonano precisi come sempre, con un carismatico Anders Fridén sempre pronto a far battute e ad incitare la folla. e Niklas Engelin che sostituisce degnamente Jesper Stromblad, ancora in riabilitazione per problemi di alcolismo. Il risultato è una botta di adrenalina pura che si riversa sulla platea, innescando pogo e circle pit a non finire, persino sulla più lenta e lunga "The Chosen Pessimist" (!). C’è spazio anche per "Come Clarity", ben rappresentato dalla titletrack, dove il pubblico si illumina della luce di accendini e telefoni, e da "Dead End" dove Anders duetta con la bella Lisa Miskovsky, cantante pop-rock svedese già ospite su disco. Non altrettanto bene si può parlare di "Take This Life", pezzo che viene eseguito in coda con il singer in evidente difficoltà, prima della conclusiva "My Sweet Shadow" dove dal palco, dalle torri del mixer e delle amplificazioni si innalzano delle enormi fiammate e lo show termina tra applausi ed effetti pirotecnici. A parte un calo vocale di Anders nel finale e le considerazioni sopra fatte circa la setlist, un’altra prova che gli In Flames sono tra le band più in voga al momento.

Setlist:

Delight And Angers
The Hive
Trigger
Cloud Connected
Disconnected
Only For The Weak
Embody the Invisible
Come Clarity
Dead End
Alias
The Chosen Pessimist
The Mirror’s Truth
The Quiet Place
Take This Life
My Sweet Shadow

 

 

 

 

 

Sul palco del Wet Stage è il manager del gruppo a presentare i Sarke, band norvegese formata dal leader Sarke e che vede Nocturno Culto, di fama Darkthrone, alla voce. Il gruppo deve suonare per 45 minuti, il debuttante Vorunnah non li raggiunge e quindi il manager preannuncia sorprese. Nocturno sale sul palco fra l’ovazione della folla, presenta tutti i pezzi del CD,  “Primitive Killing”, “The Drunken Priest” (bellissima!), la malinconica e  cupa “Frost Junkie”, “Old” dove l’organo Hammond impreziosisce il brano e la black metal song veloce “Dead Universe”, due minuti a folle velocità. Ecco arrivare sul palco per l’ultimo brano la sorpresa: è Tom Gabriel Fischer dei Celtic Frost a fare la sua comparsa, il brano scelto è “Dethroned Emperor” (dall’album “Morbid Tales” del 1984) e il successo è assicurato. Non c’è modo migliore di chiudere il concerto, uno dei pochi veramente underground a Wacken, il pubblico apprezza tantissimo.

 

 

 

Doro Pesch in Germania è un’istituzione, al punto che a Wacken la si vede piuttosto spesso e ogni volta riesce a radunare davanti al palco decine di migliaia di metal fan, dai giovani ai più vecchi e legati all’irripetibile periodo Warlock. Proprio a questo glorioso passato la bionda Metal Queen dedica i primi quattro brani in scaletta. Partenza a dire il vero abbastanza strana con "Fur Immer", lento che ha fatto la storia, doppiata dall’intamontabile tris d’assi "I Rule The Ruins", "Burning The Witches" e "True As Steel". Gli applausi piovono che è un piacere e Doro, in forma smagliante sia vocale che fisica, tira fuori la solita carica da ventenne nonostante sulla carta d’identità si legga 1964. Accompagnata da musicisti di prim’ordine, tra cui anche il nostro Luca Princiotta (Clairvoyants) alla chitarra, e supportata da suoni perfetti, coinvolge il pubblico anche sui pezzi più nuovi come "The Night Of The Warlock" e "Celebrate", dove duetta con la cantante degli Holy Moses, Sabina Classen. Al di là dei brani dell’era Warlock, viene dato spazio soprattutto all’ultima decade con "Burn It Up", "Fight" e "Above The Ashes", prima del consueto tributo ai Judas Priest con "Breaking The Law". Nel finale non può mancare la pirotecnica "All We Are", il cui ritornello è sempre un successo e viene intonato da una platea ormai provata dalla lunga giornata e dal freddo (sono le due meno un quarto). Uno show abbastanza canonico per chi ha visto più volte Doro ma sempre maledettamente efficace in termini di performance e resa live.

Setlist:

Für Immer
I Rule the Ruins
Burning The Witches
True As Steel
The Night Of The Warlock
Fight
Above The Ashes
Burn It Up
Celebrate
Breaking The Law
All We Are

 

 

 

 

 

Sono le due di notte e il freddo e l’umidità avvolgono i verdi campi di Wacken. Ideale come cornice per le ambientazioni nordiche degli Amon Amarth, oggi supportati anche da una scenografia imponente con tanto di nave vichinga sul palco, combattimenti di guerrieri, fiamme e fuochi d’artificio. L’inizio con "Twilight Of The Thundergod" e "Free Will Sacrifice" scuote una platea ancora affollatissima nonostante l’orario e le 14 ore di concerti nelle gambe. L’impatto visivo è grandioso, con Johan che si piazza con tutta la sua mole sulla punta del drakkar contornato da fumo di scena e fiammate a non finire… eccezionale. La performance è praticamente perfetta e la setlist pesca prevalentemente dagli ultimi due lavori in studio, con la tiratissima "Asator" seguita da "Varyags of Miklagaard", ideale colonna sonora per i combattimenti inscenati sul palco. L’ora a disposizione del quintetto svedese scorre veloce e le pause vengono limitate allo stretto necessario. Tra i momenti migliori la tellurica "Guardians Of Asgaard", con tutti i guerrieri in posa sul palco, l’attesissima "The Pursuit Of Vikings" e "Cry Of The Black Birds". Il finale affidato a "Death In Fire" segna uno degli episodi più spettacolari dell’intero festival, con fiamme che si innalzano dallo stage, dalle torri di amplificazione, dal mixer… ottima uscita di palco per un gruppo che dal vivo ha ben pochi rivali.

Setlist:

Twilight Of The Thundergod
Free Will Sacrifice
Asator
Varyags Of Miklagaard
Runes To My Memory
Guardians Of Asgaard
Live For The Kill
Victorious March
The Pursuit Of Vikings
Cry Of The Black Birds
Death In Fire

 

 

 

02 AGOSTO 2009

Dopo gli Amon Amarth di ieri notte (meglio dire stamattina), si riparte su tematiche decisamente mitologiche con il pagan-folk metal dei Suidakra, chiamati ad aprire la giornata sul Party Stage. C’è già un buon numero di fan di fronte al palco quando i quattro tedeschi iniziano con l’ottima “Wartunes”, contornati da una scenografia decisamente minimale. I suoni non sono eccezionali e vanno via via migliorando con la successiva “Isle Of Skye”, canzone decisamente efficace dal vivo e con cori facilmente cantabili presente sull’ultimo e validissimo  “Crogacht”. C’è però un difetto evidente nella prestazione della band: il nuovo chitarrista Sebastian Hinz. I giri melodici di chitarra, così centrali nel sound del gruppo, vengono eseguiti con poca precisione, difetto che si riscontra in più occasioni anche sui soli. Il pubblico non sembra particolarmante infastidito dalla cosa e aumenta di numero minuto dopo minuto non risparmiando applausi, anche se ovviamente a mezzogiorno non si vive la stessa atmosfera che nelle ore serali. “Conlaoch”, con tanto di cornamuse pre-registrate, precede il folk metal strumentale di “Dead Man’s Reel”, mentre “Gates Of Nevermore”, tra sfuriate in blast beat e intermezzo acustico, fa registrare il picco massimo di partecipazione. In coda “Shattering Swords”, altro buon estratto dall’ultimo lavoro in studio, e “The XI Legion” chiudono un concerto che non ha convinto del tutto. E’ presto per dare un giudizio definitivo alla attuale formazione, nella speranza che con un po’ di date in più alle spalle la band di Arkadius Antonik riesca a trovare un’intesa con il nuovo arrivato.

Setlist:

Wartunes
Isle Of Skye
Darkane Times
Conlaoch
Dead Man’s Reel
Gates Of Nevermore
Shattering Swords  
The IXth Legion

 

Ospiti di Wacken praticamente un anno sì e un anno no, ai Rage tocca un posto abbastanza infelice nella bill. Lo slot di un’ora a loro riservato all’una del pomeriggio non è infatti molto generoso ma i fan della band non tardano ad affollare la platea. Memori dell’ultima apparizione sul True Metal Stage nel 2007 con tanto di orchestra, ci aspettiamo un concerto altrettanto intenso da Peavy, Victor Smolski e Andrè Hilgers. Questa volta il pesantissimo frontman e mastermind del gruppo ha deciso di invitare una serie di amici sul palco. Dopo l’inizio folgorante con “Carved In Stone” e il classico “Higher Than The Sky”, tocca infatti a Hansi Kursch dei Blind Guardian prendere il microfono e duettare con lui su “Set This World On Fire” e su “All I Want”. La resa è ottima e la tensione resta alta anche per “Invisible Horizons”. Sulle più sinforniche “Lord Of The Flies” e “From The Cradle To The Grave” è la volta della bellissima e bravissima Jen Majura, cantante chitarrista tedesca già con Rage e Blind Guardian come guest vocalist. La sua voce e la sua presenza riescono ad incantare i metalhead presenti che rispondono con un fragoroso applauso. Tuffo nel passato più remoto della carriera della band e deciso cambio d’aria con Schmier, frontman dei Destruction che con la sua carica e il suo carisma mette a ferro e fuoco il palco sulla vecchissima “Prayers Of Steel”, eseguita in medley con la spettacolare “Suicide”. Si torna ai tempi recenti con “Down” prima che Schmier lasci il microfono a Eric Fish dei Subway To Sally per “Gib Dich Nie Auf”, versione tedesca di “Never Give Up” apparsa sull’ultimo omonimo EP. “Soundchaser” chiude il set e pare che il via vai di ospiti abbia fatto accumulare qualche minuto di ritardo e il concerto sia stato tagliato. Uno show divertente che ha offerto qualcosa di diverso a chi come noi ha visto questo gruppo innumerevoli volte.

Setlist:
Carved In Stone
Higher Than The Sky
Set This World On Fire
All I Want
Invisible Horizons
Lord Of The Flies
From The Cradle To The Grave
Prayers Of Steel
Down
Gib Dich Nie Auf
Soundchaser

 

 

 

 

 

Se saltano i Kampfar chi chiami per sostituirli? Semplice, Onkel Tom, che con la black metal band svedese non c’entra ‘na mazza! D’altronde il frontman dei Sodom, Tom Angelripper, e soci dopo lo show tenuto al mercoledì sotto all’umidissimo e gremito (al punto che non siamo nemmeno riusciti ad avvicinarci all’ingresso) Wet Stage, vagavano per le strade di Wacken da giorni e non deve essere stato tanto difficile cacciarli un’altra volta sul palco. Pronti e via con la solita serie di canzoni della birra riviste in chiave thrash-casino quali il celeberrimo medley aperto da “Bier Her” e seguito da “Caramba, Caracho, Ein Whiskey” o “Diebels Alt” e “Delirium”, il cui titolo è tutto dire. La setlist pesca principlamente da “Ein Schoner Tag” il primo divertentissimo disco messo insieme dalla squinternata ciurma di Tom. Nel goderci lospettacolo non dobbiamo certo star qui a tenere conto della performance strumentale. Sebbene i musicisti che affiancano lo Zio non siano certo dei pivelli, Alex su tutti, lo spirito non è quello di sfoggiare le proprie abilità tecniche ma far più casino possibile, facendo spesso cantare la platea proprio come se fosse una festa della birra. Lo scopo è raggiunto solo parzialmente, perché il pubblico è ancora troppo sobrio per uno show del genere e il tutto non regge il confronto con quel gran macello che si scatenò nel 2004 sul True Metal Stage alle due di notte. In ogni caso pezzi come “In München Steht Ein Hofbräuhaus” o “Es gibt kein Bier auf Hawaii” fanno la loro porca figura e soprattutto ricordano a tutti che a Wacken non c’è spazio solo per il metal nel senso più stretto del termine, ma anche per realtà come queste votate al semplice divertimento.

 

 

 

 

Due e quindici del pomeriggio, sul palco del Black Stage ci sono i Cathedral. Il gruppo storico inglese, capitanato da Lee Dorrian, viene accolto fra gli applausi. Non c’è tantissima gente, il genere non è fra i più apprezzati in Germania, mancano totalmente i giovani, ma i “vecchiotti” ci sono tutti, pronti ad apprezzare il doom dei brani vecchi  e il groove di quelli nuovi dei Cathedral. Si parte subito con “Fire”, seguita da “Soul Sacrifice”. Dall’ultimo lavoro del gruppo (che presto avrà un successore, come ha dichiarato Dorrian durante una pausa fra una canzone e un’altra) viene estratta la danzabile “North Berwick Witch Trials”. Spazio poi ai capolavori del gruppo: “Cosmic Funeral” viene eseguita in tutta la sua lentezza e possanza, i riff lunghissimi del brano sono veramente pesanti, e poi ancora “Ride” prima di finire con il classico “Hopkins (The Witchfinder General)”.  Ottima prova del gruppo che ha promesso di tornare presto, i Cathedral sono apparsi in perfetta forma.

 

 

Era tutto un vociare, in tutte le lingue. Tanta attesa per la band di Chuck Billy, ed eccoli salire sul palco sulle note di “More Than Meets The Eye”, sorridenti, felici, come i fan che li accolgono con un’ovazione. Finisce il playback e ad aprire è un accoppiata micidiale: “The Preacher” e “The New Order” scatenano subito il circle pit sotto il palco. Ma non basta. Subito dopo infatti è “Over The Wall” a scatenare l’inferno. Qui si riesce a percepire tutta la potenza di Paul Bostaph, uno dei migliori batteristi thrash metal al mondo. E’ lui il primo a fare headbanging, seguito dalle migliaia di fan che alle tre e mezzo sotto un sole cocente salutano festanti le canzoni dei Testament. Si susseguono quindi  classici come “Practice What You Preach”, “Into The Pit” e “Disciples Of The Watch”. Dall’ultimo lavoro vengono eseguite “More Than Meets The Eye”, “The Persecuted Won’t Forget” e “The Formation Of Damnation”, quest’ultima eseguita sul finale dopo le mazzate “D.N.R.” e “3 Days In Darkness”.

Setlist:

The Preacher
The New Order
Over the Wall
Practice What You Preach
More Than Meets the Eye
The Persecuted Won’t Forget
Burnt Offerings
Into the Pit
Disciples of the Watch
D.N.R. (Do Not Resuscitate)
3 Days in Darkness
The Formation Of Damnation
 

 

 

 

 

Uno dei pochissimi show del 2009 per i norvegesi Borknagar si consuma sul Party Stage del Wacken Open Air. Sono tanti i fan del gruppo ancora memori della grande performance di qualche anno fa. “Future Reminiscence” dall’ultimo “Epic” fa subito il suo ingresso scaldando la platea. Certo, suonare nel caldo pomeriggio non contribuisce a creare l’atmosfera giusta per il suono epico e melodico del gruppo, ma la qualità sonora delle loro canzoni è ottima e i fan hanno di che giovarsene. Alla batteria fa il suo esordio live con i Borknagar David Kinkade, ex Malevolent Creation. I suoni del drummer sono molto secchi, molto death metal. Per carità, il nostro è impeccabile, ma il suono della sua batteria sembra adattarsi poco al tappeto musicale dei norvegesi. La scaletta spazia su tutta la discografia di Vintersorg e compagni, vengono proposte infatti  un’immensa “Colossus” (tratta da “Quintessence”) interpretata magistralmente da Vintersorg, spazio per l’amarcord con “Ocean’s Rise” e “Universal” da “The Archaic Curse”, e poi ancora “The Dawn Of The End” dal bellissimo “The Olden Domain”,  “Gods Of My World” e “The Genuine Pulse” da “Empiricism”. Nessun brano dal nuovo album “Universal” (finito di registrare da poco) viene eseguito, peccato.

 

 

 

 

Mettere insieme gli Heaven Shall Burn e la loro Germania è come avvicinare una fiamma a un candelotto di dinamite… Se infatti non vi è mai capitato di vedere la formazione tedesca in azione nella sua terra, di sicuro vi siete persi qualcosa di veramente esplosivo. Il seguito che ha questo gruppo thrash/death/metalcore in madrepatria è notevole e lo dimostrano le decine di migliaia di ragazzi, per lo più giovani, presenti di fronte al Black Stage alle cinque del pomeriggio. Appena partono le prime note di “Enzeit” dall’ultimo spettacolare “Iconoclast”, la platea si trasforma in una bolgia infernale, con pogo e crowd surfing che vanno via via aumentando con le successive “Behind A Wall Of Silence”, “Profane Believers” e “Counterweight”. Semplice ma ben curata sia la scenografia, che riprende in pieno l’artwork dell’ultimo lavoro, e l’immagine del gruppo con tutti i membri in camicia rossa. A farla da padrone è il singer Marcus Bischoff, supportato da un muro sonoro di riff dal grande impatto e da una sezione ritmica ultracompatta. I suoni almeno inizialmente non sono eccelsi ma vanno migliorando nel corso della performance e pezzi come “Like A Thousand Suns” e “Voice Of The Voiceless” suonano come veri e propri pugni nello stomaco, tanto che su quest’ultima si apre un circle pit di dimensioni bibliche che arriva fin dietro alle torri del mixer e dell’amplificazione. L’esaltazione è nell’aria e la band si carica ulteriormente, con Marcus che su “The Weapon They Fear” scende dal palco per far cantare i ragazzi nella prima fila, raccogliendo applausi e urla a non finire. Tutti a saltare con “Forlorn Skyes” ma è su “Black Tears”, cover degli Edge Of Sanity, che il singer si supera saltando direttamente in mezzo al pubblico. Non c’è che dire, una band che oggi ha dato molto agli spettatori non tanto a livello di precisione esecutiva, ma come coinvolgimento e carica adrenalinica. Da questo punto di vista di sicuro non hanno da imparare nulla da nessuno.

 

 

Mentre sul palco principale sono di scena i tedeschi Heaven Shall Burn, impegnati a scatenare il putiferio, sul Party stage vanno in scena i Pain di Peter Tagtgren, leader degli Hypocrisy e assoluto genio musicale. “I’m Going In”, opener dell’ultimo studio album “Cynic Paradise”, apre il concerto scatenando subito le danze, ovvero i saltelli dei fan. I suoni sono ottimi, così come la produzione che gode di fuochi e fiamme in abbondanza, nonostante siano le sei del pomeriggio e il sole sia ancora alto nel cielo. “Monkey Business” segue di lì a poco assieme a tanti altri pezzi che vanno ad assortire una scaletta molto varia e molto apprezzata dal pubblico. Ecco quindi che il buon Tagtgren, con divisa da football americano, sciorina il meglio del repertorio. Una dopo l’altra arrivano pezzi come “Dancing With The Dead” (dall’album che porta il nome di quest’ultimo brano) “On And On” da “Rebirth”. e “Same Old song” A chiudere, fra l’invocazione della folla, è “Shout Your Mouth” (dall’album “Nothing Remains The Same”) pezzo danzereccio sul quale tutto il pubblico saltella.

Setlist:

I’m Going In
Monkey Business
Suicide Machine
Dancing With The Dead
Nailed To The Ground
Zombie Slam
End Of The Line
Don’t Care
On And On
Same Old Song
Bitch
Shut Your Mouth

 

 

Co-headliner dell’ultima serata del Wacken, i Machine Head salgono sul palco sulle note dell’intro “Ave Satani” dal film “The Omen” del 1976, brano che in effetti nulla ha a che vedere con la musica dei nostri. Fiamme vengono proiettate sugli schermi del palco, “Imperium” compare subito con la sua potenza a far saltellare il pubblico accorso in massa all’esibizione di Robb Flynn e soci. La notte cala su Wacken e“Aesthetics of Hate”, estratta dall’ultimo studio album “The Blackening”, movimenta i tantissimi presenti, micidiale veramente il pezzo sul quale è forte l’headbanging. Non da meno il finale di “Halo”, altro brano estratto dallo studio album del 2008. Ma il gruppo si preferisce quando suona veramente duro,  come su “Old” e “Struck A Nerve” dove i fan scatenano letteralmente il putiferio. E’ Flynn stesso ad invocare il circle pit più grande della storia di Wacken e il pubblico risponde alla grande aprendo una prateria nella quale sono tantissime le persone che girano come pazze sulle note dei Machine Head. Spazio anche per la melodia, viene eseguita infatti “The Burning Red” estratta dall’omonimo album. Qui il gruppo si porta su sonorità molto dolci, melodiche, il brano spezza un po’ con la prova energica e sono diversi i fan che storcono il naso. Ma il finale regala la classica gemma, “Davidian”, estratta dal quel micidiale “Burn My Eyes” del 1994 è l’highlight della serata. I Machine Head conquistano il pubblico tedesco senza appello.

 

 

 

 

In molti si chiedono come mai i Saxon suonino così spesso a Wacken. I motivi sono due: primo, il manager dei Saxon è Thomas Jensen, ossia uno degli organizzatori del Wacken; secondo, in Germania i Saxon sono dei mostri sacri giustamente riconosciuti e valorizzati come tali. Non c’è da stupirsi dunque se Biff e compagni anche questa sera si ritrovano di fronte una folla che si estende a perdita d’occhio e che alle prime note della nuova “Battalions Of Steel” accoglie la band con un boato. Il grigio singer appare da subito in forma smagliante, anche più del solito e guida con il suo carisma uno show senza pecche. Impossibile per i Saxon deludere i propri fan questa sera. La formazione inglese celebra infatti i suoi trent’anni di attività e per l’occasione ha in programma una lunghissima setlist, votata dal pubblico via internet sceglendo almeno un pezzo per ogni album. I suoni sono perfetti e l’impianto luci è a dir poco mastodontico, completato da un megaschermo piazzato sul fondo dello stage. Il resto lo fanno pezzi recenti come “Let Me Feel Your Power”, “Lionheart” e “Killing Ground” alternati a puntate nel glorioso passato come “Strong Arm Of The Law” e la mitica “Wheels Of Steel”, dove si illumina la storica aquila gigante dietro alla batteria di Nigel Glocler. Doug Scarratt e Paul Quinn sono una macchina da riff perfetta, accompagnata da un Tim Carter forse un po’ meno esagitato del solito ma assolutamente impeccabile. A metà concerto è tempo per alcuni brani come “Rock n’ Roll Gypsy”, “Rock The Nations” e “Forever Free”, decisamente più insoliti rispetto alle varie “Motorcycle Man”, “Crusader” e “Power And The Glory”, sulle quali la risposta del pubblico è decisamente più entusiastica. Si vola verso il finale e arrivano anche le immancabili e sempre attesissime “Princess Of The Night”, “Heavy metal Thunder” e “747 (Strangers In The Night)”. E’ servito a poco ridurre al minimo le pause tra un pezzo e l’altro, il tempo sarebbe ormai scaduto ma i Saxon qui è come se fossero a casa loro e possono permettersi anche di sforare. Sotto quindi con la chicca “Stallions Of The Highway” direttamente da “Saxon” del lontano 1979, e con la conclusiva “Denim And Leather”, ovviamente intonata da chiunque dopo tre giorni di concerti abbia ancora voce. Non c’è storia, i Saxon dimostrano ancora una volta cosa significhi meritarsi un posto nella storia dell’heavy metal e danno l’ennesima eccezionale prova di classe a tutte le band che si sono esibite nel corso della giornata.

Nota: Biff alla fine di “Stallions Of The Highway” ha parlato, anche se con un briciolo di ironia, di una probabile presenza dei Metallica al Wacken Open Air 2010. Non è la prima volta che sentiamo questa voce, dal momento che lo stesso Thomas Jensen aveva accennato la cosa la scorsa primavera in un’intervista con noi. Staremo a vedere…

Setlist:

Battalions Of Steel
Let Me Feel Your Power
Lionheart
Strong Arm Of The Law
Killing Ground
Metalhead
Wheels Of Steel
Unleash the Beast
Dogs Of War
Rock N’ Roll Gypsy
Rock The Nations
Motorcycle Man
Forever Free
Solid Ball Of Rock
Crusader
Power And The Glory
Princess Of The Night
Heavy Metal Thunder
Live To Rock
747 (Strangers In The Night)
Stallions Of The Highway
Denim And Leather

 

 

 

 

 

E’ sabato notte inoltrata, i Saxon hanno sforato alla grande il tempo a disposizione (ma nessuno si è azzardato a dire nulla) e sul palco del Black Stage inizia uno strano countdown video che rappresenta i due minuti alla fine del mondo. Salgono invece sul palco due strambi personaggi della band statunitense, apripista a gruppi come i Lordi, che propongono costumi horrorifici dal vivo. Un simpatico duetto fra i due narra della storia di un  mondo dominato da chi detiene una fantomatica cintura da wrestling di Frank Sinatra. I due litigano, Sleazy P. Martini, manager del gruppo con capelli a mo’ di veranda, fa saltare la testa dell’altro personaggio ed ecco che comincia a essere spruzzato sul pubblico finto sangue. Le prime file vengono letteralmente irrorate di liquido rosso e verde, sul palco ci sono dei tubi collegati ai costumi che alimentano il gettito. Il concerto è divertente, fantastici i costumi dei nostri e nessuno fa caso alla musica, che qui diventa un’autentica colonna sonora. Un thrash metal di base, molto grezzo, che ben si adatta alla gestualità dal vivo dei nostri. Il gruppo prende sempre di mira alcuni personaggi famosi americani, questa volta a Wacken è il turno di Michael Jackson, di Obama e di Hillary Clinton, che salgono sul palco con i loro personaggi. Jackson spruzzerà sangue dal naso, la Clinton dalle tette. I brani? “Crack In The Egg”, “Go To Hell!”, “Let Us Slay” dall’ultimo “Lust In Space”, “Gor-Gor” con un enorme dinosauro sul palco, “A Short History Of The End Of The World”, “Salaminizer”… e altri sconcissimi esempi di quello che le menti folli di Oderus Urungus e soci puossono partorire. Grande concerto e tanto divertimento per i fan.  

 

 

 

 

E PER FINIRE…

Con quattro palchi a disposizione (contando solo quelli all’internodell’area concerti) è assolutamente impossibile essere presenti a tuttele performance. Le coincidenze tra i vari show, gli spostamenti da unazona all’altra, i raid ai chioschi di birra e cibo o alle bancarelledel metal market impongono che si debba per forza di cose saltarequalche concerto o comunque non poter assistere a tutta la performance.Eccovi dunque un breveresoconto circa le impressioni che ci hanno lasciato proprio quelleband di cui non abbiamo visto il set completo.

J.B.O. erano il gruppo a sorpresa al Venerdì sul Party Stage in sostituzione degliAnthrax, defezionari dell’ultimo minuto per via della separazione dalloro cantante. Che dire, questa band ultra ironica in Germania ha unseguito impressionante e mentre noi non capivamo nulla delle battuteche sparava il cantante Hannes Holzmann, il resto dei presenti siammazzava di risate. Divertenti comunque i siparietti messi in piedi daquesti quattro pazzi e la setlist, tra canzoni in tedesco e cover inversione parodia di pezzi celebri quali "Jellow Submarine", "Dust InThe Wind" e "Country Road". Peccato solo per dei volumi bassissimi chehanno scatenato le proteste del pubblico. WALLS OF JERICHO,visti solo a sprazzi ma che botta ragazzi… potrà anche non piacerea tutti su disco ma dal vivo la metalcore band di Detroit ha un tironotevole, merito anche di una frontwoman dal carisma masculino comeCandace Kucsulain. Pezzi ultra diretti come "And Hope To Die", "The NewMinistry" o "Revival Never Goes Out Of Style" hanno sollevato un granpolverone in platea, tra pogo ed enormi circle pit, per la gioia deinumerosissimi giovani presenti. Non ci aspettavamo invece un’accoglienza del genere per i VOLBEAT, gruppo danese che mette insieme metal, rockabilly e qualche inflenza punk. Il risultato è un vero e proprio marasma sotto al palco, con il tatuatissimo cantante Michael Poulsen decisamente divertito nel vedere l’incredibile partecipazione di massa su pezzi melodici e cantabili come "Soulweeper" o "The Gardens Tale". Molto divertenti, bravi nel tenere il palco e a loro modo personali, non ci stupiremo se tra qualche anno li vedremo a Wacken ad orari ancora più prestigiosi. Purtroppo visti solo di sfuggita anche gli IN EXTREMO,tanto però da apprezzarne le qualità come uno dei gruppi di punta delmedieval metal tedesco. Curati come costumi e tenuta di palco,impressionano sempre per la presa che le melodie accattivanti e ichorus di pezzi come "Vollmond", "Ave Maria" o "Ai Vis Lo Lop" hannosull’esaltatissimo pubblico di Wacken. Maiuscola la prestazione deipolistrumentisti alle prese con cornamuse, flauti, arpe e quant’altroin una cornice di fuochi d’artificio e fumo di scena. Simili comeproposta ma un po’ meno esaltanti i SUBWAY TO SALLY, esibitisiin chiusura di festival alle due di notte, quando ormai noi stanchimorti vagavamo senza meta per l’area concerti. Come al solito centralela figura di Eic Fish, cantante e polistrumentista che ha guidato laperformance del gruppo e ha trascinato un pubblico sempre devotononostante l’orario. Ogni pezzo, tra cui "Judaskuss", "FalscherHeiland", "Veitstanz", e "Auf Kiel" è stato cantato a memoria daipresenti, per la stragrande maggioranza tedeschi a causa del cantato inlingua madre. Delusione generale per l’assenza in setlist di "Julia unddie Räuber", pezzo che in più occasioni ha chiuso il Wacken.

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