WACKEN OPEN AIR 2010: il live report!

Pubblicato il 24/09/2010

W:O:A – INTRODUZIONE

Introduzione a cura di Marco Gallarati
Report a cura di Alessandro Corno e Marco Gallarati
Foto a cura di Bianca Saviane e Giacomo Astorri

Ringraziamenti a Wacken Open AirICS e Metaltix

Premessa
Wacken Open Air 2010, 21^ edizione: dal 1990 in costante ed inarrestabile crescendo, il festival metal più imponente e famoso del mondo entra nel suo terzo decennio di vita con un evento dalle ormai consuete proporzioni bibliche, quest’anno probabilmente caratterizzato dalla massima affluenza di pubblico mai registrata – non sbaglieremmo a dire che, a prescindere dalle dichiarazioni dell’organizzazione, le presenze siano ammontate tra le 75000 e le 80000 unità – e dalla massima commercializzazione mai raggiunta. Una manifestazione che, per i suoi fan più agguerriti, rappresenta l’essenza di tutto ciò che vive, respira e ruota attorno all’heavy metal, ma anche un happening che, per chi non apprezza troppo le stravaganze di ogni tipo visibili al Wacken, sta lentamente diventando un carnevale fuori da ogni schema, una gigante fiera metallica in cui truppe di lerci zozzoni – in prevalenza, sottolineiamolo, tedeschi – tendono a credere possibile anche l’impossibile e lo schifosamente deprecabile. Noi di Metalitalia.com, da bravi professionisti quali siamo, non ci schieriamo da nessuna parte e semplicemente documentiamo quanto visto in una 4-giorni di immersione metallica a tutto tondo. Eccovi il Wacken 2010!

 

Viaggio e Sistemazione
Quest anno ce la siamo presa comoda, ebbene sì! Sarà stata la presenza del sottoscritto – esordio totale sui terreni Wackeniani ad una già veneranda età – ma il viaggio di 1200 km in automobile è stato gentilmente allontanato dai progetti di partenza, memori (i reduci) dell’evacuazione del 2009, assolutamente da non ripetere. Siamo così decollati in aeromobile, destinazione Amburgo-Lubecca Airport, nel pomeriggio di mercoledì 4 agosto, mentre la miriade di band in gara per la Metal Battle già stava dandosi battaglia (e cos’altro?) in loco. Bagagli sani e salvi, breve contrattazione per il noleggio di un pullmino da otto posti ed eccoci, assieme agli amici della Vivo Management, presenti in quanto organizzatori della parte italiana della W:O:A Metal Battle, in viaggio per l’ameno paesello germanico a bordo di un mezzo guidato da un tassista in versione Eddie Irvine pre-Ferrari, ergo pericolosissimo! Recupero accrediti svolto abbastanza agevolmente, pioggerella discreta ad accompagnare l’arrivo nel VIP Camping – sì, altra comodità di questo Wacken 2010 grandemente apprezzata da chi scrive nonostante le rimostranze del suo compare – e rapido montaggio tendame ad orario post-cena. Siamo a posto, il Wacken ora può davvero cominciare!

 

Organizzazione e Palchi
L’organizzazione di un festival come Wacken ha raggiunto ormai livelli di perfezione altissimi. Tralasciando alcune piccole mancanze e possibili miglioramenti che è normale siano presenti in un evento di siffatte dimensioni, tutto quanto pare girare in modo ideale: sia gli aspetti fondamentali – cibo, bevande, igiene e sanità – sia la cura dei particolari – l’illuminazione notturna, le insegne dei ristoratori firmate – trasudano esperienza e “saperci fare” da ogni poro e, per quanto ci si renda conto di non essere nel posto ideale per farsi una vacanza tranquilla, l’atmosfera che abita Wacken è a tratti contagiosa, sempre festaiola e irriverente quanto basta. I palchi dell’edizione 2010 – intendiamo i palchi adibiti alla musica seria – sono stati cinque: True Metal Stage e Black Metal Stage, al solito uno affiancato all’altro con il Wacckone infuocato di Wacken posto in mezzo e con ben tre maxischermi assolutamente utili e necessari; Party Stage, più piccolo e più isolato alla destra del True Metal Stage; W.E.T. Stage, l’ormai classico tendone emanante tanfo, calore e umidità dove vengono relegate – ahinoi – le formazioni meno degne e dove si sono esibiti i gruppi partecipanti alla Metal Battle; e infine il Wackinger Stage, un piccolo palco montato all’interno del Wackinger Village, sul quale hanno avuto luogo concerti di band prevalentemente pagan e folk metal.

 

L’Intrattenimento
Sempre più importante e parte fondamentale dell’esperienza Wacken sembra essere diventato il contorno extra-musicale, quell’insieme di attività che il metallaro tedesco soprattutto, ma anche il metallaro sui generis proveniente da ogni dove, reputa divertenti e corroboranti, più che altro quando completamente annebbiato e rimbambito dagli ettolitri di birra ingurgitata: e quindi si va alla grande con la Bullhead City, con i concorsi per la T-shirt bagnata e la lotta femminile nel fango; con il già citato Wackinger Village, ampio accampamento in stile vichingo nel quale si possono provare un po’ tutte le attività risalenti all’epoca, fra cui anche un entusiasmante bagno promiscuo in tinozza tutti vestiti e infangati…; e poi l’enorme Beergarden, recinto a tavoli per animali a due zampe, dotato anche di palco dove far giostrare maestri della baldanza alcolica quali l’esecrabile Mambo Kurt, i pensionabili W:O:A Firefighters e le utilissime Hells Belles. Non dimentichiamo ovviamente il cosiddetto Moviefield, un’area dedicata alla proiezione di materiale metallico, nella quale quest’anno ha trovato posto – e qui siamo assolutamente seri – un tributo a Ronnie James Dio, il cui spettro ha aleggiato su Wacken (o Uochen, come la vedova Dio si ostina a chiamare il festival) ad ogni ora. Insomma, un vero e proprio luna park per metalheads!

 

La Musica
Eh sì, non temete: a Wacken c’è ancora della buona musica! Lasciati scemare nel corso degli anni gli istinti black e death – se non per show particolari o apparizioni qua e là, comunque in misura minore rispetto ad altri generi – il festival è ormai nettamente tendente al classico e più che altro al richiamo delle grandi masse attraverso i grandi nomi. Ma è giusto così, dovendo alimentare una struttura divenuta nel tempo di certo sempre più complessa e costosa. Ampissima dimostrazione la danno i tre superbig chiamati a presenziare nella giornata di giovedì: Alice Cooper, Motley Crue e Iron Maiden, in scaletta uno dietro l’altro, è davvero raro vederli assieme, se pensate che stiamo comunque parlando di un evento fino a 4-5 anni fa di stampo molto più underground. Tre veri pezzi di Storia dell’hard rock/heavy metal da far luccicare gli occhi! E se a reggere un po’ il peso di questo terzetto da spavento ci hanno pensato gli immarcescibili Slayer e Udo Dirkschneider, ecco invece Fear Factory, Soulfly, Grave Digger (e l’esecuzione per intero del loro storico “Tunes Of War”), Edguy, W.A.S.P., Candlemass ed Immortal fungere un semplice ruolo da attori comprimari. Un bill comunque sostanzioso e piuttosto vario ha contornato il Wacken 2010, anche se un piccolo appunto ce lo permettiamo riguardo la Metal Battle, per chi scrive troppo lunga ed ingombrante, considerato che è iniziata il mercoledì alle 12.50 ed è terminata il giovedì alle 19.55, uno sproposito! Suoni potentissimi e anche fin troppo assordanti sono risuonati dai palchi del festival, in un’orgia di musica che sicuramente avrà fatto esaltare almeno una volta ogni singolo presente!

 

No circle-pits, no wall-of-death!
E veniamo all’argomento-clou dell’edizione di Wacken da poco terminata: il divieto assoluto, più volte ripetuto e richiesto da parte degli organizzatori, anche con avvertimenti proiettati sui maxischermo, di mettere in scena il rischioso bailamme dei circle-pits (il vorticoso rincorrersi in cerchio in occasione dei pezzi più veloci) e dei wall-of-death (il dividersi della folla in due tronconi per poi scontrarsi a centro pit quando il brano deflagra in tutta la sua violenza). A quanto pare, durante l’edizione 2009, il numero di infortuni è stato parecchio elevato ed in seguito alle riunioni tenutesi tra l’organizzazione, i rappresentanti della città e delle forze di sicurezza e assistenza, il comune accordo è stato quello di vietare le due pratiche, lasciando invece spazio al mosh vecchio stile e al crowd surfing. E’ incontrovertibile che l’uso che i tedeschi fanno di queste pratiche è davvero ad alto rischio, così come è vero che in ogni secondo si rischia l’osso del collo una volta presi nella bolgia, ma non ci siamo potuti esimere dal sorridere quando abbiamo sentito in diretta per la prima volta l’annuncio: un po’ come se il Papa invitasse i fedeli a non pregare… Per l’anno prossimo, vi state chiedendo? Pare che la voce di noi massa metallara si potrà sentire tramite il Forum ufficiale del Wacken, nel quale già da ora possono venire inoltrate argomentazioni serie contro o a favore di circle-pits e wall-of-death, sperando che nei futuri incontri organizzativi le decisioni di quest’anno possano cambiare. Anche perchè tenere a bada migliaia di metallari invasati, con magari il frontman di turno a gasarli (vero, Max Cavalera?), è impresa alquanto ardua…

 

Tirando le somme
E dunque, anche il Wacken 2010 è terminato. E fa specie ed è significativo come già siano andati a ruba i pacchetti speciali dei biglietti per il Wacken 2011, ad appena due giorni dalla chiusura dell’evento che ancora si può definire attuale e con il solo annuncio di un sedicesimo del prossimo bill. Ciò la dice lunga sulla maestosità raggiunta da questo happening, in cui purtroppo la musica è destinata a passare quasi in secondo piano ed il divertimento extra a venir sempre più considerato. Una manna per alcuni, tristezza e delusione per altri. Noi speriamo che il sentimento di passione e fede metallica che si percepisce e tasta in questi pochi giorni di puro e globale heavy metal riesca a persistere nel tempo, perché alla fine, volenti o nolenti, il W:O:A è una parte importante del nostro universo e va conservato come un gioiello prezioso.

E ora, finalmente, i trafiletti dedicati alle esibizioni che i vostri due inviati hanno seguito saltabeccando da un palco all’altro…

(Marco Gallarati)

 

W:O:A – 4 e 5 agosto 2010

W:O:A – 6 agosto 2010

W:O:A – 7 agosto 2010

W:O:A – Pillole e Photogallery

 

W:O:A – 4 E 5 AGOSTO 2010

PENTHAGON (Metal Battle Italy)

Giusto il tempo di montare le tende e le ombre della sera ci colgono in pieno: bisogna correre al W.E.T. Stage a vedere i nostri rappresentanti alla Metal Battle wackeniana, i bresciani Penthagon! Già visionati da Metalitalia.com in occasione della semifinale settentrionale del concorso nazionale, al Live Keller Pub di Curno (BG), dove i cinque ragazzi si imposero con una prova devastante, i Penthagon stanno suonando “Labyrinth Of Fear” quando entriamo sotto il tendone: c’è parecchia folla assiepata, anche se non il pienone, e il quintetto nostrano sembra invasato e gasatissimo dall’opportunità – e d’altronde chi non lo sarebbe? I suoni sono buoni e l’attitudine della band power-thrash pure, in teoria in totale accordo con i gusti medi dell’audience presente a Wacken. La presenza scenica è notevole, il repertorio dal vago retrogusto Nevermoriano merita tutta l’attenzione necessaria, i musicisti sanno tenere il palco ed il vocalist Marco presenta i pezzi ed intrattiene senza paura il pubblico. “All I Guess” e “In The Name Of Peace” chiudono una performance che, a detta di molti che hanno avuto modo di osservare anche le altre formazioni in gara, si è rivelata fra le migliori della Metal Battle. Purtroppo ciò non è servito a molto, in quanto i Penthagon sono tornati a casa con le pive nel sacco, ma chiaramente l’esibizione a Wacken potrà essere di grande aiuto per il futuro e, nel caso vada male, un grandissimo e sempiterno ricordo!

(Marco Gallarati)

 

SETLIST

Intro + Ash In My Hands
Labyrinth Of Fear
All I Guess
In The Name Of Peace

SKYLINE

Come l’anno scorso, sono gli Skyline a dare il via ufficiale al Wacken Open Air. La band con cui dodici mesi fa si era esibito il boss del festival, Thomas Jensen, parte come di consueto con l’inno del Wacken 2009, “We Are The Metalheads”, canzone senza infamia né lode cantata anche in questa sede dalla onnipresente Doro Pesch. A seguire una serie di cover: prima di tutte la storica “All We Are” dei Warlock, sempre ovviamente con il contributo della Metal Queen tedesca, “Breaking The Law” dei Judas Priest, “Shot Down In Flames” degli AC/DC e un’ottima versione di “Holy Diver” dedicata allo scomparso Ronnie James Dio. Inutile sottolineare il grande applauso che si alza dalla platea a fine pezzo, in segno di saluto al grande e indimenticabile cantante. Tocca dunque all’ex-frontman degli Accept, Udo Dirkschneider, salire sul palco per “Heavy Metal WOA”, l’inno del Wacken Open Air 2010, che dal vivo convince e trascina più di quello dell’anno precedente. In coda, sempre con Udo sul palco, arriva la celeberrima “Balls To The Wall” degli Accept, che chiude uno show discreto come prestazione ma decisamente superfluo.

(Alessandro Corno)

 E’ nientemeno che la leggenda Alice Cooper il primo “big” a calcare il True Metal Stage del Wacken Open Air 2010, e difatti non possiamo fare a meno di notare l’oceanica massa di fan che riempie l’arena, nonostante siano appena le sei di sera. Lo show parte subito in quarta con la sempreverde “School’s Out”, in medley con un’altra hit che risponde al nome di “No More Mr. Nice Guy”. Incredibile il carisma che il sessantaduenne rocker americano riesce ancora a sfoggiare sulle assi di un palco, e poco importa se la sua voce a volte viene sovrastata dagli strumenti. Il concerto è un mix dei quaranta anni di carriera di un artista che tutt’oggi ha classe da vendere con degli spettacoli dalla forte componente teatrale come quello a cui ora stiamo assistendo. Sulle note di “I’m Eighteen”, “Wicked Young Man”, “Guilty”, la nuova “Vengeance Is Mine”, “I Love The Dead”, “Feed My Frankenstein”, Alice e il resto della band, più roadie e altri figuranti, ci offrono un bellissimo accostamento tra musica e teatro, tramite scene in cui il cantante viene chiuso in una camicia di forza, ghigliottinato o addirittura avvelenato con una siringa enorme alla fine della come al solito acclamatissima “Poison”. I chitarristi Keri Kelly e Damon Johnson sono autori di una prova praticamente perfetta e stessa cosa si può dire della sezione ritmica, con un grandissimo Jimmy DeGrasso alla batteria. L’ora e mezza a disposizione scorre via veloce e tra pezzi da novanta come “Billion Dollar Babies”, “Cold Ethyl”, “Killer” e “Under My Wheels”, eseguite quasi senza pause e dunque senza che la tensione cali, nonostante la luce del Sole non permetta alle scenografie e alle luci del palco di rendere al meglio. Una breve pausa ci porta al finale con “Elected” e alla reprise di “School’s Out”, per la chiusura di uno show che ha confermato come un vecchio leone sia ancora in grado di regalare emozioni forti non solo ai suoi fan più fedeli, ma anche ai molti giovani presenti che assistevano per la prima volta ad un suo spettacolo.

(Alessandro Corno)

Memori della scialba prestazione al Gods Of Metal 2009, non riponiamo molta fiducia nell’esibizione di questa sera dei Motley Crue. Complice la necessità di mettere qualcosa sotto ai denti, ci spostiamo nelle retrovie e, con panino e birra in mano, ci guardiamo comodamente lo show di Nikki Sixx e soci in tutta tranquillità, lontani dalla bolgia delle prime file. Fortunatamente il nostro scetticismo viene in parte smentito da uno show più energico e qualitativamente superiore rispetto a quello italiano sopra menzionato. L’inizio pirotecnico con l’eccezionale e sempre efficacissima “Kickstart My Heart” é un vero e proprio grilletto che fa esplodere la platea. Ma dicevamo in parte perchè, lasciando stare il fatto che lo show è poco o nulla differente da quanto visto la volta scorsa in quanto a scenografia, i cori registrati e a volte anche le linee vocali principali dei ritornelli lasciano più di una perplessità, sebbene la prova vocale di Vince Neil sia difatti più che discreta sulle parti in cui effettivamente canta. Con questi accorgimenti (o meglio, stratagemmi), hit ultra rodate come “Wild Side”, “Shout At The Devil” o anche la più recente “Saints Of Los Angeles” coinvolgono e trascinano, ma lasciano anche un certo fastidioso retrogusto di ‘artificiale’, che poco giova all’ottima musica di questa band. Mick Mars soprattutto e Tommy Lee, dal canto loro, ce la mettono veramente tutta con una prestazione impeccabile, e anche il sempre irrequieto Nikki fa il suo, nonostante il tempo a disposizione sia solo di un’ora e un quarto. Seguono infatti senza troppe interruzioni  “Looks That Kill”, “Live Wire”, “Primal Scream” e diversi estratti dall’inarrivabile “Dr. Feelgood”, tra cui la stessa title-track. Il finale è affidato all’immancabile “Girls, Girls, Girls” e alla coreografia di fuochi artificiali che chiude un concerto tutto sommato discreto.

(Alessandro Corno)

SETLIST

Kickstart my Heart
Wild Side
Shout At The Devil
Saints Of Los Angeles
Looks That Kill
Live Wire
Don’t Go Away Mad (Just Go Away)
Same Ol’ Situation (S.O.S.)
Mutherfucker of the Year
Ten Seconds To Love
Primal Scream
Dr. Feelgood
Girls, Girls, Girls

Il Sole è già tramontato quando dalle amplificazioni esce “Doctor Doctor” degli U.F.O e gli headliner degli headliner di questo Wacken 2010 si apprestano ad entrare in scena. La folla di oltre settantamila presenti riempie ogni angolo della platea e attende impaziente l’ingresso di Steve Harris e soci, intonando a più riprese il classico “Maiden, Maiden!!!”. Dopo una intro sinfonica, finalmente il riff di “The Wicker Man” spezza la tensione, le luci si accendono, rivelando una scenografia futuristica in linea con l’imminente nuovo album “The Final Frontier”, e lo show ha inizio. L’attitudine e il look della band sono sempre gli stessi e solo Dave Murray appare piuttosto invecchiato e sovrappeso. Il resto è come da copione, con il solito Steve Harris nelle sue tipiche movenze, Janick Gers che non sta fermo un secondo, Adrian Smith che macina riff nella sua tranquillità, Nicko sommerso dai piatti del suo drumkit e Bruce che corre a destra e sinistra come se avesse vent’anni. Il cantante però, dal punto di vista vocale, questa sera non è al top della forma e soprattutto nei primi brani tende a ‘sparire’ sugli alti. Il susseguirsi di “Ghost Of Navigator”, “Wrathchild” e la nuova “El Dorado”, dal vivo più efficace che nella versione da studio complici anche dei suoni perfetti, rende da subito evidente che ci attende la già nota scaletta standard del tour, infarcita di molti brani recenti e con pochi classici. Ecco dunque l’ottima “Dance Of Death”, la meno brillante “The Reincarnation Of Benjamin Breeg”, “These Colours Don’t Run” e una toccante “Blood Brothers”, che Bruce dedica allo scomparso Ronnie James Dio. Sul fondo del palco si susseguono i tipici sfondi con l’artwork dei rispettivi album e “Wildest Dreams”, “No More Lies” e “Brave New World” concludono la lunga carrellata di brani estratti dall’era post-reunion. La folla, che fino ad ora aveva partecipato con relativa calma, esplode all’attacco di “Fear Of The Dark”, con il classico crowd-surfing che imperversa nelle prime file. C’è poco da fare, la gente vuole i classici e quando vengono proposti la reazione è decisamente diversa e molto più entusiastica, come sull’immancabile “Iron Maiden”,  dove fa il suo ingresso un Eddie in versione aliena. Dickinson, la cui voce nel corso dello show è andata migliorando, pur non raggiungendo l’eccellenza vista in altre occasioni, prosegue nella sua maratona da un lato all’altro del palco e solo la pausa prima di “The Number Of The Beast” riesce a fermarlo. Si va verso la fine con l’acclamatissima “Hallowed Be Thy Name”, a cui segue la chiusura di “Running Free” sulla quale Bruce, tra gli applausi, ricorda ai presenti la data di pubblicazione del nuovo album, ennesimo capitolo di una lunga storia che appassiona milioni di fan in tutto il mondo.

(Alessandro Corno)

SETLIST

The Wicker Man
Ghost Of Navigator
Wrathchild
El Dorado
Dance Of Death
The Reincanation Of Benjamin Breeg
These Colours Don’t Run
Blood Brothers
Wildest Dreams
No More Lies
Brave New World
Fear Of The Dark
Iron Maiden
The Number Of The Beast
Hallowed Be Thy Name
Running Free

 

Nell’area dei palchi grandi la folla si ammassa per assistere allo show dei Motley Crue, per cui non stupisce se al W.E.T. Stage, finalmente esauritasi la pletora di band della Metal Battle, siamo in pochini a gustarci il concerto dei finlandesi Ghost Brigade, formazione con all’attivo due album di ottima fattura – “Guided By Fire” del 2007 e “Isolation Songs” del 2009. Sempre a cavallo tra riflessive e decadenti sezioni acustiche dal mood Anathema e fluide esplosioni groovy che ricordano spesso i Katatonia della seconda parte di carriera, i ragazzi di Helsinki forniscono una prova non esaltante ma comunque convincente, trainata dalla dolce violenza di brani quali “My Heart Is A Tomb” e “Into The Black Light”. Ma sono la turbolenta “Suffocated” e la commovente “Secrets Of The Earth” a divenire gli apici del concerto, con un Manne Ikonen ottimamente ispirato e bravo ad interpretare i diversi pattern del suo gruppo. La vecchia “Rails At The River” pone fine ai Ghost Brigade, visti meglio al Summer Breeze dell’anno scorso, ma certo promossi anche a questo giro. Se potete, non perderteli con Amorphis e Orphaned Land a Bologna il prossimo novembre.

(Marco Gallarati)

 

Manca poco alle 23 in punto e gli Iron Maiden sono nella fase conclusiva del loro roboante spettacolo. Incappucciato nella sua felpa, il sottoscritto segue, dalla notevole distanza di 20 anni-luce dal True Metal Stage, con un occhio (e con entrambe le orecchie, considerati i volumi) la Vergine di Ferro e con l’altro occhio i preparativi per il set della French Sensation per eccellenza, i Gojira, nel W.E.T. Stage. Joe Duplantier e soci sono accompagnati a Wacken da una nutrita schiera di loro connazionali e probabilmente è per questo che la setlist proposta dal gruppo si rivela un po’ povera di brani recenti e ben equilibrata fra materiale vecchio, compresi pezzi tratti da “Terra Incognita” e “The Link”, e nuovo, per il quale sono assolutamente da segnalare la schiacciasassi “Backbone”, “The Heaviest Matter Of The Universe” e “The Art Of Dying”. Non ci avrebbe fatto schifo ascoltare un capolavoro quale “Oroborus”, ma per questa volta è andata male. Ottima partecipazione del pubblico, che anche nelle posizioni più centrali si è dimenato a più non posso, dondolato e frustato dalla particolare essenza del chitarrismo dei Gojira. Mario Duplantier alle pelli non ha potuto fare a meno di cimentarsi in un breve assolo, ma gli attimi di calma e relax sono stati veramente rari durante uno degli spettacoli migliori e più intensi visti al Wacken 2010, almeno da chi scrive. Ed è dunque ora di chiudere la serata andando a vedere al Moviefield quale tributo a Ronnie James Dio gli organizzatori hanno preparato…

(Marco Gallarati)

W:O:A – 6 AGOSTO 2010

Dopo una colazione a ciambelle e succo d’arancia e il prologhino dei Dew-Scented, eccoci sotto il True Metal Stage per gli Amorphis, da poco fuori con il DVD “Forging The Land Of Thousand Lakes”. Da quando alla voce c’è Tomi Joutsen, è difficile che lo storico combo finnico sbagli un colpo dal vivo, sia sotto il profilo della prestazione tecnica, sia sotto quello della presenza scenica, vista la verve che l’ormai navigato frontman mette on stage. Si parte con un lotto di composizioni recenti, “Silver Bride”, “Sky Is Mine” e “Towards And Against”, e soprattutto grazie al pezzo d’apertura la platea del Wacken è mezza adorante. I fan degli Amorphis recenti superano di numero quelli che conoscono il vecchio repertorio e ce ne accorgiamo bene quando la band esegue “The Castaway”, tratta dal seminale “Tales From The Thousand Lakes”: un po’ troppo pochi danno segno di riconoscerla. Con la pacata e tranquilla attitudine che li contraddistingue – Tomi Koivusaari sembra come al solito più freddo e distante di un iceberg – i cinque strumentisti affidano completamente a Joutsen l’interazione col pubblico, con i soli Holopainen e Kallio a dispensare sorrisi ogni tanto. “Against Widows” fa decollare il concerto, che con due pezzi più che orecchiabili quali “From The Heaven Of My Heart” e “House Of Sleep” raggiunge i picchi di gradimento. Ma il finale è tutto per i die-hard fan e, con massimo godimento, anche tutto per il sottoscritto: una di seguito all’altra, “Black Winter Day” e “My Kantele” (con tanto di ripresa acustica come outro) sono stati la chiusura perfetta e immacolata. Passano gli anni, ma gli Amorphis si rivedono sempre volentieri!

(Marco Gallarati)

 

SETLIST

Silver Bride
Sky Is Mine
Towards And Against
The Castaway
Alone
Against Widows
From The Heaven Of My Heart
The Smoke
House Of Sleep
Black Winter Day
My Kantele

 

 

Nonostante sul Black Stage gli Orphaned Land stiano tenendo un gran concerto, il sottoscritto opta per gli Astral Doors, purtroppo confinati nell’angusto tendone del Wet Stage. La presenza di pubblico è discreta quando la band sale sul palco e attacca con “Call Of The Wild”. Decenti sin da subito i suoni e gruppo che appare piuttosto coeso e preciso nella performance. Su tutti il cantante-emule di Ronnie James Dio, Patrick Johansson, autore di una prova canora spettacolare, degna di uno dei migliori singer classic attualmente in circolazione. Avanti con “Black Rain”, purtroppo unico pezzo dall’ottimo “Astralism” proposto in questa misera mezz’oretta di set, con “Power And The Glory” e “Of The Son And The Father”. Molto buona la partecipazione della platea, che si esalta soprattutto sulla trascinante “It’s Time To Rock”, eseguita negli ultimi minuti prima di una chiusura piuttosto affrettata, per motivi di tempo, con “Cloudbreaker”. Buon concerto dunque, che ha dimostrato come gli Astral Doors dal vivo siano ora una band che difficilmente delude. Unico appunto l’assenza in setlist di “EVP” o “Bride Of Christ”, entrambe tra le migliori canzoni mai scritte dal gruppo.

(Alessandro Corno)

SETLIST

Call Of The Wild
Black Rain
Power And The Glory
Of The Son And The Father
Evil Is Forever
Time To Rock
Cloudbreaker

Avendo da poco recensito il loro nuovo album “New Blood”, decidiamo di dare uno sguardo anche ai The Other. Con nostra sorpresa, visto il taglio piuttosto commerciale della band tedesca, sotto al polveroso Wet Stage non troviamo che un manipolo di fan. Il gruppo, contornato da una scenografia che richiama una cattedrale gotica, inizia con l’accoppiata “New Blood”/”Back To The Cemetery”, dall’ultimo lavoro, e presto palesa i suoi pregi e i suoi difetti. Se da un lato i brani, con il loro taglio punk-metal, sono divertenti e diretti, dall’altro non si può certo dire che i musicisti siano granchè dotati in quanto a tecnica e precisione. Anche il cantante, rigorosamente in tenuta nera piuttosto dark e con il suo ciuffo laccato, non va oltre al classico ‘senza infamia nè lode’, cadendo tra l’altro nel fastidioso vizio di parlare solo ed esclusivamente in tedesco in un festival oggi più che mai internazionale. Col passare dei minuti e dei pezzi, tra cui citiamo “Der Tod Steht Dir Gut”, un’acclamata e trascinante “Beware Of Ghouls” e il semi-lento “The Lovesick Mind”, il numero di persone sotto al tendone del Wet Stage aumenta e anche il sostegno al gruppo si rafforza. La chiusura con “Transylvania” e “Blood Runs Cold” ci lascia il ricordo di una band sufficiente, che ha svolto discretamente il suo compito trovandosi però fuori contesto rispetto alle sonorità che vanno per la maggiore al Wacken Open Air.

(Alessandro Corno)

SETLIST

New Blood
Back In The Cemetury
Der Tod Steht Dir Gut
Lover’s Lane
Beware of Ghouls
In the Dead of Night
Hier Kommt Die Dunkelheit
The Lovesick Mind
Transylvania/Blood Runs Cold

Dopo aver trascorso il pieno pomeriggio al riparo dal Sole e vagando da un palco all’altro alla ricerca di qualcosa di interessante da vedere, capitiamo in orario 90° Minuto al Black Stage, dove stanno per salire sul palco gli Endstille, una delle formazioni black più amate in assoluto dai tedeschi. Abbiamo infatti ancora negli occhi la quantità smisurata di magliette della band viste due anni fa al Summer Breeze: a Wacken la situazione è meno tragica, anche perché qui il pubblico è sicuramente di un target più commerciale e quindi meno interessato alla Musica della Fiamma Nera. Il palco sul quale si esibiscono Cruor e compagni, fra i quali riusciamo ad apprezzare il nuovo cantante Zingultus, è attrezzato a trincea, con tanto di basse palizzate avvolte da filo spinato, per meglio ambientare il war black metal parossistico ed ossessivo che gli Endstille mettono sul piatto…o meglio, sul campo da guerra. Non vanno sempre alla velocità della luce però, questi tedeschi, ed esempio ne è il brano “Depressive/Abstract/Banished/Despised”, alquanto ‘pacato’ nel suo evolversi. Gli Endstille ci sanno fare: sono teutonici e quindi non hanno quell’aura particolarmente malvagia e sinistra di parecchi loro colleghi scandinavi, però hanno dalla loro la proverbiale testardaggine germanica, che li porta a spingere come indiavolati sul pedale dell’acceleratore. La setlist ha il suo punto più elevato – certo non nel nome del Signore – quando per gli ultimi due brani viene invitato on stage anche Lugubrem, screamer che prese il posto di Iblis prima dell’entrata in pianta stabile di Zingultus: ebbene, con la presenza di Lugubrem, lo show compie un notevole salto di qualità, in quanto dapprima il bianco-nero pittato si versa addosso un bottiglione di sciroppo d’acero (o ciliegia che fosse) impiastricciandosi per bene, e poi, con grande dimestichezza, si autolesiona la lingua per tre volte ferendosi con un coltello, per poi sputacchiare sangue sul microfono ad ogni successivo strillo. Se sia stato un trucco non ci è dato saperlo, fatto è che dai maxischermo è sembrato tutto molto true. True black metal, ovviamente!!

(Marco Gallarati)

SETLIST

Feindfahrt
Endstilles Reich
…Of Disorder
Depressive/Abstract/Banished/Despised
Conquest Is Atheism
Unburied In The Sun
Bastard
When Katharina Falls
Biblist Burner
Dominanz
Fruhlingserwachen
Dominanz (reprise)

Gli Evile sono tra i gruppi emergenti di cui più si è parlato negli ultimi tempi, sia per il brillante esordio “Enter The Grave” che per la precoce scomparsa del bassista Mike Alexander. Non ci stupiamo dunque se alle sei e mezza del pomeriggio il tendone del Wet Stage sia stracolmo di gente, al punto che c’è da farsi largo a fatica per entrare. I thrasher inglesi attaccano con la titletrack dell’ultimo, e a parere di chi scrive piuttosto scarso, “Infected Nations”. Ottima la risposta del pubblico che si lancia in un pogo forsennato, sollevando una polvere tale che a tratti si fatica a vedere la band. Nulla ad ogni modo se paragonato allo scompiglio che genera l’acclamatissima “Thrasher”. Non siamo su uno dei palchi principali, ma il suono è discreto, complice anche una prestazione precisa e anche più convincente di quella vista nel 2008 di spalla ai Megadeth, sopattutto vocalmente e in fatto di precisione del riffing. Tocca quindi alle più scialbe e sicuramente meno trascinanti “Time No More”, sulla quale Matt ricorda il defunto bassista, e “Metamorphosis”. Non a caso, entrambi i brani sono estratti da “Infected Nations” e l’impressione è che anche dal vivo i pezzi presenti su questo disco siano piuttosto noiosi e fatichino a coinvolgere l’audience. La prova arriva alla fine di questa mezz’ora di show con la platea che torna ad agitarsi, cantare ed applaudire sulle note di “Enter The Grave”. Alti e bassi, dunque, non come performance ma a causa dei brani proposti. Certo è che a questo gruppo non mancano i numeri e il seguito per fare molto bene. Speriamo nel terzo e atteso lavoro.

(Alessandro Corno)

SETLIST

Infected Nations
Thrasher
Time No More
Metamorphosis
Enter The Grave

 

Tocca agli Arch Enemy di Michael Amott e Sua Carinità Angela Gossow introdurre il gran finale del penultimo giorno del Wacken 2010: la band, da qualche anno a questa parte, non sembra più riscuotere l’apprezzamento di un tempo, anche se la scelta di rimpiazzare Johan Liiva con la Gossow, a lungo andare, si può dire che abbia dato i suoi frutti, soprattutto a livello commerciale, molto meno sotto il profilo della qualità interpretativa. E anche on stage, nonostante la folla sia acclamante ed assolutamente ben disposta, la band al 60% svedese non riesce a convincere appieno, trascinandosi un po’ sciapita in una setlist ben eseguita ma a larghi tratti noiosa ed insipida. La Gossow, spiace sottolinearlo per l’ennesima volta, pur sfoderando una grande presenza scenica, dal vivo proprio non ce la fa…o comunque si barcamena con la grinta e l’ormai accumulata esperienza. “Ravenous”, “We Will Rise” e “Dead Eyes See No Future” sono i pezzi che più abbiamo apprezzato, anche se, in tutta sincerità, nel mentre ascoltavamo la massima libidine ci era fornita da un kebab d’altri tempi! Sempre troppo in disparte il fratellino Christopher e l’ottimo Sharlee D’Angelo, per una formazione che si sta adagiando su allori neanche troppo meritati. Ma, come detto, il pubblico è dalla loro e dunque applausi agli Arch Enemy.

(Marco Gallarati)

SETLIST

The Immortal
Revolution Begins
Ravenous
Taking Back My Soul
My Apocalypse
Dead Eyes See No Future
Dead Bury Their Dead
We Will Rise
Nemesis
Fields Of Desolation

 

Oggi è una giornata speciale e forse irripetibile per i Grave Digger di Chris Boltendahl. La band ha infatti l’occasione di festeggiare il suo trentesimo compleanno con uno show notturno sullo stage principale del Wacken, tutt’altra cornice rispetto alle esibizioni pomeridiane che il guppo è solito tenere a questo festival. Per l’evento, Chris ha però pensato non solo di proporre per intero il suo album di maggior successo, ossia quel “Tunes Of War” che nel 1996 raccolse consensi ovunque, ma di farlo ospitando altri musicisti on stage e con un supporto coreografico e pirotecnico migliore del solito. Notevole, infatti, il colpo d’occhio dato dalla banda di cornamusieri che suona il celebre inno scozzese “The Brave”, su disco come intro di “Scotland United”, con la quale la band dà inizio al suo set tra le esplosioni dei fuochi d’artificio e il boato della platea. Con il supporto dei Van Canto come coristi, l’artwork dell’imminente album “The Clans Will Rise Again” sul fondo del palco e dei suoni pazzeschi, Chris, abbigliato e truccato alla William Wallace, guida una performance spettacolare, nella quale, oltre a una sezione ritmica compatta e rodatissima, gioca la sua rilevante parte il nuovo chitarrista Axel Ritt. Preciso e piuttosto ‘secco’ nel riffing, pulito e virtuoso sugli assoli, Axel interpreta col suo stile ma in modo assolutamente efficace brani già di per sè travolgenti come “The Dark Of The Sun” e la successiva “William Wallace (Braveheart)”, accolte con grande entusiasmo e partecipazione da un pubblico parecchio agitato nelle zone vicine al palco. La ripoposizione di “Tunes Of War” procede con la monolitica “The Bruce” e con il lento “The Ballad Of Mary”, sulla quale Chris duetta con l’amica Doro. Il trio schiacciasassi “The Truth”, “Cry For Freedom” e “Killing Time” ci porta al momento-clou dell’esibizione, ossia “Rebellion (The Clans Are Marching)”, che vede la partecipazione dietro al microfono di Hansi Kursch dei Blind Guardian e dei cornamusieri sull’intermezzo centrale. “Tunes Of War” si chiude con “Culloden Muir” e c’è solo il tempo per qualche altro pezzo, così la band ci propone “Ballad Of A Hangman”, titletrack dell’ultimo album, e la più nota “Excalibur”. Il finale è affidato come di consueto a “Heavy Metal Breakdown”, ultimo atto di uno show bellissimo che ha coinvolto ed entusiasmato le decine di migliaia di fan presenti. Unica stonatura, la decisione di Chris di rivolgersi al pubblico esclusivamente in tedesco, dimenticandosi che questa sera a sostenere a gran voce la sua formazione c’erano anche moltissimi stranieri, a cui non sarebbe dispiaciuta almeno qualche frase in inglese. Ad ogni modo, tra le esibizioni migliori del Wacken Open Air 2010.

(Alessandro Corno)

SETLIST

The Brave
Scotland United
The Dark Of The Sun
William Wallace (Baveheart)
The Bruce
The Ballad Of Mary
The Truth
Cry For Freedom
Killing Time
Rebellion
Culloden Muir
Ballad Of A Hangman
Excalibur
Heavy Metal Breakdown

 

Il pregevole spettacolo offerto dai Grave Digger è da poco terminato e già siamo sull’attenti per la prestazione incombente degli Slayer, headliner del Black Stage. La temperatura inizia un pochetto a scendere ma nel pit e attorno alla zona mixer l’atmosfera pian piano va surriscaldandosi: si parte subito senza troppi fronzoli con una doppietta (uniche tracce estrapolate, peraltro) derivante dal recente “World Painted Blood”, la title-track e “Hate Worldwide”. Il pubblico si anima di un sol colpo e parte il massacro, anche se sappiamo bene che i brani a generare l’apice del delirio sono ben altri. Tom Araya, come noto, non può più fare headbanging, ma questo giova altamente alla sua performance e a quella del gruppo, in quanto il vocalist/bassista riesce a concentrarsi maggiormente sulle lyrics da urlare. E’ strano parlare di pulizia della voce del cantante degli Slayer, ma in parte l’impressione è questa! E dalla terza canzone in poi, inizia il bello: tutti pezzi vecchi, da “Seasons In The Abyss” in giù! “War Ensemble”, “Expendable Youth” e “Dead Skin Mask” sembrano arrivare come macigni sull’audience, ed è proprio su quest’ultima che chi scrive deve trasferirsi in fretta al tendone del W.E.T. Stage per riferirvi della prestazione di un tizio poco raccomandabile conosciuto col nome di Ihsahn. La palla dunque al collega rimasto nell’Inferno slayeriano… …il quale invece preferisce continuare ad assistere allo scompiglio che creano le varie “Season In The Abyss”, “Hell Awaits”, “Mandatory Suicide” e così via, thrasheggiando a tutta velocità.Mentre la band prosegue nella sua più che buona performance, davanti al palco il pogo imperversa, interrotto solo dalle pause tra un brano e l’altro. E’ però solo il preludio al consueto finale da infarto con “Raining Blood”, “South Of Heaven” e il capolavoro assoluto “Angel Of Death”. Molto meglio della volta precedente in questa sede, gli Slayer hanno dato prova che i recenti stop causa problemi di salute del frontman non hanno certo compromesso la loro forza in sede live, anzi!

(Marco Gallarati, Alessandro Corno)

 

SETLIST

World Painted Blood
Hate Worldwide
War Ensemble
Expendable Youth
Dead Skin Mask
Seasons In The Abyss
Hell Awaits
Spirit In Black
Mandatory Suicide
Chemical Warfare
Raining Blood
South Of Heaven
Angel Of Death

 

Come scritto sopra, dopo la prima mezzora di show degli Slayer e appena finita la poderosa “Dead Skin Mask”, il sottoscritto si fa il solito zigo-zago tra corpi, bancarelle ed esseri informi svenuti sul terreno, per raggiungere ancora una volta il W.E.T. Stage, dove la curiosità di assistere al concerto dell’ex-Emperor Ihsahn è davvero alta. L’appeal del gruppo di Kerry King è però mostruoso e sotto il tendone c’è qualche spazio vuoto di troppo. Vegard Sverre Tveitan – questo il vero nome del musicista norvegese – si fa attendere parecchio causa un soundcheck prolungato e quasi irritante, ma appena salito sul palco sprigiona in una manciata di note tutta la sua personalità e la particolarità del progressive metal oscuro e tinto di avant-black che contraddistingue la sua carriera solista. Sei brani eseguiti che hanno spaziato in giusta misura fra i suoi tre lavori finora pubblicati e che hanno dato ampia dimostrazione di come non sia solo Vintersorg ad ambire al titolo di ‘Devin Townsend europeo’, considerato le meraviglie vocali e compositive che le varie “The Barren Lands”, “Called By The Fire” ed “Emancipation” sanno porre all’attenzione. Semplice e preciso nell’attitudine, Ihsahn ha schienato in breve tempo chiunque avesse intenzione di storcere il naso oppure di chiedergli a gran voce delle cover del periodo Emperor/Peccatum. Gran bel concerto, insomma!

(Marco Gallarati)

 

SETLIST

The Barren Lands
A Grave Inversed
Scarab
Emancipation
Called By The Fire
Frozen Lakes On Mars

 

E’ l’una meno un quarto di notte quando Lips esce sul True Metal Stage col suo sorrisone, urlando nei pickup della chitarra e dando così il via allo show. Si parte con la strumentale “March Of The Crabs”, a cui segue subito il classico “666”. Il pubblico, ridotto dalla stanchezza e da un freddo che onestamente in dodici anni di Wacken mai era accaduto al sottoscritto di provare, non fa comunque mancare il suo supporto alla band canadese, la quale ripaga con una prestazione maiuscola. A guidare la carica è il carismatico e discretamente in forma Lips, ma il motore è quel gran batterista di Robb Reiner, molto ben ben affiancato da Glenn Gyorffy al basso. A parte la titletrack del recente “This Is Thirteen”, la setlist è prevalentemente incentrata su brani degli anni ’80, come le indimenticabili “School Love”, “Winged Assassins”, “Mothra” (dove Lips si esibisce nel suo assolo suonato con un vibratore) e la monolitica “Thumb Hang” dedicata all’amico Ronnie James Dio. Lips non può fare a meno di mostrare il suo entusiasmo per l’occasione che questa sottovalutatissima band ha di suonare di fronte a decine di migliaia di persone e quindi ringrazia più volte la platea con la sua umile e spontanea simpatia. Dopo il terremotante drum solo su “White Rhino”, questa ora di heavy metal purissimo si chiude con “Forged In Fire” e l’immancabile, spettacolare “Metal On Metal”. Una band che non ha mai raccolto quello che meritava e che solo ora pare stia tornando ad appassionare, anche grazie al DVD-capolavoro “The Story Of Anvil”.

(Alessandro Corno)

SETLIST

March Of The Crabs
666
School Love
Winged Assassins
This Is Thirteen
Mothra
Thumb Hang
White Rhino
Forged In Fire
Metal On Metal

 

Ci riaffacciamo nell’enorme arena festival per sbirciare anche noi cosa combinano gli Anvil, ma il freddo pungente e l’umidità che vanno salendo in questa penultima serata di Wacken ci fanno presto ripiegare nuovamente sotto il tendone, nel quale decidiamo di ascoltare i tedeschi Imperium Dekadenz, all’orecchio di chi scrive del tutto sconosciuti ma comunque editi da Season Of Mist e quindi presumibilmente validi. Ebbene, pur non conoscendone le gesta, né una singola nota, il black metal atmosferico di questa band ci ha colpito ed affascinato in men che non si dica, dotato com’è di magniloquenza ed epicità decadenti unite ad una fluidità di songwriting deliziosamente assuefacente. Parecchi connazionali hanno seguito la prova del duo Horaz/Vespasian, per il live raggiunto dai musicisti Naavl, Kaelt e Harvst, e si sono mostrati del tutto soddisfatti di quanto ascoltato. Una bella sorpresa, quindi, scoperta quasi per caso, ma che merita di essere approfondita e seguita anche negli appuntamenti in studio.

(Marco Gallarati)

 

Sono le 2 di notte: sul Black Stage ci sono i Cantus Buranus (nient’altro che i Corvus Corax in versione ampliata) a cantar le loro favelle, mentre sul Party Stage è giunta l’ora di festeggiare i 25 anni di carriera degli Atrocity, seminale death metal band tedesca poi divenuta nel tempo un po’ una macchietta di se stessa. Ma soprattutto, a quest’ora di notte, c’è anche dell’altro: un gelo abissale sceso dal Mare del Nord che, pur con tutta la nostra buona volontà e stoicità da reporter, ci impedisce di seguire lucidamente la performance di Alex Krull e compari, peraltro costretti a suonare a volumi contenuti proprio a causa dell’ora tarda. Era stato annunciato dalla band un evento speciale atto a celebrare il suo venticinquennale, ed in effetti la scenografia dello stage riporta molto dello spirito degli anni ’80, quelli che gli Atrocity hanno dimostrato di amare tanto con ben due studio-album contenenti esclusivamente cover di brani famosi del periodo (i due “Werk 80”): tante luci, eruzioni di ghiaccio secco, la scritta Atrocity preparata a mo’ di insegna metallica e luminosa, quattro gabbie in cui altrettante cubiste si presentano on stage per dimenarsi quanto basta a tenere svegli gli assonnati astanti. Insomma, nella forma le premesse per un bel concerto ci sono tutte…ma purtroppo è nella sostanza che i nostri tedesconi hanno toppato alla grande, proponendo una performance fredda (non solo per la temperatura) e poco coinvolgente, che ha faticato a farci tirar fuori le mani dalle tasche della felpa per applaudire. Per l’esecuzione di qualche brano, Alex Krull si è anche avvalso dell’aiuto di Liv-Kristine Espanaes, sua moglie nonché ex-vocalist dei Theatre Of Tragedy e ora attiva da solista e con i Leaves’ Eyes, ma il risultato non è affatto mutato. Spettacolo scialbo e mediocre, tant’è che durante l’ultima “Shout”, cover dei Tears For Fears in fase di smembramento da parte degli Atrocity, abbiamo preso gambe e piedi e ce ne siamo filati in tenda a finire di crepare di freddo. A domani!

(Marco Gallarati)

 

SETLIST

Intro
Fatal Step
Necropolis
B.L.U.T.
Willenskraft
Seasons In Black
Clash Of The Titans
Die Todgeweihten
Intro 2
The Great Commandment (cover Camouflage)
Fade To Grey (cover Visage)
The Sun Always Shines On TV (cover A-ha)
Shout (cover Tears For Fears)

 

W:O:A – 7 AGOSTO 2010

Dopo una notte polare come quella appena trascorsa, sono ben pochi quelli che si aggirano per l’arena e la maggior parte di loro appare piuttosto provata. Non c’è da stupirsi dunque se a mezzogiorno il Wet Stage sia ben poco popolato quando i Nightmare salgono sul palco. La classic metal band francese parte con “Eternal Winter”, discreta opener dell’ultimo album “Insurrection”, e, anche se i suoni non sono un granchè, notiamo una buona sezione ritmica con batteria dalla doppia cassa super triggerata e una forma eccezionale del cantante Jo Amore. Ottimo come screamer, Jo riesce a convincere anche sulla cover di “Holy Diver” del compianto Ronnie James Dio. Il pubblico ovviamente applaude e partecipa, cantando il pezzo a memoria. C’è solo mezz’ora a disposizione e il gruppo propone un altro nuovo brano intitolato “Legions Of The Rising Sun”, chiudendo poi con l’acclamato classico “Trust A Crowd”. Buona performance, dunque, e peccato solo per l’orario e la conseguente scarsità di fan.

(Alessandro Corno)

 

SETLIST

Eternal Winter
The Gospel Of Judas
Holy Diver
Legions Of The Rising Sun
Trust A Crowd

Eravamo curiosi di vedere come se la cavasse questa band dal vivo e dunque eccoci qui di fronte al Wet Stage. Il gruppo tedesco, formato nel 2008 da membri di Paradox e Sinner, ha avuto un discreto successo in termini di giudizi verso il suo omonimo album di debutto. Non strettamente metal e influenzati anche da southern e groove, i The New Black si confermano già dalle prime “Why I Burn” e “More Than A Man” una band decisamente preparata dal punto di vista tecnico. Dei suoni ben bilanciati rendono giustizia ad una prova strumentalmente ottima, con le due chitarre di Adam Schwarz e Christof Leim piuttosto in risalto e il cantante Markus Hammer, dal look stranamente ordinato e non propriamente metal, molto bravo nell’esecuzione e al centro della scena soprattutto su “Simplify”, dove esegue anche le parti di armonica a bocca. I brani sono ovviamente tutti tratti dal disco d’esordio e nella mezz’ora a disposizione il gruppo cerca di proporne il più possibile, riducendo le pause al minimo necessario. Buone soprattutto la groovy “The King I Was” e “Drive”, dal notevole tiro in sede live. Non esattamente in linea con l’atmosfera metallica del festival, e forse per questo non seguiti da una folla numerosissima, ma ad ogni modo convincenti.

(Alessandro Corno)

SETLIST

Why I Burn
More Than A Man
Simplify
Welcome To Point Black
The King I Was
Everlasting
Drive

Passati indenni attraverso una delle notti più umide e gelide che il sottoscritto ricordi, dalle sbirciatine agli Ektomorf ci trasferiamo sotto il True Metal Stage alla mercé dei Caliban, formazione che, dopo gli exploit degli anni passati e l’effetto-prezzemolo che ce l’ha resa un po’ inutile, deve assolutamente risollevare la propria quotazione: difficile farlo, però, quando poco prima della salita on stage della band, si presenta sul palco uno degli organizzatori ricordando che al Wacken 2010 wall of death e circle-pits sono strettamente vietati. Ci mettiamo nei panni dei Caliban, i cui pezzi sono costruiti per far muovere il pit, e comprendiamo la sensazione di sconforto e l’ironia che Andy Dorner è andato declamando per tutto il set – non capiamo il tedesco, ma il tono delle parole e la gestualità sono stati abbastanza inequivocabili. Sui maxischermo addirittura venivano proiettati i segnali di divieto delle pratiche succitate, mentre magari il gruppo tedesco era proprio impegnato in una veloce sfuriata da circle-pit! Situazione surreale certamente, che però ha visto i Caliban fornire una prestazione potente e convincente, aiutata anche dall’uso del playback per la voce pulita del chitarrista Denis Schmidt, solitamente vera strizzata nelle parti basse durante i ritornelli. Poco verace l’uso del playback, chiaro, ma funzionale alla resa del concerto: abbiamo visto i Caliban tante volte e ce li ricordiamo così bravi solo quando suonarono d’apertura per gli In Flames nel 2004, durante il tour di “Soundtrack To Your Escape”. I brani sono quello che sono, trade-mark ormai assoldato e neanche troppo originale (ricordate “I Rape Myself”?), ma stavolta si possono muovere poche critiche al gruppo. Bella sveglia!

(Marco Gallarati)

SETLIST

Love Song
It’s Our Burden To Bleed
I Rape Myself
No One Is Safe
I Will Never Let You Down
I’ve Sold Myself
Caliban’s Revenge
Between The Worlds
24 Years
Liar

Dopo esserci presi una pausa dal forte caldo di questo ultimo giorno di concerti, torniamo nell’arena principale mentre sul Black Stage si stanno esibendo i Lock Up, la super-formazione grindcore composta da Shane Embury (Napalm Death) al basso, Nick Barker (ex Cradle Of Filth, ex Dimmu Borgir) alla batteria, Tomas ‘Tompa’ Lindberg (At The Gates, The Great Deceiver) alla voce e dallo sconosciuto Anton Reisenegger alla chitarra. Opposti a loro, sul Party Stage, stanno suonando gli orecchiabilissimi Delain e quando capitiamo in un punto in cui si riescono a sentire/vedere entrambi gli spettacoli, è buffo rendersi conto di quanto sia complesso e variegato il nostro universo metallico. Ma, lasciando stare queste considerazioni altamente filosofiche, torniamo al massacro grind dei Lock Up: Barker ed Embury sono una sezione ritmica da lasciare sbalorditi per carisma, precisione e ferocia, Reisenegger se la cava bene, ma è sul vecchio Tompa che poniamo più spesso gli occhi. La sua attitudine tra death metal e hardcore è qualcosa che ha fatto scuola e, nonostante la sua voce possa non piacere, ci si trova davanti ad un vero capostipite del cantato estremo. “Violent Reprisal” e “Cascade Leviathan” sono solo un paio dei pezzi proposti dalla band anglo-svedese durante l’ora a disposizione, in cui i Lock Up hanno portato un po’ di nichilismo sonoro ad un Wacken troppo, troppo classicheggiante. Purtroppo c’è da segnalare che, fra le formazioni che hanno suonato sui due palchi principali ad orari decenti, Embury e compari sono stati fra quelli meno seguiti da un’audience che ha evidentemente preferito prendersi un momento di relax. Pazienza… solitamente meno si è e più larghi si sta!

(Marco Gallarati)

 

 

Tornati finalmente alla carica con un grande disco come “Ironbound”, D.D. Verni e compagni radunano di fronte al True Metal Stage una folla oceanica di fan che da lì a poco saranno travolti da un vero e proprio assalto sonoro. La scarica di thrash metal nudo e crudo parte in quarta con “The Green And Black”, proprio dal sopra menzionato nuovo disco, e prosegue con “Rotten To The Core” e “Wrecking Crew”. L’adrenalina è nell’aria e la spettacolare prova del gruppo è il detonatore che fa esplodere la carica dei ragazzi in platea i quali, ignorando gli inviti ad evitare circle pit, si lanciano in un parapiglia generale. Impossibile non esaltarsi quando di fronte si ha un gruppo che nonostante i trent’anni di carriera riesce ad offrire prestazioni travolgenti come queste, arrivando anche ad accelerare alcuni brani già di loro devastanti. “Hello From The Gutter”, “Coma, Elimination”: la potenza e precisione dei riff, una sezione ritmica terremotante e un Bobby in forma incredibile rendono questi pezzi un vero e proprio pugno nello stomaco, complici anche dei suoni nitidi e potentissimi. Non da meno le recenti e ottime “Ironbound” e “Bring Me The Night” (pazzesca la tiratissima parte solista centrale), chiara dimostrazione che questa band può ancora scrivere pagine nella Storia del thrash metal. E L’adrenalina non cala nemmeno nel finale con il medley tra le cover di “Fuck You” dei The Subhumans e di “Overkill” dei Motorhead. Niente da aggiungere, avrete capito che gli Overkill hanno ancora una volta dettato legge, dando una chiara dimostrazione di forza non solo ai fan ma anche alle altre band presenti al festival.

(Alessandro Corno, Alessandra Sacco)

SETLIST

The Green And Black
Rotten To The Core
Wrecking Crew
Hello From The Gutter
Coma
Hammerhead
Ironbound
In Union We Stand
Bring Me The Night
Elimination
Fuck You/Overkill/Fuck You

 

 

Purtroppo tocca dirlo: ci sono quattro gatti contati sotto al Wet Stage quando gli Skanners danno via al loro set sulle note di “Welcome To Hell”. Sicuramente pesa molto la presenza in contemporanea degli Overkill e l’apparente minor numero di italiani che quest’anno hanno deciso di venire a Wacken. A Pisoni e resto della squadra questo non sembra importare molto e danno prova ancora una volta di avere energia da vendere. Il frontman è un vero e proprio esempio di grinta e simpatia, molto bravo non solo nel cantare le varie “Iron Horse”, “Time Of War” e “Blood In My Eyes”, che oggi ci vengono proposte, ma anche nel colloquiare con il pubblico, alternando inglese, tedesco e italiano. Nulla da dire anche sul resto della formazione, compatta e precisa come sempre. Gli sforzi pagano e con il passare dei minuti finalmente il tendone si fa più affollato. Il tempo è veramente tiranno e c’è ancora spazio solo per “Metal Party” e la coinvolgente “Hard And Pure” dall’imminente nuovo album. Gli Skanners sono sempre una garanzia e oggi con la loro grande passione per il metal classico hanno tenuto degnamente alta la bandiera del metal italiano.

(Alessandro Corno)

SETLIST

Welcome To Hell
Iron Horse
Time of War
Blood In My Eyes
Metal Party
Hard And Pure

 

Conclusi i Lock Up, ci viene un’insana voglia di folk metal e visto che nel W.E.T. Stage stanno suonando i Metsatoll, ci facciamo una corsetta per vedere almeno una ventina di minuti della loro performance. La band viene da Tallinn, Estonia, e lo sventolare di almeno tre bandiere bianco-nero-blu del Paese baltico ci fa capire quanto internazionale sia diventato Wacken, quest’anno letteralmente invaso anche da spettatori extra-europei, messicani e sudamericani in primis. I Metsatoll propongono un folk-pagan metal in lingua madre non troppo lontano dalle cafonate humppa-ska in voga negli ultimi tempi ma anche decisamente più vicino allo stile dei gruppi provenienti appunto dall’area baltica, come ad esempio i lettoni Skyforger. Il componente che più si mette in mostra dei quattro estoni è sicuramente il poli-strumentista Lauri, che alterna la chitarra a svariate tipologie di strumenti etnici, flauto, una piccola cornamusa e armonica a bocca fra gli altri. I pezzi sono interessanti e ci pare che “Aio”, title-track dell’ultimo lavoro, sia quello che abbia riscosso più successo fra il pubblico, in buona parte impegnato a cantare ‘Aio!’ all’unisono, manco fossimo ad una sagra in pieno Gennargentu… Spettacolino quindi divertente per i Metsatoll, protagonisti di una godibile mezzoretta.

(Marco Gallarati)

 

SETLIST

Sojahunt
Hundiraev
Aio
Roju
Sajatus
Metsaviha 2

Tra i gruppi più attesi dell’intera kermesse ci sono sicuramente gli W.A.S.P., anche se negli ultimi tempi l’avvicinamento del leader Blackie Lawless alla religione ha sollevato diverse polemiche e allontanato parte dei fan. Blackie è difatti cambiato sia fisicamente, dove ora dimostra tutti i suoi cinquant’anni, che come attitudine, e basti pensare al suo rifiuto di riproporre dal vivo “Animal (Fuck Like A Beast)” in quanto secondo lui ‘diseducativa’. E difatti oggi quel pezzo, uno dei classici che hanno contribuito al successo della band, mancherà dalla scaletta. Presenti invece molti degli altri brani più rappresentativi come ad esempio “On Your Knees”, “L.O.V.E. Machine” e “Wild Child”, tutte molto acclamate dal pubblico. La prestazione del gruppo è buona, soprattutto da parte del chitarrista Doug Blair e di Mike Duda, impegnato sia al basso che al microfono nei ritornelli. Blackie, senza il suo coreografico microfono rubatogli anni fa, vocalmente è in discreta forma, ma come noto canta praticamente solo sulle strofe. Quello che invece continua a non convincere, e lo avevamo sottolineato su queste pagine anche in occasione dell’ultima data milanese, è l’utilizzo sui ritornelli di parti vocali registrate, parti che a volte sembrano anche aiutare la linea vocale principale oltre che le backing vocals. Gli W.A.S.P. però hanno dalla loro dei grandissimi brani, da cui è impossibile non lasciarsi coinvolgere. Spettacolare il medley “Hellion/I Don’t Need No Doctor/Scream Until You Like It” e anche la nuova “Babylon’s Burning” dimostra di avere una buona presa dal vivo. Per chi scrive il momento clou arriva però con l’accoppiata “The Idol”/”Chainsaw Charlie (Murders In The New Morgue)”, unici estratti dal capolavoro “The Crimson Idol”. Conclusione come al solito con “I Wanna Be Somebody”, alla quale partecipano a gran voce i fan in platea. Concerto dunque positivo, su cui ha pesato solo il senso di ‘artificiale’ di cui sopra causato dalle registrazioni.

(Alessandro Corno)

 

SETLIST

On Your Knees
The Real Me
L.O.V.E. Machine
Babylon’s Burning
Wild Child
Hellion/I Don’t Need No Doctor/ Scream Until You Like It
Chainsaw Charlie (Murders In The New Morgue)
The Idol
I Wanna Be Somebody

 

 

E’ da poco terminato lo show dei Tyr e non resta che rientrare nell’arena concerti principale affondando nella marea umana che ci separa da essa. Sul True Metal Stage gli Edguy hanno già iniziato a suonare da un quarto d’ora circa e stanno terminando “Tears Of A Mandrake”. Non ci serve molto per notare la solita tenuta stravagante del leader Tobias Sammet, oggi in buona forma, e l’esecuzione piuttosto precisa della band. Dopo “Vain Glory Opera” è la volta delle divertenti “Lavatory Love Machine” e “Superheroes”, eseguite con il bassista Markus Grosskopf come ospite d’eccezione e Tobias Exxel che prende il posto di chitarrista, offrendoci un’inedita formazione con tre chitarre. La platea applaude e assiste soddisfatta, mentre Tobias, visibilmente esaltato dalla calorosa risposta del pubblico, fa battute e ringrazia, purtroppo quasi esclusivamente in tedesco. Grosskopf lascia la scena tra gli applausi e la band si ricompone in formazione classica per “Save Me” e “Sacrifice”, sulla quale il cantante è autore di un gesto veramente encomiabile che lo vede raggiungere il lato del palco e, continuando a cantare, scattare una foto con un ragazzo disabile. Applausi più che dovuti. Lo show si chiude con “King Of Fools” e, anche se dobbiamo dire che i concerti degli Edguy sono sempre più simili l’un l’altro, è altrettanto vero che la band riesce sempre a divertire e coinvolgere grazie al carisma e alla simpatia del suo talentuoso leader.

(Alessandro Corno)

SETLIST

Dead Or Rock
Speedhoven
Tears Of A Mandrake
Vain Glory Opera
Lavatory Love Machine
Superheroes
Save Me
Sacrifice
King Of Fools

 

 

Con gli Stratovarius in azione sul Party Stage e i Cannibal Corpse sul Black Stage, optiamo per un concerto meno usuale rispetto a questi due. Direzione Wackinger Stage dunque, dove da lì a poco saliranno sul palco i Tyr, formazione epic/folk/pagan rivelazione degli ultimi anni. Fuori dall’arena principale, quindi, e all’interno della suggestiva area vichinga, su un palco piuttosto ristretto di fronte al quale al nostro arrivo c’è già una considerevole folla. Nulla ad ogni modo se paragonato al pienone che la piccola platea farà registrare dopo pochi minuti. All’inizio dello show, difatti, è quasi impossibile muoversi e anche la visuale è piuttosto difficoltosa. I quattro faroesi, abbigliati con cotte di maglia e bellissime armature in cuoio e acciaio, danno il via al loro set con “By The Sword In My Hand”, tratta dall’ultimo album “By The Light Of The Northern Star”, dal quale questa sera verranno estratti diversi pezzi. Seguono “Trondur I Gotu” e “Regin Smidur”, riproposte in maniera praticamente identica alla versione in studio. La risposta del pubblico è decisamente entusiastica, anche sopra le attese. Persino quando i testi sono in lingua nativa, quasi tutti intonano i ritornelli, sebbene non ci siano solo nordici di fronte al palco, come testimonia anche la bandiera della Roma brandita da uno dei tantissimi fan che si lanciano nel consueto crowd-surfing. Del tutto evidente che la band meritasse uno stage ben più grande e Heri Joensen se ne accorge scherzandoci sopra, con il pubblico che intona a gran voce ‘Tyr sul Black Stage!!!’. La band prosegue con una prestazione perfetta, proponendo l’ottima “Sinklars Visa” e la più datata “Hail To The Hammer”. Gran pogo per “Hold The Heathen Hammer High”, brano che dal vivo ha una resa e una presa sul pubblico eccezionali. L’ora a disposizione passa velocemente e i Tyr chiudono con “The Wild Rover” e “Ramund Hin Unge”, salutati calorosamente dalla platea. Ottima atmosfera, ottima performance e ottima partecipazione. Sebbene relegati su questo piccolo palchetto, i quattro ragazzi sono stati in grado di regalare ai presenti uno dei concerti migliori del Wacken 2010.

(Alessandro Corno)

SETLIST

By The Sword In My Hand
Trondur I Gotu
Regin Smidur
Olavur Riddararos
Sinklars Visa
Hail To The Hammer
Hold The Heathen Hammer High
Northern Gate
Lokka Tattur
The Wild Rover
Ramund Hin Unge

Immortal, uno dei pochi gruppi black metal ancora ‘autorizzati’ a calcare le assi del palco del Wacken Open Air! Il cantato digrignante di Abbath è unico e praticamente inimitabile e sentirlo riecheggiare fra le ghiacciate piane del Blashyrkh…ops, scusate…nella notte colma di nubi di Wacken fa scorrere dei discreti brividi sulla schiena. Apollyon e Horgh sono dei compari assolutamente degni, ma è il singer che catalizza tutte le attenzioni del pubblico, travolto dal black epico e furioso della storica formazione norvegese. Gli Immortal certo non hanno accontentato i fan della prima ora, considerato che il brano più vecchio eseguito è stato il magistrale “Withstand The Fall Of Time” tratto da “At The Heart Of Winter”, il disco della ‘svolta’. Molti sono stati i pezzi estrapolati dall’album del rientro sulle scene, il recente “All Shall Fall”, fra cui vanno segnalati la title-track in apertura e gli ottimi “The Rise Of Darkness” e “Norden On Fire”. Tra sfiammate di fuoco rampante ed esplosioni di ghiaccio secco, degne di un clima islandese tra geyser e iceberg, il terzetto scandinavo è andato dritto per la sua setlist, tenendo alto il tenore di una performance davvero molto apprezzata dal pubblico wackeniano, che si è profuso in lunghe sessioni di crowd-surfing. “Beyond The North Waves” e “One By One” hanno posto fine al capitolo Immortal al Wacken 2010, per chi scrive uno degli show meglio riusciti dell’intera manifestazione.

(Marco Gallarati)

SETLIST

All Shall Fall
Sons Of Northern Darkness
The Rise Of Darkness
Damned In Black
Hordes To War
Norden On Fire
Withstand The Fall Of Time
Beyond The North Waves
One By One

 

 

Alle dieci di sera, quando sul Black Stage sono in azione gli Immortal, la tetra intro “Marche Funebre” raduna le tenebre per l’esibizione dei Candlemass. Purtroppo gli svedesi sono stati relegati sul Party Stage, palco che non contribuisce come quelli principali a creare l’atmosfera e l’impatto sonoro e visivo che una grande band come questa meriterebbe. Il pezzo d’apertura è “Mirror Mirror”, sulla quale il nerovestito cantante Robert Lowe mette subito in mostra le sue doti. E’ lui al centro dell’attenzione, non solo per l’importanza delle linee vocali nel sound dei Candlemass, ma anche per l’ovvio confronto con l’ex Messiah Marcolin. Se da un lato Robert qualche accenno di difficoltà lo dimostra, come sulle parti più alte della successiva “Dark Are The Veils Of Death” o su quelle di “At The Gallows End”, dall’altro non si può certo pretendere che con la sua impostazione canora emuli alla perfezione quella differente di Messiah. Eccezionale dunque la resa del super classico “Samarithan” e delle produzioni più recenti, ben rappresentate da “If I Ever Die”, “Hammer Of Doom” e “Emperor Of The Void”, pezzi un gradino sotto ai capolavori del passato ma comunque ottimi dal vivo. Il resto della band capitanata da Leif Edling non tradisce le aspettative e regala ai molti fan presenti un’ora di intenso ed emozionante doom metal, che volge al termine con “The Bleeding Baroness” e l’immancabile e monumentale “Solitude”. Gran concerto.

(Alessandro Corno)

 

SETLIST

Marche Funebre
Mirror Mirror
Dark Are The Veils Of Death
Samarithan
If I Ever Die
Hammer Of Doom
Emperor Of The Void
At The Gallows End
Bleeding Baroness
Solitude

 

 

Se gli Immortal sono riusciti ad imbastire un concerto sopra le righe, dai Rotting Christ sotto al tendone del W.E.T. Stage ci aspettiamo un impatto devastante e battaglia in ogni dove. Il frontman e leader della falange spartana, Sakis Tolis, è ancora claudicante alla gamba destra a causa dell’infortunio capitatogli a giugno, ma ciò non gli impedisce di guidare a pieni polmoni gli altri ragazzi della band ed il pubblico, non troppo nutrito ma adorante e scatenato, durante una setlist che ha spazzato via tutto lo spazzabile. “Aealo” sta riscontrando consensi un po’ ovunque e giustamente la formazione di Atene basa lo show sui pezzi tratti dal suddetto disco, a partire dalla stessa “Aealo” e dalla monumentale “Eon Aenaos”, brano che ha donato a chi scrive i tre minuti e mezzo di massima esaltazione dell’intero festival. Poi è stata una epica discesa verso l’Ade, con “Athanati Este”, “Fire, Death And Fear”, “The Sign Of Prime Creation”, “Phobos’ Synagogue” e a chiudere “Noctis Era”, per una mezzora o poco più di performance che è risultata intensissima e – ahinoi – davvero breve. Non siamo sicuri che i Rotting Christ abbiano suonato alla perfezione – ci sono gruppi per cui l’attenzione professionale scema presto in parzialità senza compromessi – ma il trasporto, il carisma e la passione con cui questi greci si dedicano alla loro musica sono in grado di sopperire a qualsiasi lacuna o problema tecnico. Lode imperitura al Cristo Marcescente.

(Marco Gallarati)

 

SETLIST

Aealo
Eon Aenaos
Athanati Este
Fire, Death And Fear
The Sign Of Prime Creation
Phobos’ Synagogue
Noctis Era

I Despised Icon si stanno sciogliendo, lo sappiamo ormai da qualche mese. La band canadese andrà avanti a fare concerti fino a fine anno negli Stati Uniti, in Canada, in Asia ed in Australia, per poi porre fine alla propria attività musicale. Ultima tornata di festival estivi europei, dunque, ed è giusto che i death-corers non se ne lascino scappare neanche uno fra quelli importanti, tra Wacken, Brutal Assault e Summer Breeze. Devastanti e dinamici come lo sono sempre stati per gli ammiratori, noiosi e ripetitivi per chi non li sopporta, i sei nordamericani hanno finito di demolire quello che era rimasto del W.E.T. Stage dopo il passaggio dei Rotting Christ: con “Day Of Mourning”, “A Fractured Hand, “Retina” e soprattutto i deliranti rallentamenti mosh della hit “MVP”, i Despised Icon hanno fatto la gioia per la ‘misera’ pattuglia di hardcore-kids presenti all’evento, finalmente libera di scatenarsi con mosh brutale, sventolamenti ossessivi di braccia e gambe e un dimenarsi collettivo in barba al divieto attivo sugli altri palchi. Sicuramente coinvolgente e iper-dinamico, il combo in questione ci ha convinto quasi appieno, facendoci già un po’ rimpiangere la sua prematura decisione di splittarsi. Bravi.

(Marco Gallarati)

E’ notte ormai inoltrata e purtroppo si va verso le ultime ore di questo Wacken Open Air 2010, ma una delle band più attese dell’intera kermesse deve ancora esibirsi.: Fear Factory! Tre giorni fisicamente devastanti come questi metterebbero ko anche un reggimento di marines, ma nonostante ciò di fronte al Black Stage si stende ancora una folla oceanica. Le prime file e l’area subito antistante il palco si infiamma quando Burton, Dino Cazares e il resto della squadra danno fuoco alle polveri con “Mechanized”, presa dall’ultimo omonimo album. I bassi sono violentissimi alla sinistra del mixer, al punto da rendere necessari un paio di pezzi di fazzolettini di carta ficcati nelle orecchie per cercare di portare a casa più udito possibile. C’è solo un’ora a disposizione dei ‘nuovi’ Fear Factory per dimostrare i loro numeri e difatti senza troppe pause, come promesso, vengono riproposti solo brani dell’era Cazares. Buona la prova di Burton sui growl, mentre i suoi limiti sul cantato pulito sono sempre il tallone d’Achille di un gruppo strumentalmente ineccepibile, a parte qualche trascurabile sbavatura del mastodontico Gene Hoglan. Se nella prima parte dello show trovano spazio “Shock” e “Edgecrusher” da “Obsolete” e le meno esaltanti “Acres Of Skin” e “Linchpin” da “Digimortal”, è la seconda metà del concerto a causare qualche problema alle articolazioni di parecchi esagitatissimi fan. La parentesi dedicata al nuovo disco con “Powershifter” e “Fear Campaign” è infatti solo il preludio al massacro che si concretizza nei circle pit che si aprono con “Martyr” e con il conclusivo poker d’assi targato “Demanufacture”. La titletrack di quell’inarrivabile lavoro, l’immancabile “Self Bias Resistor”, “Zero Signal” e “Replica” scuotono la platea e lasciano i fan soddisfatti… e con qualche punto in meno di udito.

(Alessandro Corno)

SETLIST

Mechanize
Shock
Edgecrusher
Acres Of Skin
Linchpin
Powershifter
Fear Campaign
Martyr
Demanufacture
Self Bias Resistor
Zero Signal
Replica

 

 

Black Stage e Party Stage chiudono in contemporanea il loro programma al Wacken 2010: mentre i Fear Factory bombardano il Black Stage, ci piazziamo a ridosso del Party Stage dove sta per iniziare uno special event: i Tiamat festeggiano i quindici anni del loro capolavoro “Wildhoney” eseguendolo per intero e con una coreografia a tema. Oddio, coreografia a tema…il palco in realtà è molto spoglio e minimale, con un telone bianco come fondale sul quale proiettare immagini colorate. La band, vi starete chiedendo: ebbene, già i Tiamat non sono dei mostri di dinamismo e spettacolo, ma per riproporre il pinkfloydiano “Wildhoney” gli svedesi giustamente scelgono un’interpretazione molto progressiva, sia allungando alcune canzoni – “A Pocket Size Sun” ha avuto uno strascico interminabile d’assolo di chitarra – sia muovendosi e spostandosi on stage come fantasmi dal lento incedere. Johan Edlund, in versione drammatica e cupissima, interpreta abbastanza bene i brani del disco, che però, proposti alla fine di un festival di quattro giorni, risultano un po’ pesantini da digerire. L’atmosfera è certamente particolare, anche perché non appena inizia lo show con l’intro “Wildhoney” e con la mistica “Whatever That Hurts”, inizia a cadere una leggera pioggerellina quasi profetica. Un bel viaggio estatico, quello regalatoci dai Tiamat, attraverso sensazioni sopite dalla stanchezza, dal freddo e dalla tristezza per la fine di un altro anno di Wacken. C’è ancora Udo da vedere, però, sebbene per chi scrive sarà solo la colonna sonora con la quale addormentarsi. Con i Tiamat si spegne la luce e buona, ultima notte.

(Marco Gallarati)

SETLIST

Wildhoney
Whatever That Hurts
The Ar
25th Floor
Gaia
Visionaire
Kaleidoscope
Do You Dream Of Me?
Planets
A Pocket Size Sun

 

L’ultimo show sul True Metal Stage di questa edizione del Wacken è riservato ad un uomo che nel metal tedesco è una vera istituzione. Con i suoi Accept ora di nuovo in attività senza di lui ma con un nuovo cantante, il piccolo e corazzato Udo Dirkschneider, nonostante i sessanta anni, non ha perso una virgola del proprio inossidabile carisma. Il suo set, molto simile a quello offerto al Gods Of Metal 2010, ci propone una lunga serie di brani della sua carriera con gli U.D.O, per lo più granitici mid-tempo, più qualche immancabile classico dell’era Accept. Si parte con “The Bogeyman”, seguita dalla titletrack dell’ultimo album “Dominator” e dalla più datata “Independence Day”. Udo è in forma e il resto della band non sbaglia un colpo, offrendo una performance di alto livello, che grazie anche a dei suoni perfetti riesce a trascinare un pubblico duramente provato da tre-quattro giornate di concerti e innumerevoli birre. Come se non bastasse, fanno la loro parte anche una pioggia leggera e il conseguente abbassamento di temperatura. Udo intanto continua dritto nella sua marcia e interrompe la scia di mid-tempo con la più grintosa “Thunderball”, per poi passare a “Vendetta” e alle grandissime “Princess Of The Dawn” e “Midnight Mover” di epoca Accept, accolte dai fan con grande partecipazione. Siamo già nella seconda parte dello show e all’appello manca ancora qualche classico: e dunque, tra le buone “Man And Machine” e “Holy”, ecco “Metal Heart”, “Animal House” e la conclusiva immancabile “Balls To The Wall”. Nonostante sia mancata un po’ di velocità, magari con “Fast As A Shark” o “Breaker”, le migliaia di fan che alle tre di notte ancora affollano la platea salutano con un lungo e meritato applauso una band che sembra non esaurire mai la sua passione per l’heavy metal.

SETLIST

The Bogeyman
Dominator
Independence Day
The Bullet And The Bomb
Thunderball
Vendetta
Princess Of The Dawn
Guitar Solo
Midnight Mover
Man And Machine
Animal House
Metal Heart
Holy
Balls To The Wall

C’è tempo giusto per un filmato conclusivo della cover di “It’s After Dark” dei D-A-D eseguita dai Subway To Sally, e poi tutti fuori dall’arena. La maggior parte si dirige verso i campeggi, ma non manca certo chi come ogni anno vuole godersi il festival fino all’ultimo secondo, scolandosi l’ultima birra al Beergarden o dedicandosi ad un po’ di headbanging sotto al Wet Stage.

(Alessandro Corno)

 

W:O:A – PILLOLE E PHOTOGALLERY

Eccovi infine una breve sezione dedicata alle cosiddette Pillole, ossia una serie di mini-report con cui abbiamo riassunto le nostre impressioni per gli show di cui siamo riusciti a vedere solo una parte; assieme a ciò, un po’ di gallerie fotografiche di gruppi che noi ci siamo persi…ma non i nostri bravissimi fotografi!

A cura di Marco Gallarati

Dew-Scented

Ai mai esplosi ma sempre presenti e rocciosi Dew-Scented tocca il compito di dare fuoco alle polveri al venerdì Wackeniano. Per scaldare la platea, già incredibilmente numerosa alle 11 del mattino, il thrash-death dei teutonici pare l’ideale, sebbene la band sia fra le seconde-terze linee della scena. Performance ottimale per sciogliere un po’ i muscoli del collo, niente da obiettare.

Orphaned Land

Dopo averli visti in forma ma poco apprezzati al Gods Of Metal, ritroviamo gli Orphaned Land a Wacken. Prestazione nettamente migliore su tutti i fronti per il combo israeliano, che ha evidentemente bisogno di un riscontro visivo-uditivo per dare il meglio di sé. Un’ora di tempo a disposizione ha fatto sì che brani complessi come “Halo Dies” e “Disciples Of The Sacred Oath II” siano stati eseguiti, mentre, considerata l’importanza dell’evento, ecco spuntare sul palco le coreografie di una ballerina mediorientale per i pezzi più trascinanti del repertorio della Terra Orfana, ovvero “Sapari” e “Nora El Nora”. Si confermano un grande gruppo.

Ektomorf

Sono gli ungheresi Ektomorf ad avere l’onore di aprire le danze dell’ultimo giorno di Wacken e anche loro, nonostante sia mezzogiorno spaccato, possono usufruire di una bella cornice di pubblico. Il suono dei magiari, la voce di Zoltan e la loro attitudine sono sempre stati una clonazione delle imprese di Max Cavalera nei Soulfly e anche questa mattina l’impressione è assolutamente questa. Brani che intrattengono ma nulla più, per un gruppo che, pur essendo potente e coinvolgente, a malapena merita di stare su un palco di tale importanza.

Unleashed

Gli Unleashed sono degli abitué dei festival tedeschi, sempre molto amati dal pubblico teutonico e autori di un death metal svedese old-school che non può non fomentare gli animi. Gli anthem della band di Johnny Edlund si susseguono uno più terremotante dell’altro, fra i quali segnaliamo la sentita esecuzione di “Shadows In The Deep”, dedicata dagli scandinavi alle recenti scomparse di Peter Steele e Ronnie James Dio e durante la quale gli Unleashed sembrano dare il meglio di loro. Gran chiusura con “Death Metal Victory” e altra tacca segnata per Edlund e soci.

Debauchery

Guardiamo con curiosità – e più che altro perché dei Cannibal Corpse, in contemporanea sul Black Stage, quest’anno ne abbiamo già dette di cotte e di crude – i tedeschi Debauchery, piuttosto seguiti in patria e francamente snobbati all’estero. Il loro stile è death metal solo di facciata perché, un po’ come accade per i Six Feet Under, nelle vene della band scorre tantissimo hard-rock, quello di Angus Young e soci per intenderci. “Death Metal Warmachine” e “Praise The Blood God” riscaldano all’inverosimile gli astanti, tutti stolidamente impegnati in sessioni di headbanging estremo. Gran successo, dunque, per quella che si è rivelata essere una formazione inappuntabile e ignorantissima on stage.

A cura di Alessandro Corno

Suicidal Angels

Girovagando per l’arena all’una del venerdì dopo la grandiosa performance degli Amorphis, capita di imbattersi nei Suicidal Angels, che stanno mettendo alle corde i timpani dei parecchi ragazzi che affollano il Wet Stage. “Vomit On The Cross”, “…Lies” e “Apokathilosis” sono thrash metal slayeriano allo stato brado, tutto riff velocissimi e ritmiche martellanti che dal vivo sono garanzia di pogo e headbanging. Piuttosto compatti e precisi nell’esecuzione, i quattro greci non saranno originali, ma dimostrano anche in sede live di avere i numeri per poter dire la loro nel panorama del revival thrash ultra-classico, oggi ancora molto ricco di giovani band.

Voivod

Saltati a piè pari gli Ill Nino a favore di una razzia alle bancarelle di cd presenti di fronte al Party Stage in cerca delle solite occasioni che si vedono solo a Wacken, ci godiamo nel frattempo uno scampolo di Voivod. Li abbiamo visti già al Gods of Metal 2010 ma oggi i canadesi sembrano veramente una macchina inarrestabile. Ottimo lo stato di forma del frontman Denis “Snake” Bélanger, che assieme ad una sezione ritmica devastante trascina il pubblico in uno show di cui purtroppo vediamo solo i primi ma intensi brani. “Voivod”, “The Unknown Knows” e “The Prow” sembrano essere solo le prime fiammate di uno show a dir poco esplosivo, impressione che in effetti ci verrà poi confermata da altri italiani presenti alla performance.

 

Tarja

Lasciamo volontariamente per ultima la Pillola dedicata a Tarja Turunen, in quanto del concerto della bella ex cantante dei Nightwish abbiamo solo intravisto qualche frangente, il tanto che è bastato a constatare l’enorme seguito che l’artista può vantare in Germania, la sua sempre spettacolare voce e indiscutibile la validità tecnica della band che la sostiene. Purtroppo per noi, arriviamo proprio nel momento in cui Tarja sta massacrando un classico dell’hard rock che risponde al nome di “In The Still Of The Night” (Whitesnake), il che causa un quasi immediato retro-front in direzione del primo stand di alcolici, unico modo per dimenticare uno scempio simile!

 

THE BOSS HOSS

VOIVOD

STRATOVARIUS

SOULFLY

ORPHANED LAND

KAMELOT

JOB FOR A COWBOY

DIE APOKALYPTISCHEN REITER

DELAIN

CANTUS BURANUS

CANNIBAL CORPSE

1349

PEOPLE AT WACKEN 2010

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12 commenti
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