W:O:A – INTRODUZIONE
Introduzione a cura di Marco Gallarati
Report a cura di Alessandro Corno e Marco Gallarati
Foto a cura di Bianca Saviane e Giacomo Astorri

Wacken Open Air 2010, 21^ edizione: dal 1990 in costante ed inarrestabile crescendo, il festival metal più imponente e famoso del mondo entra nel suo terzo decennio di vita con un evento dalle ormai consuete proporzioni bibliche, quest’anno probabilmente caratterizzato dalla massima affluenza di pubblico mai registrata – non sbaglieremmo a dire che, a prescindere dalle dichiarazioni dell’organizzazione, le presenze siano ammontate tra le 75000 e le 80000 unità – e dalla massima commercializzazione mai raggiunta. Una manifestazione che, per i suoi fan più agguerriti, rappresenta l’essenza di tutto ciò che vive, respira e ruota attorno all’heavy metal, ma anche un happening che, per chi non apprezza troppo le stravaganze di ogni tipo visibili al Wacken, sta lentamente diventando un carnevale fuori da ogni schema, una gigante fiera metallica in cui truppe di lerci zozzoni – in prevalenza, sottolineiamolo, tedeschi – tendono a credere possibile anche l’impossibile e lo schifosamente deprecabile. Noi di Metalitalia.com, da bravi professionisti quali siamo, non ci schieriamo da nessuna parte e semplicemente documentiamo quanto visto in una 4-giorni di immersione metallica a tutto tondo. Eccovi il Wacken 2010!

Quest anno ce la siamo presa comoda, ebbene sì! Sarà stata la presenza del sottoscritto – esordio totale sui terreni Wackeniani ad una già veneranda età – ma il viaggio di 1200 km in automobile è stato gentilmente allontanato dai progetti di partenza, memori (i reduci) dell’evacuazione del 2009, assolutamente da non ripetere. Siamo così decollati in aeromobile, destinazione Amburgo-Lubecca Airport, nel pomeriggio di mercoledì 4 agosto, mentre la miriade di band in gara per la Metal Battle già stava dandosi battaglia (e cos’altro?) in loco. Bagagli sani e salvi, breve contrattazione per il noleggio di un pullmino da otto posti ed eccoci, assieme agli amici della Vivo Management, presenti in quanto organizzatori della parte italiana della W:O:A Metal Battle, in viaggio per l’ameno paesello germanico a bordo di un mezzo guidato da un tassista in versione Eddie Irvine pre-Ferrari, ergo pericolosissimo! Recupero accrediti svolto abbastanza agevolmente, pioggerella discreta ad accompagnare l’arrivo nel VIP Camping – sì, altra comodità di questo Wacken 2010 grandemente apprezzata da chi scrive nonostante le rimostranze del suo compare – e rapido montaggio tendame ad orario post-cena. Siamo a posto, il Wacken ora può davvero cominciare!

L’organizzazione di un festival come Wacken ha raggiunto ormai livelli di perfezione altissimi. Tralasciando alcune piccole mancanze e possibili miglioramenti che è normale siano presenti in un evento di siffatte dimensioni, tutto quanto pare girare in modo ideale: sia gli aspetti fondamentali – cibo, bevande, igiene e sanità – sia la cura dei particolari – l’illuminazione notturna, le insegne dei ristoratori firmate – trasudano esperienza e “saperci fare” da ogni poro e, per quanto ci si renda conto di non essere nel posto ideale per farsi una vacanza tranquilla, l’atmosfera che abita Wacken è a tratti contagiosa, sempre festaiola e irriverente quanto basta. I palchi dell’edizione 2010 – intendiamo i palchi adibiti alla musica seria – sono stati cinque: True Metal Stage e Black Metal Stage, al solito uno affiancato all’altro con il Wacckone infuocato di Wacken posto in mezzo e con ben tre maxischermi assolutamente utili e necessari; Party Stage, più piccolo e più isolato alla destra del True Metal Stage; W.E.T. Stage, l’ormai classico tendone emanante tanfo, calore e umidità dove vengono relegate – ahinoi – le formazioni meno degne e dove si sono esibiti i gruppi partecipanti alla Metal Battle; e infine il Wackinger Stage, un piccolo palco montato all’interno del Wackinger Village, sul quale hanno avuto luogo concerti di band prevalentemente pagan e folk metal.

Sempre più importante e parte fondamentale dell’esperienza Wacken sembra essere diventato il contorno extra-musicale, quell’insieme di attività che il metallaro tedesco soprattutto, ma anche il metallaro sui generis proveniente da ogni dove, reputa divertenti e corroboranti, più che altro quando completamente annebbiato e rimbambito dagli ettolitri di birra ingurgitata: e quindi si va alla grande con la Bullhead City, con i concorsi per la T-shirt bagnata e la lotta femminile nel fango; con il già citato Wackinger Village, ampio accampamento in stile vichingo nel quale si possono provare un po’ tutte le attività risalenti all’epoca, fra cui anche un entusiasmante bagno promiscuo in tinozza tutti vestiti e infangati…; e poi l’enorme Beergarden, recinto a tavoli per animali a due zampe, dotato anche di palco dove far giostrare maestri della baldanza alcolica quali l’esecrabile Mambo Kurt, i pensionabili W:O:A Firefighters e le utilissime Hells Belles. Non dimentichiamo ovviamente il cosiddetto Moviefield, un’area dedicata alla proiezione di materiale metallico, nella quale quest’anno ha trovato posto – e qui siamo assolutamente seri – un tributo a Ronnie James Dio, il cui spettro ha aleggiato su Wacken (o Uochen, come la vedova Dio si ostina a chiamare il festival) ad ogni ora. Insomma, un vero e proprio luna park per metalheads!
La Musica
Eh sì, non temete: a Wacken c’è ancora della buona musica! Lasciati scemare nel corso degli anni gli istinti black e death – se non per show particolari o apparizioni qua e là, comunque in misura minore rispetto ad altri generi – il festival è ormai nettamente tendente al classico e più che altro al richiamo delle grandi masse attraverso i grandi nomi. Ma è giusto così, dovendo alimentare una struttura divenuta nel tempo di certo sempre più complessa e costosa. Ampissima dimostrazione la danno i tre superbig chiamati a presenziare nella giornata di giovedì: Alice Cooper, Motley Crue e Iron Maiden, in scaletta uno dietro l’altro, è davvero raro vederli assieme, se pensate che stiamo comunque parlando di un evento fino a 4-5 anni fa di stampo molto più underground. Tre veri pezzi di Storia dell’hard rock/heavy metal da far luccicare gli occhi! E se a reggere un po’ il peso di questo terzetto da spavento ci hanno pensato gli immarcescibili Slayer e Udo Dirkschneider, ecco invece Fear Factory, Soulfly, Grave Digger (e l’esecuzione per intero del loro storico “Tunes Of War”), Edguy, W.A.S.P., Candlemass ed Immortal fungere un semplice ruolo da attori comprimari. Un bill comunque sostanzioso e piuttosto vario ha contornato il Wacken 2010, anche se un piccolo appunto ce lo permettiamo riguardo la Metal Battle, per chi scrive troppo lunga ed ingombrante, considerato che è iniziata il mercoledì alle 12.50 ed è terminata il giovedì alle 19.55, uno sproposito! Suoni potentissimi e anche fin troppo assordanti sono risuonati dai palchi del festival, in un’orgia di musica che sicuramente avrà fatto esaltare almeno una volta ogni singolo presente!

E veniamo all’argomento-clou dell’edizione di Wacken da poco terminata: il divieto assoluto, più volte ripetuto e richiesto da parte degli organizzatori, anche con avvertimenti proiettati sui maxischermo, di mettere in scena il rischioso bailamme dei circle-pits (il vorticoso rincorrersi in cerchio in occasione dei pezzi più veloci) e dei wall-of-death (il dividersi della folla in due tronconi per poi scontrarsi a centro pit quando il brano deflagra in tutta la sua violenza). A quanto pare, durante l’edizione 2009, il numero di infortuni è stato parecchio elevato ed in seguito alle riunioni tenutesi tra l’organizzazione, i rappresentanti della città e delle forze di sicurezza e assistenza, il comune accordo è stato quello di vietare le due pratiche, lasciando invece spazio al mosh vecchio stile e al crowd surfing. E’ incontrovertibile che l’uso che i tedeschi fanno di queste pratiche è davvero ad alto rischio, così come è vero che in ogni secondo si rischia l’osso del collo una volta presi nella bolgia, ma non ci siamo potuti esimere dal sorridere quando abbiamo sentito in diretta per la prima volta l’annuncio: un po’ come se il Papa invitasse i fedeli a non pregare… Per l’anno prossimo, vi state chiedendo? Pare che la voce di noi massa metallara si potrà sentire tramite il Forum ufficiale del Wacken, nel quale già da ora possono venire inoltrate argomentazioni serie contro o a favore di circle-pits e wall-of-death, sperando che nei futuri incontri organizzativi le decisioni di quest’anno possano cambiare. Anche perchè tenere a bada migliaia di metallari invasati, con magari il frontman di turno a gasarli (vero, Max Cavalera?), è impresa alquanto ardua…
Tirando le somme
E dunque, anche il Wacken 2010 è terminato. E fa specie ed è significativo come già siano andati a ruba i pacchetti speciali dei biglietti per il Wacken 2011, ad appena due giorni dalla chiusura dell’evento che ancora si può definire attuale e con il solo annuncio di un sedicesimo del prossimo bill. Ciò la dice lunga sulla maestosità raggiunta da questo happening, in cui purtroppo la musica è destinata a passare quasi in secondo piano ed il divertimento extra a venir sempre più considerato. Una manna per alcuni, tristezza e delusione per altri. Noi speriamo che il sentimento di passione e fede metallica che si percepisce e tasta in questi pochi giorni di puro e globale heavy metal riesca a persistere nel tempo, perché alla fine, volenti o nolenti, il W:O:A è una parte importante del nostro universo e va conservato come un gioiello prezioso.
E ora, finalmente, i trafiletti dedicati alle esibizioni che i vostri due inviati hanno seguito saltabeccando da un palco all’altro…
(Marco Gallarati)
W:O:A – 4 e 5 agosto 2010
W:O:A – 6 agosto 2010
W:O:A – 7 agosto 2010
W:O:A – Pillole e Photogallery
W:O:A – 4 E 5 AGOSTO 2010
PENTHAGON (Metal Battle Italy)
Giusto il tempo di montare le tende e le ombre della sera ci colgono in pieno: bisogna correre al W.E.T. Stage a vedere i nostri rappresentanti alla Metal Battle wackeniana, i bresciani Penthagon! Già visionati da Metalitalia.com in occasione della semifinale settentrionale del concorso nazionale, al Live Keller Pub di Curno (BG), dove i cinque ragazzi si imposero con una prova devastante, i Penthagon stanno suonando “Labyrinth Of Fear” quando entriamo sotto il tendone: c’è parecchia folla assiepata, anche se non il pienone, e il quintetto nostrano sembra invasato e gasatissimo dall’opportunità – e d’altronde chi non lo sarebbe? I suoni sono buoni e l’attitudine della band power-thrash pure, in teoria in totale accordo con i gusti medi dell’audience presente a Wacken. La presenza scenica è notevole, il repertorio dal vago retrogusto Nevermoriano merita tutta l’attenzione necessaria, i musicisti sanno tenere il palco ed il vocalist Marco presenta i pezzi ed intrattiene senza paura il pubblico. “All I Guess” e “In The Name Of Peace” chiudono una performance che, a detta di molti che hanno avuto modo di osservare anche le altre formazioni in gara, si è rivelata fra le migliori della Metal Battle. Purtroppo ciò non è servito a molto, in quanto i Penthagon sono tornati a casa con le pive nel sacco, ma chiaramente l’esibizione a Wacken potrà essere di grande aiuto per il futuro e, nel caso vada male, un grandissimo e sempiterno ricordo!
(Marco Gallarati)
Intro + Ash In My Hands
Labyrinth Of Fear
All I Guess
In The Name Of Peace
SKYLINE
Come l’anno scorso, sono gli Skyline a dare il via ufficiale al Wacken Open Air. La band con cui dodici mesi fa si era esibito il boss del festival, Thomas Jensen, parte come di consueto con l’inno del Wacken 2009, “We Are The Metalheads”, canzone senza infamia né lode cantata anche in questa sede dalla onnipresente Doro Pesch. A seguire una serie di cover: prima di tutte la storica “All We Are” dei Warlock, sempre ovviamente con il contributo della Metal Queen tedesca, “Breaking The Law” dei Judas Priest, “Shot Down In Flames” degli AC/DC e un’ottima versione di “Holy Diver” dedicata allo scomparso Ronnie James Dio. Inutile sottolineare il grande applauso che si alza dalla platea a fine pezzo, in segno di saluto al grande e indimenticabile cantante. Tocca dunque all’ex-frontman degli Accept, Udo Dirkschneider, salire sul palco per “Heavy Metal WOA”, l’inno del Wacken Open Air 2010, che dal vivo convince e trascina più di quello dell’anno precedente. In coda, sempre con Udo sul palco, arriva la celeberrima “Balls To The Wall” degli Accept, che chiude uno show discreto come prestazione ma decisamente superfluo.
(Alessandro Corno)

(Alessandro Corno)

(Alessandro Corno)
SETLIST
Kickstart my Heart
Wild Side
Shout At The Devil
Saints Of Los Angeles
Looks That Kill
Live Wire
Don’t Go Away Mad (Just Go Away)
Same Ol’ Situation (S.O.S.)
Mutherfucker of the Year
Ten Seconds To Love
Primal Scream
Dr. Feelgood
Girls, Girls, Girls
Il Sole è già tramontato quando dalle amplificazioni esce “Doctor Doctor” degli U.F.O e gli headliner degli headliner di questo Wacken 2010 si apprestano ad entrare in scena. La folla di oltre settantamila presenti riempie ogni angolo della platea e attende impaziente l’ingresso di Steve Harris e soci, intonando a più riprese il classico “Maiden, Maiden!!!”. Dopo una intro sinfonica, finalmente il riff di “The Wicker Man” spezza la tensione, le luci si accendono, rivelando una scenografia futuristica in linea con l’imminente nuovo album “The Final Frontier”, e lo show ha inizio. L’attitudine e il look della band sono sempre gli stessi e solo Dave Murray appare piuttosto invecchiato e sovrappeso. Il resto è come da copione, con il solito Steve Harris nelle sue tipiche movenze, Janick Gers che non sta fermo un secondo, Adrian Smith che macina riff nella sua tranquillità, Nicko sommerso dai piatti del suo drumkit e Bruce che corre a destra e sinistra come se avesse vent’anni. Il cantante però, dal punto di vista vocale, questa sera non è al top della forma e soprattutto nei primi brani tende a ‘sparire’ sugli alti. Il susseguirsi di “Ghost Of Navigator”, “Wrathchild” e la nuova “El Dorado”, dal vivo più efficace che nella versione da studio complici anche dei suoni perfetti, rende da subito evidente che ci attende la già nota scaletta standard del tour, infarcita di molti brani recenti e con pochi classici. Ecco dunque l’ottima “Dance Of Death”, la meno brillante “The Reincarnation Of Benjamin Breeg”, “These Colours Don’t Run” e una toccante “Blood Brothers”, che Bruce dedica allo scomparso Ronnie James Dio. Sul fondo del palco si susseguono i tipici sfondi con l’artwork dei rispettivi album e “Wildest Dreams”, “No More Lies” e “Brave New World” concludono la lunga carrellata di brani estratti dall’era post-reunion. La folla, che fino ad ora aveva partecipato con relativa calma, esplode all’attacco di “Fear Of The Dark”, con il classico crowd-surfing che imperversa nelle prime file. C’è poco da fare, la gente vuole i classici e quando vengono proposti la reazione è decisamente diversa e molto più entusiastica, come sull’immancabile “Iron Maiden”, dove fa il suo ingresso un Eddie in versione aliena. Dickinson, la cui voce nel corso dello show è andata migliorando, pur non raggiungendo l’eccellenza vista in altre occasioni, prosegue nella sua maratona da un lato all’altro del palco e solo la pausa prima di “The Number Of The Beast” riesce a fermarlo. Si va verso la fine con l’acclamatissima “Hallowed Be Thy Name”, a cui segue la chiusura di “Running Free” sulla quale Bruce, tra gli applausi, ricorda ai presenti la data di pubblicazione del nuovo album, ennesimo capitolo di una lunga storia che appassiona milioni di fan in tutto il mondo.(Alessandro Corno)
SETLIST
The Wicker Man
Ghost Of Navigator
Wrathchild
El Dorado
Dance Of Death
The Reincanation Of Benjamin Breeg
These Colours Don’t Run
Blood Brothers
Wildest Dreams
No More Lies
Brave New World
Fear Of The Dark
Iron Maiden
The Number Of The Beast
Hallowed Be Thy Name
Running Free

(Marco Gallarati)

(Marco Gallarati)
W:O:A – 6 AGOSTO 2010
Dopo una colazione a ciambelle e succo d’arancia e il prologhino dei Dew-Scented, eccoci sotto il True Metal Stage per gli Amorphis, da poco fuori con il DVD “Forging The Land Of Thousand Lakes”. Da quando alla voce c’è Tomi Joutsen, è difficile che lo storico combo finnico sbagli un colpo dal vivo, sia sotto il profilo della prestazione tecnica, sia sotto quello della presenza scenica, vista la verve che l’ormai navigato frontman mette on stage. Si parte con un lotto di composizioni recenti, “Silver Bride”, “Sky Is Mine” e “Towards And Against”, e soprattutto grazie al pezzo d’apertura la platea del Wacken è mezza adorante. I fan degli Amorphis recenti superano di numero quelli che conoscono il vecchio repertorio e ce ne accorgiamo bene quando la band esegue “The Castaway”, tratta dal seminale “Tales From The Thousand Lakes”: un po’ troppo pochi danno segno di riconoscerla. Con la pacata e tranquilla attitudine che li contraddistingue – Tomi Koivusaari sembra come al solito più freddo e distante di un iceberg – i cinque strumentisti affidano completamente a Joutsen l’interazione col pubblico, con i soli Holopainen e Kallio a dispensare sorrisi ogni tanto. “Against Widows” fa decollare il concerto, che con due pezzi più che orecchiabili quali “From The Heaven Of My Heart” e “House Of Sleep” raggiunge i picchi di gradimento. Ma il finale è tutto per i die-hard fan e, con massimo godimento, anche tutto per il sottoscritto: una di seguito all’altra, “Black Winter Day” e “My Kantele” (con tanto di ripresa acustica come outro) sono stati la chiusura perfetta e immacolata. Passano gli anni, ma gli Amorphis si rivedono sempre volentieri!
(Marco Gallarati)
SETLIST
Sky Is Mine
Towards And Against
The Castaway
Alone
Against Widows
From The Heaven Of My Heart
The Smoke
House Of Sleep
Black Winter Day
My Kantele
Nonostante sul Black Stage gli Orphaned Land stiano tenendo un gran concerto, il sottoscritto opta per gli Astral Doors, purtroppo confinati nell’angusto tendone del Wet Stage. La presenza di pubblico è discreta quando la band sale sul palco e attacca con “Call Of The Wild”. Decenti sin da subito i suoni e gruppo che appare piuttosto coeso e preciso nella performance. Su tutti il cantante-emule di Ronnie James Dio, Patrick Johansson, autore di una prova canora spettacolare, degna di uno dei migliori singer classic attualmente in circolazione. Avanti con “Black Rain”, purtroppo unico pezzo dall’ottimo “Astralism” proposto in questa misera mezz’oretta di set, con “Power And The Glory” e “Of The Son And The Father”. Molto buona la partecipazione della platea, che si esalta soprattutto sulla trascinante “It’s Time To Rock”, eseguita negli ultimi minuti prima di una chiusura piuttosto affrettata, per motivi di tempo, con “Cloudbreaker”. Buon concerto dunque, che ha dimostrato come gli Astral Doors dal vivo siano ora una band che difficilmente delude. Unico appunto l’assenza in setlist di “EVP” o “Bride Of Christ”, entrambe tra le migliori canzoni mai scritte dal gruppo.(Alessandro Corno)
SETLIST
Call Of The Wild
Black Rain
Power And The Glory
Of The Son And The Father
Evil Is Forever
Time To Rock
Cloudbreaker

(Alessandro Corno)
SETLIST
New Blood
Back In The Cemetury
Der Tod Steht Dir Gut
Lover’s Lane
Beware of Ghouls
In the Dead of Night
Hier Kommt Die Dunkelheit
The Lovesick Mind
Transylvania/Blood Runs Cold
Dopo aver trascorso il pieno pomeriggio al riparo dal Sole e vagando da un palco all’altro alla ricerca di qualcosa di interessante da vedere, capitiamo in orario 90° Minuto al Black Stage, dove stanno per salire sul palco gli Endstille, una delle formazioni black più amate in assoluto dai tedeschi. Abbiamo infatti ancora negli occhi la quantità smisurata di magliette della band viste due anni fa al Summer Breeze: a Wacken la situazione è meno tragica, anche perché qui il pubblico è sicuramente di un target più commerciale e quindi meno interessato alla Musica della Fiamma Nera. Il palco sul quale si esibiscono Cruor e compagni, fra i quali riusciamo ad apprezzare il nuovo cantante Zingultus, è attrezzato a trincea, con tanto di basse palizzate avvolte da filo spinato, per meglio ambientare il war black metal parossistico ed ossessivo che gli Endstille mettono sul piatto…o meglio, sul campo da guerra. Non vanno sempre alla velocità della luce però, questi tedeschi, ed esempio ne è il brano “Depressive/Abstract/Banished/Despised”, alquanto ‘pacato’ nel suo evolversi. Gli Endstille ci sanno fare: sono teutonici e quindi non hanno quell’aura particolarmente malvagia e sinistra di parecchi loro colleghi scandinavi, però hanno dalla loro la proverbiale testardaggine germanica, che li porta a spingere come indiavolati sul pedale dell’acceleratore. La setlist ha il suo punto più elevato – certo non nel nome del Signore – quando per gli ultimi due brani viene invitato on stage anche Lugubrem, screamer che prese il posto di Iblis prima dell’entrata in pianta stabile di Zingultus: ebbene, con la presenza di Lugubrem, lo show compie un notevole salto di qualità, in quanto dapprima il bianco-nero pittato si versa addosso un bottiglione di sciroppo d’acero (o ciliegia che fosse) impiastricciandosi per bene, e poi, con grande dimestichezza, si autolesiona la lingua per tre volte ferendosi con un coltello, per poi sputacchiare sangue sul microfono ad ogni successivo strillo. Se sia stato un trucco non ci è dato saperlo, fatto è che dai maxischermo è sembrato tutto molto true. True black metal, ovviamente!!
(Marco Gallarati)
SETLIST
Feindfahrt
Endstilles Reich
…Of Disorder
Depressive/Abstract/Banished/Despised
Conquest Is Atheism
Unburied In The Sun
Bastard
When Katharina Falls
Biblist Burner
Dominanz
Fruhlingserwachen
Dominanz (reprise)

(Alessandro Corno)
SETLIST
Infected Nations
Thrasher
Time No More
Metamorphosis
Enter The Grave
Tocca agli Arch Enemy di Michael Amott e Sua Carinità Angela Gossow introdurre il gran finale del penultimo giorno del Wacken 2010: la band, da qualche anno a questa parte, non sembra più riscuotere l’apprezzamento di un tempo, anche se la scelta di rimpiazzare Johan Liiva con la Gossow, a lungo andare, si può dire che abbia dato i suoi frutti, soprattutto a livello commerciale, molto meno sotto il profilo della qualità interpretativa. E anche on stage, nonostante la folla sia acclamante ed assolutamente ben disposta, la band al 60% svedese non riesce a convincere appieno, trascinandosi un po’ sciapita in una setlist ben eseguita ma a larghi tratti noiosa ed insipida. La Gossow, spiace sottolinearlo per l’ennesima volta, pur sfoderando una grande presenza scenica, dal vivo proprio non ce la fa…o comunque si barcamena con la grinta e l’ormai accumulata esperienza. “Ravenous”, “We Will Rise” e “Dead Eyes See No Future” sono i pezzi che più abbiamo apprezzato, anche se, in tutta sincerità, nel mentre ascoltavamo la massima libidine ci era fornita da un kebab d’altri tempi! Sempre troppo in disparte il fratellino Christopher e l’ottimo Sharlee D’Angelo, per una formazione che si sta adagiando su allori neanche troppo meritati. Ma, come detto, il pubblico è dalla loro e dunque applausi agli Arch Enemy.
(Marco Gallarati)
SETLIST
The Immortal
Revolution Begins
Ravenous
Taking Back My Soul
My Apocalypse
Dead Eyes See No Future
Dead Bury Their Dead
We Will Rise
Nemesis
Fields Of Desolation

(Alessandro Corno)
SETLIST
The Brave
Scotland United
The Dark Of The Sun
William Wallace (Baveheart)
The Bruce
The Ballad Of Mary
The Truth
Cry For Freedom
Killing Time
Rebellion
Culloden Muir
Ballad Of A Hangman
Excalibur
Heavy Metal Breakdown
(Marco Gallarati, Alessandro Corno)
SETLIST
World Painted Blood
Hate Worldwide
War Ensemble
Expendable Youth
Dead Skin Mask
Seasons In The Abyss
Hell Awaits
Spirit In Black
Mandatory Suicide
Chemical Warfare
Raining Blood
South Of Heaven
Angel Of Death
Come scritto sopra, dopo la prima mezzora di show degli Slayer e appena finita la poderosa “Dead Skin Mask”, il sottoscritto si fa il solito zigo-zago tra corpi, bancarelle ed esseri informi svenuti sul terreno, per raggiungere ancora una volta il W.E.T. Stage, dove la curiosità di assistere al concerto dell’ex-Emperor Ihsahn è davvero alta. L’appeal del gruppo di Kerry King è però mostruoso e sotto il tendone c’è qualche spazio vuoto di troppo. Vegard Sverre Tveitan – questo il vero nome del musicista norvegese – si fa attendere parecchio causa un soundcheck prolungato e quasi irritante, ma appena salito sul palco sprigiona in una manciata di note tutta la sua personalità e la particolarità del progressive metal oscuro e tinto di avant-black che contraddistingue la sua carriera solista. Sei brani eseguiti che hanno spaziato in giusta misura fra i suoi tre lavori finora pubblicati e che hanno dato ampia dimostrazione di come non sia solo Vintersorg ad ambire al titolo di ‘Devin Townsend europeo’, considerato le meraviglie vocali e compositive che le varie “The Barren Lands”, “Called By The Fire” ed “Emancipation” sanno porre all’attenzione. Semplice e preciso nell’attitudine, Ihsahn ha schienato in breve tempo chiunque avesse intenzione di storcere il naso oppure di chiedergli a gran voce delle cover del periodo Emperor/Peccatum. Gran bel concerto, insomma!
SETLIST
The Barren Lands
A Grave Inversed
Scarab
Emancipation
Called By The Fire
Frozen Lakes On Mars

SETLIST
March Of The Crabs
666
School Love
Winged Assassins
This Is Thirteen
Mothra
Thumb Hang
White Rhino
Forged In Fire
Metal On Metal
Ci riaffacciamo nell’enorme arena festival per sbirciare anche noi cosa combinano gli Anvil, ma il freddo pungente e l’umidità che vanno salendo in questa penultima serata di Wacken ci fanno presto ripiegare nuovamente sotto il tendone, nel quale decidiamo di ascoltare i tedeschi Imperium Dekadenz, all’orecchio di chi scrive del tutto sconosciuti ma comunque editi da Season Of Mist e quindi presumibilmente validi. Ebbene, pur non conoscendone le gesta, né una singola nota, il black metal atmosferico di questa band ci ha colpito ed affascinato in men che non si dica, dotato com’è di magniloquenza ed epicità decadenti unite ad una fluidità di songwriting deliziosamente assuefacente. Parecchi connazionali hanno seguito la prova del duo Horaz/Vespasian, per il live raggiunto dai musicisti Naavl, Kaelt e Harvst, e si sono mostrati del tutto soddisfatti di quanto ascoltato. Una bella sorpresa, quindi, scoperta quasi per caso, ma che merita di essere approfondita e seguita anche negli appuntamenti in studio.
Sono le 2 di notte: sul Black Stage ci sono i Cantus Buranus (nient’altro che i Corvus Corax in versione ampliata) a cantar le loro favelle, mentre sul Party Stage è giunta l’ora di festeggiare i 25 anni di carriera degli Atrocity, seminale death metal band tedesca poi divenuta nel tempo un po’ una macchietta di se stessa. Ma soprattutto, a quest’ora di notte, c’è anche dell’altro: un gelo abissale sceso dal Mare del Nord che, pur con tutta la nostra buona volontà e stoicità da reporter, ci impedisce di seguire lucidamente la performance di Alex Krull e compari, peraltro costretti a suonare a volumi contenuti proprio a causa dell’ora tarda. Era stato annunciato dalla band un evento speciale atto a celebrare il suo venticinquennale, ed in effetti la scenografia dello stage riporta molto dello spirito degli anni ’80, quelli che gli Atrocity hanno dimostrato di amare tanto con ben due studio-album contenenti esclusivamente cover di brani famosi del periodo (i due “Werk 80”): tante luci, eruzioni di ghiaccio secco, la scritta Atrocity preparata a mo’ di insegna metallica e luminosa, quattro gabbie in cui altrettante cubiste si presentano on stage per dimenarsi quanto basta a tenere svegli gli assonnati astanti. Insomma, nella forma le premesse per un bel concerto ci sono tutte…ma purtroppo è nella sostanza che i nostri tedesconi hanno toppato alla grande, proponendo una performance fredda (non solo per la temperatura) e poco coinvolgente, che ha faticato a farci tirar fuori le mani dalle tasche della felpa per applaudire. Per l’esecuzione di qualche brano, Alex Krull si è anche avvalso dell’aiuto di Liv-Kristine Espanaes, sua moglie nonché ex-vocalist dei Theatre Of Tragedy e ora attiva da solista e con i Leaves’ Eyes, ma il risultato non è affatto mutato. Spettacolo scialbo e mediocre, tant’è che durante l’ultima “Shout”, cover dei Tears For Fears in fase di smembramento da parte degli Atrocity, abbiamo preso gambe e piedi e ce ne siamo filati in tenda a finire di crepare di freddo. A domani!
SETLIST
Intro
Fatal Step
Necropolis
B.L.U.T.
Willenskraft
Seasons In Black
Clash Of The Titans
Die Todgeweihten
Intro 2
The Great Commandment (cover Camouflage)
Fade To Grey (cover Visage)
The Sun Always Shines On TV (cover A-ha)
Shout (cover Tears For Fears)
W:O:A – 7 AGOSTO 2010

(Alessandro Corno)
SETLIST
Eternal Winter
The Gospel Of Judas
Holy Diver
Legions Of The Rising Sun
Trust A Crowd

(Alessandro Corno)
SETLIST
Why I Burn
More Than A Man
Simplify
Welcome To Point Black
The King I Was
Everlasting
Drive
Passati indenni attraverso una delle notti più umide e gelide che il sottoscritto ricordi, dalle sbirciatine agli Ektomorf ci trasferiamo sotto il True Metal Stage alla mercé dei Caliban, formazione che, dopo gli exploit degli anni passati e l’effetto-prezzemolo che ce l’ha resa un po’ inutile, deve assolutamente risollevare la propria quotazione: difficile farlo, però, quando poco prima della salita on stage della band, si presenta sul palco uno degli organizzatori ricordando che al Wacken 2010 wall of death e circle-pits sono strettamente vietati. Ci mettiamo nei panni dei Caliban, i cui pezzi sono costruiti per far muovere il pit, e comprendiamo la sensazione di sconforto e l’ironia che Andy Dorner è andato declamando per tutto il set – non capiamo il tedesco, ma il tono delle parole e la gestualità sono stati abbastanza inequivocabili. Sui maxischermo addirittura venivano proiettati i segnali di divieto delle pratiche succitate, mentre magari il gruppo tedesco era proprio impegnato in una veloce sfuriata da circle-pit! Situazione surreale certamente, che però ha visto i Caliban fornire una prestazione potente e convincente, aiutata anche dall’uso del playback per la voce pulita del chitarrista Denis Schmidt, solitamente vera strizzata nelle parti basse durante i ritornelli. Poco verace l’uso del playback, chiaro, ma funzionale alla resa del concerto: abbiamo visto i Caliban tante volte e ce li ricordiamo così bravi solo quando suonarono d’apertura per gli In Flames nel 2004, durante il tour di “Soundtrack To Your Escape”. I brani sono quello che sono, trade-mark ormai assoldato e neanche troppo originale (ricordate “I Rape Myself”?), ma stavolta si possono muovere poche critiche al gruppo. Bella sveglia!
(Marco Gallarati)
SETLIST
Love Song
It’s Our Burden To Bleed
I Rape Myself
No One Is Safe
I Will Never Let You Down
I’ve Sold Myself
Caliban’s Revenge
Between The Worlds
24 Years
Liar
Dopo esserci presi una pausa dal forte caldo di questo ultimo giorno di concerti, torniamo nell’arena principale mentre sul Black Stage si stanno esibendo i Lock Up, la super-formazione grindcore composta da Shane Embury (Napalm Death) al basso, Nick Barker (ex Cradle Of Filth, ex Dimmu Borgir) alla batteria, Tomas ‘Tompa’ Lindberg (At The Gates, The Great Deceiver) alla voce e dallo sconosciuto Anton Reisenegger alla chitarra. Opposti a loro, sul Party Stage, stanno suonando gli orecchiabilissimi Delain e quando capitiamo in un punto in cui si riescono a sentire/vedere entrambi gli spettacoli, è buffo rendersi conto di quanto sia complesso e variegato il nostro universo metallico. Ma, lasciando stare queste considerazioni altamente filosofiche, torniamo al massacro grind dei Lock Up: Barker ed Embury sono una sezione ritmica da lasciare sbalorditi per carisma, precisione e ferocia, Reisenegger se la cava bene, ma è sul vecchio Tompa che poniamo più spesso gli occhi. La sua attitudine tra death metal e hardcore è qualcosa che ha fatto scuola e, nonostante la sua voce possa non piacere, ci si trova davanti ad un vero capostipite del cantato estremo. “Violent Reprisal” e “Cascade Leviathan” sono solo un paio dei pezzi proposti dalla band anglo-svedese durante l’ora a disposizione, in cui i Lock Up hanno portato un po’ di nichilismo sonoro ad un Wacken troppo, troppo classicheggiante. Purtroppo c’è da segnalare che, fra le formazioni che hanno suonato sui due palchi principali ad orari decenti, Embury e compari sono stati fra quelli meno seguiti da un’audience che ha evidentemente preferito prendersi un momento di relax. Pazienza… solitamente meno si è e più larghi si sta!
(Marco Gallarati)
Tornati finalmente alla carica con un grande disco come “Ironbound”, D.D. Verni e compagni radunano di fronte al True Metal Stage una folla oceanica di fan che da lì a poco saranno travolti da un vero e proprio assalto sonoro. La scarica di thrash metal nudo e crudo parte in quarta con “The Green And Black”, proprio dal sopra menzionato nuovo disco, e prosegue con “Rotten To The Core” e “Wrecking Crew”. L’adrenalina è nell’aria e la spettacolare prova del gruppo è il detonatore che fa esplodere la carica dei ragazzi in platea i quali, ignorando gli inviti ad evitare circle pit, si lanciano in un parapiglia generale. Impossibile non esaltarsi quando di fronte si ha un gruppo che nonostante i trent’anni di carriera riesce ad offrire prestazioni travolgenti come queste, arrivando anche ad accelerare alcuni brani già di loro devastanti. “Hello From The Gutter”, “Coma, Elimination”: la potenza e precisione dei riff, una sezione ritmica terremotante e un Bobby in forma incredibile rendono questi pezzi un vero e proprio pugno nello stomaco, complici anche dei suoni nitidi e potentissimi. Non da meno le recenti e ottime “Ironbound” e “Bring Me The Night” (pazzesca la tiratissima parte solista centrale), chiara dimostrazione che questa band può ancora scrivere pagine nella Storia del thrash metal. E L’adrenalina non cala nemmeno nel finale con il medley tra le cover di “Fuck You” dei The Subhumans e di “Overkill” dei Motorhead. Niente da aggiungere, avrete capito che gli Overkill hanno ancora una volta dettato legge, dando una chiara dimostrazione di forza non solo ai fan ma anche alle altre band presenti al festival.(Alessandro Corno, Alessandra Sacco)
SETLIST
The Green And Black
Rotten To The Core
Wrecking Crew
Hello From The Gutter
Coma
Hammerhead
Ironbound
In Union We Stand
Bring Me The Night
Elimination
Fuck You/Overkill/Fuck You
Purtroppo tocca dirlo: ci sono quattro gatti contati sotto al Wet Stage quando gli Skanners danno via al loro set sulle note di “Welcome To Hell”. Sicuramente pesa molto la presenza in contemporanea degli Overkill e l’apparente minor numero di italiani che quest’anno hanno deciso di venire a Wacken. A Pisoni e resto della squadra questo non sembra importare molto e danno prova ancora una volta di avere energia da vendere. Il frontman è un vero e proprio esempio di grinta e simpatia, molto bravo non solo nel cantare le varie “Iron Horse”, “Time Of War” e “Blood In My Eyes”, che oggi ci vengono proposte, ma anche nel colloquiare con il pubblico, alternando inglese, tedesco e italiano. Nulla da dire anche sul resto della formazione, compatta e precisa come sempre. Gli sforzi pagano e con il passare dei minuti finalmente il tendone si fa più affollato. Il tempo è veramente tiranno e c’è ancora spazio solo per “Metal Party” e la coinvolgente “Hard And Pure” dall’imminente nuovo album. Gli Skanners sono sempre una garanzia e oggi con la loro grande passione per il metal classico hanno tenuto degnamente alta la bandiera del metal italiano.(Alessandro Corno)
SETLIST
Welcome To Hell
Iron Horse
Time of War
Blood In My Eyes
Metal Party
Hard And Pure
Conclusi i Lock Up, ci viene un’insana voglia di folk metal e visto che nel W.E.T. Stage stanno suonando i Metsatoll, ci facciamo una corsetta per vedere almeno una ventina di minuti della loro performance. La band viene da Tallinn, Estonia, e lo sventolare di almeno tre bandiere bianco-nero-blu del Paese baltico ci fa capire quanto internazionale sia diventato Wacken, quest’anno letteralmente invaso anche da spettatori extra-europei, messicani e sudamericani in primis. I Metsatoll propongono un folk-pagan metal in lingua madre non troppo lontano dalle cafonate humppa-ska in voga negli ultimi tempi ma anche decisamente più vicino allo stile dei gruppi provenienti appunto dall’area baltica, come ad esempio i lettoni Skyforger. Il componente che più si mette in mostra dei quattro estoni è sicuramente il poli-strumentista Lauri, che alterna la chitarra a svariate tipologie di strumenti etnici, flauto, una piccola cornamusa e armonica a bocca fra gli altri. I pezzi sono interessanti e ci pare che “Aio”, title-track dell’ultimo lavoro, sia quello che abbia riscosso più successo fra il pubblico, in buona parte impegnato a cantare ‘Aio!’ all’unisono, manco fossimo ad una sagra in pieno Gennargentu… Spettacolino quindi divertente per i Metsatoll, protagonisti di una godibile mezzoretta.(Marco Gallarati)
SETLIST
Sojahunt
Hundiraev
Aio
Roju
Sajatus
Metsaviha 2

(Alessandro Corno)
SETLIST
On Your Knees
The Real Me
L.O.V.E. Machine
Babylon’s Burning
Wild Child
Hellion/I Don’t Need No Doctor/ Scream Until You Like It
Chainsaw Charlie (Murders In The New Morgue)
The Idol
I Wanna Be Somebody

(Alessandro Corno)
SETLIST
Dead Or Rock
Speedhoven
Tears Of A Mandrake
Vain Glory Opera
Lavatory Love Machine
Superheroes
Save Me
Sacrifice
King Of Fools

(Alessandro Corno)
SETLIST
By The Sword In My Hand
Trondur I Gotu
Regin Smidur
Olavur Riddararos
Sinklars Visa
Hail To The Hammer
Hold The Heathen Hammer High
Northern Gate
Lokka Tattur
The Wild Rover
Ramund Hin Unge
Immortal, uno dei pochi gruppi black metal ancora ‘autorizzati’ a calcare le assi del palco del Wacken Open Air! Il cantato digrignante di Abbath è unico e praticamente inimitabile e sentirlo riecheggiare fra le ghiacciate piane del Blashyrkh…ops, scusate…nella notte colma di nubi di Wacken fa scorrere dei discreti brividi sulla schiena. Apollyon e Horgh sono dei compari assolutamente degni, ma è il singer che catalizza tutte le attenzioni del pubblico, travolto dal black epico e furioso della storica formazione norvegese. Gli Immortal certo non hanno accontentato i fan della prima ora, considerato che il brano più vecchio eseguito è stato il magistrale “Withstand The Fall Of Time” tratto da “At The Heart Of Winter”, il disco della ‘svolta’. Molti sono stati i pezzi estrapolati dall’album del rientro sulle scene, il recente “All Shall Fall”, fra cui vanno segnalati la title-track in apertura e gli ottimi “The Rise Of Darkness” e “Norden On Fire”. Tra sfiammate di fuoco rampante ed esplosioni di ghiaccio secco, degne di un clima islandese tra geyser e iceberg, il terzetto scandinavo è andato dritto per la sua setlist, tenendo alto il tenore di una performance davvero molto apprezzata dal pubblico wackeniano, che si è profuso in lunghe sessioni di crowd-surfing. “Beyond The North Waves” e “One By One” hanno posto fine al capitolo Immortal al Wacken 2010, per chi scrive uno degli show meglio riusciti dell’intera manifestazione.
(Marco Gallarati)
All Shall Fall
Sons Of Northern Darkness
The Rise Of Darkness
Damned In Black
Hordes To War
Norden On Fire
Withstand The Fall Of Time
Beyond The North Waves
One By One

(Alessandro Corno)
SETLIST
Marche Funebre
Mirror Mirror
Dark Are The Veils Of Death
Samarithan
If I Ever Die
Hammer Of Doom
Emperor Of The Void
At The Gallows End
Bleeding Baroness
Solitude

SETLIST
Aealo
Eon Aenaos
Athanati Este
Fire, Death And Fear
The Sign Of Prime Creation
Phobos’ Synagogue
Noctis Era
I Despised Icon si stanno sciogliendo, lo sappiamo ormai da qualche mese. La band canadese andrà avanti a fare concerti fino a fine anno negli Stati Uniti, in Canada, in Asia ed in Australia, per poi porre fine alla propria attività musicale. Ultima tornata di festival estivi europei, dunque, ed è giusto che i death-corers non se ne lascino scappare neanche uno fra quelli importanti, tra Wacken, Brutal Assault e Summer Breeze. Devastanti e dinamici come lo sono sempre stati per gli ammiratori, noiosi e ripetitivi per chi non li sopporta, i sei nordamericani hanno finito di demolire quello che era rimasto del W.E.T. Stage dopo il passaggio dei Rotting Christ: con “Day Of Mourning”, “A Fractured Hand, “Retina” e soprattutto i deliranti rallentamenti mosh della hit “MVP”, i Despised Icon hanno fatto la gioia per la ‘misera’ pattuglia di hardcore-kids presenti all’evento, finalmente libera di scatenarsi con mosh brutale, sventolamenti ossessivi di braccia e gambe e un dimenarsi collettivo in barba al divieto attivo sugli altri palchi. Sicuramente coinvolgente e iper-dinamico, il combo in questione ci ha convinto quasi appieno, facendoci già un po’ rimpiangere la sua prematura decisione di splittarsi. Bravi.
(Marco Gallarati)

(Alessandro Corno)
SETLIST
Mechanize
Shock
Edgecrusher
Acres Of Skin
Linchpin
Powershifter
Fear Campaign
Martyr
Demanufacture
Self Bias Resistor
Zero Signal
Replica

(Marco Gallarati)
SETLIST
Wildhoney
Whatever That Hurts
The Ar
25th Floor
Gaia
Visionaire
Kaleidoscope
Do You Dream Of Me?
Planets
A Pocket Size Sun
L’ultimo show sul True Metal Stage di questa edizione del Wacken è riservato ad un uomo che nel metal tedesco è una vera istituzione. Con i suoi Accept ora di nuovo in attività senza di lui ma con un nuovo cantante, il piccolo e corazzato Udo Dirkschneider, nonostante i sessanta anni, non ha perso una virgola del proprio inossidabile carisma. Il suo set, molto simile a quello offerto al Gods Of Metal 2010, ci propone una lunga serie di brani della sua carriera con gli U.D.O, per lo più granitici mid-tempo, più qualche immancabile classico dell’era Accept. Si parte con “The Bogeyman”, seguita dalla titletrack dell’ultimo album “Dominator” e dalla più datata “Independence Day”. Udo è in forma e il resto della band non sbaglia un colpo, offrendo una performance di alto livello, che grazie anche a dei suoni perfetti riesce a trascinare un pubblico duramente provato da tre-quattro giornate di concerti e innumerevoli birre. Come se non bastasse, fanno la loro parte anche una pioggia leggera e il conseguente abbassamento di temperatura. Udo intanto continua dritto nella sua marcia e interrompe la scia di mid-tempo con la più grintosa “Thunderball”, per poi passare a “Vendetta” e alle grandissime “Princess Of The Dawn” e “Midnight Mover” di epoca Accept, accolte dai fan con grande partecipazione. Siamo già nella seconda parte dello show e all’appello manca ancora qualche classico: e dunque, tra le buone “Man And Machine” e “Holy”, ecco “Metal Heart”, “Animal House” e la conclusiva immancabile “Balls To The Wall”. Nonostante sia mancata un po’ di velocità, magari con “Fast As A Shark” o “Breaker”, le migliaia di fan che alle tre di notte ancora affollano la platea salutano con un lungo e meritato applauso una band che sembra non esaurire mai la sua passione per l’heavy metal.SETLIST
The Bogeyman
Dominator
Independence Day
The Bullet And The Bomb
Thunderball
Vendetta
Princess Of The Dawn
Guitar Solo
Midnight Mover
Man And Machine
Animal House
Metal Heart
Holy
Balls To The Wall
C’è tempo giusto per un filmato conclusivo della cover di “It’s After Dark” dei D-A-D eseguita dai Subway To Sally, e poi tutti fuori dall’arena. La maggior parte si dirige verso i campeggi, ma non manca certo chi come ogni anno vuole godersi il festival fino all’ultimo secondo, scolandosi l’ultima birra al Beergarden o dedicandosi ad un po’ di headbanging sotto al Wet Stage.
(Alessandro Corno)
W:O:A – PILLOLE E PHOTOGALLERY
Eccovi infine una breve sezione dedicata alle cosiddette Pillole, ossia una serie di mini-report con cui abbiamo riassunto le nostre impressioni per gli show di cui siamo riusciti a vedere solo una parte; assieme a ciò, un po’ di gallerie fotografiche di gruppi che noi ci siamo persi…ma non i nostri bravissimi fotografi!
A cura di Marco Gallarati
Dew-Scented
Ai mai esplosi ma sempre presenti e rocciosi Dew-Scented tocca il compito di dare fuoco alle polveri al venerdì Wackeniano. Per scaldare la platea, già incredibilmente numerosa alle 11 del mattino, il thrash-death dei teutonici pare l’ideale, sebbene la band sia fra le seconde-terze linee della scena. Performance ottimale per sciogliere un po’ i muscoli del collo, niente da obiettare.
Orphaned Land
Dopo averli visti in forma ma poco apprezzati al Gods Of Metal, ritroviamo gli Orphaned Land a Wacken. Prestazione nettamente migliore su tutti i fronti per il combo israeliano, che ha evidentemente bisogno di un riscontro visivo-uditivo per dare il meglio di sé. Un’ora di tempo a disposizione ha fatto sì che brani complessi come “Halo Dies” e “Disciples Of The Sacred Oath II” siano stati eseguiti, mentre, considerata l’importanza dell’evento, ecco spuntare sul palco le coreografie di una ballerina mediorientale per i pezzi più trascinanti del repertorio della Terra Orfana, ovvero “Sapari” e “Nora El Nora”. Si confermano un grande gruppo.
Ektomorf
Sono gli ungheresi Ektomorf ad avere l’onore di aprire le danze dell’ultimo giorno di Wacken e anche loro, nonostante sia mezzogiorno spaccato, possono usufruire di una bella cornice di pubblico. Il suono dei magiari, la voce di Zoltan e la loro attitudine sono sempre stati una clonazione delle imprese di Max Cavalera nei Soulfly e anche questa mattina l’impressione è assolutamente questa. Brani che intrattengono ma nulla più, per un gruppo che, pur essendo potente e coinvolgente, a malapena merita di stare su un palco di tale importanza.
Unleashed
Debauchery
Guardiamo con curiosità – e più che altro perché dei Cannibal Corpse, in contemporanea sul Black Stage, quest’anno ne abbiamo già dette di cotte e di crude – i tedeschi Debauchery, piuttosto seguiti in patria e francamente snobbati all’estero. Il loro stile è death metal solo di facciata perché, un po’ come accade per i Six Feet Under, nelle vene della band scorre tantissimo hard-rock, quello di Angus Young e soci per intenderci. “Death Metal Warmachine” e “Praise The Blood God” riscaldano all’inverosimile gli astanti, tutti stolidamente impegnati in sessioni di headbanging estremo. Gran successo, dunque, per quella che si è rivelata essere una formazione inappuntabile e ignorantissima on stage.
A cura di Alessandro Corno
Suicidal Angels
Girovagando per l’arena all’una del venerdì dopo la grandiosa performance degli Amorphis, capita di imbattersi nei Suicidal Angels, che stanno mettendo alle corde i timpani dei parecchi ragazzi che affollano il Wet Stage. “Vomit On The Cross”, “…Lies” e “Apokathilosis” sono thrash metal slayeriano allo stato brado, tutto riff velocissimi e ritmiche martellanti che dal vivo sono garanzia di pogo e headbanging. Piuttosto compatti e precisi nell’esecuzione, i quattro greci non saranno originali, ma dimostrano anche in sede live di avere i numeri per poter dire la loro nel panorama del revival thrash ultra-classico, oggi ancora molto ricco di giovani band.
Voivod
Saltati a piè pari gli Ill Nino a favore di una razzia alle bancarelle di cd presenti di fronte al Party Stage in cerca delle solite occasioni che si vedono solo a Wacken, ci godiamo nel frattempo uno scampolo di Voivod. Li abbiamo visti già al Gods of Metal 2010 ma oggi i canadesi sembrano veramente una macchina inarrestabile. Ottimo lo stato di forma del frontman Denis “Snake” Bélanger, che assieme ad una sezione ritmica devastante trascina il pubblico in uno show di cui purtroppo vediamo solo i primi ma intensi brani. “Voivod”, “The Unknown Knows” e “The Prow” sembrano essere solo le prime fiammate di uno show a dir poco esplosivo, impressione che in effetti ci verrà poi confermata da altri italiani presenti alla performance.
Tarja
Lasciamo volontariamente per ultima la Pillola dedicata a Tarja Turunen, in quanto del concerto della bella ex cantante dei Nightwish abbiamo solo intravisto qualche frangente, il tanto che è bastato a constatare l’enorme seguito che l’artista può vantare in Germania, la sua sempre spettacolare voce e indiscutibile la validità tecnica della band che la sostiene. Purtroppo per noi, arriviamo proprio nel momento in cui Tarja sta massacrando un classico dell’hard rock che risponde al nome di “In The Still Of The Night” (Whitesnake), il che causa un quasi immediato retro-front in direzione del primo stand di alcolici, unico modo per dimenticare uno scempio simile!
THE BOSS HOSS
VOIVOD
STRATOVARIUS
SOULFLY
ORPHANED LAND
KAMELOT
JOB FOR A COWBOY
DIE APOKALYPTISCHEN REITER
DELAIN
CANTUS BURANUS
CANNIBAL CORPSE
1349
PEOPLE AT WACKEN 2010





























































































































































































































































































































































