La scena hardcore italiana annovera una serie di piccole realtà che provano a dire la loro con un linguaggio personale, sentito, dove le influenze esterne vengono rielaborate per provare ad andare oltre quanto già detto da altri.
Nascono così opere magari imperfette, non per forza sensazionali o capaci di diventare pietre miliari del genere, ma che sanno distinguersi e in qualche modo farsi ricordare. È il caso di “In Your Gaze” dei 217, formazione abruzzese che ad un impianto hardcore granitico, tra richiami anni ‘90/primi 2000 e striature thrashcore, abbina sentimenti nostalgici e velate malinconie, creando così accostamenti lievemente bizzarri ma con una loro coerenza interna, tanto che diversi brani del loro ultimo disco ci sono rimasti impressi.
Abbiamo cercato allora di conoscere qualcosa in più di questi musicisti, che cercano di far udire la loro voce mediando tra l’energia scalciante dell’hardcore tradizionale e uno sguardo un po’ tristo alle cose del mondo.
CIAO RAGAZZI E BENVENUTI SU METALITALIA. PER PRIMA COSA VOLEVO CHIEDERVI DA DOVE DERIVA IL VOSTRO NOME, PERCHÉ UN SEMPLICE NUMERO PER IDENTIFICARVI E PERCHÉ PROPRIO 217?
– 217 in realtà sta per diverse cose: prima di tutto si identifica nel gioco letterale “to (the) seventeen” (al diciassettenne), riferendosi a una ipotetica persona che a quella età incontra la cultura hardcore, un fatto che cambia per sempre il corso delle cose nella sua vita. Questa almeno è la nostra interpretazione.
Scegliendo 217 abbiamo evitato un moniker in cui significante e significato coincidessero per forza, come avviene il 95% delle volte. A ciò si aggiunge la nostra passione per tutte quelle band potentissime dal logo numerico che ci mandano fuori di testa, tipo 108, Die 116, L7, A18, Orange 9mm, 411 e altre ancora.
NELLA BIOGRAFIA SI PARLA DI DIVERSE DIFFICOLTÀ VISSUTE NEL PERIODO COVID E DELL’ABBANDONO DI BEN TRE MEMBRI DEL GRUPPO DELLA LINE-UP ORIGINARIA. QUANTO È STATO DIFFICILE RIPARTIRE E DOVE AVETE TROVATO LE MOTIVAZIONI PER DARE NUOVO SLANCIO AI 217?
– In realtà, per semplificare la biografia, non abbiamo aggiunto che nel 2021 la band era un quintetto, che si è poi riunito nel 2024 sottoforma di terzetto temporaneo, ruotante sempre intorno agli stessi membri: Vittorio alla batteria, Nicola alla chitarra, me alla voce e, come arrivo nuovo di zecca, ma in un secondo tempo, Daniele al basso. Rimettersi in pista non è quindi stato difficilissimo.
Eravamo consci di aver interrotto un discorso senza chiuderlo, tra l’altro la spinta è venuta dagli stessi due ex membri dei 217, che restano prima di tutto nostri amici e ai quali siamo ancora molto legati.
NASCETE COME FORMAZIONE DI HARDCORE OLD-SCHOOL, CON INFLUENZE ANNI ’90/PRIMI 2000, ARRIVANDO ADESSO CON “IN YOUR GAZE” A QUALCOSA DI PIÙ IBRIDO, VISTO CHE NEL DISCO SI NOTA PARECCHIO IL VOSTRO AMORE PER IL GOTHIC ROCK/POST-PUNK E L’ALTERNATIVE ROCK. COME SIETE ARRIVATI A QUESTA SINTESI?
– Si tratta di una sintesi del tutto naturale e senza pianificazione alcuna. Non siamo quel tipo di band che precostruisce di sana pianta il proprio suono senza neanche aver provato assieme, perciò tutte le soluzioni presenti in “In Your Gaze” sono semplicemente un resoconto emotivo, non una scelta stilistica fatta per ‘scioccare’ l’ascoltatore.
NEL PRESENTARE IL SINGOLO “RESUMPTION” PARLATE ANCHE DI ‘ATMOSFERE SOGNANTI E NOSTALGICHE’ PER IDENTIFICARNE I CONTENUTI, UN QUALCOSA CHE PENSO SI SENTE UN PO’ NELL’INTERA TRACKLIST. PERCHÉ SIETE DIVENTATI NEL TEMPO COSÌ ‘NOSTALGICI E SOGNANTI’?
– È bello che tu abbia colto questo aspetto. Nostalgia e sogno sono due aspetti legati da un unico collante: la mancanza. La nostalgia è parte di qualcosa che non si può più avere, il sogno invece di qualcosa che non è realtà o pienamente la realtà: il nostro stato d’animo si trovava esattamente nel mezzo al momento della composizione.
UNA DELLE TRACCE PIÙ RIUSCITE E IDENTIFICATE DELL’ALBUM È “THE DAY MY FATHER DIED”, CHE PRESUMO PARLI DI VOSTRE ESPERIENZE PERSONALI IN TAL SENSO. VORREI SAPERE QUALCOSA IN PIÙ SULLA GENESI DEL BRANO E SE PENSATE POSSA ESSERE UN’EFFICACE SINTESI DEI CONTENUTI DI “IN YOUR GAZE” NELLA SUA INTEREZZA. PENSO SIA LA TRACCIA CHE RIMANE MAGGIORMENTE IMPRESSA.
– “The Day My Father Died” esprime in soluzione unica l’intero mood di “In Your Gaze”. La traccia descrive una situazione limite senza sfociare nel melodrammatico, mantenendo come per tutto il resto del disco quel senso di cupa sobrietà e di – non totalmente comunicabile – esperienzalismo. Quando abbiamo cominciato a provarla ci siamo subito resi conto che stavamo percorrendo la ‘nostra’ strada.
MI PARE CHE SIATE RIUSCITI A TENERE ASSIEME SENZA DARE TROPPA DISCONTINUITÀ TRA DI LORO SIA LE TRAME PIÙ ATTINENTI A UN HARDCORE DURO E PURO, SIA QUELLE PIÙ DILATATE ED EMOZIONALI. È STATO DIFFICILE ARRIVARE A UNA SINTESI COERENTE DI QUESTE DUE DIMENSIONI STILISTICHE?
– Mantenersi stilisticamente coerenti senza risultare dispersivi è stato facile perché abbiamo suonato nel modo in cui ci piaceva farlo. Fin dalla loro genesi inziale in sala prove le canzoni sono state soggette a ‘colpi di scena’ senza che per noi fosse così strano, o volutamente strano. Chiaramente in post-produzione abbiamo cercato di smussare ciò che era troppo o troppo poco, tenendo fede a quella che è la forma di una canzone, come il rock insegna.
LA COPERTINA È ABBASTANZA PARTICOLARE NELLA SUA SEMPLICITÀ – UNA FOTO CHE APPARENTEMENTE NON SEMBRA AVERE ALCUN SIGNIFICATO PARTICOLARE. CI POTERE DIRNE IL SIGNIFICATO, PERCHÉ AVETE SCELTO PROPRIO QUEL DETERMINATO SOGGETTO?
– Il soggetto in copertina rappresenta, nella sua sobrietà figurativa, le diverse anime che sottendono l’album. Il volto della ragazza è così particolare da riuscire a esprimere nel contempo malinconia, durezza, orgoglio e dolcezza. L’ispirazione per l’impianto generale dell’artwork ci è arrivata anche da certe copertine alternative, gothic rock e dark/doom: tra queste citerei alcuni lavori di Smashing Pumpkins, gli High Vis, i Pyogenesis e, su tutti, “The Angel And The Dark River” dei My Dying Bride, con la differenza che l’aurea incorruttibile della nostra ragazza è inserita in contesto urbano.
UNO DEGLI ELEMENTI PIÙ CARATTERIZZANTI DELL’ALBUM È LA VOCE DI IVAN DI MARCO. POSSIEDE UNA DRAMMATICITÀ NON COMUNE IN AMBITO HARDCORE E PRESENTA ALCUNI VOCALIZZI BARITONALI ABBASTANZA STRANI DA SENTIRE IN QUESTO CONTESTO. COME HA SVILUPPATO QUESTO SUO MODO DI CANTARE? QUALI SONO I CANTANTI CHE MEGLIO L’HANNO INDIRIZZATO IN TAL SENSO?
– Le variazioni timbriche e di tonalità, le aperture epiche e i momenti recitativi sono l’esatto corrispettivo dell’importanza di alcune parole contenute nei testi. La scelta della teatralità non è fine a se stessa e riflette sempre ciò che c’è nelle parole, da qui la scelta bizzarra dei vari registri vocali. Le influenze invece sono state molteplici, in ambito non hardcore possiamo citare, tra gli altri, i Fields Of The Nephilim, My Dying Bride, Pearl jam, Doors, Janes Addiction e Bauhaus.
ARRIVATE DA UNA ZONA D’ITALIA UN PO’ PIÙ PERIFERICA RISPETTO AD ALTRE, CHE PRESUMO RENDA PIÙ DIFFICILE CHE ALTROVE PORTARE UN’ASSIDUA ATTIVITÀ LIVE. LA VOSTRA PROVENIENZA GEOGRAFICA È SOLTANTO UN OSTACOLO, OPPURE OFFRE ANCHE QUALCHE TIPO DI OPPORTUNITÀ O DI FACILITAZIONE, RISPETTO MAGARI A CHI ARRIVA DA CONTESTI METROPOLITANI O COMUNQUE PIÙ CENTRALI PER QUANTO RIGUARDA LA SCENA MUSICALE?
– In effetti suoniamo parecchio fuori la nostra città e molto poco a Pescara, questo perchè oltre lo Scumm e il giro ad esso legato, non esiste nessun altro spazio ad uso concerti, a parte i locali dove suonano in prevalenza cover band, quelli nemmeno li considero. Se c’è qualcosa che non ci semplifica affatto la vita è la possibilità di suonare più volte in un anno proprio sul nostro territorio metropolitano, cosa che in altre città invece accade anche bimestralmente. È paradossale, ma è così.
Tolti questi aspetti critici interni, però, Pescara si trova abbastanza bene sulla ‘mappa’ della cultura musicale italiana. Sempre grazie allo Scumm c’è parecchio giro. C’è questa piccola scena metal, punk, hardcore e rap. C’è uno zoccolo duro che resiste e cerca di far arrivare l’eco di quello che fa il più lontano possibile.
Per quel che è possibile la città e, allargando il campo, la regione, si sforzano di essere attive, con piccoli festival come ad esempio il Pescara Hardcore, e cose molto più grandi come il Frantic Fest, apprezzato anche in Europa.
COSA RAPPRESENTA PER VOI L’HARDCORE? QUALI SONO I GRUPPI AI QUALI SENTITE DI ESSERE PIÙ AFFINI PER IL MODO DI INTERPRETARE QUESTI SUONI?
– L’hardcore per noi rappresenta la libertà piena di essere ciò che si è al di fuori degli imperativi politici e comportamentali della società. L’hardcore è la pura libertà di dire, fare ed esprimere ciò che si vuole senza paura, fuori dalle mode, dalle morali e dai circoli esclusivi. Per quanto riguarda le band, mi limiterò a citare soltanto quelle che hanno influito parecchio nel processo compositivo di “In Your Gaze”, come Snapcase, Refused, 411, Madball, Negative Approach, Verse, Have Heart, Slapshot, i Poison Idea, Botch, 108 , Bad Brain. In realtà la lista sarebbe molto, ma molto più lunga.
GUARDANDOVI ATTORNO, CHE GIUDIZIO DARESTE DELLO STATO DI SALUTE DELLA SCENA HARDCORE ITALIANA? QUALI SONO I VOSTRI GRUPPI PREFERITI DEL NOSTRO PAESE?
– Ci sono band che vanno avanti per la propria strada senza seguire alcun trend, continuando a sviluppare un linguaggio del tutto personale, come ad esempio i Discomostro. Quando questo viene fatto, consideriamo molto positivamente la scena. Il giudizio cambia radicalmente quando ci imbattiamo in band che suonano solo inseguendo mode, trend e circoli esclusivi. Detto questo, la scena undergorund pullula in generale di band fichissime, in ambito strettamente hardcore citerei Soviet Order Zero, Respect For Zero, Corpo Estraneo, Carne, Failed, Hold Me Tight e My Own Voice.

